Da “Il Mondo” di Pannunzio a “La Repubblica” di Scalfari


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8806199161A diciannove anni dall’ultima edizione (1990, Mondadori), Eugenio pubblica una nuova edizione di La sera andavamo in via Veneto: storia di un gruppo dal Mondo alla Repubblica senza nemmeno una postfazione esplicativa a sottolineare l’attualità del testo.

In un contesto storiografico in cui la storia dei liberali italiani è ancora ampiamente trascurata, l’iniziativa di Einaudi, pur non colmando la lacuna, è sicuramente pregevole poiché contribuisce a stimolare il dibattito su di un’importante cultura politica italiana, come dimostra l’articolo pubblicato su “Europa” che riportiamo qui in calce.

In tempi di elezioni europee sembra opportuno ricordare cosa scrisse Eugenio Montale proprio sulle colonne de “Il Mondo” nel 1949 a proposito del nostro continente:

Una ripresa dell’Europa è legata sicuramente a una ripresa della sua cultura, intesa questa come la media delle reazioni dei suoi individui di fronte ai problemi fondamentali, filosofici e pratici della vita [...]. Lo spirito europeo […] può vivere a patto che i popoli d’Europa siano guidati, indirizzati e condotti, da una comune leadership morale civile, con tutte le conseguenze morali ed economiche ch’esso non mancherebbe di produrre.

Da via Veneto al Partito democratico

Ricompare in libreria il saggio di : sessant’anni dei liberal italiani. La vicenda dei liberal italiani ha sessant’anni. Va dalla loro prima uscita dal Pli (1949, contro la guida a destra del partito), alla seconda del 1955, contro la svolta confindustriale di Malagodi. Nacque il primo partito radicale. Nel 1949 era già nato Il Mondo di Mario , col suo carico di battaglie contro la partitocrazia il malcostume e il clericalismo, nel ’55 la fondazione dell’Espresso, la sua polemica contro il capitalismo parassitario e il Palazzo («capitale corrotta nazione infetta»), la denuncia dei più o meno velleitari colpi di stato dello stato parallelo, i convegni degli “Amici del Mondo” al Ridotto dell’Eliseo sulle grandi riforme di centrosinistra, l’esaurimento del centrismo negli anni ’60 fino alla tragica esperienza reazionaria Gronchi-Tambroni.

Poi il centrosinistra coi socialisti (che, come il dannato dantesco, in se medesimo si volgea coi denti), infine il giornale-partito dei progressisti non comunisti, la Repubblica, nel 1976, due anni dopo la nascita del giornale-partito dei conservatori non clericofascisti, il Giornale di Montanelli. Tutti i grandi momenti esistenziali del centrosinistra liberal – concepimento, sviluppo, esaurimento – portano il nome di un giornale, Il Mondo, L’Espresso, la Repubblica; e di tutti e tre Eugenio è stato tra i fondatori o il fondatore unico. La sua storia personale è parallela e coincidente con la storia dei centrosinistra: da quello promosso dal connubio di crociani e azionisti (chi l’avrebbe mai detto) sulle pagine di un settimanale memorabile, a quello, decenni dopo, dei postcomunisti, dei postpopolari e dei postliberali.

I cui protagonisti – Prodi, Ciampi, Andreatta, D’Alema, Amato, Rutelli, Veltroni – seguono la stessa parabola dei Moro, Fanfani, Rumor, De Martino, Saragat, Nenni, La Malfa, Pertini: risposta alle nuove urgenze di un paese in crescita, balzo in avanti dell’economia e del tenore di vita, inaridimento intellettuale e morale, litigiosità interna e crisi irreversibile della formula e della politica.

La ricomparsa in libreria del saggio di La sera andavamo in via Veneto – Storia di un gruppo dal “Mondo” alla “Repubblica”, edito stavolta da Einaudi a trent’anni dalla prima pubblicazione (Mondadori 1986), ha dunque un senso politico.

Del gruppo che passò a vario titolo per le tre testate, ci sono ancora protagonisti e testimoni: – che ne è diventato il leader, lo storico, il filo collegatore – Ajello, Turani, Veltroni, Petruccioli, Pirani, Viola, l’editore De Benedetti. Sono cambiate anche le classi sociali (L’Inchiesta sulle classi sociali di Paolo Sylos Labini, che ne aveva analizzato le conseguenze già nel 1976, fece arrabbiare i comunisti: segno del loro fatale ritardo. Oggi in Inghilterra c’è un contadino su cento, 22 addetti all’industria, 77 ai servizi. In Italia più o meno).

E il problema resta quello del 1949: rendere democratico il capitalismo, dirozzarlo dalle nostalgie fasciste e protezionistiche, tagliare le ali al gruppuscolarismo di destra e di sinistra, emancipare l’Italia dal dominio della chiesa. La razza padrona – imprenditori, finanzieri, militari, burocrati, gerarchie ecclesiastiche -, eccezioni a parte, è oggi come quella contro la quale si scaricarono i fulmini di Ernesto Rossi; idem le zone d’ombra, le più angosciose di tutte, mafie, collusioni, doppio stato, deviazioni; viva, anche se ha l’alzheimer, la mitologia estremistica dell’ultradestra, non attenuata dalla novità italiana di una destra di governo, e la mitologia estremistica dell’ultrasinistra, disfatta a Berlino ma rianimata dalla crisi della globalizzazione finanziaria.

I nodi sono sempre gli stessi. Il tentativo di scioglierli era stato fallimentare nel centrosinistra della prima repubblica, finito a mazzette e avvisi di garanzia dopo aver migliorato la struttura sociale e produttiva e peggiorato il senso civico degli italiani. Oggi il cambiamento appare più difficile, perché il berlusconismo ha trasformato quei nodi in “valori” e in senso comune. Come scrive , «non intendo dire che l’uomo berlusconiano sia un idiota felice; penso però che sia innocente, nel senso che è privo di memoria, non ha futuro, vive attimo per attimo. E la contemporaneità è per sua natura gregaria». Ieri i moderati avevano paura del centrosinistra, pensando all’influenza del Pci sui socialisti. Oggi hanno paura del centrosinistra temendo di dover scoprire un’Italia che somigli più a quella descritta dall’Istat e dalla Banca d’Italia che non quella pantagruelica e gaudiosa che l’anarchismo amorale di Arcore raffigura come reale e ideale.

Però, ripubblicato 23 anni dopo, il libro di , al di là delle piacevoli rimembranze nei caffè di via Veneto, ci dà fra le righe un giudizio sull’insufficienza culturale del centrosinistra oggi.

Il Mondo, motore del primo centrosinistra, «fu il luogo d’incontro di almeno quattro filoni del pensiero politico italiano: il liberalismo di Croce, il liberismo di Einaudi, la democrazia di Giovanni Amendola, il concretismo di Salvemini».

Fu questa bomba culturale a premere sul mondo cattolico e su quello socialista costringendoli a trovare un terreno d’incontro, visto che entrambi erano animati da volontà di “riforme” ma entrambi rifuggivano dalla mediazione liberale.

Che era invece il lasciapassare storico per quell’incontro. Ma oggi qual è il motore culturale del centrosinistra? Il costituzionalismo di Scalfaro e Napolitano? Il neosocialismo dell’on. D’Alema (appena “recensito” in queste pagine dal collega Lavia)? L’eticismo dell’on. Binetti? Il riformismo europeista di Ciampi Prodi e Amato? Il centrismo “puro” di Rutelli? Sono esperienze in parte consumate, in parte incomunicabili, in parte assorbite dall’opportunismo della destra, in parte conflittuali se non addirittura revanchiste nei confronti della cultura storicistica dell’Italia di minoranza: che è per definizione l’Italia del cambiamento. E ha per vocazione quella di “cavalcare la frontiera”, non di presidiarla col fucile spianato.

Quel motore di cui scrive aveva, oltre alla potenza della cultura, una comune bandiera ideale nella lotta politica: la “terza forza”. Terza tra cattodemocristiani e socialcomunisti. Essa avrebbe dovuto operare nei due grandi schieramenti la scissione tra cattolici democratici e clericalismo, tra socialismo e comunismo. Oggi nel Pd ci sono forze che, più s’allontanano storicamente dalle sorgenti, più ne ripensano la purezza originaria: che avrebbe senso solo immaginando la fine del bipartitismo maggioritario, e con essa anche una parziale dissoluzione della destra. Parziale perché la destra degli interessi per ora risponde perfettamente al vivere nella contemporaneità gregaria (senza memoria e senza futuro) dell’homo berlusconianus secondo .

Federico Orlando, “Europa”, 2 giugno 2009.

Per chi volesse approfondire la vicenda de “Il Mondo”, nucleo storico dei liberali di sinistra nel secondo dopoguerra:

  • M. Boneschi, Il Mondo e nei ricordi di un collaboratore, Cordani, Milano, 1989.
  • P. Bonetti, “Il Mondo” 1949-1966. Ragione e illusione borghese, Laterza, Roma-Bari, 1975.
  • G. Cantini, Premessa, in Il Mondo: indici analitici 1949-1966, Passigli Editori, Firenze, 1987.
  • Cardini, Tempi di ferro. “Il Mondo” e l’Italia del dopoguerra, Il Mulino, Bologna, 1992.
  • M. Del Bosco, I Radicali e “Il Mondo”, ERI, Torino, 1979.
  • V. Frosini, Il Mondo e l’ eredità del Risorgimento, Bonanno, Catania, 1987.
  • Y. Guaiana, L’Europa e “Il Mondo”: l’europeismo nel “Mondo” di Mario , in “L’Acropoli”, VIII, n. 2, 2007, pp. 182-207.
  • “Il Mondo” antologie. Le battaglie civili, a cura di P. Bonetti, Edizioni del Corriere della Sera, Milano, 1978.
  • “Il Mondo” antologie. Le battaglie economiche, a cura di P. Bonetti, Edizioni del Coriere della Sera, Milano, 1978.
  • “Il Mondo” antologie. Le battaglie politico-ideologiche, a cura di P. Bonetti, Edizioni del Coriere della Sera, Milano, 1978.
  • “Il Mondo”. Antologia di una rivista scomoda, a cura di G. P. Carocci, Editori Riuniti, Roma, 1997.
  • I 18 anni de “Il Mondo”, Edizioni della Voce, Roma, 1966.
  • L’estremista moderato, a cura di C. De Michelis, Marsilio Editori, Venezia, 1993.
  • G. Leuzzi, “Il Mondo” non abita più qui, Liguori, Napoli, 1989.
  • e “Il Mondo”, a cura di M. Pegnaieff, A. Brandoni, G. Valentini, Meynier, Torino, 1988.
  • P.F. Quaglieni, Il nostro debito col “Mondo” di , Le Monnier, Firenze, 1978.
  • G. Spadolini, Stagione del ‘ Mondo’. 1949-1966, Longanesi, Milano, 1983.
  • G. Spadolini, Prefazione, in Il Mondo: indici analitici 1949-1966, Passigli Editori, Firenze, 1987.



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2 Responses to “Da “Il Mondo” di Pannunzio a “La Repubblica” di Scalfari”

  1. Yuri Guaiana 03. giu, 2009 at 18:01 #

    Nonostante l’equilibrio critico di Orlando, l’articolo mi pare comunque sbilanciato nel tentativo di tracciare una continuità tra gli “amici del Mondo” e l’attuale PD. Mentre non si dice che una fetta consistente dei fondatori del settimanale con sede in Via Veneto, in primis Ernesto Rossi, furono vicini al partito radicale di Marco Pannella.

Trackbacks/Pingbacks

  1. diggita.it - 19. dic, 2009

    Da “Il Mondo” di Pannunzio a “La Repubblica” di Scalfari…

    A diciannove anni dall’ultima edizione (1990, Mondadori), Eugenio Scalfari pubblica una nuova edizione di La sera andavamo in via Veneto: storia di un gruppo dal Mondo alla Repubblica senza nemmeno una postfazione esplicativa a sottolineare l’attualità…

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