Berlusconi, storicamente parlando






Silvio Berlusconi

Silvio Berlusconi

Il manifesto 23/2/10

«Una corte è una corte, e i cortigiani sono vil razza dannata, lo si sa dal melodramma. Ma dietro il fumo divisivo, l’avvelenamento dell’aria, la guerra di tutti contro tutti, c’è sempre un difetto di conduzione che risale al principe. Berlusconi non va in parlamento da quando presentò alle camere il governo, e sono quasi due anni. Non fa un discorso impegnativo da mesi e mesi. Non tiene ferma la barra e non la fissa con chiarezza su una rotta di iniziative e di riforme discernibile, che sia il segno esterno chiaro del significato del suo comando, della sua leadership». Non è un giornale di quelli che il premier definisce «disfattisti» a stilare questi giudizi ma «il Foglio», per la penna dell’Elefantino Giuliano Ferrara, preoccupato del rischio di una ingloriosa decadenza della leadership del cavaliere. Dunque ci si può credere, la fine dell’era berlusconiana sta entrando nell’ordine di idee dei collaboratori più prossimi del premier, non solo nei desiderata degli avversari più lontani. Quanto però a intuire, di questa fine, le modalità possibili, o a delineare gli scenari del dopo, qui l’immaginazione politica difetta, a destra e a manca. E a destra e a manca azzarda più la previsione di un’erosione interna che quella di una spallata esterna: una corte è una corte, e in linea con la regressione dell’Italia da democrazia costituzionale a monarchia assoluta sarà utile rispolverare le reminescenze shakespeariane sul marcio, il verminaio, la decomposizione che implacabilmente maturano sotto l’apparente splendore delle corti, attaccando prima prima o poi il corpo del re e il corpo del popolo nella loro unità mistica e nella loro identificazione speculare.

Anche la saggistica d’opposizione la pensa così. A immaginare la fine dell’era berlusconiana si spingono due libri recenti, «Berlusconi passato alla storia. L’Italia nell’era della democrazia autoritaria» di Antonio Gibelli, appena uscito da Donzelli, e «La bolla. La pericolosa fine del sogno berluisconiano» di Curzio Maltese (Feltrinelli). Tutti e due, con maggiori cautele il primo e con maggior sicurezza il secondo, leggono i segni e i segnali del tramonto seminati dai cosiddetti «scandali» dell’ultimo anno (Maltese: «La favola nera di Silvio Berlusconi è finita con la regina che grida al re nudo»), tutti e due lo immaginano venato delle stesse tinte fosche che hanno caratterizzato l’alba e il mezzogiorno del berlusconismo, tutti e due lo affidano più a una consunzione o autoimplosione interna che a una riscossa della sinistra. Per Gibelli, «quel che si può intravedere è una maggiore scollamento della maggioranza», e «quel che si può prevedere è il declino biologico del leader», inesorabile contrappasso rispetto all’investimento da lui compito sulla propria persona e la sua vitalità: «esattamente come accadde nel caso di Mussolini, quando i segni del suo declino corporeo furono interpretati come indizi del suo tramonto politico». E come nel caso di Mussolini, «è assai probabile che gli italiani diventino in maggioranza antiberlusconiani non prima ma dopo che il leader sarà tramontato». Prospettiva deprimente, che non solo riporta a galla il carattere nazionale del conformismo, ma dice quanto profonda sia l’impronta dell’egemonia berlusconiana sul ventennio, e quanto complicato sia disfarsene: «Chi si illude che tutto si risolverà con la fine di Berlusconi, magari accelerata dagli scandali, commette – scrive Maltese – lo stesso errore di chi alla fine della prima Repubblica si illudeva che bastasse mandare in galera o a Hammamet qualche leader corrotto. Dimostra di non capire quanto e come ha agito il berlusconismo nella società. Non è stato il fascismo, ma ha svuotato la democrazia, nei palazzi delle istituzioni come nelle teste dei cittadini. Non è stato facile arrivare a tanto e non sarà semplice uscirne». Maltese ricorda del resto, e fa bene, quanta incredulità suscitasse nel ‘93-’94, fra i politici e i commentatori di sinistra, l’ipotesi della scesa in campo prima, e poi della vittoria di Berlusconi; e quando scrive che ancora oggi, per quanto possa sembrare assurdo, «Berlusconi resta un oggetto misterioso per i leader della sinistra», mette il dito sulla piaga di un’opposizione che per vent’anni, oscillando fra demonizzazione e compromesso, non ha mai saputo prendere la misura giusta del fenomeno e la mira giusta del contrattacco.

Vent’anni però, per quanto si possano contrarre nella memoria di noi che li abbiamo vissuti e patiti quotidianamente, dal punto di vista dell’analisi storica sono un tempo sufficiente a delineare un’epoca. Vent’anni durò il fascismo, dodici il nazismo, e in molti meno si sono decisi processi storici di pari entità. Dunque, non solo dal punto di vista politico ma anche dal punto di vista storiografico, il berlusconismo, scrive Gibelli, «è venuto il momento di prenderlo sul serio»: non meno dell’«età giolittiana», l’«Italia berlusconiana» appare ormai compiutamente definita da un insieme compatto di coordinate riconoscibili.

Quali? Galoppando fra la genesi (negli anni 80 di Craxi), l’esordio (il dopo-Tangentopoli), il successo, gli alleati (Lega e cattolicesimo tradizionalista in primo luogo), Gibelli le riassume in modo essenziale, con il linguaggio e la sintesi di una lezione di storia rivolta a chi verrà, o a chi nell’Italia berlusconiana è nato e cresciuto e non ne ricorda o non ne immagina un’altra. Personalizzazione e spettacolarizzazione della politica, ridimensionamento del ruolo dei partiti tradizionali a vantaggio di movimenti a leadership carismatica, affermazione di tendenze antipolitiche «più durature e tenaci» di quelle affiorate in precedenza nella storia nazionale, primato della televisione nella formazione del costume e dell’opinione pubblica: qui sta la fenomenologia di quello che può a buon diritto definirsi «la manifestazione per ora più compiuta della politica post moderna» nell’Occidente democratico. Un – triste – primato in cui l’Italia torna a rivelarsi il laboratorio sintomatico di una tendenza più ampia, occidentale appunto, alla de-formazione della democrazia liberale costituzionale. Deformazione che passa sotanzialmente per l’abbattimento della divisione dei poteri, il loro accentramento in una persona sola, il ritorno di una sovranità assoluta, cioè affrancata dal controllo dei contropoteri, la magistratura in primo luogo. E’ quello che sappiamo dalla cronaca. L’occhio dello storico è d’aiuto però su un punto cruciale, sul quale l’occhio dei politici e degli osservatori invece indigia e oscilla da anni: la congruità del termine «regime» per definire il berlusconismo, la legittimità del paragone con il fascismo, l’autoritarismo, il totalitarismo. Con precisione, scrive Gibelli che se è «improprio parlare di una dittatura in senso classico, è insostenibile la tesi che ci si muova nella normalità democratica»: trattandosi ormai piuttosto di una «democrazia illiberale». E ancora: «L’uso di termini come autoritarismo e totalitarismo viene spesso boillato come manifestazione di un allarmismo ingiustificato e controproducente. Quando non è frutto di conformismo, questo atteggiamento discende da un equivoco. E’ chiaro che i due termini possono essere applicati solo a patto di mettere l’accento sulle forti differenze di significato rispetto ai loro usi classici. Autoritarismo non può significare in questo caso uso prevalente della forza repressiva dello Stato». Ma nel discorso politico berlusconiano «è possibile cogliere una vocazione in senso lato totalitaria»: ad esempio nella fobia per il contraddittorio, o nella sostituzione del «popolo – il tutto – al partito – la parte. Così come, se è evidente che «Berlusconi non è né Hitler né Mussolini», comuni ai tre sono elementi inquetanti di uso del carisma, dell’immagine, della fascinazione personale. Quanto basta per tentare di uscire dal ventennio prima che imploda da sé.

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3 commenti per il post “Berlusconi, storicamente parlando”

  1. Rezepte zum Abnehmen 13 novembre 2010 at 19:39 #

    I think secretly everyone wishes he could be a little bit ‚Berlusconi‘, especially considering he’s not the youngest. Most men would not shout about it, though.

  2. Andrea Spanu 12 marzo 2010 at 10:13 #

    A mio avviso, sebbene si possano fare paralleli tra fascismo e berlusconismo per quanto riguarda il “culto del Capo” e per l’allergia al parlamentarismo e al contraddittorio, c’è una basilare, profonda divergenza tra i due sistemi.

    Il fascismo puntava alla mobilitazione delle masse e a forgiare “l’uomo nuovo”: la presenza della politica, pur nella sua forma autoritaria e monopartitica, era capillare e chiedeva agli Italiani una testimonianza costante di entusiasmo, partecipazione, sforzo per gli obiettivi comuni (fare “grande” l’Italia e far trionfare la “rivoluzione fascista”). Nel berlusconismo, invece, la mobilitazione poliica è considerata per lo più un disvalore; alla “piazza” si ricorre solo in casi straordinari (fondamentalmente, protestare per presunti brogli subiti dai “comunisti” o contro le tasse).

    Nel berlusconismo ci sono elementi del qualunquismo e del disimpegno: si vuole uno Stato “forte” solo per quanto riguarda la pronta risposta alle emergenze (costi quel che costi nel derogare alle regole e alle leggi ordinarie) e nella dura repressione della microcriminalità (quella di alto borgo invece dev’essere difesa). Per il resto, lo Stato deve essere leggero, anzi diciamo pure “debole”, perché non deve “impicciarsi” della vita di tutti i giorni e deve “lasciar vivere” i cittadini. Il che, per parlare in modo spiccio, significa che la promessa berlusconiana è che non ci sarà mai un rigore vero contro l’evasione fiscale, contro l’abusivismo edilizio, contro i mille modi in cui si eludono, si “interpretano” e si aggirano le leggi.

    Non a caso, il modo in cui Berlusconi descrive il centrosinistra è quello di uno Stato opprimente, “sovietico”, che vuole controllare tutto e tutti. Quello “totalitario”, insomma, nella retorica berlusconiana è il “regime delle sinistre” che vogliono “trasformare l’Italia in uno Stato di polizia tributaria e giudiziaria”.

    Con ciò, e chi ha orecchie per intendere intende molto bene, Berlusconi vuol semplicemente dire: “La sinistra pretenderebbe che tutti pagassero le tasse e che tutti fossero sottoposti nello stesso modo alla legge. Figuriamoci!”.

    Lontanissima dalla concezione berlusconiana, poi, è l’idea che si debba costruire “l’uomo nuovo” o che gli Italiani debbano “cambiare antropologicamente”; pensieri che invece ossessionavano Mussolini. Berlusconi al contrario solletica il narcisismo italiano indicando come grandi pregi nazionali quelle che il centrosinistra indica come tare: il familismo, la tendenza ad “arrangiarsi”, lo scetticismo nei confronti delle regole e della legalità, il pressapochismo caciarone, eccetera. Berlusconi rassicura l’elettorato promettendo, in ultima analisi, che non altererà il modo in cui gli Italiani sono abituati a vivere.

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  1. Berlusconi, storicamente parlando | Blogstoria - 4 marzo 2010

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