Venerdì 15 ottobre sul settimanale “Gli Altri” è uscita un’intervista di Angela Mauro a Paul Ginsborg dal titolo 1860, la democrazia fa un passo indietro. Un titolo provocatorio, soprattutto se si pensa che l’intervista promuove un’iniziativa organizzata in occasione di uno dei più importanti anniversari di questo bienno di celebrazioni: lo storico incontro a Teano nel 1860 tra Garibaldi e il Re Vittorio Emanuele.
Per ricordare l’evento il comune di Teano ha organizzato da 22 al 26 ottobre un’eterogenea serie di iniziative che spaziano dalle mostre fotografiche alle fiere gastronomiche, dal social forum per lo sviluppo sostenibile a un’interessante tavola rotonda che prevede la partecipazione di importanti storici del Risorgimento , fino a un workshop dedicato al tema dell’identità nazionale italiana affrontato da diverse prospettive. Una formula questa che ritroveremo probabilmente in molte delle manifestazioni organizzate per le celebrazioni del centocinquantenario dell’Unità e che lo stesso Ginsborg premia, in apertura dell’intervista, sottolineando l’importanza della partecipazione della società civile:
Mai come nel caso dell’appuntamento di Teano è evidente che intorno al tema dell’Unità d’Italia si è creato un grande fermento sociale.
Il contributo degli storici che parteciparanno al dibattito, mette in chiaro Paul Ginsborg, dovrebbe risultare particolarmente interessante per il suo approccio critico, e non celebrativo, al tema del Risorgimento:
Il Re Vittorio Emanuele e Garibaldi si incontrarono a Teano a ottobre del 1860 e Garibaldi consegna il Sud nelle mani del sovrano sabaudo senza condizioni. Ci chiediamo: e se avesse negoziato un po’ di più? Se avesse protetto di più il sud pur nel contesto nazionale? Eppure, sia Cattaneo che Mazzini, mettendo da parte le differenze tra di loro, incontrarono Garibaldi a Napoli e cercarono di convincerlo a procedere non per plebisciti, ma per assemblee regionali costituenti in modo da assegnare alle regioni una certa possibilità di negoziato nel processo unitario. Questo è un dato molto interessante perchè, se il consiglio di Cattaneo e di Mazzini fosse stato ascoltato, si sarebbe determinato un certo federalismo. Ma Garibaldi esita. Storicamente, quindi, si dimostra un grande leader, ma non un grande politico: resta molto appiattito sul re.
«Si poteva fare l’Italia in un altro modo» e questo esperimento di storia controfattuale serve a penetrare a fondo nel tema del federalismo, parola di recente molto utilizzata ma i cui contorni appaiono spesso sfuggenti, recuperando il pensiero di «uno dei grandi dimenticati del Risorgimento», Carlo Cattaneo che
criticò la legge piemontese del 1859 sul governo locale della Lombardia che di fatto aboliva tutte le autonomie dei comuni lombardi. [...] Sosteneva che nel 1755 c’era una legge migliore e aveva ragione.
Certo osserva in maniera pertinente Angela Mauro, il sud di allora non era la Lombardia come – concorda Ginsborg- documentato da L’inchiesta in Sicilia di Franchetti e Sonnino del 1876. Difficile dire se l’affermarsi della proposta federale di Cattaneo avrebbe permesso di “fare meglio” l’Italia, più interessante sarebbe indagare a fondo i motivi che non consentirono l’affermarsi dell’ipotesi federalista non solo, come è prevedibile, all’interno dell’élite sabauda, ma piuttosto nel contesto più “democratico” (per richiamare quella “democrazia” presente nel titolo) e rivoluzionario. Il riferimento a Cattaneo diventa forte soprattutto in risposta a quel tentativo di assimilazione compiuto dalla Lega Lombarda nei confronti dell’ideologo del federalismo.
L’opzione federalista sarebbe potuta diventare anche uno strumento efficace per affrontare il problema del brigantaggio e avrebbe introdotto un maggior livello di democrazia nel paese, sostiene Ginsborg nell’intervista. Teano e i suoi protagonisti, Vittorio Emanuele II e soprattutto Garibaldi, diventano quindi il nodo critico, segnano il luogo e lo spazio di una svolta importante: un passo avanti verso l’unità nazionale, un passo indietro verso la possibilità di avviare lo Stato italiano verso una forma autenticamente democratica fin dalle sue origini. Di fronte a un Garibaldi che ne esce profondamente ridimensionato, soprattutto sotto il profilo politico, riemergono un Cattaneo, e sottotraccia un Mazzini, vati inascoltati d’Italia. Un’altra occasione perduta per la democrazia di penetrare alle radici della nazione. Non meraviglia che sia proprio questa prospettiva – che pone al centro la democratizzazione mancata del”Italia – ad interessare oggi gli storici del Risorgimento.










Sul “Manifesto” del 19 ottobre, Piero Bevilacqua si è occupato dell’incontro di Teano nell’articolo “A Teano, per il Paese e per la sinistra”. Teano dunque come occasione in cui ritrovare un’identità nazionale e politica. Scrive Bevilacqua:
“Teano è dunque l’occasione per una riflessione storica non celebrativa che fa da sfondo e premessa alla rappresentazione in grande stile della nuova cultura politica che fermenta nel cuore del Paese e che non trova più rispondenza, e neppure un’eco non solo nelle aule del Parlamento, ma neppure nelle stanze ormai vuote dei partiti. [...]
Le giornate di discussione a Teano si presentano un po’ come una metafora della sfida che una formazione politica all’altezza delle necessità presenti dovrebbe oggi in Italia assumere come proprio obiettivo storico: raccogliere la diversità di culture, economie, bisogni, storie e provenienze che sommuovono e talora lacerano il nostro Paese, ma che alimentano spesso la sua creatività, per farne la leva di un nuovo progetto di società solidale”