Pubblichiamo un bell’articolo-intervista sul “Mondo” di Pannunzio che ripercorre in maniera accurata il percorso di quello straordinario gruppo di intellettuali di provenienza laica.
Vi confluirono: il gruppo della sinistra liberale che, guidato dallo stesso Pannunzio, aveva lasciato il Pli nel dicembre 1947 quando il partito aveva optato per un accordo con il Partito Monarchico e l’Uomo qualunque; il gruppo di “Democrazia repubblicana” che, guidato da Ugo La Malfa, aveva lasciato il Partito d’Azione quando venne messa in minoranza durante il Congresso del 1946; una componente ex-azionista e socialista nella quale spiccavano i nomi di Aldo Garosci, Leo Valiani, Guido Calogero e Angelo Tasca; il gruppo dei “Radicali del Mezzogiorno” tra cui vi erano Francesco Compagna e Vittorio De Caprariis.
Il periodico ebbe poi tre grandi padri ideali le cui diverse impronte culturali conversero nel settimanale: il liberalismo crociano e quello einaudiano, lo storicismo crociano nonché l’illuminismo, il pragmatismo e il laicismo salveminiani.
Sandro Orlando sottolinea la lontanaza degli “amici del Mondo” dall’idea di intellettuale organico comunista. Ma quel’era il ruolo degli intellettuali per questi “profeti disarmati”? Affidiamoci a Vittorio De Caprariis:
“[…]vi sono nella tradizione del nostro paese due atteggiamenti della cultura innanzi al mondo della politica, sui quali il giudizio è stato dato da un pezzo. Il primo è quello dell’accademia, della cultura che rifugge da ogni impegno civile, di quell’arcadia nella quale, già a giudizio del De Sanctis, si sublimava una crisi due volte secolare della coscienza nazionale italiana. E l’altro è quello, esattamente opposto, della cultura che si espande e vive proprio dell’impegno civile […] Ed è stata questa la strada che nell’Ottocento e nel Novecento ha continuato a percorrere la migliore cultura italiana, quella di coloro che, senza mai far commercio dei valori dell’intelligenza al mercato di un’effimera popolarità, hanno tenuto fede all’impegno civile con la ferma consapevolezza che la cultura è libertà […] La cultura resta fedele a se stessa solo quando pensa la realtà, quando s’impegna a misurarsi con essa, senza fingere di ignorarla e senza umiliarsi a servirla. [...] Itignn ijwtroijti o9jpowjo optojwojtgojwoptjgopw ioitj igjwigjirjtiiwtihtihgoitrtgirt itijwoithgoih ihtrigièwgjj tjgopwgjow… L’intellettuale non rappresenta nulla se non rappresenta l’individuo e la sua libertà, se non mantiene a qualunque costo il principio stesso dell’individualità, il diritto al dubbio e alla critica, il senso del vero e del falso, il rifiuto delle «menzogne inutili». In questo, la sua funzione è eminentemente sociale.
Dal 1955 venne fondata l’associazione degli “amici del Mondo” attraverso la quale si organizzarono dodici convegni nei quali vennero formulate precise proposte politiche su temi specifici, dettagliatamente studiati. L’associazione si basò su di un permanente gruppo di lavoro, costituito da Pannunzio, da Rossi e da Piccardi, che sceglieva i temi da analizzare e dibattere. Scelto il tema, essi formavano un gruppo di lavoro specifico, aggregando esperti dell’argomento che, dopo un adeguata preparazione, avrebbero tenuto il convegno destinato a portare il tema a livello dell’opinione pubblica, coinvolgendo forze politiche, economiche e culturali. L’associazione venne sciolta nel 1962 in seguito alla rottura tra Rossi e Pannunzio, ma i convegni continuarono ad essere organizzati sino al 1964. Tali incontri volevano coinvolgere ed informare l’opinione pubblica su ben precisi problemi che affliggevano l’Italia, ma miravano soprattutto a formulare un programma politico per il centro-sinistra nonché per il Partito radicale nato nel 1955 proprio su iniziativa di questo gruppo di “profeti disarmati”.
Dopo la schiacciante vittoria della DC nel 1948, gli “amici del Mondo” pensarono di rivitalizzare l’area laica con una robusta intesa tra i tre maggiori partiti di riferimento (socialisti non allineati col Pci, laici liberali e repubblicani) che sfociasse in una “terza forza” in grado di riequilibrare la componente laica e quella cattolica nello schieramento governativo e, domani, di costituire una valida alternativa di governo. In questo contesto maturò l’intenzione di Pannunzio e di molti altri collaboratori del “Mondo” di ritornare nel Pli. Quest’idea si poté sviluppare sulla base del congresso liberale che, tenutosi nel 1949 dopo la bruciante sconfitta del 1948, ridimensionò notevolmente i conservatori. Il convegno della cosiddetta “unificazione liberale” si tenne nel dicembre 1951 e venne confermato nelle sue conclusioni dal congresso del 1953. Le elezioni di quell’anno e l’acceso dibattito sulla cosiddetta “legge truffa” crearono però dissidi all’interno della già esigua “terza forza” nonché del PLI. Nell’aprile 1954 il segretario Villabruna che volle l’unificazione, non fu riconfermato e al suo posto venne eletto, con i voti del centro-destra, Giovanni Malagodi. Così la politica di apertura a sinistra auspicata dal “Mondo” trovò il più deciso ostacolo proprio all’interno del Pli. Le polemiche interne diventarono sempre più aspre, finché la sinistra disertò il congresso liberale del dicembre 1955, uscì dal partito e annunciò la nascita di una nuova formazione politica, che assunse la denominazione di Partito radicale (Pr). Scopo del partito era quello di aggregare una “terza forza” in grado di scalfire il monopolio politico della Dc, di sostenere la cultura laica e di contenere l’egemonia intellettuale del Pci, impiantando in Italia un liberalismo riformatore anglosassone e aprendo a un Psi incamminatosi verso prospettive laburiste.
A breve distanza dalle elezioni europee, ci preme ricordare anche che “Il Mondo” di Pannunzio si caratterizzò anche per un deciso europeismo. Si trattò di una scelta essenzialmente etico-politica, culturale, si potrebbe dire di civiltà. Una koinè etica, culturale, fatta – scrisse nel 1958 Vittorio De Caprariis – della “comune fede nei diritti inalienabili della persona umana, nella libertà di coscienza e di parola, nella superiorità delle istituzioni libere e delle dottrine costituzionalistiche fondate sul rispetto di una legge liberamente voluta dal popolo”; principi, valori, ideali che materiano le istituzioni liberaldemocratiche. Solo l’integrazione economica, politica e militare dei paesi democratici dell’Europa occidentale li avrebbe difesi dall’aggressività sovietica e avrebbe aumentato le speranze di liberare i popoli dell’est dal giogo del totalitarismo, ma anche quelli iberici dal franchismo.
L’europeismo etico-politico del “Mondo” implicava l’estensione delle libertà democratico-liberali anche ai paesi nord-africani attraverso la costituzione di legami politici tra le due sponde del Mediterraneo basati su una vasta autonomia politica e il più ampio riconoscimento delle singole individualità nazionali di tutti i partner. Di fronte al processo di decolonizzazione e alla guerra d’Algeria, “gli amici del Mondo” proposero quale unica soluzione razionale quella di una federazione eurafricana. Oltre al vantaggio di garantire la sicurezza e l’indipendenza, anche se non la sovranità, alle due comunità, mussulmana e francese, un potere superiore sia alla Francia sia all’Algeria avrebbe assicurato un contatto, anche culturale, tra Nordafrica e Occidente.
Del resto, gli “Stati uniti d’Europa” non erano un’idea astratta, ma collegata alla battaglia politica in favore di una federazione europea sulla scorta della lezione di Einaudi. Gli autori del “Mondo” aderirono ad una sorta di federalismo moderato. La federazione europea doveva nascere su base razionale per opera di un’élite consapevole, ma coinvolgendo i Parlamenti e, perciò, il popolo da essi rappresentato. Gli “amici del Mondo” condividevano in toto le finalità del Mfe (Movimento federalista europeo) e avrebbero anche preferito l’immediata costituzione di un’autorità sovrastatale attorno ad un nucleo di sovranità ceduto dagli Stati. La moderazione stava però nel metodo. In via Campo Marzio si riteneva indispensabile l’azione dei governi insieme con quella dei Parlamenti e dei popoli e si era disposti ad accettare anche il raggiungimento graduale della federazione attraverso il completamento di unioni settoriali con una più ampia unione politica.
Infine, occorre precisare che l’opzione europeista non fu mai in contraddizione con l’altrettanto convinta adesione all’Alleanza atlantica, intesa – scrisse sempre il De Caprariis – come “il punto di arrivo d’un molteplice ed insieme univoco processo storico, attraverso il quale una comunanza di ideali e di valori si faceva forza cosciente e si concretava in un’istituzione politica”.
Per ulteriori approfondimenti rimandiamo alla bibliografia in calce al nostro post del 3 giugno 2009.
Alle origini del Mondo
Quando Mario Pannunzio fonda nel 1949 il settimanale Il Mondo non ha ancora compiuto 40 anni, ma può vantare un curriculum giornalistico di tutto rispetto: a 21 anni scriveva già recensioni letterarie per Il Saggiatore, rivista di critica e filosofia non allineata al regime; a 23 anni dava vita all’Oggi, all’epoca ancora un piccolo settimanale di rassegne culturali; a 27 anni era con Arrigo Benedetti redattore di Omnibus, il rotocalco di attualità inventato da Leo Longanesi, caposcuola alla fine degli anni Trenta di un nuovo giornalismo fondato sull’alleanza tra lo snobismo e l’opposizione. A 29 anni, poi, veniva chiamato dall’editore di Omnibus (nel frattempo chiuso dal fascismo), Angelo Rizzoli, a dirigere sempre con Benedetti una nuova edizione dell’Oggi, fino alla sua chiusura,avvenuta nel 1942; e a 33 anni, infine, fondava il quotidiano clandestino Risorgimento Liberale. Un giornale che oltre a essere l’organo del partito liberale, un partito «nuovo, giovane e progressivo», come scriveva lo stesso Pannunzio, e cioè lontano dal liberalismo così come era stato concepito prima dell’avvento della dittatura, con le sue posizioni conservatrici a difesa degli «interessi e privilegi costituiti» dell’«alta borghesia, l’alta industria, l’alta finanza», voleva essere il punto di aggregazione di tutti quegli intellettuali «terzisti» che non si riconoscevano né nella destra post fascista e clericale, né nella sinistra comunista.
Una posizione che Pannunzio riuscirà a difendere fino alla virata monarchica del Pli e la conseguente scissione dell’ala sinistra del partito, alla fine del ’47. Costretto a lasciare il timone di Risorgimento Liberale, Pannunzio continuerà la sua battaglia per una terza forza laica e riformista dalle colonne del nuovo settimanale che di lì a poco fonderà, grazie anche all’incontro con Ernesto Rossi e, per suo tramite, con Gaetano Salvemini: Il Mondo appunto.
A Roma, in via Campo Marzio, al piano nobile di un antico palazzo, si ritrovarono così a partire dal ’49, molti dei fuoriusciti che avevano partecipato all’avventura di Risorgimento Liberale: dall’ambasciatore Niccolò Carandini, genero dell’ex direttore ed editore del Corsera, Luigi Alberini (poi estromesso dal fascismo), nonché leader della sinistra liberal, a Leone Cattani, un altro dei fondatori del Pli; dall’avvocato Mario Ferrara, già corrispondente del Secolo XIX alla Conferenza di Pace di Versailles, e collaboratore della Rivoluzione Liberale di Gobetti; al socialista Panfilo Gentile, che dall’Avanti! Diretto da Benito Mussolini era poi passato all’Unità di Salvemini; dall’ex inviato speciale del Corsera, Luigi Barbini jr., al sottosegretario all’Industria nel governo azionista di Ferruccio Parri, Enzo Storoni. Fino allo stesso Benedetto Croce e al governatore di Bankitalia e futuro presidente della Repubblica, Luigi Einaudi.
«La continuità con Risorgimento liberale si riconosceva persino nell’identità delle rubriche. Come le Lettere scarlatte, che si ritrovavano sul Mondo e su Risorgimento Liberale» ha osservato la storica Mirella Serri, in uno studio sui «profeti disarmati» (Corbaccio, 2008), come Salvemini usava chiamare il gruppo di intellettuali raccolti intorno a Pannunzio. Ad accomunare i due giornali era anche, continua la Serri, «la stessa verve antagonista, snob, oppositiva» che aveva contraddistinto già la fronda borghese di Leo Longanesi.
«Quando nacque Il Mondo la cultura laica italiana era debole e divisa», ricorderà molti anni dopo Giovanni Russo: «Il Pci faceva prigionieri gli intellettuali nella concezione gramsciana del rapporto tra partito e cultura» . Dall’innesto dell’antifascismo di Giustizia e Libertà, «aristocratico e illuminista, quindi predestinato alla sconfitta», come lo definisce Eugenio Scalfari, di Rossi e Salvemini, sulla tradizione crociata del liberalismo di sinistra, prese forma l’operazione politica e culturale del Mondo.
E così fin dai primi numeri il giornale di Pannunzio si propose, per riprendere Salvemini, di «veleggiare nel passaggio stretto del terzismo, tra Scilla e Cariddi», e cioè tra Dc e Pci, criticando tanto le scelte della maggioranza che quelle dell’opposizione, e persino gli stessi liberali al governo. «Sì, però Il Mondo aveva fatto una scelta di campo precisa, e stava dalla parte del quadripartito di De Gasperi, della Nato, degli Stati Uniti», puntualizza lo storico ed editorialista del Corriere della Sera Ernesto Galli della Loggia. «D’altronde quella era un’epoca in cui bisognava schierarsi e stare da una parte».
Domanda. Eppure gli attacchi al governo erano costanti,soprattutto al cosiddetto fascismo strisciante di quegli anni, il «fascismo omeopatico di marca Dc», come lo chiamava Salvemini. Lo stesso che denunciava come liberali, repubblicani e socialisti fossero diventati «prigionieri di guerra dei democristi (sic!)» o peggio, «finiti nella grondaia neofascista»…
Risposta. C’era sicuramente un’identità culturale molto lontana dalla Dc. All’interno del Mondo convivevano tradizioni politiche diverse, il liberalismo di Croce, il liberismo di Einaudi, il socialismo di Amendola, il concretismo di Salvemini. Probabilmente Pannunzio avrebbe visto più con favore un governo con Einaudi, ma capiva che un’alleanza con la Dc era irrinunciabile.
D. in effetti poi era lo stesso Salvemini che invitava a votare Dc turandosi il naso. «Possiamo solamente scegliere tra il male, il peggio, il più peggio e il massimo del peggio», scriveva…
R. Sì, e quando si trattò di scegliere, per esempio nel ’53 con la legge-truffa, il gruppo del Mondo si schierò a maggioranza a favore della legge elettorale del ministro democristiano Scelba che introduceva il sistema maggioritario…
D. Insomma, un coacervo di contraddizioni politiche…
R. Ma perché il Mondo fu essenzialmente un progetto culturale più che politico, almeno nei primi anni. Un ritrovo di grandi cervelli, di naufraghi sopravvissuti a un doppio fallimento politico: quello del Partito d’azione e quello del Partito liberale. Il primo si era sciolto, l’altro si era scisso in seguito alla deriva monarchica. C’era qualcuno che simpatizzava con il Partito repubblicano di La Malfa,qualcuno che guardava alle vicende dei socialisti, altri continuavano a sentirsi vicini ai liberali. Ma politicamente erano tutti dei «dispersi», come avrebbe scritto poi Mario Ferrara. Nessuno aveva più una casa politica.
D. Fino a quando non si arrivò alla fondazione del Partito radicale…
R. Dopo i fatti del 1956 e il distacco dei socialisti dal Pci,ci fu una graduale apertura a sinistra. E solo allora nel Mondo iniziò a prendere forma l’ipotesi di un progetto politico.
D. Le varie anime del Mondo, quella antifascista e quella liberaldemocratica, cercarono di convivere ancora per qualche anno, fino alla rottura e all’uscita di Rossi, nel ’62. Sono conflitti che sembrano anticipare di oltre mezzo secolo le lotte a sinistra per l’egemonia all’interno del Pd…
R. Ma no, sono situazioni completamente diverse. Allora c’era un problema di legittimazione a sinistra che oggi non esiste più. Le spaccature nel Pd derivano dalla competizione tra leader e correnti diverse. Oltretutto il Pd ha un problema di compatibilità e coerenza che il gruppo di Pannunzio non conosceva: all’interno del Mondo erano tutti d’accordo nell’essere contro Chiesa, per esempio. Il Mondo è stato un grandissimo organo di dibattito, di riflessione politica e di giornalismo, ma appartiene a un’epoca che si è chiusa per sempre. La guerra fredda è finita,il comunismo pure, e il progetto di una terza forza non è più d’attualità. Eppure sono in molti in Italia a considerarsi gli eredi del Mondo e della tradizione che ha rappresentato. Per carità,una grandissima tradizione. Ma c’è quasi la corsa a sentirsi gli epigoni di Pannunzio. E’ una cultura del «reducismo» per la quale ho una certa diffidenza.
Sandro Orlando, Il Mondo, 26 giugno 2009.








