Pubblichiamo la traduzione dell’interessante recensione del libro di Margaret MacMillan, Dangerous games. The Uses and Abuses of History, pubblicata a cura di David M. Kennedy, storico della Stanford University, il 16 luglio scorso sul New York Times.
A cosa serve la storia
Viviamo tutti nella storia. Alcuni la fanno, altri sono fatti – o dis-fatti – da essa. Molti di noi la leggono. Un po’ la scrivono. La maggior parte di noi tenta, almeno di tanto in tanto, di farne uso, generalmente rovistando nel passato in cerca di analogie per spiegare il presente e predire il futuro. E ben più di un po’ di noi, secondo la documentata opinione di Margaret MacMillan, in genere la rattoppano malamente.
La MacMillan, canadese di nascita e rettore del St. Antony’s College di Oxford, è un’esperta storica che ha scritto del British Raj, delle paci di Parigi del 1919 e delle relazioni di Richard Nixon con la Cina. “Dangerous games” è un atto d’accusa frequentemente sarcastico e coerentemente provocatorio degli innumerevoli modi in cui la storia, come modo per comprendere il mondo, è troppo spesso distorta, politicizzata e duramente maltrattata.
La MacMillan picchia a destra e a manca con affilate armi retoriche e con intrepido trasporto. Inveisce contro il declino degli “storici professionisti” a vantaggio dei “dilettanti”. Maledice l’andata fuori moda della storia politica in favore della sociologia e degli studi culturali. Condanna gli studi sull’identità di tutti i tipi, particolarmente quando scendono in quella che chiama la “indecente competizione per il riconoscimento della condizione di vittima”. Ma dirige la sua critica più persuasiva a quel genere particolare di identità costruita storicamente che è il nazionalismo.
La MacMillan ci ricorda che la storia stessa ha una storia – una materia conosciuta nell’accademia come storiografia. Paradossalmente quegli storici professionisti che ammira così tanto crebbero con il moderno stato-nazione di cui è così diffidente. Lo studio formale e universitario del passato, governato dai suoi protocolli accademici e sostenuto da un imponente apparato di istituzioni statali come il britannico Public Record Office, gli Archives de France e lo statunitense National Archives and Records Administration (per non dire dei corsi obbligatori in storia nazionale e dei libri di testo approvati ufficialmente) emergono solo nel XIX secolo. Allo stesso modo emersero le società di massa favorite da robusti governi centrali che controllavano popolazioni disperse i cui membri dovevano essere convinti in qualche modo che bisognava dare la loro lealtà principale non alla parrocchia, al villaggio o alla provincia, ma a quella che Benedict Anderson ha chiamato la “comunità immaginata” di un popolo definito e coerente: la nazione. Il Giappone dei Meiji, la Germania di Bismarck, l’Italia di Cavour e gli Stati ri-Uniti di Lincoln erano tutti prodotti di un’ondata di nation-building che si estese per tutto il mondo occidentale nel XIX secolo e che generò modelli per il resto del mondo nel XX secolo, generalmente sotto l’etichetta di “autodeterminazione”. Ma “con tutto il dire sulle nazioni eterne”, nota la MacMillan, “esse sono create non dal destino o da Dio, ma dall’attività degli esseri umani, e soprattutto dagli storici”.
Nella nostra epoca secolarizzata, aggiunge la MacMillan, la storia ha anche rimpiazzato la religione come mezzo per “stabilire degli standard morali e trasmettere valori”. Pertanto oggi ci aspettiamo che il “giudizio della storia” non sia solo oggettivo e imparziale – criteri adottati generalmente dagli storici professionisti – ma che aiuti anche ad affermare un’identità, a costruire una nazione, ad inculcare una virtù e ad unire le generazioni. Non stupisce allora che la storia sia divenuta un campo di battaglia così ardentemente conteso o che professori altrimenti miti, siano così spesso spinti sulle prime linee delle guerre culturali.
Tra i molti pregi del succinto ma importante libro della MacMillan vi è anche la dimostrazione di come ogni Paese lotta con la storia nel suo modo. I popoli dei Balcani, osservò una volta Winston Churchill, “producono più storia di quella che possono consumare” e il loro passato pesa oppressivamente sul loro presente. Qualcosa di simile può essere detto della Germania dopo la seconda guerra mondiale, che continua ad essere perseguitata dalla vergognosa memoria del nazismo e dell’Olocausto. L’opposto è stato asserito a proposito del Giappone – che ricorda troppo poco del suo comportamento offensivo durante la seconda guerra mondiale, causando un cronico disagio ai suoi vicini, specialmente la Cina. L’Australia lotta con quello che un esasperato primo ministro, John Howard, una volta definì la visione “luttuosa” del trattamento da parte dei suoi concittadini degli aborigeni. La Francia e la Germania stanno cercando con un libro di testo di “storia comune” di lenire le animosità del passato e promuovere un attaccamento al nuovo progetto supernazionale dell’Unione Europea. Di un simile sforzo per congegnare una “narrativa continentale” integrando la storia dei tre partner Nafta – Canada, Messico e Stati Uniti – se ne parla da decenni, ma sembra probabile che non verrà mai approvato.
Degli americani si potrebbe dire che hanno troppo poca storia per essere in grado di disfarsene – o di smettere di litigare su essa. La MacMillan rivisita la tempesta generata dall’emissione dei National History Standards nel 1994. Pensati per adeguare l’insegnamento elementare e superiore con la dottrina storica innovativa di una nuova generazione che include importanti lavori sullo schiavismo, l’immigrazione, le donne e i nativi d’America, gli standard furono denunciati da Rush Limbaugh come un tentativo di insegnare che “il nostro paese è intrinsecamente malvagio”. Il senatore Bob Dole li ha definiti “peggiori dei nemici esterni”.
La MacMillan offre anche una franca discussione riguardo alle agitazioni prodotte dal tentativo della Smithsonian Institution di usare una mostra sull’Enola Gay – l’aereo che lanciò la prima bomba atomica il 6 agosto 1945 – per sollevare questioni sulle armi di distruzione di massa e la natura del moderno warfare. L’ira delle organizzazioni dei veterani scoppiò immediatamente. Credevano, scrive la MacMillan, “che il National Air and Space Museum esistesse non per incoraggiare il dibattito pubblico, ma per commemorare le glorie del volo e per rinforzare il patriottismo americano”. La MacMillan suggerisce che l’opinione dei veterani non sia altro che un caso speciale di un fenomeno più generale: la credenza che “coloro che presero parte a grandi eventi o vissero in tempi particolari abbiano una capacità di comprensione maggiore di coloro che vennero successivamente”. Al contrario, dice poi l’autrice citando lo scrittore britannico John Carey, “uno dei compiti più utili della storia è di farci comprendere quanto appassionatamente, onestamente e dolorosamente le passate generazioni perseguirono scopi che ora ci sembrano sbagliati o vergognosi”. E quale, potremmo ben chiedere, sarebbe il giudizio della storia sui nostri tempi?
La MacMillan conclude chiedendosi se staremmo peggio senza conoscere niente di storia. Dopo pagine di spietati commenti sui misfatti di così tanti storici, sia professionisti sia dilettanti, è sorprendente leggere questa sua opinione piuttosto umile: “credo che la risposta sarebbe probabilmente sì”, una frase che sarà difficilmente scelta come manifesto degli storici.
Ma il sentimento è coerente con un’altra conclusione della MacMillan: che la maggiore utilità della storia non stia nel suo valore predittivo o esplicativo, bensì nella sua capacità di insegnare l’umiltà, di coltivare una comprensione dei limiti della nostra capacità di vedere chiaramente il passato o di conoscere appieno le cause storiche determinanti del nostro breve passaggio nel tempo. “Se lo studio della storia non fa niente più che insegnarci l’umiltà, lo scetticismo, e la consapevolezza di noi stessi, allora ha fatto qualcosa di utile”, scrive. Una conoscenza della storia – come Jacob Burckhardt, un grande storico del Rinascimento, scrisse una volta – non ci renderà più furbi per la volta successiva, ma saggi per sempre.
David M. Kennedy, What History Is Good For, in “New York Times”, 16 luglio 2009.








