Oggi si commemora il 20 settembre del 1870, data della presa di Roma da parte delle truppe italiane, nel suo duplice aspetto di passaggio della città, con il ruolo di capitale, sotto la sovranità italiana, e di fine del potere temporale dei papi.
Come ha ricordato Lelio Basso in un discorso alla Camera dei Deputati il 25 maggio 1949, si raggiungeva in quella data definitivamente l’unità nazionale italiana:
[...] ciò che conta veramente per l’unità d’Italia è quel processo storico che chiamiamo Risorgimento [...] e per cui nel corso di 11 anni l’Italia, superando le sue molteplici divisioni si trovò quasi miracolosamente unita in un solo Stato; e questo periodo ha la sua conclusione non solo cronologica nel 20 settembre 1870, ma altresì logica, perché il 20 settembre dà all’Italia la capitale, cioè la sola possibile garanzia per una vita unitaria [...] La sola città in cui tutti concordarono che potessero rinsaldarsi i vincoli che dovevano riunire tutti gli italiani in un solo Stato, superando infinite difficoltà derivanti dalle precedenti divisioni, la sola città che potesse dare questa garanzia e che potesse concludere questo periodo storico era Roma, perché solo in Roma tutti gli italiani erano pronti a considerarsi uniti.
D’altronde, già Cavour nel 1861 rispondeva così alla domanda sul perché Roma dovesse essere capitale d’Italia:
Perché senza Roma capitale d’Italia, l’Italia non si può costituire. [...] La questione della capitale non si scioglie, o signori, per ragioni né di clima, né di topografia, neanche per ragione strategiche; [...] La scelta della capitale è determinata da grandi ragioni morali. E’ il sentimento dei popoli quello che decide le questioni ad essa relative. Ora, o signori, in Roma concorrono tutte le circostanze storiche, intellettuali, morali che devono determinare le condizioni della capitale di un grande Stato. Roma è la sola città d’Italia che non abbia memorie esclusivamente municipali; tutta la storia di Roma dal tempo dei Cesari al giorno d’oggi è la storia di una città la cui importanza si estende infinitamente al di là del suo territorio, di un città, cioè, destinata ad essere la capitale di un grande Stato. [...] Roma sola deve essere la capitale d’Italia.
Se questo elemento ebbe quindi un importanza cruciale nella storia d’Italia, la caduta del potere temporale dei papi fu un fatto di portata europea ed oltre. Questa consapevolezza era già presente allora, come dimostra quanto affermò Pasquale Stanislao Mancini in un discorso alla Camera, il 19 agosto 1870, quando si doveva decidere di inviare i bersaglieri a Roma:
L’Italia non può ripudiare una missione, direi mondiale, di cui la Provvidenza la incarica, e che le sta dinanzi. A lei spetta presentarsi davanti a tutte le nazioni civili del mondo con questo insigne titolo al loro rispetto, alla loro riconoscenza, di essere cioè pervenuta, abbattendo il potere temporale del pontefice, a emancipare e rendere più autorevole e venerando il potere spirituale, liberandolo dalla somma di una men che apparente sovranità politica, e sciogliendo, dopo secolari conflitti, un infausto connubio, che non a noi soltanto nuoce, ma nuoce ai grandi e generali interessi della civiltà e della libertà del mondo.
Fu però l’economista Quintino Sella il più consapevole della partita che si stava giocando: una volta presa Roma, l’Italia doveva farne un centro d’irradiazione del sapere scientifico, come alternativa al dogmatismo religioso. Dopo lo scontro armato la partita si doveva combattere “nel campo del pensiero e del sapere”. Ecco cosa disse il ministro delle finanze alla Camera nel marzo 1881:
Ora, noi italiani che siamo a Roma [...] che cosa facciamo? Ci basta proclamare libera Chiesa in libero Stato, e poi lavacene le mani? Certo la libertà delle credenze è la prima cosa che vogliamo tutti e, se con tanta persistenza abbiamo voluta l’abolizione del potere temporale, ciò non era tanto per un po’ più o un po’ meno di territorio, ma l’abbiamo voluta perché doveva sopra tutto demolirsi questa più grande espressione della imposizione della fede con la spada, quale era il potere temporale. [...] Ora in questa situazione io credo, o signori, che l’Italia non solo è interessata per sé come nazione, ma ha un debito d’onore verso l’umanità: essa deve adoperarsi in tutti i modi perché appaia bene la verità, la quale risulta incontestabile dalle indagini scientifiche; la scienza per noi a Roma è un dovere supremo. Fuori i lumi! Fari elettrici anzi devono essere; imperocché abbiamo a fare con gente che si chiude gli occhi e si tappa le orecchie; abbiamo a fare con gente che si vuole pigliare i giovani fino dall’infanzia, alle proprie scuole secondarie, e poi vuol dare a costoro i più alti uffici che si possono affidare all’umanità, come la direzione delle coscienze e l’educazione della gioventù. [...] Non credete voi che possa essere indispensabile il dire al clero: vi sono talune verità, taluni metodi indipendenti dal concetto religioso che voi dovete conoscere, e della cui conoscenza dovete dar prova prima di essere assunti a pubblici uffici di così grande momento? [...] quando nel 1870 in tutti i modi mi adoperai perché l’Italia venisse a Roma e vi portasse la sua capitale, ho sempre pensato non solo a dare all’Italia la sua eterna capitale, ma agli effetti che nell’interesse della nazione e della umanità sarebbero derivati dalla abolizione del potere temporale, e dalla creazione in Roma di un centro scientifico.
“«Il giorno più grande del secolo decimonono»: disse un grande storico che non era romano e neppure italiano”, ha ricordato Giovanni Spadolini sul Corriere della Sera del 20 settembre 1970, in occasione del centenario, concludendo il suo articolo con queste parole:
E mai definizione fu più giusta. Grande per l’Italia non meno che per la Chiesa. Grande per l’Italia, che in Roma puntò a risolvere le proprie contraddizioni municipali e federali fissandovi quella capitale predestinata da uomini che non vollero mai visitarla, come Cavour e Manzoni. Ma grande anche per la Chiesa che, sotto la pressione delle forze di Cadorna e di Nino Bixio, era obbligata ad abbandonare i superstiti fantasmi di un potere civile contraddetto dalla logica della storia non meno che dalla coscienza dei credenti. [...] No: non è più tempo di concordati. Se c’è un punto d’incontro nelle celebrazioni del 20 settembre, esso è uno e uno soltanto: la conciliazione delle coscienze, molto più importante di ogni conciliazione giuridica o protocollare. E supremo scudo della stessa libertà religiosa.
Per approfondire:
- G. Verucci, Il XX settembre, in I luoghi della memoria. Personaggi e date dell’Italia unita, a cura di M. Isnenghi, Roma-Bari, Laterza, 1997, pp. 89-100.
- Id., L’Italia laica prima e dopo l’unità. 1848-1876. Anticlericalismo, libero pensiero e ateismo nella società italiana, Roma-Bari, Laterza, 1996.
- M. Ridolfi, Le feste italiane, Bologna, Il Mulino, 2003.
- A. Pellicciari, L’altro Risorgimento – Una guerra di religione dimenticata, Casale Monferrato, Piemme, 2000.
- Id., Risorgimento da riscrivere : liberali & massoni contro la Chiesa, Milano, Ares, 2007.
- L’ anticlericalismo nel Risorgimento : (1830-1870), a cura di G. Pepe e M. Themelly, Manduria, Lacaita, 1966.
- G. Garibaldi, Scritti e discorsi politici e militari. 3, 1868-1882, Bologna, Cappelli, 1937.
- B. Croce, Storia d’Europa nel secolo decimonono, Roma-Bari, Laterza, 1981.
- L. Nasto, Le feste civili a Roma nell’Ottocento, Roma, Gruppo editoriale internazionale, 1994.
- F. Cordova, Massoneria e politica in Italia: 1892-1908, Roma-Bari, Laterza, 1985.
- F. Crispi, Discorsi parlamentari, III, Roma, Tipografia della Camera dei Deputati, 1915.
- Id., Scritti e discorsi politici (1849-1890), Roma, Unione cooperativa editrice, 1890.
- C. B. Conte di Cavour, Roma capitale d’Italia: memorandi discorsi pronunziati alla Camera dei deputati il 25 e il 27 marzo 1861, Roma, O. Garroni, 1911.
- Un secolo da Porta Pia, Napoli, Guida, 1970.
- G. Quazza, L’ utopia di Quintino Sella: la politica della scienza, Torino, Comitato di Torino dell’Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano, 1992.
- A. Caracciolo, Roma capitale: dal Risorgimento alla crisi dello Stato liberale, Roma, Rinascita, 1956.
- G. Spadolini, Le due Rome: Chiesa e Stato fra ’800 e ’900, Firenze, Le Monnier, 1974.









Un grazie sincero per aver creato un sito così bello,
mi rammarico solo di essermi fermato a leggerlo solo così tardi.