Ritorna il caso Montesi






Wilma Montesi

Wilma Montesi

Il mese di luglio è iniziato con il ritorno sulle pagine dei quotidiani del “delitto Montesi”. La memoria del delitto e ancora di più dello “scandalo” Montesi è stata ancora una volta richiamata per abbozzare un parallelo con l’esplodere del “sexgate” che vede coinvolto l’attuale presidente del consiglio.

Il primo luglio “Il Riformista” ha infatti pubblicato un’intervista di Stefano Cappellini a Pietro Ingrao, prestigioso esponente della sinistra italiana, autore, all’epoca del caso Montesi, (1953-’54),  di un famoso editoriale uscito sull’Unità, di cui era direttore, il 7 febbraio 1954, che aveva fatto irrompere sulla scena italiana la questione morale.

Il 2 luglio il Corriere risponde con un articolo di Dino Messina, volto ad approfondire il ruolo di Amintore Fanfani avvalendosi dell’opinione dello storico Agostino Giovagnoli.

Aldilà della lettura politica degli articoli è interessante evidenziare alcune suggestioni di valore storico che emergono ancora una volta dalla lettura del caso Montesi. In primo luogo, per rimanere nell’ambito delle culture politiche, la posizione di una sinistra che si erge a giudice morale della politica italiana, veicolando un immaginario del potere, i cui caratteri identificativi sono la corruzione e la degenerazione morale. Degenerazione e corruzione che passano attraverso l’immagine di una figura femminile, vittima principale di questo ambiente, cui è legata da rapporti al di fuori del lecito. E tali illeciti rapporti, simbolo di questa corruzione,  diventano il punto di appiglio per far emergere tutto il torbido sommerso del mondo del potere.

Il caso Montesi era stato il primo caso di cronaca nera a essere acquisito come chiave di lettura non solo della corruzione della classe politica ma della degenerazione dei costumi della nazione intera. La stessa chiave di lettura che la sinistra italiana ha cercato di richiamare anche nelle ultime settimane, forzando l’identificazione tra ciò che avviene nelle stanze del potere e la dimensione quotidiana dei cittadini, appestata anch’essa dallo stesso morbo che contamina i palazzi della politica e che pare diffondersi di strada in strada contaminando l’intera nazione.

È evidente, però, come tale immaginario si connoti e si trasformi nei due momenti storici completamente distanti, inficiando, di fatto, quel messaggio politico che si cerca artificiosamente di trasmettere.

Riportiamo in calce l’intervista di Cappellini per il Riformista e l’articolo di Messina per il Corriere della sera.

Parla Ingrao: «Altro che caso Montesi, le fanciulle di Berlusconi sono vicenda più grave»

Sono passati più di cinquantacinque anni, ma Pietro Ingrao lo ricorda ancora bene l’editoriale in cui la questione morale irruppe ufficialmente sulla scena politica italiana. Perché quell’editoriale lo scrisse lui, il 7 febbraio 1954, sull’Unità di cui era direttore, trasformando le indiscrezioni sul giallo della morte di Wilma Montesi, una fanciulla trovata morta l’anno precedente sulla spiaggia romana di Tor Vajanica, e probabilmente morta durante un festino partecipato da nomi in vista della società d’allora, in un atto d’accusa dell’organo ufficiale del Partito comunista italiano contro il Palazzo e la Democrazia cristiana, partito di maggioranza relativa.
Scrisse Ingrao: «Collegate all’affare Montesi, in una successione drammatica, sono venute le rivelazioni, o almeno le denunce, circa un torbido settore di affari equivoci, di traffici di droga, di corruzione, che sconfinava nel mondo politico ufficiale. E il caso giudiziario si è mutato in una seria “questione morale”. È vano che il partito dominante protesti».
Non c’è che dire: la questione morale, da allora, ha avuto una certa fortuna nel dibattito politico. Ed è inutile girarci intorno: se nel testo del 1954 si sostituisse «affare Montesi» con «sexgate», quello che ha investito Silvio Berlusconi, non ci si stupirebbe a ritrovare l’editoriale, parola per parola, in una rassegna stampa della settimana scorsa. Allora come oggi, pare saltato ogni confine tra pubblico e privato del Potere, tra gossip e propaganda, tra prurigine di massa e diritto all’informazione. Ingrao ha vissuto in prima fila il caso Montesi e da lettore il caso Berlusconi: «E io – dice al Riformista – trovo molto più grave quello che è successo in questi giorni. Una vicenda sessuale brutta e sgradevole, che coinvolge direttamente un leader politico, cosa che non successe all’epoca, e lo coinvolge al massimo livello, dentro casa sua, e non per un fatto di cronaca iniziato su una spiaggia qualunque».
Cosa ricorda del caso Montesi?
Fu una campagna che impegnò molto il giornale, e me personalmente.
Secondo alcune ricostruzioni fu addirittura Palmiro Togliatti a chiederle di informarsi bene sul caso, perché forse era coinvolto il figlio di un importante politico democristiano, il vicepresidente del Consiglio Attilio Piccioni, e il Pci ne poteva trarre vantaggio politico…
Non ricordo la telefonata di Togliatti. Ricordo, questo sì, che parlai con lui del caso, perché la vicenda di questa povera fanciulla, di cui erano usciti solo alcuni frammenti sulla stampa, richiamò subito la nostra attenzione politica quando ci rendemmo conto che ne era invischiato Piero Piccioni, il figlio del potente democristiano. Ma fu più una campagna dell’Unità che del partito. Io poi rimasi colpito dalle prime voci per un’altra ragione, che avevo conosciuto il fratello di Piero.
E come?
Lo avevo incontrato in Toscana, mi pare. Lui era uno studioso della letteratura del Novecento e ne dava una lettura che a me piaceva molto, soprattutto sul filone più caro alla nostra parte, quello ungarettiano e montaliano.
All’inizio la stampa non scrisse nulla delle tante voci di corridoio sulle indagini che puntavano in alto. Poi cominciò una gara a rivelare dettagli sempre più scabrosi e a tirare in ballo nomi pesanti. Da chi le arrivò la soffiata sul coinvolgimento del figlio di Piccioni?
Ricordo nettamente che le prime notizie, le prime spiate sugli ambienti di Capocotta dove si erano svolti i fatti e quindi la spinta a occuparci del caso vennero da Amintore Fanfani e dai fanfaniani. Furono loro a metterci sulla pista, spingendoci a “seguire bene” la cosa. E noi trovammo appoggio negli ambienti del ministero degli Interni, di cui Fanfani era titolare, dove c’era un segugio che ci passava informazioni.
Fanfani era il leader della corrente opposta a quella di Piccioni. Non pensò che l’Unità correva il rischio di prestarsi a un regolamento di conti interno alla Dc? Che c’era una regia dietro lo scandalo o presunto tale?
Fanfani era considerato l’uomo del futuro democristiano. Veniva dalla comunità del Porcellino, con Dossetti e La Pira. Si presentava come più sensibile ad aprire un dialogo coi comunisti.
Nessuno scrupolo nel puntare il dito su persone, che poi risultarono estranee ai fatti, solo sulla base di voci?
Ci gettammo come lupi su questo giallo. Fui assolutamente dominato dalla spinta a mettere sotto accusa il regime dc. Non dimentichiamo cosa erano quegli anni. Noi avevamo preso uno scacco grave nel 1948, che aveva dato spazio a quella parte della Dc più nettamente schierata per una guerra dichiarata con noi. Il ministro dell’Interno Scelba faceva sparare sulle manifestazioni di piazza, tutto sommato con la copertura da parte di De Gasperi. Sono anni di eccidi e di sangue, soprattutto nel Mezzogiorno, in Toscana e in Emilia. Questo era il clima.
E giustificava la messa in stato di pubblica accusa di un giovane solo perché “figlio di”?
Capisco la domanda, ma noi eravamo spinti a sviluppare una controffensiva a quello che era il dilagare della forza e della potenza della Dc. E la singolarità romanzesca del caso Montesi, con quella ragazza ritrovata su quel lembo di spiaggia, si prestava. Un giallo perfetto. Come direttore del giornale tenevo molto alla combinazione della battaglia politica con la narrazione giornalistica. Quindi stare sugli eventi anche di cronaca, associare alle grandi vicende di scontri e accuse col potere democristiano, il racconto della parte “nera”. C’era il gusto di scoprire e montare gli scandali, accusando la Dc non solo sul terreno schietto dell’azione politica ma su quello della corruzione che dal potere veniva nella vicenda politica italiana.
Lei direbbe lo stesso di Berlusconi?
Una premessa. La mia critica a Berlusconi riguarda altre cose, la linea politica e le forze sociali che rappresenta. Ciò detto, non si può passare sopra questa vicenda delle fanciulle.
E se il sexgate fosse un altro frutto avvelenato della lotta politica?
Veramente non mi sembra. Mentre devo ammettere, col senno di poi, che non era successo nulla di particolarmente rilevante nel caso Montesi. Piccioni ministro non aveva nulla a che fare con quella gente lì, e forse anche suo figlio non era coinvolto direttamente. Ciò nonostante Piccioni si dimise, e non è cosa di poco conto.
Gian Carlo Pajetta, altro dirigente del Pci, coniò un neologismo per indicare i protagonisti di questa videnda: i “capocottari”, perché la casa dei misteri del caso Montesi era la tenuta di Capocotta del marchese Ugo Montagna.
Era un modo molto efficace di definire tutto un ceto politico. Di cui peraltro Piccioni non faceva parte. Era figura storica della Dc, schierato nella lotta antifascista, personalità di risonanza europea, non uno dei democristiani tignosi, bensì cauto, riservato. In fondo, scatenavamo quell’attacco per colpire un dirigente che non era un bersaglio naturale, come poteva essere Scelba o uno scelbiano.
In scandali di questo genere si dà molto rilievo all’eco che si produce all’estero.
Colpire la politica di alleanze della Dc, la potenzialità di espansione, era un obiettivo, perché per loro era importante collocarsi in modo forte nello schieramento “americano”.
Un ultima domanda, tornando all’oggi. Giorgio Napolitano – con cui ha condiviso decenni di militanza nel Pci, seppur su fronti interni opposti – ha chiesto una sospensione delle polemiche sul presidente del Consiglio in occasione del G8 dell’Aquila.
Rispetto molto l’opinione del presidente della Repubblica, però ho seri dubbi sulla sua proposta. Che significa sospendere una questione che brucia in questa maniera? Non parlarne più sui giornali? Ma il fatto ci sta, non si può cancellare l’oggettività degli eventi».
Stefano Cappellini

Ingrao, la talpa di Fanfani e il caso Montesi

Dino Messina

«Ricordo nettamente che le prime notizie, le prime spiate sugli ambienti di Capocotta dove si erano svolti i fatti e quindi la spinta a occuparci del caso vennero da Amintore Fanfani e dai fanfaniani. Furono loro a metterci sulla pista, spingendoci a seguire bene la cosa. E noi trovammo appoggio negli ambienti del ministero degli Interni, dove c’era un segugio che ci passava le informazioni».
In un’intervista a Stefano Cappellini, pubblicata ieri dal «Riformista», Pietro Ingrao, leader storico del Pci, rilancia il ruolo svolto da Amintore Fanfani nel caso Montesi, lo scandalo scoppiato tra il 1953 e il 1954 che travolse parte della vecchia guardia dc lasciando mano libera alla corrente fanfaniana di «Iniziativa democratica», vittoriosa al congresso di Napoli del giugno 1954. L’intervista a Ingrao, che all’epoca del caso Montesi era direttore dell’«Unità» (lo fu per dieci anni, dal 1947 al 1957), è giocata sul parallelo con il sexgate che ha coinvolto il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, ma quel riferimento così esplicito a Fanfani, del cui ruolo si è sempre scritto e sussurrato, è questione per storici.
Il primo scandalo dell’Italia repubblicana (Ingrao in un editoriale del 7 febbraio 1954 parlò di «questione morale») partì dal ritrovamento l’11 aprile 1953 del corpo seminudo di una ragazza ventunenne, Wilma Montesi, sulla spiaggia di Torvajanica. Già il 16 aprile il questore di Roma, Ennio Polito, si affrettò a dire che si trattava di una disgrazia: Wilma era morta per un malore in seguito a un pediluvio. Ma il 4 maggio sul «Roma» comparve una corrispondenza di Riccardo Giannini: «Perché la polizia tace sul caso Montesi?». Giannini era il direttore di un giornale di estrema destra, «Il merlo giallo» su cui apparve la vignetta in cui un reggicalze, uno degli indumenti intimi mancanti sul corpo della povera Wilma, veniva portato in questura da alcuni piccioni. Era una pesante allusione al figlio del leader democristiano Attilio Piccioni, il jazzista Piero, destinato a diventare compositore di alcune delle più note colonne sonore di film italiani.
Del caso si parlò poco nei mesi estivi. Venne riaperto, il 6 ottobre, da un giornale minore, «Attualità», diretto da Silvano Muto, un giornalista scomparso di recente. Non a caso, notava maliziosamente Giorgio Galli nella sua “Storia della Dc” pubblicata nel 1978, quando ministro degli Interni era Amintore Fanfani. Muto fu denunciato per calunnie e il 28 gennaio 1954 si presentò davanti ai giudici difeso dall’avvocato comunista Giuseppe Sotgiu. Durante il processo Muto rivelò che nella tenuta di Capocotta, gestita dal marchese Ugo Montagna, si svolgevano festini ai quali partecipavano tra l’altro i figli di alcuni notabili dc, tra cui Piero Piccioni e Alfonso Spataro. Durante una di queste feste, in cui si faceva uso di droghe, Wilma Montesi avrebbe avuto un malore e poi sarebbe stata abbandonata sulla spiaggia di Torvajanica. In questo processo fece la comparsa un altro personaggio che occupò per mesi le cronache con i suoi memoriali, Anna Maria Moneta Caglio, figlia di un notaio milanese che il 9 febbraio, alla vigilia della presentazione del nuovo governo Scelba, annunciò di aver detto tutto a Fanfani.
«In effetti Fanfani sapeva e seguiva con attenzione tutta la vicenda», dice Agostino Giovagnoli, professore di storia all’Università Cattolica di Milano e uno dei curatori dei Diari del leader democristiano aretino che presto usciranno dall’editore Rubbettino. «Verso la fine del 1953 — continua lo studioso — Fanfani annotò di aver ricevuto i memoriali della Moneta Caglio, che poi sarebbero stati resi pubblici soltanto nel marzo dell’anno successivo. In un passo dei Diari del 21 marzo ’54 Fanfani annotò poi che De Gasperi era preoccupato per Scelba, che gli sembrava più al corrente della cosa di quanto dicesse. Il 23 marzo aggiungeva: “Le chiacchiere si moltiplicano ed ormai investono non solo Piccioni e Spataro, direttamente, ma anche Scelba”. E il 25 marzo: “La Caglio ha aggiunto a D’Arcais che Gedda andava spesso da Montagna, nella cui casa si facevano anche riunioni politiche presenti Piccioni, Spataro e Scelba. La Caglio aggiunge che Andreotti aveva rapporti intimi con Montagna, tanto che ci fu una lite con Antonello Galezzi-Lisi, per gelosia; lite a cui era presente la Caglio. E qui mi pare davvero di sognare!».
La vicenda si concluse con le dimissioni il 19 settembre di Attilio Piccioni da ministro degli Esteri, alla vigilia dell’arresto del figlio Piero che dopo un lungo processo fu scagionato anche perché aveva un alibi di ferro: la sera in cui morì Wilma Montesi, Piero si trovava con la fidanzata Alida Valli, circostanza confermata da altri testimoni.
Per Giovagnoli è tuttavia «dubbio che Fanfani fosse il referente diretto di Ingrao». Più probabile, aggiunge Vincenzo Vasile, che al caso Montesi ha dedicato un libro, “La ragazza con il reggicalze”, uscito nel 2005 con «l’Unità», che «il referente di Ingrao al ministero degli Interni fosse lo stesso colonnello dei carabinieri, Umberto Pompei, uomo di fiducia di Fanfani. Tutto il caso Montesi fu percorso dal braccio di ferro tra la polizia che cercava di affossare l’inchiesta e i carabinieri che la rilanciavano».
In realtà, sostiene Alfredo Canavero, biografo di Alcide De Gasperi e studioso della Dc, non è certo che Piccioni, uomo perbene e vecchio esponente dei Popolari sconfitto dai giovani rampanti, si dimise da ministro degli Esteri in seguito allo scandalo: «Piccioni non condivideva l’impostazione data alla soluzione della questione di Trieste». E con ogni probabilità aveva visto con una certa malinconia l’affermarsi al congresso di Napoli del rivale Amintore Fanfani, con la benedizione dello stesso De Gasperi.

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  1. diggita.it - 19 dicembre 2009

    Ritorna il caso Montesi…

    Il mese di luglio è iniziato con il ritorno sulle pagine dei quotidiani del “delitto Montesi”. La memoria del delitto e ancora di più dello “scandalo” Montesi è stata ancora una volta richiamata per abbozzare un parallelo con l’esplodere del “sexgate” …

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