È uscito alla fine di settembre il nuovo libro di Mimmo Franzinelli “Il Piano Solo. Servizi segreti, il centrosinistra e il «golpe» del 1964 ” (Mondadori, 301 pagine, 20 euro – compralo su Amazon.it a 14 euro) dedicato a ricostruire la vicenda del “Piano Solo” facendo luce sulle responsabilità delle più alte cariche dello stato nell’elaborazione di quel progetto di “colpo di stato” attribuito fino a tempi recenti esclusivamente all’arma dei carabinieri e in particolare alla figura del Generale Giovanni De Lorenzo. Il volume di Mimmo Franzinelli analizza a fondo quello che Mario Cervi sulle pagine de “Il Giornale” del 12 ottobre ha definito «Il padre di tutti i dossier», ricordando che fu il «primo caso mediatico che contrappose giornalisti e servizi».
È stato ancora ieri “Il Giornale” a tornare sulla vicenda e sul volume di Mimmo Franzinelli con un’intervista di Matteo Sacchi a Alessandro De Lorenzo, figlio del Generale De Lorenzo, intitolata «”Piano Solo” mio padre agì nei limiti della legge». Sottolinea Alessandro De Lorenzo:
Soltanto oggi, Mimmo Franzinelli, ne Il Piano Solo, rivela, documenti alla mano, come in quella drammatica estate… non vi fu un’autonoma iniziativa del comando dei carabinieri ma il Generale De Lorenzo si mosse nell’ambito della legge secondo le direttive del Quirinale, informando di tutto i ministri dell’Interno e della Difesa. D’altronde risultano, dalle agende di mio padre, frequenti incontri con Segni, Taviani e Andreotti… Il libro rivela anche manomissioni al diario storico del Quirinale…
Torniamo un attimo sulla vicenda, così come l’ha ricostruita Paolo Mieli sulle pagine del “Corriere della Sera” il 21 settembre scorso nell’articolo Piano Solo, le origini di un golpe impossibile:
Nella primavera del 1967 «L’Espresso» pubblicò un articolo di Lino Jannuzzi in cui era scritto che, tre anni prima, il generale Giovanni De Lorenzo – ex uomo della Resistenza, all’epoca dei fatti di cui riferiva il settimanale, nel 1964, comandante dell’Arma dei carabinieri – con la protezione dell’allora presidente della Repubblica Antonio Segni, aveva ordito un colpo di Stato. Cosa era successo in quell’estate del ‘ 64? Era entrato in crisi il primo governo di centrosinistra presieduto da Aldo Moro, governo nato nel dicembre del 1963 con ministri socialisti e con il leader del Psi, Pietro Nenni, vicepresidente del Consiglio. Scriveva il giornale diretto da Eugenio Scalfari che Segni, volendo approfittare della crisi di governo per interrompere l’esperienza di centrosinistra, aveva incoraggiato De Lorenzo – comandante come si è detto dei carabinieri, ma soprattutto ex capo dei servizio segreti, il Sifar, su cui manteneva una grande influenza – a predisporre un intervento straordinario per l’ordine pubblico che si configurava come un vero e proprio golpe. Secondo i difensori di Segni e De Lorenzo, invece, Quirinale e comando generale dell’Arma si erano limitati a programmare una reazione in grado di contenere gli effetti dei possibili disordini che – come era accaduto nel luglio del 1960 all’epoca del governo Tambroni – l’intera sinistra avrebbe potuto provocare nel momento in cui fosse stato costituito un governo «tecnico» guidato dal presidente del Senato Cesare Merzagora. [...] Lo scandalo fu grande: dal maggio del 1967 alla fine del 1970 l’affaire denunciato dall’«Espresso» impegnerà le Camere in ben nove dibattiti (nella quarta e quinta legislatura); sarà poi oggetto di numerosi processi (con esiti alterni) e addirittura di tre commissioni d’inchiesta: una ministeriale, una militare e una parlamentare.
L’importanza – giustamente sottolineata da Mieli – del volume di Franzinelli sta nell’andare a fondo della vicenda, attraverso l’analisi di documenti rimasti finora inediti e contribuendo a rispondere a una domanda rimasta sospesa nella storia della Repubblica: davvero nel 1964 si rischiò il golpe militare? La risposta di Franzinelli la presenta subito, aldilà di ogni equivoco, Paolo Mieli nel suo articolo:
Secondo Franzinelli il Piano Solo fu nient’altro che «un’interpretazione estensiva e autonoma» del «piano di emergenza speciale» predisposto dalla polizia nel novembre del 1961, quando si erano temute violenze di piazza in seguito alla crisi di Berlino.
Per sostenere questo lo storico è ricorso a un imponente patrimonio documentaristico che illustra il fitto intreccio di relazioni fra le maggiori cariche dello Stato, le forze armate e i servizi segreti: le carte del generale de Lorenzo e del presidente del Senato Merzagora, le «veline» del SIFAR e le fonti d’archivio dei carabinieri, i memoriali, gli epistolari e i diari di Andreotti, Carli, Fanfani, La Malfa, Nenni, Segni, Taviani. Fondamentale è stata poi l’attenta ricostruzione del momento storico in cui il famoso “piano Solo” venne elaborato: l’autore stesso parla di «un Paese condizionato dalla guerra fredda e sospeso sull’orlo dello scontro civile, con il possibile passaggio dei poteri ai militari».
Il Piano Solo si riduce quindi a quell’«interpretazione estensiva e autonoma» del «piano di emergenza speciale» elaborato nel 1961 dopo gli scontri avvenuti a Genova e la caduta del governo Tambroni, uscendo dalle logiche del “golpe politico” proposta dall’”Espresso” nel 1967 e riproposta nel ’69, quando al momento di esporre le conclusioni della commissione parlamentare istituita in proposito i parlamentari dell’opposizione avrebbero attribuito alle iniziative assunte nell’estate del ’64 «un carattere di assoluta gravità, di piena illegittimità, di rilevante pericolosità per le istituzioni» [cfr. Aurelio Lepre, Storia della Prima Repubblica, Il Mulino, 2004]. Un’interpretazione che partendo dall’enigma di fatto lo scioglie, riportandolo alle difficili contingenze che segnarono l’esperienza del centro-sinistra. Che l’ipotesi che si realizzasse un vero colpo di stato attraverso il “piano Solo” fossero state remote era già elemento condiviso da gran parte degli storici, ma la precisa ricostruzione proposta da Franzinelli alla luce dei documenti consultati illustra come la funzione del “piano Solo” fu quella di “strumento di pressione”. Un obiettivo evidentemente politico, come appartenenti al mondo politico furono i personaggi che lo elaborarono e non esitarono a scaricarne le responsabilità sulla figura di un De Lorenzo «incastonato nella galleria dell’eversione nera» come scrive lo stesso Franzinelli.
Come scrive Giorgio Boatti su “La Stampa” del 30 ottobre nell’articolo Un piano “Solo” del Quirinale:
«Solo» in questo libro si toglie gli alamari. Sveste la tuta mimetica e gli anfibi, tacita i rombanti motori della Brigata meccanizzata dei carabinieri voluta nel 1963 dal generale De Lorenzo. [...] In questa ricostruzione minuziosa e puntigliosa gli indizi sul «Piano» [...] risalgono le scale del Quirinale. Giungono sino allo «studio alla vetrata» da cui il presidente Segni, circondato da ansiogeni consiglieri, intravede ad ogni angolo d’orizzonte burrasca sociale e sovversione politica.
Se è vero, però, che il “Piano Solo”, grazie all’opera di Franzinelli esce dall’orbita militare, nel quale è rimasto trincerato per oltre quarant’anni, ed entra finalmente nel contesto politico in cui fu maturato emergono non solo le responsabilità politiche delle alte cariche dello stato di allora, Segni, Taviani, Andreotti etc ma anche il ruolo importante della stampa, e in particolare dell’”Espresso” nella “rappresentazione del caso”, aspetto sul quale, non a caso si soffermano i quotidiani di destra oggi. Con il “Piano Solo” venne inaugurata una fase in cui il rapporto tra scandalo politico e inchiesta giornalistica si fece sempre più serrato, anticipando quella che sarà la tendenza di tutti gli anni anni ’70 e che contribuirà ad alimentare quella percezione tuttora radicata di un doppio livello della vita politica italiana: uno che si svolge alla luce del sole sotto gli occhi dell’opinione pubblica e un livello sommerso che alimenta l’immaginario di una storia italiana fatta di misteri ed enigmi da risolvere.









