Come prevedibile, la vicenda di Claudio Moffa e il conseguente progetto di una legge che renda reato il negazionismo, promossa in prima estanza da Riccardo Pacifici, presidente della della comunità ebraica di Roma in occasione dell’anniversario della deportazione nazista degli ebrei romani, ha animato il dibattito di questo fine settimana sui quotidiani nazionali.
Il 16 ottobre sono usciti due articoli di storici importanti sull’argomento. “Il Messaggero” di Roma ha affidato l’incarico di trattare l’argomento all’autorevole penna di Giovanni Sabbatucci che firma l’articolo uscito in prima pagina: Una legge per punire chi nega la Shoah.
Sabbatucci delinea con chiarezza il contesto in cui «di tanto in tanto emerge alla luce del sole» l’«assurda negazione» della Shoah, evento che – ricorda – «va studiato con gli strumenti dello storico» e che non può in alcun modo essere relegato all’ambito del «mito». L’atteggiamento negazionista che Sabbatucci definisce come un «fiume carsico che scorre sotto la crosta dell’opinione pubblica» emerge «nelle modalità e nei luoghi più disparati»:
nei discorsi privati, come espressione di un’incredulità mascherata da disincanto; nelle curve degli stadi, come fattore distintivo (e trasgressivo) di gruppi marginali e violenti della destra radicale; ma anche, ciò che è più allarmante, nel discorso pubblico di non pochi paesi del mondo islamico [...]; e da qui, sotto la specie di un malinteso terzomondismo e di un antisionismo militante, nei pensieri più o meni confessati di frange non trascurabili della sinistra estrema.
Dopo aver delineato in maniera così nitida il contesto trasfersale alle diverse culture politica in cui si annidano le correnti negazioniste, Sabbatucci esprime le proprie perplessità riguardo l’adozione di una soluzione giudiziaria:
Negare la possibilità di esprire un’opinione, sia pure la più aberrante, non rientra nella logica e nelle regole di uno Stato liberale. Altra cosa [...] è la possibilità di rivolgersi al giudice da parte di chi si ritenga offeso o danneggiato da quelle opinioni. E altra ancora il diritto-dovere della comunità scientifica e delle autorità accademiche di sanzionare con i propri strumenti [...] chi propini ai suoi studenti evidenti falsità [...] Si tratta, com’evidente, di un terreno scivoloso, dove è facile trascorrere dalla critica alla censura. Ma è altrettanto evidente che nessuna comunità scientifica può sopravvivere senza un codice di controllo sull’attività dei suoi membri.
Nel bell’articolo uscito su “La Repubblica” lo stesso 16 ottobre, Se le bugie negazioniste diventano reato, Adriano Prosperi prende, invece, in prestito un’espressione utilizzata da Pierre Vidal-Naquet per definire i negazionisti chiamandoli «assassini della memoria». Una memoria non utile ma necessaria
che domina il nostro presente e dominerà il futuro della nostra specie. Si tratta di un peso insostenibile. È un passato che non passa: e che non deve passare se questo significa affidarlo al metabolismo illimitato di una storia come galleria degli orrori.









Gentile Claudia, visto che parla di pseudo-storiografia ha mai provato a riflettere sulle parole di Hegel: “La Storia è la versione dei fatti di chi detiene il potere”?
Non tanto perchè a dirle sia stato Hegel, ma proprio per la qualità del concetto da lui espresso. Certo, nel mondo dei balocchi la Storia che s’insegna a scuola sarebbe scritta da storici imparziali, peccato che non è assolutamente questo il nostro caso.
D’altronde per rispondere alla domanda: “chi furono i veri criminali nella seconda guerra mondiale?” basterebbe pensare a chi ha lanciato le bombe atomiche che per altri 100mila anni continueranno a fare danni incalcolabili ai discendenti delle povere vittime colpite da quella vicenda. Il numero finale sarà sicuramente molto superiore a 6 milioni.
Il colonnello in pensione Donn Grand Pre (che combattè in prima linea nella seconda guerra mondiale contro i giapponesi) disse in un articolo scritto il 12 settembre 1994 su The Spotlight…di sapere con SICUREZZA che i giapponesi erano disposti ad arrendersi prima dei bombardamenti atomici “i Giapponesi avevano accettato di arrendersi la primavera precedente, alle stesse condizioni che furono accettate dopo il lancio della bomba”.
La notizia fu riferita da un giornale americano d’inchiesta The Spotlight del 12 settembre 1994, che porta la firma del colonnello in pensione Donn de Grand Pré.
“…l’effetto psicologico dell’esplosione delle bombe era quello di creare una paura così estesa della potenza dell’energia atomica da spingere le nazioni a rinunciare alla loro sovranità, cedendo tutte le loro armi e le loro forze armate a un governo mondiale, abdicando così alla propria libertà…”
[Donn Grand Pre]
Ovvio che in ottica di nuovo (dis)ordine mondiale è fondamentale la costruzione di un esercito mondiale che vada a reprimere tutti i popoli che rifiutano la schiavitù imposta da questo sistema economico. Quell’evento scatenò una tale paura da indurre tutte le nazioni europee a diventare serve di una delle 2 superpotenze. E nacque la NATO.
Morale: le bombe atomiche furono lanciate su un paese che si era già arreso.
Ma tornando a noi perchè oltre al presunto olocausto ebraico non si ricordano le oltre 50milioni di vittime che quella guerra ha provocato?
Se proprio c’è un popolo che dovrebbe sentirsi vittima di un olocausto è proprio quello giapponese visto che le sue sofferenze perdurano a tutt’oggi.
Evidentemente c’è chi del vittimismo ha fatto la sua filosofia di vita nonostante ad avere morti e sofferenze durante la guerra siano stati tutti i popoli e non soltanto l’unico che bisogna ricordare nel così chiamato giorno della “memoria”.
Gentile Dario,
in primo luogo rilegga con attenzione l’articolo, se può non con le lenti appannate dall’ideologia, e si renderà perfettamente conto da solo che gli storici non inneggiano in alcun modo a nessun tipo di censura ma al contrario ritengono che sia necessario proseguire con la linea del dibattito aperto. Il concetto è espresso talmente chiaramente e altrettanto chiaramente ribadito più volte che mi sembra ridondante ripeterlo. Che non vi sia alcuna persecuzione censoria mi pare altrettanto evidente dalla pubblicazione di TUTTI i commenti che ci sono pervenuti – in gran parte di negazionisti – nonostante le nostre posizioni siano assolutamente e totalmente distanti dalle vostre. Ma non vi censureremmo mai: i vostri commenti ci sono troppo utili per continuare a ribadire con forza la necessità di continuare a studiare e dibattere sull’Olocausto, nel rispetto della memoria delle vittime del passato e ancora di più in nome della preoccupazione nei confronti delle generazioni future che si meritano di accedere a un capitale di storia e memoria che non vada evaporando a causa del clima di crescente disinteresse e qualunquismo nel quale potrebbero trovare spazio narrazioni pseudo-storiografiche che invece di raccontare la Storia si limitano (in maniera maldestra e oltraggiosa) a negarla.
Ma come si fa a presentare un articolo che è un insulto alla libertà di parola? Voi state inneggiando alla censura. Ma viviamo in paesi (occidentali) che nulla hanno a che fare con la democrazia, dunque è normale. Come è già stato detto qua sotto, sta favola dell’olocausto sembra raccontata da un venditore, perchè è matematicamente indimostrabile e basterebbe dare un’occhiata ai censimenti del 1938 e paragonarli a quelli del 1948 per rendersene conto.
http://www.jewwatch.com/jew-holocaust-lies-hoax-frauds-blackflagops-hoaxarchive.html
Poi naturalmente hanno iniziato a manipolare i numeri per avvalolare la loro insulsa propaganda. Ma come si fa a credere a una storiella che non presenta uno straccio di prova se non foto palesemente falsificati con personaggi che non hanno le ombre o che sono stati palesemente ritagliati da altre foto?
http://ita.vho.org/valendy/ugo.htm
O come si può credere a testimonianze OCULARI che rileverebbero ebrei gassati a Dachau quando a Dachau NON C’ERANO CAMERE A GAS?
E poi come linkava uno degli utenti qui sotto basterebbe fare una perizia sui muri delle presunte camere a gas per vedere che è una colossale fandonia…
Gentile signora Covelli,
d’accordo. Riguardo all’ultimo post il messaggio è: affrontiamo la storia di Auschwitz in maniera scientifica e non mitologico-testimoniale. Ma il punto è questo: chi osa indagare i muri di Auschwitz dal punto di vista scientifico rischia seriamente la galera. Delle quattro persone che hanno scritto o promosso testi SCIENTIFICI sulla questione, due sono finite in galera (Zundel, Rudolf) e due hanno perso il lavoro (Leuchter, Kollerstrom). La verità fa paura.
Gentile Andrea,
nessun problema riguardo al fatto che inserisca i link dei suoi articoli, la pregherei soltanto di aggiungere sempre un breve commento al link (di cosa parla l’articolo? quali sono gli elementi critici da mettere in evidenza?) in modo tale da utilizzare lo strumento come spazio dove lasciare i commenti e non come una “vetrina” . Grazie per l’attenzione!
Auschwitz: la perizia necessaria
http://andreacarancini.blogspot.com/2011/01/auschwitz-la-perizia-necessaria.html
Potrei dire di più: il vero negazionismo non è il revisionismo dell’olocausto ma quello di storici come Sabbatucci, che negano l’esistenza del Doppio Stato nella storia italiana del dopoguerra: http://www.corriere.it/Primo_Piano/Politica/2007/05_Maggio/27/sofri_delitto_stato.shtml
Gentile signora Covelli,
sull’uso del termine “negazionismo” rimando al mio pezzo del luglio scorso:
http://andreacarancini.blogspot.com/2010/07/adriana-goldstaub-e-luso-del-termine.html
Vede, cara Signora, ho ricevuto una educazione tecnica ed impegnato in una esperienza produttiva reale,quindi sono intriso di quella praticità che ci permette di scriverci qui e magari anche vederci in cam.Mi sembra un principio molto valido.
Quindi il domandare quelle cose è normale pratica tra persone raziocinanti e produttive.
Diversamente mi rivolgerei ad un venditore professionista di dogmi vari.
Ho scorso velocemente il link segnalato(non funzionante) e non ho notato alcun riferimento all’antisemitismo egizio o babilonese.Strano vero?
Personalmente non ho interesse a chiacchierare di temi che non sono definiti: in israele stanno ancora discutendo ,da decine di anni,sulla definizione di “ebreo” e “antisemitismo”,su chi è più “ebreo” o se è “ebreo” un sefardita rispetto ad un askenazita,se è contaminante la vicinanza tra “ebrei” di origine diversa…il “grosso” personaggio vende il suo prodotto che mira a riproporre un tema morto rivitalizzandolo in chiave “anti…”
Quindi resto coi piedi per terra.
Quello che Le ho chiesto mi basta per iniziare un ragionamento LOGICO,chiaramente solo un inizio .
Vede ,Le potrei chiedere come si fa a far entrare 7-800 persone in una stanza di 25 metri quadrati,ma non lo faccio.
Continuo a ritenere che il suo modo di riflettere sulla Shoah sia riduttivo: le bastano un nome, una data, un documento per esaurire il suo interesse sul tema? Adriano Prosperi ha affrontato l’argomento in maniera a mio parere molto interessante. Non so (e francamente non credo) troverà i dati che le interessano ma se le interessa può leggere qui come sta continuando ad evolversi il dibattito: http://www.blogstoria.it/2010/11/03/michele-battini-alle-origini-dellantisemitismo-ii/
La ringrazio della elaborata risposta.
Si può trattare di ciò di cui abbiamo conoscenza.
1) CHI? E’ sufficiente un nome.
2) COME? Un documento che trasmette la finalità ai sottoposti.
3) QUANDO? E’ sufficiente la data del documento.
Ecco ciò che chiedo a chi si interessa di Storia e ne vuole…”animare un dibattito sui temi di carattere storiografico discussi ogni giorno sulle pagine dei quotidiani. “…
Come si fa a rispettare le premesse se non si risponde ad un bischero qualunque che pone una domanda sì banale?
Se la storiografia o chi parla di Storia …”continua a rispondere ” sta solo a significare che ANCORA NON ha risposto,diversamente si sarebbe scritto “HA risposto”.
Io sono rimasto a Hilberg ,Poliakov,Browing,Pressac,Van Pelt.
Mantelli chi?
Questo: http://olo-dogma.myblog.it/apps/media.php?url=http%3A%2F%2Folo-dogma.myblog.it%2Fmedia%2F00%2F01%2F864927210.jpg
Hannah Arendt chi ?
Quella che “certificò” col suo nome il “sapone fatto con grasso ebraico”?
Pietà!
Gentile Simone, una premessa: questo blog, ma non credo tanto per la natura del blog, quanto per la natura stessa della materia di cui si occupa. non nasce con l’idea di fornire “pratiche e dirette risposte” ma piuttosto con l’intento di riflettere ed eventualmente -quando è possibile- animare un dibattito sui temi di carattere storiografico discussi ogni giorno sulle pagine dei quotidiani. Non troverà quindi “pratiche e dirette risposte” in nessuna pagina di questo blog ma piuttosto spunti di riflessione che starà a lei valutare se interessanti o meno.
Ciò non vuol dire che si navighi nelle acque del relativismo: chi quando e come ordinò la shoah sono domande a cui ha risposto e continua a rispondere la storiografia (e non solo) dal secondo dopoguerra in avanti non certo sulla base di ipotetici “ipse dixit” ma sulla base di indagini svolte secondo il metodo storiografico di reperimento e interpretazione delle fonti. Da Hannah Arendt a Jean Améry, da Primo Levi a Zygmunt Bauman, da George Mosse a Gustavo Corni da Gotz Aly a Brunello Mantelli, i nomi sono davvero tantissimi e questo insieme di opere eterogenee che hanno affrontato il tema dell’Olocausto da prospettive diverse non hanno esaurito la tematica. Solo sulla definizione di “chi” si ci può soffermare a lungo: chi ha eseguito gli ordini, chi li ha disposti, chi ha elaborato l’idea dello sterminio, chi l’ha interiorizzata, chi vi si è sottomesso, chi l’ha accettata. Quando è iniziato il processo di sterminio? Dove si radica? Umberto Eco recentemente per darne spiegazione è risalito fin al 1830. Come? Come sono stati perseguitati gli ebrei: solo nei campi di sterminio oppure nei rastrellamenti nei ghetti? Quelli uccisi nelle operazioni di rastrellamento sono assimilabili a quelli portati alla morte nei campi di lavoro? Il fenomeno dell’Olocausto, come tutti i fenomeni storici, ma potremmo dire come avviene per ogni evento della vita umana non ha un solo Chi, un definito Quando e uno specifico Come. Le risposte “pratiche e dirette” non appartengono ad una disciplina che si confronta con la complessità dei fenomeni. Ci sono molte risposte chiare, costruite con rigore storiografico ma inevitabilmente parziali, seppur intrecciate l’una all’altra, che si confrontano fra loro orientate verso lo stesso obiettivo: la ricostruzione il più verosimile possibile degli eventi del passato.
La mia semplice e naturale domanda sorge dalla considerazione che si parla di “«assurda negazione» della Shoah”…”Shoah” altre volte. Ho chiesto SOLO ,visto che si da per acquisito il fatto,di conoscere CHI ,QUANDO,COME ha ordinato tale evento.
Tutto ha un inizio.
Ritengo sia limitante e castrante buttare sul piatto la persona e le sue convinzioni,in ambito storico non contano,qui interessa(almeno a me) avere PRATICHE e dirette risposte,senza fronzoli .La Storia,Lei me lo insegna,si fa con reperti,analisi tecniche ,documenti, testimonianze verificate, oppure… “ipse dixit”?
Gentile Simone, mi sembra che lei abbia le idee piuttosto chiare sul tema. Poiché non siamo in una sessione d’esame all’università che ne dice di cambiare la formula di questo dialogo dall’interrogatorio al dibattito? Se ha una sua interpretazione dei fatti riguardanti l’Olocausto la renda pubblica e su questa apriremo il confronto
Buongiorno ,
non Le ho chiesto della “soluzione finale” e delle sue interpretazioni,almeno fino al Gennaio-Febbraio 1942 con tale termine si intendeva “eine territoriale Endlösung”, non una “operazione di sterminio”,quindi anche se poi tale termine avesse assunto una nuova valenza,resta valida la domanda:
1) Chi,quando,ha deciso ed ordinato tale “pratica di sterminio”?
Una gigantesca operazione del genere non può essere frutto del caso o della iniziativa personale di un burocrate qualsiasi.
Il termine di “soluzione finale” , come è noto, fu utilizzato dal ’41 dai nazisti per definire l’operazione di sterminio nei confronti della popolazione ebraica
La ringrazio della veloce risposta.
Quindi a questo punto Le chiedo:
1) Chi,quando,ha deciso ed ordinato tale “pratica di sterminio”?
Grazie
Il termine Olocausto, il cui significato etimologico mette insieme due concetti quello di “rogo” e quello di “unico, completo, intero”, entra nel vocabolario del XX secolo per definire la pratica di sterminio attuata nella Germania nazista nei confronti di una serie di categorie di persone ritenute “indesiderabili” o dannose per la nazione tedesca. L’Olocausto di per sè non si limita a definire esclusivamente la popolazione ebraica sterminata ma si estende a una più vasta categoria di deportati che comprende anche omosessuali, zingari, testimoni di Geova, persone con handicap fisici e mentali… In particolare il termine Olocausto ebraico – non presente però nell’articolo postato – si riferisce alla popolazione di origine ebraica perseguitata e sterminata nei campi nazisti
Noto che l’articolo non ha prodotto interventi,Le chiedo:
1) Cosa si deve intendere col termine “olocausto ebraico”(intendo materialmente,praticamente,solo quello)?
Grazie
Segnaliamo altri due articoli usciti su “Liberazione” il 20 ottobre. Il primo è l’intervista di Vittorio Bonanni a Amos Luzzatto “Negazionismo, capitolo del revisionismo storico”. Il secondo è l’articolo di Dino Levi “La negazione di fatti storici assodati non è un’opinione”.
Riportiamo un passaggio importante dell’intervista di Bonanni:
BONANNI: Stigmatizzare chi nega la Shoah dovrebbe portare a sottolineare anche il ruolo giocato dai fascisti italiani nelle differenti stragi perpetrate negli ultimi anni della guerra. E invece è prevalso un revisionismo che sembra andare di pari passo con il negazionismo. Che cosa ne pensa?
LUZZATTO: Sono perfettamente daccordo. Il negazionismo è un capitolo del revisionismo storico. Si faccia pure del revisionismo. Ma al completo. La storia è sempre soggetta ad un progetto di revisione, che deve essere al completo e totale e senza che serva strumentalmente per coprire delle responsabilità o per farle dimenticare.
Per completezza aggiungiamo il commento di Sergio Luzzato pubblicato “Il Sole 24Ore” del 17 ottobre, nell’articolo “Shoah vera o falsa? Non si decide per legge”. Scrive Luzzatto:
“Penalizzare il negazionismo non può essere una soluzione del problema. Non foss’altro, perché il negazionismo è male culturale e sociale. Va dunque affrontato con anticorpi culturali e sociali, non attraverso la repressione giudiziaria [...]
La conoscenza storica si nutre di tutto, perfino di negazionismo”