La visita di Gheddafi in Italia ha inevitabilemente dato vita a un riaccedersi della memoria sui rapporti tra Italia e Libia. La chiave di lettura ricercata dal leader libico, dallo sbarco a Ciampino al discusso discorso di ieri al senato è quella del colonialismo.

Impiccagione di Omar Mukhtar
La rievocata memoria del colonialismo (italiano) di ieri, testimonata dalla fotografia di Omar Mukhtar che Gheddafi portava al petto, doveva risultare funzionale al discorso politico tenuto al Senato (ma non in aula) tutto schiacciato sull’oggi, ossia sulla condanna del neoimperialismo statunitense di George W. Bush.
Una retorica che appare superata, ancora di più dopo la visita di Barack Obama in Egitto della scorsa settimana.
Quale eredità storica resta della visita di Gheddafi in Italia? Aldilà delle partnership economiche, si è pur timidamente richiamata la memoria del sanguinoso colonialismo italiano in Africa. Una memoria che stenta a sedimentarsi nell’identità collettiva italiana, come dimostra l’opera di censura attuata 30 anni fa sulla pellicola “Leone del deserto”.

Locandina Leone del Deserto, 1981
Una pellicola che è stata finalmente liberata da censura in occasione dell’arrivo del leader libico (“Dopo trent’anni, via il divieto italiano”) e chissà che oltre a raccontarci qualcosa in più sul colonialismo italiano in Libia, non diventi una fonte ancora più utile per conoscere il pantheon dei martiri richiamato da Gheddafi a fondazione di quel regime di cui è il rais, così poco rispettoso dei diritti umani, da impedire che ieri il suo discorso potesse svolgersi nell’aula del Senato, sede simbolica della democrazia italiana.
Ancora più interessante sarà guardare gli italiani dalla prospettiva dello straniero, del nemico, del conquistato. Per confrontarci con quell’identità non ancora assimilata, di cui sono state fornite solo superficiali letture politiche, ma mai un’interpretazione autentica e condivisa, così che l’esperienza del colonialismo italiano in Africa non diventi solo argomento della cronaca politica dell’oggi, ma tema di studio per la storia di ieri.
LA LIBIA E L’OCCIDENTE
Le verità dimenticate
Nei discorsi con cui hanno accolto il colonnello Gheddafi, i suoi ospiti italiani, dal capo dello Stato al presidente del Consiglio e al presidente del Senato, hanno parlato di amicizia, collaborazione, sviluppo congiunto. Dopo avere ascoltato le sue filippiche contro l’Italia coloniale avrebbero potuto ricordargli che il colonialismo fu molte cose, non tutte e non sempre necessariamente spregevoli. Ma hanno preferito mettere l’accento sul futuro e sugli interessi comuni dei due Paesi in un mondo profondamente cambiato. Hanno fatto bene. Il realismo e l’interesse nazionale giustificano qualche strappo alla verità storica. Peccato che a Gheddafi il passato interessi molto più del futuro. Ne ha dato una nuova dimostrazione ieri, quando ha confezionato un pasticciato elenco di responsabilità occidentali, da Cesare a Bush, e ha detto che il terrorismo può essere in alcune circostanze una legittima difesa contro la dominazione straniera.
Quali circostanze? Vi fu un lungo periodo durante il quale Gheddafi si definì «punto d’appoggio della rivoluzione mondiale» e non smentì, tra l’altro, di avere sostenuto finanziariamente l’Ira (Irish Republican Army) contro un Paese, la Gran Bretagna, «che ha umiliato gli arabi per secoli ». Quando lo storico del colonialismo Angelo Del Boca cercò di comporre una lista delle «lotte di liberazione» in cui il colonnello libico è intervenuto con il suo denaro, ne venne fuori una carta geografica che comprende Mauritania, Rhodesia, Namibia, Isole Canarie, Oman, Angola, Sud Africa, Thailandia, Filippine, Colombia, Salvador, Kurdistan, Nuova Caledonia, Vanuati, Nuove Ebridi. Non basta. I leader di alcuni Paesi arabi lo hanno accusato di avere tramato contro i loro regimi e le loro persone; i leader di alcuni Paesi africani (il Ciad per esempio) di avere attentato alla loro indipendenza. A chi scrive non sono piaciute né l’incursione di Reagan contro Tripoli nell’aprile 1986, né la guerra di George W. Bush contro l’Iraq nel marzo del 2003. Ma nel processo celebrato da Gheddafi contro gli Stati Uniti e l’Occidente, il pubblico ministero è l’uomo che ordinò l’assassinio di alcuni dissidenti libici all’estero, invase il Ciad ed è oggettivamente responsabile dell’attentato contro un aereo della Panamerican nel cielo scozzese di Lockerbie (270 vittime). La giustificazione del terrorismo, in bocca a Gheddafi, risveglia ricordi di un passato che il colonnello dovrebbe cercare di coprire con un velo di pudore.
Nelle parole pronunciate ieri dal leader libico vi è infine anche imprudenza politica. Bush commise molti errori strategici e tattici, ma combatté il fanatismo islamico, vale a dire il movimento che ha maggiormente insidiato negli scorsi anni la vita del colonnello e la stabilità del suo regime. Vi fu un lungo periodo durante il quale Gheddafi fu stretto in una morsa fra l’ostilità americana e le minacce della Fratellanza musulmana. Se è ancora al potere e può visitare liberamente uno Stato europeo, lo deve in buona parte al patto con gli Stati Uniti e con l’Europa degli scorsi anni, quando rinunciò alle armi nucleari ma ottenne in cambio la revoca dell’embargo e la ripresa dei rapporti diplomatici con Washington. Quando parla del passato Gheddafi non può ricordare soltanto quello che serve al suo compiaciuto autoritratto di liberatore dell’Africa. Conviene anche a lui, non soltanto a noi, parlare soprattutto del futuro.
Sergio Romano
12 giugno 2009







