Emilio Gentile (a cura di), Modernità totalitaria. Il fascismo italiano, Roma-Bari, Laterza, 2008.
Tra la seconda metà dell’Ottocento e lo scoppio Grande guerra è corsa un’epoca di rivolgimenti e trasformazioni che avrebbe prodotto i suoi effetti anche nel periodo successivo alla fine di uno dei più sanguinosi conflitti del Novecento.
Il progresso tecnologico, lo sviluppo dell’economia e delle reti internazionali della comunicazione lasciavano presagire l’avvento di un’era di emancipazione per l’umanità intera. Quasi che la civiltà potesse dirsi ormai compiutamente moderna.
In realtà, quelle conquiste fecero da contraltare all’emergere intrusivo e presto deflagrante non soltanto di epocali conflitti armati ma di una forma politica di governo capace di insistere, stravolgendone lo stesso “spazio antropologico” per renderlo duttile alla propria penetrazione, su nazioni intere e di condizionarne, passo dopo passo, ogni gesto della vita quotidiana: il totalitarismo.
Come ci ha ricordato spesso Emilio Gentile, il termine totalitarismo è di conio prettamente italiano e indica, in tutta la sua nitidezza semantica, un fenomeno che si è sviluppato nel nostro Paese a partire dall’avvento del fascismo. Provando a tracciare una genealogia del totalitarismo, in verità, giungiamo a scoprirne le radici almeno un paio di decenni prima, quando nella cultura italiana si incardinarono concetti di una visione politica ed aspirazioni ad una nuova società civile, di cui si invocava la perentoria necessità, improntati attorno ad un dispositivo culturale che richiamava, persino troppo spesso, all’ordine e alla razionalità nel vivere, ad una sorta di gerarchia “strutturale” nella formazione delle basi della società medesima, al consenso di massa per raggiungere un benessere condiviso e rigidamente imposto dall’alto.
La società di cui stiamo parlando è dunque un diagramma di fitte relazioni di potere capaci di mantenere inalterata, quanto più a lungo possibile, la coesione di una popolazione che abita un territorio in un determinato arco di tempo.
Nonostante i faticosi tentativi – moltiplicati in anni di analisi più o meno stringenti sul fascismo come violenza di Stato, e di partito, sistematicamente perpetrata sugli italiani – di una parte consistente della storiografia di sinistra di consegnare il fascismo alla nostra memoria collettiva nei suoi, peraltro evidenti, tratti dispotici e violenti, l’idea che il processo di progressiva “totalitarizzazione” del Paese sia passato anche per il tramite di altri, e ben più pericolosi, mezzi, era sempre stata considerata inattuale quando non l’esito di una riscrittura revisionista della storia nazionale.
La collazione di saggi che Gentile presenta in questo volume, affidati a noti studiosi, anche internazionali, illustra i caratteri peculiari del regime fascista in quanto dispositivo della modernità totalitaria. Sacralizzazione della politica, mobilitazione delle arti, organizzazione del consenso, antagonismo al bolscevismo contribuirono, in una pervicace azione di propaganda che si concretizzò in cambiamenti di fondo apportati alla vita quotidiana, a fornire agli italiani soluzioni politiche, culturali e sociali che li avvicinarono al regime, sotto molti aspetti una dittatura risoluta e spietata con gli oppositori, di qualunque specie essi fossero, più che allontanarli.
Si sviluppò in tal modo un ordine culturale che finì per scomporre i principi-chiave del fascismo inserendoli, come tasselli a volte invisibili, nella coscienza nazionale che li assunse in se stessa facendoli diventare parte integrante del proprio vissuto. Furono pratiche di esistenza quotidiana che finirono per confondersi con l’assunzione di regole di cui si dimenticò l’origine e che sopravvissero ampiamente anche dopo la sconfitta dei regimi totalitari in tutta Europa. Se l’essenza politica di nazismo e fascismo venne seppellita al termine della seconda guerra mondiale con i dittatori e parte della loro nomenclatura – non dimentichiamo che la burocrazia fascista o fascistizzata se si preferisce, si trasferì in larga parte nelle struttura di comando della nascente Repubblica democratica, e basti pensare agli studi di Claudio Pavone per avere un quadro di riferimento generale – il sistema culturale che essi propugnarono, il caso italiano è esemplare in tal senso, sopravvisse oltre ogni aspettativa, divenuto sostanza coerente di una società che ancor oggi, in taluni casi, sembra non essersene ancora liberata.








