Libertà della ricerca storica






logo L’associazione Luca Coscioni aderisce alla petizione di Blogstoria per la libertà di ricerca storica. Invitando tutti a sottoscriverla, torniamo sull’argomento della “Commissione per il contrasto dei tentativi di falsificazione della storia a danno degli interessi della Russia” e della circolare Tiškov pubblicando il commento del prof. Alberto Masoero diffuso anche dalla mailing list della SISSCO.

Le parole “falsificazione” e “smascheramento” utilizzate nella circolare qui allegata sono termini squisitamente sovietici. È possibile individuarne un’origine teorica abbastanza precisa nel dibattito epistemologico del marxismo russo pre-rivoluzionario (Plechanov, Bogdanov, Lenin). Qualche storico della cultura russa ricorderebbe però anche l’antinomia tra “vera” e “falsa” fede che caratterizzava le dispute teologiche dello scisma vecchio-credente nella  Chiesa ortodossa, oppure l’importanza dell’autenticità/falsità dei documenti di emancipazione dalla servitù della gleba nei moti popolari ottocenteschi. Nella prosa leniniana “smascheramento” si riferisce in genere allo svelamento dell’autentica “natura di classe”, quindi parziale e interessata, di principi o posizioni politiche apparentemente universali. È superfluo aggiungere che in epoca staliniana il termine assunse una connotazione più sinistra e poliziesca. Nella storiografia dell’epoca sovietica matura questo lessico che finì per riflettere quasi una branca istituzionalizzata del sapere storico, un genere e una specializzazione dedita alla confutazione sistematica della “scienza storica borghese”. Non senza qualche effetto tristemente comico, come la divulgazione delle opere di Braudel affidata a rassegne che, a forza di smascherare, raccontavano bene o male quel che egli aveva scritto.

Tutto ciò sembrava appartenere ad un passato lontano, consegnato politicamente – è il caso di dirlo – alla spazzatura della storia, e ora oggetto soprattutto di studio e di riflessione. Dopo tutto ricorre quest’anno il ventesimo anniversario della caduta del muro di Berlino. Dagli anni ’90 la storiografia russa ha dato prova di una vitalità e produttività straordinarie e oggi semplicemente si fa fatica a seguire tutte le monografie importanti che vengono pubblicate. La rivista che forse meglio simboleggia questo sforzo di fare i conti con il proprio passato si intitola non per caso “Ab Imperio”: interrogarsi con serietà e mente aperta sul duplice passato zarista e sovietico, per comprendere cosa la Russia potrà diventare. Nata nel 2000, ha un’origine simpatica e informale; è letteralmente il risultato dell’intraprendenza di alcuni dottorandi di provincia. Oggi è uno dei due o tre maggiori periodici di storia russa a livello internazionale, autenticamente russa e insieme cosmopolita.

Su tutto ciò si è sovrapposta lentamente, a partire dal 2000 circa, una strisciante e felpata deriva autoritaria, un fenomeno che appare caratterizzato contemporaneamente dal disciplinamento e dall’auto-disciplinamento patriottico e che non si manifesta tanto nella modificazione di istituzioni e norme, quanto nel loro progressivo stravolgimento sostanziale. A livello pubblico-divulgativo (serie televisive, colossal finanziati dallo stato, ecc.) si è affermata da tempo una narrativa patriottica ibrida che si rifà senza apparente soluzione di continuità a stilemi sovietici, zaristi ed eurasisti e che sembra avere al suo centro alcuni temi ricorrenti: 1) l’idea che un “potere unico” sia condizione indispensabile dell’esistenza della Russia come nazione; 2) il culto della potenza come fondamento della dignità internazionale 3) l’idea che la nazione russa sia minacciata gravemente da nemici esterni e dal pericolo interno di “rivoluzioni colorate” orchestrate da potenze straniere; 4) la sostanziale unità storica e identitaria dei popoli ex sovietici a prescindere dalla loro collocazione statuale attuale (lo stato ucraino è un aborto della storia, al Caucaso ci legano secoli di storia, e via discorrendo). Le numerose persecuzioni del passato sovietico sono in genere razionalizzate ricorrendo al cliché: “tutti abbiamo egualmente sofferto, perciò dobbiamo rimanere uniti”. In questa vulgata patriottica oggi diffusissima forse anche più a livello elitario che popolare, la memoria della seconda guerra mondiale ha acquisito recentemente una centralità simbolica molto particolare, sia per una serie di motivi storici e psicologici che sarebbe troppo lungo spiegare, sia per le implicazioni di politica estera nei confronti dei paesi dell’ex URSS o ex satelliti: sono stati “occupati” o “liberati” dall’Armata rossa?

Non credo che l’intento della circolare Tiškov sia veramente quello di invitare alla delazione o che preluda ad una “purga degli storici” paragonabile a quelle ampiamente documentate del passato sovietico, anche se a questo punto nulla potrebbe più sorprendere. Appare piuttosto come l’iniziativa di un alto esponente accademico intento a mobilitare il lavoro degli studiosi in una direzione consona alle direttive governative ricevute, probabilmente per documentare poi alle autorità i risultati conseguiti. Insomma, il testo dà soprattutto l’impressione di un atto di servilismo, tanto più rimarchevole in quanto l’Accademia delle scienze è stata storicamente istituzione prestigiosissima (accademico è un titolo gerarchicamente assai superiore al nostro professore ordinario) e persino in epoca sovietica ha manifestato una certa propensione alla tutela gelosa della propria autonomia corporativa (A. Sacharov, pur dissidente e confinato, non fu mai espulso dai suoi pari accademici).

Le autorità dell’Accademia delle scienze si sono poi giustificate dicendo in sostanza che si trattava di una comunicazione interna di servizio improvvidamente divulgata dai mezzi di comunicazione di massa, in vista di un progetto che, naturalmente, sarà “scientifico e obiettivo” nella sua realizzazione. Alcuni noti colleghi russi hanno risposto ribadendo l’ovvio: che ogni ricerca storica mira a rivedere criticamente  interpretazioni consolidate, favorevoli o dannose che siano per gli “interessi nazionali”; che se proprio si vuole contrastare certa divulgazione nazionalistica delle ex repubbliche sovietiche, talvolta effettivamente esagerata e petulante, il modo migliore per farlo è aprire gli archivi e lasciar lavorare gli storici in santa pace, affinché una memoria condivisa emerga spontaneamente nella comunità scientifica e nell’opinione pubblica.

Personalmente credo però che si sia già superato il confine di un dibattito sul rapporto tra ricerca, memoria e uso pubblico della storia, che sappiamo essere complesso e sfaccettato un po’ ovunque, tra nostalgie, identità perdute e passati che proprio non vogliono passare. La lettera in questione riflette ormai uno stadio in cui le autorità si rivolgono direttamente agli storici, come se fosse la cosa più naturale del mondo, per commissionare loro munizioni culturali da spendere in politica estera, così come chiederebbero ai funzionari del ministero dell’economia grafici e analisi quantitative per sostenere questo o quel progetto di gasdotto in una trattativa internazionale. Immaginate che il MIUR, su sollecitazione del Ministero degli Affari esteri, chieda al direttore del vostro dipartimento universitario, in previsione di un incontro con Gheddafi, un rendiconto su cosa si sta facendo o si è fatto per smascherare le falsità polemiche della pubblicistica straniera sull’occupazione italiana in Libia, evento non privo di tratti dolorosi e tragici, ma anche caratterizzato da un’innegabile e importante funzione civilizzatrice da mettere in rilievo come parte di un  passato e futuro destino comune tra popolo italiano e libico, ecc. ecc., ecc. Sicché si invitano le S.V. a documentare al più presto, con rigorosa oggettività storiografica e fornendo le relative prove documentali tratte dagli archivi, che in Libia si sono costruite strade e che alcune delle bande ribelli che combattevano contro i nostri soldati erano composte da autentici predoni e delinquenti…

In un certo senso la circolare è effettivamente una “comunicazione di servizio” e proprio per questo tradisce soprattutto l’assuefazione ad una sconfortante normalizzazione burocratica della ricerca, spia di un clima e di tendenze politico-culturali più vaste che qui non è possibile, né opportuno esaminare adeguatamente. Per scrivere una lettera così bisogna averne interiorizzato il linguaggio e presupporre che anche i destinatari l’abbiano fatto. In ciò consiste la sua gravità e, in fondo, il vero danno recato alla grande tradizione storiografica russa.

Alberto Masoero

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