Il “libro nero” degli inglesi






La copertina del libro di Riccardo Michelucci - Storia del conflitto anglo-irlandese

La copertina del libro di Riccardo Michelucci - Storia del conflitto anglo-irlandese

Pubblichiamo l’interessante articolo uscito ieri su “Avvenire” che riporta alcuni passaggi del volume di Riccardo Michelucci Storia del conflitto anglo-irlandese, pubblicato da Odoya editrice e disponibile in libreria dal 2 luglio. Il volume, che ha una prefazione di Giulio Giorello, ripercorre le varie fasi storiche del conflitto anglo-irlandese dal XII secolo fino allo sbarco delle truppe inglesi nel 1969.


Oltre a ricostruire le tappe del percorso storico del conflitto, Michelucci tiene gli occhi ben puntati sugli aspetti culturali dello scontro, affrontando il nodo problematico della creazione dello stereotipo del “nemico”, identificato come “barbaro” , da sconfiggere ed educare, e come “inferiore” da deridere e disprezzare. Michelucci coniuga il livello della storia politico-militare del conflitto a quello della storia culturale-sociale della creazione di stereotipi persecutori e del loro radicamento nella cultura nazionale.

Irlanda, il «libro nero» degli inglesi

La storia dell’umanità ha cono­sciuto innumerevoli genocidi, non si contano i popoli e le et­nie sottoposte a stermini, deporta­zioni ed epocali tragedie, ma forse quello dell’Irlanda rappresenta il caso esemplarmente unico di un paese soggiogato, sfruttato e affa­mato da una potenza coloniale che per secoli ne ha schiavizzato, de­portato e ucciso la popolazione con scientifica regolarità. Fin dall’età tardomedievale gli irlandesi hanno cercato di difendere il loro territo­rio elevando lo scontro con l’occu­pante inglese fino a livelli di estre­ma intensità e consentendo alla propaganda nemica di costruire e alimentare il primo dei grandi miti che caratterizzano da sempre il rap­porto tra inglesi e irlandesi: che questi ultimi fossero dei barbari sanguinari, indisciplinati e guer­rafondai che potevano essere ‘e­ducati’ soltanto usando le manie­re forti.

La rappresentazione del na­tivo irlandese nelle fattezze di un bruto, con tratti quasi animaleschi, appare molto presto nell’iconogra­fia medievale e attraverso un per­corso evolutivo contribuisce nel corso dei secoli alla nascita e allo sviluppo di un razzismo anti-irlan­dese che sopravvive ancora oggi in Gran Bretagna. E proprio questa immagine ha contribuito in modo determinante a nascondere la realtà di un colonialismo spietato con­sentendo alla classe dirigente in­glese di giustificare il proprio ope­rato nella vicina isola.

La missione ‘civilizzatrice’ di Oli­ver Cromwell, che alla metà del X­VII secolo sbarcò in Irlanda per da­re una lezione ai nativi «barbari e assetati di sangue» e la decisione del governo di Londra di inviare, nell’agosto 1969, migliaia di solda­ti nel nord Irlanda, ultimo, micro­scopico relitto dell’Impero i cui a­bitanti chiedevano uguaglianza e pari opportunità come i neri d’A­merica, rappresentano due stelle polari che – seppur separate da tre secoli di storia – spiegano con estrema chiarezza i sentimenti degli inglesi nei confronti delle popola­zioni dell’isola vicina.

Tuttavia il di­sprezzo successivamente trasfor­mato in vero e proprio razzismo nei confronti della presunta inferiorità degli irlandesi, affonda le proprie radici molti secoli prima dell’epo­ca di Cromwell e costituisce l’alibi della plurisecolare esperienza co­loniale. È possibile individuare un ipotetico punto di partenza nel lon­tano XII secolo, in epoca norman­na, quando ancora né l’Inghilterra né tanto meno l’Irlanda rappresen­tavano entità statuali compiute in senso moderno.

Ma la fase di non ritorno, l’incancrenimento defini­tivo di una storia destinata ad arri­vare tristemente fino ai giorni no­stri può essere invece individuata alcuni secoli più tardi, all’inizio del­l’era elisabettiana, quando le plan­tation di coloni inglesi e scozzesi sul suolo irlandese avrebbero creato le condizioni per la nascita di un’i­dentità protestante all’interno di un paese fino ad allora totalmente cat­tolico. Il periodo della riforma an­glicana coincide con una svolta de­cisiva nella politica inglese in Irlan­da non solo perché da quel mo­mento in poi il papato non sarà più alleato della Corona, ma anche per­ché nascerà quell’identificazione tra religione cattolica e cultura gae­lica destinata a introdurre il perni­cioso e fuorviante elemento reli­gioso nella lotta politica. In Irlanda le divergenze confessio­nali appaiono tuttavia la conse­guenza – più che la causa – del di­segno egemonico inglese e per que­sto la definizione di ‘guerra di reli­gione’ appare inadeguata non sol­tanto oggi, ma anche nelle prece­denti fasi storiche del conflitto.

Non è d’altra parte casuale che i primi sedici re inglesi che si impegnaro­no nella conquista dell’Irlanda fos­sero cattolici. A partire dal­l’Alto Medioevo, l’intero svi­luppo storico dell’Irlanda è stato condizionato dalla violenta ingerenza del po­tente vicino. Per questo mo­tivo non è corretto afferma­re l’esistenza di una ‘que­stione irlandese’ ma più propriamente di una tragi­ca e interminabile ‘que­stione anglo-irlandese’.

Quando i soldati di Sua Maestà sbarcarono in Irlanda nel 1969 al­l’alba della nuova, cruenta fase del conflitto, la popolazione inglese e­ra davvero convinta che dietro l’in­tervento di Londra non vi fosse al­cun interesse se non quello di ri­stabilire la pace tra la comunità cat­tolico-nazionalista e quella unioni­sta-protestante. I fatti avrebbero poi dimostrato una realtà ben diversa e le persecuzioni, le torture, le ucci­sioni sommarie di uomini, donne e bambini irlandesi compiute dai sol­dati e dalle forze speciali inglesi in quegli anni e nei successivi dimo­strarono non solo che la ‘delega in bianco’ consegnata secoli prima ai coloni non bastava più a controlla­re la turbolenta provincia dell’(ex) Impero, ma anche che il razzismo anti-irlandese insito nel­la cultura inglese aveva spinto i sol­dati di Sua Maestà a macchiarsi di delitti che mai e poi mai avrebbero potuto o voluto compiere a casa lo­ro.

I paracadutisti inglesi che spa­rano su un corteo per i diritti civili a Derry, le forze speciali che ucci­dono i bambini sparando proietti­li di plastica nelle strade o i soldati che freddano alle spalle un ragazzo disarmato dopo avergli controllato i documenti dimostrano essenzial­mente due cose: la certezza del­l’impunità, cioè la garanzia di non dover essere chiamati a rispondere delle proprie colpe, e soprattutto il profondo disprezzo per un popolo considerato ‘inferiore’ e dunque da educare e da sottomettere, se non addirittura da annientare. Tut­to ciò è accaduto con l’assenso, più o meno tacito, dell’opinione pub­blica britannica. In molte occasio­ni soltanto pronunciare la parola ‘irlandese’ può suscitare risate o essere usata per definire comune­mente comportamenti illogici e in­comprensibili. Ancora oggi si trat­ta di innocue espressioni di ilarità che, spesso inconsapevolmente, so­no il retaggio e il rifugio di secoli di violenza e distruzione.

Riccardo Michelucci

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