Come già altri post hanno dimostrato, stiamo entrando nel vivo delle celebrazioni per i centocinquant’anni dell’unità d’Italia e cominciano a moltiplicarsi gli articoli commemorativi e le relative interpretazioni storiche dei fatti che hanno dato forma unitaria alla penisola. Particolarmente attivo si presenta l’«Avvenire» che, il 14 giugno 2009, pubblica un articolo di Franco Cardini – storico medievista già iscritto al MSI che nel suo sito si definisce “cattolico, tradizionalista, uomo d’ordine e di forte senso dello Stato” – sulla seconda guerra d’indipendenza. L’autore si rammarica per l’esito che il biennio 1859-60 ebbe per quanto riguarda i rapporti con la Chiesa e l’assetto unitario dello Stato frutto delle ambizioni espansionistiche sabaude e del neogiacobinismo mazzinian-garibaldino. In questa luce anche Cavour viene presentato, assai scorrettamente, come un antesignano di Mussolini nell’impegnare il Regno di Sardegna nella guerra di Crimea solo per avere qualche morto da far pesare sul tavolo delle trattative. Insomma ammantando il suo ragionamento di un peloso umanitarismo Cardini dipinge la seconda guerra d’indipendenza come una “storia di schermaglie diplomatiche e di egemonie internazionali” a danno dei popoli “gettati nel macello dei campi di battaglia”.
Se questa sarà la linea che la CEI terrà nei confronti delle celebrazioni per i 150 anni dell’unità d’Italia si può prevedere un ritorno all’atteggiamento altamente polemico che i cattolici tennero in occasione del giubileo del 1911 quando non riconoscevano affatto nello stato monarchico la loro patria. I gesuiti de “La Civiltà Cattolica” parlarono allora delle “chiassate del cinquantenario” come di una “montatura massonica” che aveva come unico significato di “far dispetto alla Religione, alla Chiesa, al Papa Vicario di Cristo”[1]. Il Vaticano riprendeva così il processo allo Stato italiano, dichiarando che l’opera dei fondatori e dei dirigenti dell’Italia unitaria era un “vergognoso fallimento”[2]. Se il tema del “dispetto” e quello del “fallimento” sono riscontrabili già in questo articolo, va notato che – mentre oggi il ragionamento ruota intorno al perno dell’umanitarismo – nel 1911 l’argomento polemico più forte era il richiamo a un patriottismo cattolico che più validamente di quello liberale avrebbe potuto assicurare la grandezza dell’Italia. Nei “lunghi secoli di storia italiana […] le glorie e le grandezze dell’Italia andarono costantemente congiunte e associate alle sorti del Papato”[3].
Queste differenze non appannano certo le assonanze tra i discorsi rievocativi dei cattolici ad un secolo di distanza sollevando interrogativi sull’odierno rapporto tra Stato e Chiesa. Le convergenze risultano ancora più marcate se le confrontiamo con l’atteggiamento tenuto dai cattolici durante il centenario del 1961. L’unificazione d’Italia veniva presentata – con l’autorevole avvallo di Giovanni XXIII – come la realizzazione di un disegno divino che si era compiuto con la riconciliazione dello Stato con la Chiesa cattolica e, in ultima istanza, con l’affidamento del potere ad un partito che aveva nella Chiesa la sua patria ideale. L’intransigente opposizione cattolica allo Stato unitario fu del tutto obliata. In un discorso papale fatto in occasione della visita del presidente del Consiglio Fanfani, Pio IX divenne “astro benefico e segno luminoso” dell’ideale unitario da lui colto nella sua “significazione più nobile”[4] e realizzatosi dopo la firma dei Patti lateranensi. La stampa cattolica e democristiana proposero un’interpretazione del movimento nazionale per la quale i protagonisti principali dell’unità italiana non erano stati i patrioti laici, liberali e democratici, bensì la Chiesa e i cattolici, “non solo non ostili né estranei, ma entusiasticamente partecipi e quasi vessilliferi del grande movimento”[5].
Ma fu vero Risorgimento?
Nel 1859 le vittorie sugli austriaci furono sanguinose e inconcludenti. La seconda guerra d’indipendenza non fu così gloriosa: dietro le quinte si svolgeva una guerra diplomatica che vide Cavour alleato prima con la Francia e poi con l’Inghilterra ai danni soprattutto della Chiesa.
Centocinquant’anni fa. Una cavalcata di gloria. La cronaca di quei giorni, le effemeridi delle battaglie e delle vittorie, ripercorse sui libri di storia mozzano il fiato. Dopo che il 10 gennaio del 1859 Vittorio Emanuele II aveva pronunziato in pieno parlamento piemontese il celebre discorso del ‘grido di dolore’ che da tutta l’Italia oppressa giungeva sino a lui e dopo l’ultimatum austriaco inviato il 23 aprile al regno di Sardegna, le truppe imperiali asburgiche invadevano il Piemonte ai primi di maggio, ma il generale Giulay era costretto ad arrestarsi dinanzi al Vercellese e alla Lomellina allagati. Da Parigi l’imperatore Napoleone III, fedele ai patti col Cavour, accorreva alla testa delle sue truppe per guidarle insieme con l’alleato sabaudo. I franco-piemontesi vincevano a Montebello il 20 maggio, presso Pavia; il 23 Giuseppe Garibaldi con i suoi ‘cacciatori delle Alpi’ varcava il Ticino a Sesto Calende per impegnarsi nella battaglia di San Fermo nel Comasco; fra il 30 e il 31 i piemontesi battevano gli austriaci a Palestro, ancora nel Pavese; il 4 giugno i francopiemontesi alle testa dei quali era il generale Patrice de Mac-Mahon trionfarono nella grande battaglia di Magenta, fra Novara e Milano.
Quella vittoria apriva la strada verso la capitale del Lombardo-Veneto, dove l’imperatore dei francesi e il re di Piemonte entravano difatti in trionfo quattro giorni dopo. A quel punto, a circa un mese dall’inizio delle ostilità, l’inaspettata débacle dell’armata austriaca, costretta a una precipitosa ritirata, provocava quasi una crisi di governo e induceva il ventinovenne imperatore d’Austria Francesco Giuseppe ad assumere il diretto comando delle operazioni. Ma il 23 e il 24 giugno, tra Solferino e San Martino sulla sponda meridionale del Garda, alla presenza dei tre sovrani sui campi di battaglia, i francopiemontesi umiliarono ancora una volta gli austriaci. Questa la storia. O meglio, una parte di essa: quella che si continua ufficialmente a ricordare. E che lascia in ombra altri aspetti di quei tumultuosi anni di trattative diplomatiche e di vicende militari che segnarono il febbrile biennio 1859-60, decisivo per il processo di unificazione nazionale e per la nascita dello Stato unitario italiano. Un biennio che ci apprestiamo a celebrare in pompa magna e con molta retorica.
Ora, la Seconda Guerra d’Indipendenza e dintorni non furono in realtà una pagina granché gloriosa, specie per quel che riguarda i rapporti con la Chiesa; e la soluzione unitaria dell’assetto italiano, che ormai a detta di (quasi) tutti si è rivelata una scelta inadeguata per il Paese, fu una soluzione imposta dal convergere delle ambizioni espansioniste sabaude e del neogiacobinismo mazzinianogaribaldino con la spolveratura ‘democratica’ di plebisciti dominati dalla violenza e dall’intimidazione. Io credo che, al riguardo, un po’ di sano revisionismo sarebbe salutare. Intanto, per inserire quegli eventi in un contesto più ampio e preciso, si dovrebbe parlare di guerra franco-austriaca e riconoscere che essa non venne affatto ‘necessariamente’ determinata da ‘grida di dolore’ di sorta, che altro non erano se non quelle dei propagandisti mazziniani e garibaldini finanziati dal Piemonte e non certo maggioritari nella penisola. Essi, riuniti nella Società nazionale, avevano sin dall’anno prima rinunziato alla pregiudiziale repubblicana pur di giungere a un’unità nazionale egemonizzata dal Piemonte per legittimare la quale, nel ’56, il primo ministro piemontese Cavour aveva partecipato nel M ’54-’56 alla guerra di Crimea, episodio bellico che in alcun modo riguardava il suo paese ma che consentì di proporre a livello internazionale la ‘questione italiana’. I soliti «pochi morti da gettar sul piatto della bilancia» per sedere al tavolo dei vincitori, come cavourianamente e cinicamente si sarebbe espresso nel ’40 Benito Mussolini prima di entrar in guerra al fianco con la Germania. Ma il cinismo di Mussolini fu punito.
A Cavour invece andò bene. Il 21 luglio del 1858, durante il convegno segreto di Plombières, si decise che la Francia sarebbe entrata in guerra al fianco del Piemonte in caso di aggressione austriaca. Alla fine del conflitto, l’assetto dell’Italia avrebbe dovuto organizzarsi in tre regni: uno settentrionale a Vittorio Emanuele II, uno centrale a Gerolamo Bonaparte cugino dell’imperatore, quello pontificio, e uno meridionale da destinare eventualmente a Luciano Murat. Napoleone III puntava non solo a farsi riconoscere, quale sontuoso pourboire, la cessione del Piemonte di Nizza e della Savoia, ma soprattutto a ridurre l’Italia a una costellazione di stati sotto l’egemonia francese. a la condizione formale era che l’Austria doveva dichiarar guerra al Piemonte. Non fu troppo difficile. Una serie ben congegnata di provocazioni sotto forma di ‘spontanei moti popolari’ dietro le quali era facile riconoscere istigazione e finanziamento cavouriani indussero il governo austriaco a cadere nel tranello e a imporre al Piemonte quell’ultimatum del 23 aprile che consentì agli aggressori effettivi di far la parte delle vittime. Solo che l’opinione pubblica francese non era granché soddisfatta di quell’impresa militare contro un paese, l’Austria, fino ad allora in costanti buoni rapporti con l’impero.
Soprattutto i cattolici e l’imperatrice Eugenia erano inquieti per l’insicurezza che tutto ciò avrebbe determinato a danno dello Stato della Chiesa. Inoltre, le battaglie – soprattutto Solferino e San Martino furono particolarmente sanguinose ma in fondo inconcludenti: gli austriaci si erano attestati nell’imprendibile Quadrilatero (le formidabili piazzeforti di Verona, Legnago, Mantova e Peschiera), praticamente imprendibili. Napoleone non ce la faceva più a resistere alle critiche che gli provenivano dal suo paese e i piemontesi, da soli, non avrebbero mai sfondato. Infine, la commedia della malafede tra le diplomazie di Parigi e di Torino giunse a un esito finale allorché il Piemonte, sentendosi abbandonato dalla Francia, dette una spallata alle speranze napoleoniche di egemonia sulla penisola e imboccò la strada della costruzione del regno unitario cavalcando la demagogia di mazziniani e di garibaldini e sostituendo all’appoggio francese quello inglese. Sua Maestà britannica aveva difatti grossi interessi commerciali e navali in Italia meridionale, specie in Sicilia, collegati con l’asse del controllo strategico mediterraneo garantito dalle piazzeforti di Gibilterra e di Malta (colonia britannica dal 1814) che le garantiva il collegamento con un paese formalmente ancor soggetto al sultano turco ma di fatto ormai semicolonia inglese, l’Egitto. Ove si stava aprendo un nuovo teatro di contesa tra i due ‘alleati-avversari’ nella corsa all’imperialismo coloniale, la Francia e l’Inghilterra: l’avvìo della costruzione del canale di Suez, che avrebbe promosso i porti italiani in prima linea sulle rotte verso l’India e l’Asia sud-orientale.
La posta era alta, l’alleanza con il giovane regno d’Italia importante. Ma che, per piacere, non si continui ancora a far della retorica risorgimentale su questa storia di schermaglie diplomatiche e di egemonie internazionali a far le spese della quale, una volta di più, erano i popoli gettati nel macello dei campi di battaglia.
Franco Cardini
[1] Le commemorazioni patriottiche del 1911, in “La Civiltà Cattolica”, vol. 2, 1911, cit. in E. Gentile, La Grande Italia, Mondadori, Milano, 1997, p. 61.
[2] Un anno di lutto, in “La Civiltà Cattolica”, vol. 1, 1911, cit. in E. Gentile, La Grande Italia, cit., p. 61.
[3] 27 marzo 1861 – 27 marzo 1911, in “L’Osservatore Romano”, 28 marzo 1911, cit. in E. Gentile, La Grande Italia, cit., p. 62.
[4] Le celebrazioni del primo centenario dell’unità d’Italia, Torino, 1961, cit. in E. Gentile, La Grande Italia, cit., pp. 358-359.
[5] Sigma, Lezione di umiltà e di fiducia, in “Studium”, aprile 1961, cit. in E. Gentile, La Grande Italia, cit., p. 360.







