In questi giorni di dibattito sulla difficile memoria dell’Unità d’Italia, ricorre un anniversario: il 1 settembre saranno trascorsi cinquant’anni dalla uscita della pellicola di Mario Monicelli, “La Grande Guerra”. L’evento sarà festeggiato proprio il prossimo primo settembre, quando Monicelli inaugurerà in Piazza San Polo la Mostra di Venezia.
Come lo stesso Monicelli ricorda, nell’intervista rilasciata al Messaggero lo scorso trenta luglio e di cui pubblichiamo il link a fondo pagina, per la propaganda fascista «la Prima guerra mondiale era stata l’ultima guerra d’indipendenza, con il popolo italiano lanciato compatto alla riconquista di Trieste». Certo non questa patinata memoria di gloriosa battaglia risorgimentale si proponeva invece di trasmettere il grande regista italiano (che conserva di quella guerra una memoria privata legata alla figura paterna) tanto da incorrere ancora, in quel 1959 volano delle celebrazioni legate alla memoria dell’Unità nazionale, a una serie di ostacoli durante la produzione del film, dagli attacchi di Paolo Monelli sulla Stampa, che poco apprezzava la scelta di affidare ai volti irriverenti di Gassman e Sordi il ricordo del sacrificio dei soldati italiani, ai timori di Giulio Andreotti, allora Ministro della Difesa, ai tentennamenti del produttore Dino De Laurentiis.
Non solo il film fu completato, ma vinse il Leone d’oro (ex-equo con Il generale della Rovere di Rossellini) riuscendo a sedimentare attraverso l’amara comicità della pellicola una memoria della Grande guerra quale «spaventosa truffa perpetrata sulla pelle dei 600.000 caduti al fronte». La tragedia umana e collettiva fu posta al centro della pellicola, rompendo gli schemi patinati della retorica legata alla Grande Guerra. Monicelli ricorda «quegli ufficiali, quei soldati sempre laceri, sporchi stracciati» che fino a quel momento erano stati presentati impeccabili nelle divise immacolate. «Altro che retorica e patriottismo: i soldati italiani erano una massa di straccioni che si spulciavano a vicenda o bruciavano le cimici sul letto. In fondo la guerra l’abbiamo vinta perchè austriaci e tedeschi decisero di non sopportare più tutte quelle perdite umane. Però né noi né i francesi abbiamo mai vinto una battaglia. Ce l’abbiamo fatta perchè i poveri cafoni analfabeti chiamati alle armi dal nostro Mezzogiorno vivevano come animali, in condizioni ancora peggiori di quelle dell’esercito, dunque perfino la vita al fronte poteva sembrare un miglioramento. Ma questo allora non lo aveva ancora raccontato nessuno».
Una guerra vinta dai perdenti, dai «soldati vigliacconi destinati a morire da eroi» di Gassman e Sordi. Comunque la più importante esperienza di massa dello Stato italiano, come riporta fedelmente il film: «[De Laurentiis] mi incitava a non lesinare sulle scene di massa, usando tutte le comparse che volevo, senza badare a spese» ricorda oggi Monicelli.
Il presidente del consiglio ha recentemente dichiarato che le celebrazioni dell’Unità d’Italia vedranno un maggiore impegno della TV pubblica «per far conoscere questa storia a tutti gli italiani» (Corriere della sera, 30 luglio). La sessantesima mostra del cinema di Venezia si aprirà con il ricordo di un bellissimo film che raccontò un pezzo importante di questa storia.
Speriamo sia di buon auspicio.










Sicuramente insieme a “Uomini contro” di Francesco Rosi il miglior film italiano sulla Grande Guerra. Raccontato in modo semplice e senza le ipocrisie degli stereotipi sul patriottismo. La Guerra fu per gli italiani un vero massacro, un mandare al macello migliaia di soldati che non sapevano nemmeno per cosa combattevano e morivano. Che siano sempre ricordati