Il 12 dicembre 1969 l’orologio nel salone della Banca Nazionale dell’Agricoltura di piazza Fontana a Milano si ferma per sempre sulle 16.37 in seguito alla violenta esplosione di un ordigno, che provocherà diciassette vittime e un centinaio di feriti.
La vicenda è nota, verrebbe da dire: e sono passati quarant’anni.
Ma da un sondaggio realizzato qualche mese fa nelle scuole superiori del nostro paese, è emerso che molti adolescenti, cittadini che si stanno avvicinando all’età del voto o l’hanno già raggiunta, pensano che la strage di piazza Fontana sia opera delle Brigate Rosse in un anno imprecisato. I nomi di Valpreda, del commissario Calabresi, di Pinelli, del tassista Rolandi, si librano pressochè ignoti in un contesto storicamente nebbioso.
Non è dunque superfluo parlarne, ancora.
Anche per questo segnaliamo la ristampa di Le bombe di Milano (pubblicato da Guanda nell’aprile del 1970): la RCS ha riproposto di recente nella BUR (compralo su Amazon.it a 7,14 euro) questo prezioso libro collettivo, la cui idea nacque tre giorni dopo la bomba, il 15 dicembre, e poco prima che arrivasse la notizia della morte di Pinelli.
Dieci giornalisti (tra cui Bocca, la Cederna, Pansa, Stajano), un giovane avvocato (Boneschi) e un magistrato scrivono allora un libro di testimonianze con cui fare chiarezza su quanto sta avvenendo, rifiutando di allinearsi passivamente alle tesi accreditate dalle autorità, indagando, interrogandosi, mettendo in evidenza incongruenze e illegalità dell’inchiesta ufficiale, sottraendosi alle pressioni politiche. Dodici voci, di chi non accetta di abdicare all’integrità del proprio ruolo professionale e civile.
Non è soltanto per la pietas dovuta ai morti di piazza Fontana che non si devono dimenticare “quei pezzi di corpi che in macabro volo pesantemente sfrecciano sopra le scrivanie della banca”, come scrive con cupa efficacia Camilla Cederna. Il volume ha un notevole valore documentario e – come scrive l’editore nella breve prefazione – il contributo di questi dodici giovani intellettuali
“testimonia ancora oggi come una profonda saldatura tra scrittura e impegno civile possa costituire una lezione durevole… in una fase culturale e sociale del Paese in cui il racconto della realtà, l’analisi giornalistica priva di mediazioni, lo stesso tema della libertà di informazione sono occasione e luogo di dibattito sempre più acceso e cruciale”.
Blogstoria pubblica una recente riflessione inedita di Luca Boneschi su Mestiere di avvocato (il suo contributo in Le bombe di Milano), utile al lettore per comprendere il contesto in cui il libro è nato e per calare i saggi che lo compongono nel loro tempo.
Quarant’anni dopo. Postilla a Mestiere di avvocato
di Luca Boneschi
Mestiere di avvocato, scritto non più tardi del febbraio-marzo1970, si apre e si chiude con un’analisi della “giustizia borghese” dura, schematica, e un po’ rozza, che non sottoscriverei più, soprattutto a partire dall’esperienza giudiziaria fatta proprio sui processi di piazza Fontana e su quello per i fatti del 25 aprile 1969. Ma il “Comitato di difesa e di lotta contro la repressione”, il gruppo di giovani e giovanissimi avvocati milanesi di cui facevo parte, sorto nel 1968 proprio per dare assistenza legale al “movimento” sessantottino nel suo complesso, e più volte citato anche testualmente nel mio breve scritto, la pensava così.
Nel corso degli anni, sono stato ben lieto di aver scelto questa professione – se si preferisce, mestiere – e consapevole della sua essenzialità in un paese democratico. Ugualmente, pur con frequenti dissensi e contrasti e mantenendo ferma l’ottica della mia professione, ho imparato presto ad apprezzare il lavoro dei giudici, a stimarli, a evitare giudizi sommari e a vedere nella loro professionalità e nel loro ruolo un’ancor più essenziale garanzia.
Ciò non toglie che i “fatti” descritti in Mestiere di avvocato sono, oltre che veri, ancora oggi sbalorditivi: la sequela di illegalità messe insieme in quei giorni dalle Autorità avrebbe, credo, disorientato chiunque e non solo dei giovani avvocati; e, purtroppo, è stata portatrice di conseguenze gravissime. Alle quali ha forse posto riparo la storia (penso alla piena riabilitazione di Pino Pinelli), ma solo in piccola parte (l’assoluzione di Valpreda) la giustizia.








