Revisionismo e libertà di ricerca storica






Vladimir Putin e Dmitrij Medvedev

Vladimir Putin e Dmitrij Medvedev

Ieri “Avvenire” ha pubblicato un bell’articolo di Giovanni Bensi sull’istituzione di una Commissione per il con­trasto ai tentativi di falsificare la sto­ria a danno degli interessi della Rus­sia che riportiamo qui di seguito. Il revisionismo di Stato russo è un’ulteriore prova dell’involuzione nazionalista e autoritaria del regime di Putin e Medvedev, ma il tema della libertà della ricerca storica non riguarda solo il nostro ingombrante vicino. Come ricordava in gennaio la rivista europea “Cafébabel” in Austria, Francia, Polonia, Germania, Belgio e Svizzera incombono, in caso di messa in discussione o negazione dell’Olocausto, pene detentive lunghe anni. Ora, se per comprendere l’origine di queste leggi si deve tenere in considerazione la storia di paesi come la Germania, queste “leggi della memoria” nel diritto penale sono tutt’altro che incontestate nelle democrazie in quanto contrarie alle libertà di pensiero e a quella accademica. In Italia, nel 2007, 150 storici, tanto di destra quanto di sinistra, hanno firmato un apppello contro “le verità storiche di Stato” che il ministro della giustizia, Clemente Mastella voleva imporre con un disegno di legge che avrebbe trasformato in reato la negazione della Shoah. Per i firmatari una soluzione basata sulla minaccia sembra particolarmente pericolosa perché si trasformano i negazionisti in paladini della libertà di espressione, si stabilisce una «verità di Stato» tipica dei regimi autoritari, si accentua l´idea dell´«unicità della Shoah», «ponendola di fatto al di fuori della storia». Le idee negazioniste sono ora considerate reato soltanto se incitano all’odio razziale.

Sotto le pressioni della presidenza di turno tedesca dell’UE, anche l’Europa si è mossa nel 2007. Una decisione quadro dell’aprile prevede un’armonizzazione minima dei provvedimenti penali per la lotta al razzismo e alla xenofobia. La decisione punisce «la pubblica approvazione, negazione o il grave svilimento di genocidi, crimini contro l’umanità e crimini di guerra, quando il crimine è indirizzato contro un gruppo di persone a causa della loro razza, colore della pelle, religione, discendenza o provenienza nazionale o etnica». Di conseguenza, tutti quelli che dicono apertamente che un genocidio – che è stato già provato come vero da una corte internazionale – non è mai accaduto, che sarebbe stato solo inventato da quel particolare gruppo etnico, per poter esigere un risarcimento danni, devono fare i conti con una punizione. Un’affermazione del genere, oltre alla negazione, stimolerebbe anche l’odio contro questo gruppo.

Questo solleva anche l’annoso problema del rapporto tra verità storica e verità processuale che, formandosi con metodologie e finalità affatto diverse non possono essere legate l’una all’altra. Lo storico non può infatti avvalersi del contraddittorio nel dar forma al suo lavoro e soprattutto non ha il compito di emettere sentenze, bensì di comprendere un avvenimento.

Russia, revisionismo di Stato con il ministero della Verità

Nella Russia postcomunista di Dmitrij Medvedev e Vla­dimir Putin sta tornando la ‘verità di Stato’. Il Cremlino si arro­ga il diritto di stabilire ciò che è vero e ciò che è falso nella storia del Pae­se. E non metaforicamente, ma con atti normativi concreti. Il 19 maggio il capo dello Stato ha emesso un ukaz (decreto) con cui viene istituita una «Commissione presso il presidente della Federazione Russa per il con­trasto ai tentativi di falsificare la sto­ria a danno degli interessi della Rus­sia ». Un nome farraginoso per indi­care una sorta di ministero della Ve­rità di orwelliana memoria.

La ‘commissione’ è diretta da Ser­gej Naryshkin, capo di gabinetto del Cremlino. Ne fanno parte 28 perso­ne, fra cui rappresentanti dell’am­ministrazione presidenziale, del mi­nistero degli Esteri, del Fsb (Servizio federale di sicurezza) del Svr (il Ser­vizio di spionaggio all’estero), en­trambi eredi del vecchio Kgb, del Consiglio di sicurezza nazionale, dei ministeri della Giustizia e della Cul­tura, dalla ‘Camera civica’, della Du­ma, dell’archivio di Stato e del Co­mitato per la scienza. E, fra questa schiera, in compagnia di spie e de­latori, vi saranno anche, in veste di vicepresidenti, il viceministro dell’I­struzione Isaak Kalina e il vicecapo dell’amministrazione presidenziale Igor Sirosh. Medvedev ha più volte parlato dell’«inammissibilità» della «falsifi­cazione della storia», particolar­mente per quanto riguarda la Se­conda guerra mondiale, o «Grande guerra patriottica», come viene chia­mata qui. Ad esempio, i dirigenti rus­si non amano che si ricordi l’allean­za con Hitler prima del conflitto, la spartizione di comune accordo del­la Polonia in seguito al patto Molo­tov- Ribbentropp, la strage degli uf­ficiali polacchi compiuta dal Nkvd a Katyn.

In una dichiarazione sul suo videoblog, alla vigilia dell’8 maggio (Giornata della Vittoria in Russia), Medvedev scriveva che «i tentativi di falsificare la storia», cioè di ricorda­re alcuni dei fatti menzionati, «stan­no diventando sempre più duri, ve­lenosi e aggressivi», non si capisce da parte di chi, ma presumibilmen­te di storici occidentali. Nel campo di interesse della nuova Commissione rientrano anche le te­si di coloro che tendono a sminuire o ridimensionare il ruolo dell’Urss nella vittoria su nazismo. Una legge atta a punire coloro che si permet­tono di prospettare una simile tesi è stata proposta dal ministro per la Protezione civile russo, Sergej Shojgù, secondo il quale una tale leg­ge permetterebbe di «difendere la nostra storia, l’eroismo dei nostri pa­dri e dei nostri nonni». La nuova nor­ma, ancora in fase di discussione al- la Duma, dovrebbe applicarsi anche ai dirigenti di quelle Repubbliche ex sovietiche, come l’Ucraina, che ac­cusano Mosca di aver commesso, ai tempi sovietici, crimini contro di lo­ro. «In questo modo – afferma Shojgù – i presidenti di alcuni Paesi che ne­gano il nostro eroismo non potreb­bero impunemente entrare nei no­stri confini».

In base al progetto Shojgù, coloro che «falsificano la sto­ria a danno della Russia» sarebbero punibili con pene da 3 a 5 anni di carcere. In particolare, la condanna a 3 anni potrà toccare a coloro che affermassero che l’Urss durante la guerra commise crimini contro l’u­manità: vietato quindi, per esempio, parlare delle fosse di Katyn. Paradossalmente, un primo tentati­vo si ristabilire la ‘verità storica’ si è manifestato nell’accusa alla Polonia (poco amata dall’ufficialità russa) di aver provocato la Seconda guerra mondiale e nella giustificazione del­la Germania nazista. Il 4 giugno, sul sito del ministero della Difesa russo, è apparso un articolo dello storico militare Sergej Kovaljov, il quale scri­veva: «Tutti sanno che la guerra in­cominciò per il rifiuto della Polonia di soddisfare le pretese tedesche. Ma è meno noto che cosa Hitler chiede­va a Varsavia. Le richieste della Ger­mania erano molto moderate: in­cludere la città libera di Danzica nel Terzo Reich, permettere la costru­zione di una strada e una ferrovia ex­traterritoriali che unissero la Prussia Orientale con il resto della Germa­nia ». Secondo l’autore, «è difficile considerare queste richieste infon­date », poiché «l’enorme maggioran­za degli abitanti di Danzica, strap­pati alla Germania dal trattato di pa­ce di Versailles, era costituito da te­deschi che sinceramente desidera­vano riunirsi con la loro patria sto­rica ». La pubblicazione di questo articolo ha suscitato proteste della stampa ‘liberale’, in particolare Vremja No­vostej e The New Times. Vremja No­vostej ha commentato: «Il tentativo di giustificare Hitler si coniuga feli­cemente con i recenti tentativi di proclamare Stalin ‘un efficiente ma­nager’. Adesso il ministero della Di­fesa è pronto a considerare ‘un effi­ciente manager’ anche Adolf Hitler: in fondo i Paesi dell’Europa orienta­le da lui occupati avevano il torto di trovarsi sulla sua strada». In seguito a questa levata di scudi, il ministero ha deciso di rimuovere dal sito l’ar­ticolo ‘incriminato’ e il portavoce Aleksandr Drobyshevskij ha sottoli­neato che si trattava solo di «una pro­posta di discussione».

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