Stonewall Inn era il nome di un gay bar del Greenwich Village di New York, un postaccio gestito dalla mafia, dove con tre dollari si poteva ballare tra uomini o tra donne, bevendo drink annacquati a poco prezzo. Come gli altri locali gay era soggetto a periodici raid della polizia che metteva tutti i presenti al muro, li identificava e arrestava i più eccentrici di loro: le drag queen. Fino alla notte tra il 27 e il 28 giugno del 1969, “questi raid erano visti come la grandine: qualcosa di inevitabile. Da sopportare stoicamente”, scrive Ferdinando Cotugno sul Riformista.
Quella notte tutto cambiò, senza un motivo apparente. Una spiegazione sta nella dinamica degli eventi: fu probabilmente la lentezza dei poliziotti a portare via gli arrestati e l’alcol sequestrato (la legge alla base di questi raid vietava infatti di servire alcolici in situazioni che potessero generare una «condotta disordinata») a dare il tempo ai presenti, ai passanti, a chiunque fosse nei paraggi, di capire che «ne avevano abbastanza, di tutto quello schifo», come spiegò Michael Fader, uno dei protagonisti della rivolta. All’improvviso, i sei poliziotti che avevano condotto l’operazione si trovarono circondati da duecento, trecento e poi seicento persone del quartiere. Qualcuno intonò «We shall overcome» (“prevarremo noi”), c’era chi urlava, finalmente, «Gay Power». Poi si diffuse la voce che la polizia stava arrestando tutti a causa di una tangente non pagata. «Diamogliela noi, la mazzetta», cominciarono ad urlare quelli che erano stati cacciati dal bar. E giù di monetine, e dalle monete si passò alle bottiglie, e dalle bottiglie all’assalto del cellulare della polizia. […]Dalla centrale arrivarono i soccorsi per le forze dell’ordine: la Tactical Police Force, artiglieria pesante. Alle quattro di quel mattino, la rivolta era stata sedata. Tredici arresti, quattro feriti. Ma l’impatto andò molto al di là di questi numeri. «C’era elettricità nell’aria», voglia di ribellarsi ancora. La sera del 28 giugno, molta più gente si trovò allo Stonewall Inn. Si aggregarono gli studenti politicizzati della Columbia University, le Black Panter, tutti quelli che avevano letto della rivolta sul New York Times, o sul Post, o ne avevano saputo dal passaparola cittadino. Ancora provocazioni, ancora incendi, ancora rivolte, ancora la cariche della Tactical Police Force. […] Dopo altri tre giorni di moti, i rivoltosi si riunirono nel Gay Liberation Front, che mutuò parole d’ordine e metodi organizzativi dalla New Left e dalle Black Panther.
Fu una rivoluzione per il movimento gay occidentale sino ad allora plasmato dall’omofilia della Mattachine Society (1951), la quale perseguiva una politica assimilazionista di basso profilo che partiva dal presupposto che per essere accettati bisognava ridurre al minimo la propria diversità, limitandola all’attività strettamente sessuale. Con il GLF si passò invece ad una linea rivoluzionaria che voleva rovesciare l’ordine “eterosessista” dominante, come veniva espresso nei suoi manifesti:
[…] pretendere di essere etero socialmente è probabilmente il più dannoso modo di comportarsi nel ghetto […] Gran parte della nostra oppressione finirebbe se noi smettessimo di denigrare noi stessi e il nostro orgoglio.
Conseguenza di questo atteggiamento fu la celebrazione del primo Gay Pride il 28 giugno 1970 a New York in memoria dei moti di Stonewall. La marcia si propone di promuovere, attraverso la visibilità e l’azione unitaria, la lotta per l’uguaglianza. Dopo essersi diffuso nelle maggiori città nordamericane e, dal 1992, anche in Europa con la nascita a Londra dell’Europride, il 2 luglio 1994 viene organizzato anche il primo Pride nazionale italiano a Roma, dove scendono in piazza 10.000 persone. La manifestazione rivela il radicamento del movimento gay italiano in vent’anni di attività, ma anche che la visibilità gay è ancora un obiettivo politico piuttosto che una realtà sociale di massa. Il Pride italiano sarà unitario per altri due anni, ma nel 1997 le rivalità tra Arcigay e le altre associazioni portano all’indizione di due Pride: uno a Roma e uno a Venezia. La capitale sarà teatro dei successivi Pride in preparazione del World Pride del 2000 che, coinvolgendo centinaia di migliaia di persone, rappresenterà una svolta nella percezione del paese su questo tema.
Ma la strada che porta a questa svolta è stata lunga e faticosa in Italia. La prima organizzazione gay italiana nasce nel 1971 e prende il nome di Fuori!, Fronte unitario omosessuale rivoluzionario italiano. Contemporaneamente Massimo Consoli scrive il suo Manifesto per la rivoluzione morale (20 novembre 1971). La rivoluzione di cui si parla è sessuale, culturale e sociale, non propriamente politica, anche se strettamente legata alla critica delle strutture socio-economiche capitaliste e borghesi.
L’unica sponda politica che il movimento trova, è quella del Partito radicale che offriva costantemente le sue sedi al Fuori e a tutti gli omosessuali che volevano fare politica. Quasi assoluto è invece l’ostracismo della sinistra rivoluzionaria, per non parlare del PCI. Di conseguenza Angelo Pezzana decide di puntare su un più stretto rapporto politico e organizzativo con il partito di Pannella. In questo modo si tenta di attenuare il separatismo e il rivoluzionarismo, nonché di scongiurare l’isolamento dei militanti omosessuali. In prospettiva si pensa anche a rafforzare la struttura dell’associazione in modo da offrire più ampi servizi alla comunità. Nel 1974 un congresso straordinario approva così il rapporto federativo con i radicali dando però luogo alla scissione del gruppo di Milano che dà a sua volta vita ai COM (Collettivi omosessuali milanesi), i quali scelgono come interlocutori privilegiati i gruppi della sinistra extraparlamentare che si stavano lentamente aprendo a queste tematiche.
Il 1977 è segnato da un’imponente ondata di rivolte giovanili che contestavano la strategia dell’unità nazionale scelta dal PCI. E’ da questa esperienza che nascono i Collettivi omosessuali autonomi, i quali ribadiscono l’indipendenza dai partiti, ma dichiarano la loro azione “parte integrante della lotta più generale del proletariato contro lo sfruttamento borghese”. Dovranno passare ancora alcuni anni prima che si smetta di considerare altre categorie politiche come superiori alla questione omosessuale. La bibbia dei collettivi era il saggio teorico di Mario Mieli, Elementi di critica omosessuale, che inseriva la lotta omosessuale all’interno di un progetto comunista.
Tra il 19 e il 25 giugno 1978 viene organizzata a Torino la prima settimana italiana dell’orgoglio gay esplicitamente collegata alle celebrazioni internazionali del gay pride. L’iniziativa, che non prevede una marcia, è bicefala e si divide tra il sesto congresso del Fuori e la prima settimana del film omosessuale, antenata del festival del cinema gay lesbico che sarebbe nato, sempre in riva al Po, nel 1985.
L’associazione che segna il panorama politico gay ancora oggi nasce nel 1980 sull’onda di un fatto di cronaca nera: il 2 novembre 1980 i cadaveri di due ragazzi vengono trovati mano nella mano a Giarre, in provincia di Catania. La morte di una coppia gay ebbe un enorme risalto sulla stampa nazionale e indusse Marco Bisceglia, prete cattolico del dissenso sospeso a divinis, a fondare nel dicembre dello stesso anno a Palermo l’Arcigay. L’associazione, vicina al PCI, assume dimensioni nazionali nel 1985 sotto la guida di Beppe Ramina e Franco Grillini, riunendo tutti i gruppi omosessuali italiani con l’unica eccezione del Circolo Mario Mieli di Roma, nato nel 1983. Al centro dell’associazione vi era naturalmente la lotta all’HIV e all’AIDS che stava falcidiando la comunità omosessuale italiana. Oltre a questo si iniziava però a chiedere anche una legge contro le discriminazioni e una sulle coppie gay e lesbiche.
Si dovrà attendere fino agli anni ’90 perché alcuni esponenti del movimento riescano ad entrare nelle istituzioni: nel 1990 Paolo Hutter, Franco Grillini, Beppe Ramina, Angelo Pezzana, Enzo Cucco e Flavio Arditi s’insediano nelle amministrazioni locali, mentre nel 1992, Nichi Vendola diverrà il primo parlamentare italiano dichiaratamente gay.
L’auspicio che Angelo Pezzana aveva fatto nel 1974 affinché gli omosessuali confluissero nei partiti nei quali si riconoscevano per creare un movimento di liberazione omosessuale troverà infine la sua realizzazione più inimmaginabile nel 1997, quando Enrico Oliari, Alessandro Gobetti, Marco Jouvenal e Marco Volante fondano GayLib, l’associazione nazionale dei gay liberaldemocratici e di centro destra attorno alla quale si riunisce la comunità gay vicina a Forza Italia e ad Alleanza Nazionale.
Per approfondire:
Altman D., Omosessuale, oppressione e liberazione, Roma, Arcana, 1974
Consoli M., Bandiera gay. Storia del movimento gay attraverso l’Archivio Massimo Consoli (dal 17 novembre 1969 al 17 novembre 1999), Roma, Fabio Croce, 1999
Consoli M., Independence gay. Alle origini del gay pride, Massari, 2000
Consoli M., Stonewall. Quando la rivoluzione è gay, Roma, Napoleone, 1990
Cristallo M., Uscir fuori. Dieci anni di lotte omosessuali in Italia: 1971/1981, Milano, Teti, 1996
Finch N., Stonewall, 1995 (Film)
Fraquelli M., Omosessuali di destra, Milano, Rubbettino, 2007
Gay gay. Storia e coscienza omosessuale, Milano, Salamandra, la, 1976
Genere e mascolinità, a cura di S. Bellassai e M. Malatesta, Bulzoni editore, Roma, 2000
Grillini F., Maragnani L., Ecce omo. 25 anni di rivoluzione gentile, Milano, Rizzoli, 2008
Ha più diritti Sodoma di Marx? Il Cassero 1977-1982, a cura di B. Ramina, “Quaderni di critica omosessuale”, n. 10, giugno 1994
Pezzana A., Dentro & Fuori. Una autobiografia omosessuale, Milano, Sperling & kupfer, 1996
Rossi Barilli G., Il Movimento gay in Italia, Milano, Feltrinelli, 1999
Slim (pseud. E. Marzicola), Roma World Pride 2000. Le immagini, Sora (Fr), Arti grafiche Pasquarelli, 2005
Trento D., Storiella omosessuale, Milano, Squi/libri, 1977








