Lo spettacolo della cronaca nera. Un punto di vista storico






Ancora una volta la cronaca nera è tornata alla ribalta sulle pagine dei quotidiani. Non solo per l’ultimo delitto efferato che si è consumato sul territorio nazionale ma, a seguito dell’ulteriore “salto” compiuto dai media nella sua spettacolarizzazione (l’incriminata trasmissione televisiva rea di aver informato in diretta la madre della vittima del ritrovamento del corpo della figlia), la “cronaca nera”  è ritornata, ancora una volta, come tema ad infiammare il dibattito pubblico italiano.TV-snow

Questione morale. Radiografie sociologiche di un paese che ha ineluttabilmente intrapreso la via del declino. Analisi antropologiche. Contributi dalla psicologia, dalla psichiatria, dalla criminologia. Dati statici.

“Repubblica” di lunedì 11 ottobre affronta il tema intersecando tutte queste prospettive in due articoli: il primo di Ilvo Diamanti “La tv della paura” fa un’accurata riflessione sull’impatto della cronaca nera sui nostri organi di informazione, analizzando i dati quantitativi forniti dal Demos (Osservatorio Europeo sulla Sicurezza). In un’ottica comparativa europea emerge che l’Italia è il paese in cui nei telegiornali (trasversalmente dai Tg della Rai ai Tg Mediaset)  si dedica maggior spazio ai fatti di cronaca nera e giudiziaria. Questo benché il tasso di crimini del paese appaia leggermente inferiore alla media europea.

Il secondo articolo di Paola Barretta e Fabio Bordiglion “Gli italiani voyeur del delitto in Europa non abbiamo rivali” completa l’analisi quantitativa dei dati presentati dal Demos sottolineando la specificità italiana della “passione per la nera”.

L'Europeo numero speciale dedicato alla cronaca nera

L'Europeo numero speciale dedicato alla cronaca nera

Davanti a un tale flusso di analisi e studi, prospettive e rappresentazioni nazionali, l’unica a tacere pare essere la storiografia. Eppure le sollecitazioni non mancano. Gli articoli pubblicati su “Repubblica” le lasciano trasparire proprio enfatizzando la specificità del caso italiano. Una specificità che se è reale (ma anche se frutto di un processo di autorappresentazione nazionale) induce lo studioso di storia a riflettere su questo che è in prima analisi un dato culturale.

E se lo storico non può (e non vuole) fornire una risposta deterministica sul dato antropologico della passione degli italiani per la nera, può rintracciare le origini di questo fenomeno culturale nella storia nazionale. Una “storia” che ha un’importante punto di svolta con la nascita della Repubblica nel 1946. Una storia che fa parte della storia nazionale così come la “storia alta” della vita politica, dei partiti e delle istituzioni . Una storia che spesso ha intersecato tutti questi soggetti, diventando sì storia culturale, ma anche storia politica, sebbene il genere della “nera” sia stato sempre ritenuto espressione di una cultura bassa, se non addirittura infima, orientata a soddisfare i bisogni più bassi dei lettori di ieri e dei telespettatori di oggi.

Lo studioso di storia deve (o almeno dovrebbe) porsi di fronte alle fonti storiche scevro da qualsiasi giudizio morale. In quest’ottica la cronaca nera con il suo bagaglio di narrazioni e rappresentazioni, di immagini e di spettacolarizzazioni mediatiche diviene un campo ricchissimo con cui confrontarsi.

È del 1946 il ritorno della cronaca nera sui quotidiani, dopo il ventennio di censura fascista. Ed è un’esplosione: il processo a Leonarda Cianciulli, il caso di Rina Fort, la strage di Villarbasse, il contorno di casi minori, assimilabili o emulativi che gravitano attorno ai casi più celebri anticipando quei fenomeni che appaiono così caratteristici dell’oggi.

Un’esplosione trasversale a tutti i media disponibili all’epoca: dai quotidiani del pomeriggio a quelli nazionali, dalle radio ai cinegiornali. Lo stesso turbinio di immagini e di parole, di accuse e di condanne limitato (forse) solo dalla minore pervasività dei mezzi di comunicazione dell’epoca, che sicuramente, come sottolineato in questi giorni, segna la specificità dell’oggi.

Rina Fort al momento del processo, gennaio 1950

Rina Fort al momento del processo, gennaio 1950

Un esplodere della passione per la “nera” ancora più scandaloso in quel 1946. Scandaloso il fatto che in un’epoca di ristrettezze economiche venissero investiti mezzi per l’acquisto dei giornali del pomeriggio la cui unica forma di informazione proviene dalla nera. Eppure è un boom: “Corriere Lombardo”, “Corriere d’informazione”, “Paese Sera” a ogni scoop aumentano le tirature in un paese affamato dalla guerra. Ancora più scandaloso se si pensa che nel fermento della ricostruzione, mentre gli uomini della  miglior classe dirigente sono impegnati nella difficile transizione democratica, l’opinione pubblica si concentri e si infiammi sui “fattacci” della nera. Non un’Italia in declino (come appare oggi) ma un’Italia in crescita in cui il dibattito politico nazionale e internazionale è ricco e vivace, un’Italia in cui il tasso di politicizzazione delle masse è elevatissimo, in cui il livello di astensione dal voto è minimo, in cui tutti  “fanno politica”. Eppure la passione della “nera” dilaga trasversalmente alle classi sociali e ai ceti culturali.

E non è una “nera” più censurata rispetto ad oggi o diffusa da media meno invasivi. Se oggi le trasmissioni televisive danno in diretta alla famiglia la notizia del ritrovamento del corpo della vittima (suggerendo l’agghiacciante scenario del delitto) nel 1946 i giornali pubblicano in prima pagina gli scatti che ritraggono la scena del crimine prima ancora che venga esaminata dalla polizia scientifica. È il celebre caso Fort e non parliamo di stampa di serie B: è l’Europeo a pubblicare le foto di GianColombo che ritraggono le foto dei corpi massacrati delle vittime (una madre e tre bambini piccoli) così come furono lasciati dall’assassina.

Ci sono poi le riprese degli interrogatori fatti a Rina Fort girate dagli operatori della settimana Incom e circolate nei cinegiornali dell’epoca. I memoriali di Leonarda Cianciulli pubblicati a puntate sui settimanali.

Immagine tratta da "Appunti su un fatto di Cronaca", Luchino Visconti, 1950

Certo con i fatti di cronaca nera si confronta anche la cultura “alta”. Ci sono sono gli editoriali di Dino Buzzati per il “Corriere d’informazione”, il documentario di Visconti e Pratolini  (“Appunti su un fatto di Cronaca”, 1951) e  il botta e risposta fra Curzio Malaparte e Pietro Ingrao sul delitto di Primavalle. Il genere della nera è vivace e attira l’attenzione degli intellettuali. Eppure parliamo di delitti “privati”, famigliari, racchiusi tra le mura domestiche. Delitti a sfondo sessuale come quello di cui si parla in questi giorni. La dodicenne Anna Bracci vittima delle attenzioni di un vicino di casa viene barbaramente uccisa e gettata in un pozzo dopo un tentativo di abuso. Una storia che nel marzo del 1950, momento in cui si consuma il delitto, si assimila facilmente a quella di Maria Goretti in corso di canonizzazione proprio in quei primi mesi del ’50. Una “storia” che assomiglia anche a quella di oggi, evidenziando come le narrazioni della “nera” si muovano a cavallo tra il più tradizionale degli archetipi e la più imminente contemporaneità, rendendole un bagaglio culturale incredibilmente ricco e multisfaccetato da indagare.

Pochi anni dopo esplode il “caso Montesi”, un’altro fondamentale momento di svolta nel rapporto fra cronaca, mass media, società civile e mondo politico. Il voyerismo denunciato ieri su “Repubblica” domina negli articoli di giornale e nelle cronache come illustra l’attenzione suscitata dall’ (allora conturbante) elemento del reggicalze di cui il corpo di Wilma è privo al momento del ritrovamento. Ancora un elemento a sfondo sessuale e ancora un corpo femminile protagonista in quest’altra Italia della dolcevita.

Il giallo Montesi

C’é dell’altro quindi oltre la “questione morale”, oltre le radiografie sociologiche e i freddi dati statistici. C’è una riflessione più complessa da fare sul fenomeno della cronaca nera in Italia. Una riflessione certo non solo storiografica ma che sia in grado di raccogliere spunti e metodologie di lavoro da più discipline, come accade oggi per tutti i nodi problematici della società contemporanea.

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