Sul “Corriere della Sera” di ieri, Pierluigi Battista ha commentato la notizia che per la sua ultima campagna pubblicitaria la casa di moda Christian Dior ha scelto una vecchia immagine di Alain Delon, decidendo di ritoccarla, eliminando la sigaretta che il celebre attore francese stringeva tra le dita.
La sigaretta sparisce, come quando nei regimi totalitari si cancellava il volto di un dissidente caduto in disgrazia. Si riscrive la storia, come nel fosco Ministero della Verità descritto da George Orwell, pensando che sbiancando il passato si possa fare qualcosa di pedagogicamente utile.
E non ha torto Battista, se si pensa al portato simbolico che l’iconografia di un personaggio trascina con sè come immagine corporea che sintetizza un’epoca, un modello culturale, uno stereotipo di genere e persino una dottrina politica, da Jean-Paul Sartre a Che Guevara.
Di “immagini mutilate” parla Battista a dimostrazione di come il sigaro per il Che, la pipa per Jean-Paul Sartre, la sigaretta di Humphrey Bogart, siano parte di quei corpi, che, se privati sono come monumenti amputati, oltraggiati.
Tanti stereotipi maschili sono passati attraverso quel complemento, oggi sotto l’occhio accusatorio della morale salutista, dal canone virile dell’uomo di fascino, misterioso e conturbante, a quello dell’intellettuale per il quale la sigaretta diventa vero e proprio strumento/complemento della sua attività speculativa, ai modelli culturali degli anni ’60/’70, dove, anche il fumo delle sigaretta, che pervade tutti gli ambienti, dai cinema alle aule delle scuole, è elemento di frattura, di contrasto rispetto al perbenista mondo borghese.
Una storia speculare a quella, ancora più travagliata, del fumo femminile: una sigaretta più volte vietata, fino a epoche recentissime, e ancora in alcuni luoghi del pianeta, guardata come segno di trasgressione e violazione dello stereotipo femminile più tradizionale.
Se si censura la sigaretta di Humphrey Bogart, il sigaro del Che, la pipa di Sartre, come si è fatto con Alain Delon, si cancella una parte della storia culturale e di genere che trova in quelle immagini una delle fonti di studio più interessanti e, schiacciati da esigenze e filosofie del presente, si rischia di sottovalutare lo sfaccetato immaginario che la tanto censurata sigaretta, bene di consumo di massa nonché oggetto di identificazione collettiva, è stata in grado di evocare. Non è in questo modo che la storia, ammesso sia questa la sua funzione, può farsi pedagoga.











Il tabagismo è un ambito in cui la distanza tra le parole e i fatti si deve misurare in anni luce. E quel testo non fa eccezione: 4 milioni di morti l’anno e invece ci si attiva nemmeno contro una censura, ma inventando un problema (che non c’è), appunto inventando una censura. La pandemia di tabagismo riguarda il 25% dei 6 miliardi di terrestri, e si perde tempo a scrivere – mi riferisco al testo e non all’autrice – sciocchezze cosmiche, provocazioni nemmeno infantili.
Per le scemenze ho uno spazio nel sito, ma testi come con frasi come “…si rischia di sottovalutare lo sfaccetato immaginario …” meritano di resistere al tempo, meritano di essere incise nella pietra.
Ringraziando per il precedente commento, approfitto per fare una precisazione. Ho scelto accuratamente di riportare solo la parte del testo di Battista, che richiamava il problema della manipolazione della storia, proprio perché non mi interessava entrare nella polemica tra tabagisti e anti-tabagisti, per la quale non ho alcuna competenza. Quello che mi interessava era affrontare, data anche l’identità del blog, il problema storico dell’immaginario maschile legato al tabagismo. Argomento che ritengo di interesse per la storia culturale e di genere. Altre tematiche di carattere morale, etico, medico, pedagogico ritengo esulino dalle mie competenze e credo inoltre possano inficiare un obbiettivo approccio degli studiosi di storia al tema