Nel clima di fervente dibattito attorno all’organizzazione dei festeggiamenti per il 150° anniversario dell’Unità italiana, il ricorrere dei 66 anni del drammatico crocevia dell’8 settembre è passato quest’anno in sordina.
Dopo la popolarità raggiunta appena due anni fa quando Beppe Grillo aveva rispolverato la memoria della data più drammatica della storia italiana in occasione del V-day, il ricordo dell’8 settembre, giorno della lacerazione nazionale, e simbolo della sconfitta dell’Italia in guerra, è caduto nuovamente nell’oblio.
“Il Riformista” dell’8 settembre è una delle poche testate che ha dedicato un lungo articolo all’anniversario, pubblicando un estratto del libro di Paolo Petrillo, la cui uscita è prevista per l’autunno del 2010, “Ich erinnere mich” (io mi ricordo…). Il libro, che raccoglie le testimonianze di ex soldati tedeschi sull’8 settembre si propone di ricostruire la prospettiva tedesca su quella fatidica data che segnò la rottura definitiva con l’alleato nazista.
Se l’armistizio italiano era atteso sia dalla popolazione che dalle gerarchie tedesche, l’8 settembre segnò da un lato la rottura di tutte quelle relazioni umane instauratesi tra soldati tedeschi e alleati italiani, da anni costretti in una convivenza forzata dalle alleanze diplomatiche tra i due stati totalitari, dall’altro alimentò lo stereotipo dell’”italiano traditore”, ereditato dalla Grande Guerra.
Per comprensibili motivi storici la particolarità del “caso italiano” non è mai stata oggetto, in Germania, di un dibattito esplicito. Ma tacere di qualcosa non equivale a cancellarne il peso: il risentito commento all’8 settembre è stato così tessuto dalla vox populi ed anche per questo, forse, non ha avuto modo di cambiare di segno con il passare degli anni. [...] «Italiani traditori» quindi…
Le testimonianze ripercorrono le tappe della formazione di questo stereotipo del “nemico italiano” e si rivelano interessanti alla luce del confronto con gli stereotipi del “crucco” che in Italia si erano andate via via elaborando negli anni della Grande Guerra e che troveranno nuova vita nel dopo 8 settembre.
Un modo per osservare la data che segna per la memoria italiana il momento della creazione dei due fronti interni e della massima speculazione sull’immagine del nemico interno, dalla prospettiva di chi, senza considerare la spaccatura che andava lacerando il paese, si ostinava a riconoscerci un solo e unico nemico: la nazione traditrice.
Mentre l’unità nazionale andava in frantumi, questa continuava a sopravvivvere nell’immaginario negativo, dell’ex alleato tedesco, che si ostinava, e leggendo le testimonianze pare ostinarsi ancora, a negare la frattura del dopo 8 settembre, la specificità delle scelte individuali e dei gruppi politici. Una forzata operazione di reductio ad unum, indispensabile per la creazione di quello stereotipo del nemico, traditore per eccellenza, che non accetta sfaccettature, che si radica granitico nell’immaginario collettivo, capace di mobilitare la massa in marcia per la lotta alla sopravvivenza.
Un’operazione retorica talmente raffinata e così in grado di penetrare nell’emotività dei singoli da rimanere un residuo culturale indelebile in chi quell’esperienza ha vissuto, mescolandosi con l’esperienza, questa sì tutta umana e individuale, di chi dopo l’8 settembre ha perso quei rapporti affettivi e amicali che lo legavano ad altri uomini, la cui individualità il destino della guerra ha trasfigurato nell’immagine mostruosa del nemico.









Diciamo che le azioni ed i comportamenti che portarono all’8 settembre 1943, da parte di alcuni protagonisti, non furono certo cose di cui poter andar fieri, però rappresenta comunque il momento di rottura con la dittatura e con un’alleanza sbagliata che aveva portato l’Italia alla rovina. Poi i tedeschi possono dire quello che vogliono!