Immagini d’Italia: Paolo Morello racconta la storia della nazione attraverso i capolavori della sua collezione






Mario De Biasi, Milano Piazza Duomo, 1951

Mario De Biasi, Milano Piazza Duomo, 1951

Le fonti iconografiche, ormai è noto, stanno acquisendo un ruolo sempre più significativo nella metodologia della ricerca storica. Fonte privilegiata soprattutto negli ultimi decenni, le fotografie si sono dimostrate in grado di catturare l’attenzione degli storici, per il loro fascino immediato ma anche per il dibattito metodologico che ha suscitato il loro utilizzo in storiografia.

Risultano, dunque, ancora più interessanti le parole con cui Paolo Morello, storico della fotografia e curatore della bella mostra “La fotografia in Italia 1945-1975” in corso al Forma di Milano fino al 2 giugno, introduce il catalogo della mostra:

…a differenza di molte altre opere uscite in questi ultimi anni, la mia non vuol essere una storia d’Italia illustrata da fotografie. In quei libri, la fotografia è stata considerata principalmente per il suo valore documentale, come fonte o come semplice testimonianza. È un uso possibile, ma io non credo che in questo la fotografia mostri il suo lato più interessante. Io ho cercato di ricondurla nel solco della più generale storia delle arti, di riconsiderarla entro quella complessa rete di fattori concomitanti che interagiscono ogni volta che si realizza uno scatto: le intenzioni espressive dell’autore e i suoi orientamenti ideologici, i vincoli imposti dalla committenza e le attese del pubblico, le disponibilità tecnologiche e i continui scambi con gli altri sistemi artistici: la pittura e la scultura, e prima ancora con l’incisione e la miniatura, successivamente con il cinema, ed oggi con le immagini elaborate al computer.

Seguendo il percorso delle scuole di fotografia, ma soprattutto dei grandi fotografi che l’hanno fatta, da Federico Patellani a Mario De Biasi, da Tazio Secchiaroli a Carla Cerati, Morello accompagna lo spettatore in un viaggio nella storia culturale della Repubblica dalle sue origini a metà degli anni ’70, raggiungendo completamente l’obiettivo di proporre non una storia dell’Italia illustrata, ma una storia dei primi trent’anni della Repubblica ricostruita attraverso il totale sfruttamento della fotografia come fonte storica a tutto tondo.

Non sono solo i soggetti rappresentati negli scatti esposti nella mostra a costituire le tracce del percorso storico dei primi decenni dell’Italia repubblicana, ma sono soprattutto gli sguardi dei fotografi che si concentrano su questi soggetti a costrituire la fonte più interessante per la ricostruzione di una storia culturale della nazione nella quale confluiscono i volti e i paesaggi immortalati, la soggettività del fotografo, lo sviluppo tecnologico.

Il pregio principale della mostra è rendere il senso di questa complessità, sotto la guida di Paolo Morello, “storico” prima di tutto nella capacità di intercettare i vari livelli di lettura presenti nelle immagini, “esperto di fotografia” per la capacità di illustrare anche allo spettatore inesperto la peculiarità delle scelte estetiche degli autori:

Quanto più riuscivo a moltiplicare i casi di studio, tanto più si frantumavano quelle espressioni retoriche di cui erano piene le vecchie storie della fotografia, sull’«ansia della verità», sul bisogno di documentare il vero volto dell’Italia, celato per un ventennio dalla censura fascista. Diverse e ben più complesse, ad un esame approfondito dei documenti, si rivelavano le dinamiche e le ragioni che avevano mosso i fotografi, anche quelli cidetti “impegnati”.

Ponendo il fotografo in primo piano Morello offre un’importante lezione di metodologia di ricerca storica, introducento nuovi spunti di riflessione nel dibattito sull’uso delle fonti iconografiche in storiografia:

…dietro ogni fotografia, di un volto, di un oggetto, di un luogo, vi è – deve, o dovrebbe esservi – un’idea di quell’uomo, di quell’oggetto, di quel luogo. Da cui discende che il compito dello storico sia, o dovrebbe essere, di fronte ad un ritratto, chiedersi quale idea di quell’uomo il fotografo ha voluto rivelare; ove si trovi la linea entro la quale l’orizzonte dell’artista e quello del soggetto rappresentato sono riusciti a fondersi

In fondo, lo stesso tipo di “fusione” tra oggetto e soggetto che lo ha prodotto con cui lo studioso di storia si confronta ogni volta che interpreta un documento. A differenza rispetto ad altri tipi di fonte, la fonte iconografica, schiacciata dall’immediatezza della sua capacità comunicativa ha spesso adombrato la soggettività di chi l’ha prodotta. I fotografi stessi, ci ricorda Morello, hanno stentato ad autorappresentarsi come categoria, costretti tra l’efficacia comunicativa del mezzo e la loro posizione di intermediari tra tecnologia e mondo reale:

…l’obiettivo che i fotografi completamente mancarono fu quello di dare e di far riconoscere al loro mestiere un carattere precipuamente intellettuale: di rendere chiaro, a se stessi e agli altri, che il fine della fotografia era di offrire una visione del mondo, un’idea delle cose, un pensiero attraverso le immagini. I più invece riamasero a incespicare tra le pastoie dell’instantaneità, del documento e della costatazione.

La sfida per lo storico rimane quella di rintracciare i fili attraverso cui si intersecano i vari livelli, quello della soggettività del fotografo e quello della rappresentazione del soggetto prescelto, quell’aspetto che rende così difficile, ma anche così affascinante, il lavoro della ricerca.

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  1. Notizie dai blog su Viviane Sassen e la collezione di Paolo Morello al Forma di Milano - 4 maggio 2010

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