Uno dei temi maggiormente discussi in queste ultime settimane è stato quello del rapporto tra lo stato fascista e l’Italia liberale. Ne abbiamo parlato di recente a proposito del volume di Sabino Cassese ”Lo Stato Fascista” (compralo su Amazon.it a 9,80 euro) la cui tesi principale ricordiamo essere quella della continuità istituzionale tra stato liberale e stato fascista – continuità non del tutto tradita nemmeno nell’Italia repubblicana del 1946 - il quale avrebbe semplicemente reinterpretato in chiave autoritaria le istituzioni dell’Italia liberale.
Il 24 novembre è uscito in libreria il libro di Francesco Perfetti “Lo stato fascista. Le basi sindacali e corporative” (Le Lettere, pp. 452, 32 euro, compralo su Amazon.it a 22,40 euro). L’introduzione al volume è stata pubblicata su “Il Giornale”, domenica 21 novembre nell’articolo Così il Duce tagliò con l’Italia liberale. La ricerca di Perfetti torna sul momento del passaggio del fascismo da movimento politico a regime autoritario, soffermandosi in particolare sulla figura di Alfredo Rocco e sulle “leggi fascistissime” del ’25 e ’26, successive all’attentato Zamboni, che decretarono la trasformazione del fascismo in regime autoritario, evidenziando quella discontinuità tra regime fascista e Italia liberale che il volume di Cassese aveva stemperato.
Perfetti raccoglie le tesi di De Felice riguardo al rapporto partito-Stato, che segna una delle peculiarità del fascismo rispetto agli altri regimi totalitari:
L’esame del rapporto fra partito e Stato ha suggerito a Renzo De Felice una considerazione importante sulla differenza tra regime fascista e regimi totalitari propriamente detti. In questi ultimi (Unione Sovietica e Germania nazionalsocialista), il partito costituì la pietra angolare del regime, la conquista del potere non ne sminuì il ruolo e anzi lo rafforzò subordinandogli l’apparato dello Stato. Il regime fascista percorse la strada opposta: lo Stato ebbe una posizione di primo piano mentre il partito fu subordinato ad esso, in esso integrato con funzioni secondarie, burocratiche e transeunti. La «costituzionalizzazione» del Gran Consiglio del fascismo e la nuova legge sulla rappresentanza politica (1928) sanzionarono la liquidazione definitiva del sistema parlamentare e segnarono un passo decisivo verso il consolidamento di un regime centrato sulla figura del capo del Governo, nel quale il Parlamento veniva ridotto al ruolo di mero collaboratore nell’esercizio della funzione legislativa. Lo stesso plebiscito, che ne era la conseguenza pratica, implicava che al corpo elettorale spettasse non più il compito di esprimere un diritto di scelta fra indirizzi politici concorrenti quanto piuttosto quello di sanzionare l’accettazione o l’improbabile rifiuto di un solo indirizzo politico. In questo quadro mutarono figura e ruolo dei deputati, che non potevano più essere considerati rappresentanti in Parlamento della volontà popolare, ma come scrisse Giuseppe Bottai, «dei fascisti comandati dal regime alla funzione legislativa».
Una frattura importante quindi rispetto allo stato liberale, rispetto al quale viene stravolto il ruolo del Parlamento, ridotto a «mero collaboratore» mentre vengono rafforzati i poteri del Governo. Nel panorama politico e istituzionale italiano lo Stato (fascistizzato) rimane il centro del potere politico, mortificando il partito, a differenza di quanto avviene nei totalitarismi nazista e sovietico, nei quali è il partito la «pietra angolare» del regime. Questo giustifica l’importanza dell’approccio al fascismo della storia delle istituzioni, in grado di affrontare in maniera efficace alcuni nodi lasciati insoluti dalla storia politica.
“Avvenire” ha invece presentato il 25 novembre il saggio di Gerardo Padulo “I finanziatori del fascismo” (pubblicato in Le Carte della Storia, quaderno 1 – compralo su Amazon.it a 7 euro) nell’articolo di Pier Luigi Fornari Fascisti, soldi & Massoni. Ritorniamo qui all’approccio al fascismo secondo le linee della storia politica che si concentra sulle vicende del partito e in particolare sul tema dei finanziamenti e sulla formazione della futura classe dirigente fascista. A prevalere in questa interpretazione è la contiguità tra classe dirigente liberale e partito fascista. Come illustra Padulo il problema alle porte della marcia su Roma è quello della costituzione di una classe politica che sia in grado di organizzare il potere. Scrive Pier Luigi Fornari:
Tre settimane prima della marcia su Roma, il 7 ottobre 1922, Il popolo d’Italia annuncia in un breve trafiletto la nascita della casa editrice del Partito fascista, “Imperia”, con sede a Milano e direttore Dino Grandi. La finalità è quella di formare la classe dirigente di cui Mussolini ancora non dispone. In un’intervista una settimana dopo, Grandi si dice preoccupato del fatto che i fascisti abbiano solo le doti del soldato, ma non siano pienamente coscienti del «tormento di pensiero e intelletto» che è all’origine del movimento. «Stiamo attenti che lo squadrismo non mangi il fascismo», gli aveva confidato Benito Mussolini.
Classe dirigente che sarebbe stata individuata, secondo Padulo, in quei “fascisti nello spirito” attinti dal ceto industriale italiano appartente alla massoneria e che si sarebbero presto trasformati nei finanziatori del movimento:
Federico Cerasola, Pietro Giovanni Bottini, Cesare Goldmann, Vittorio Nugoli, Ferruccio Bolchini e Alberto Redenti. Tutti massoni di palazzo Giustiniani. Rappresenteranno la maggioranza nel consiglio di amministrazione dall’Imperia e anche nei collegi sindacali. Dunque un’operazione politica in grande stile, avvenuta con il placet del gran maestro.
Sottolineando la contiguità politica fra il mondo degli industriali e PNF, Padulo, come evidenzia Fornari, fa “saltare” la tesi defeliciana dell’assenza di reali nessi politici tra mondo industriale e fascismo. Un’affinità, quindi, che non si muove solo sul piano del perseguimento di obiettivi comuni – il mantenimento del controllo sociale e l’eliminazione del pericolo comunista – ma prevede un rapporto strutturato di collaborazione in cui una parte della classe dirigente appartenente alla dimensione liberale della grande industria italiana si presta a coprire il vuoto politico del partito fascista, imbrigliato nelle maglie del reducismo e popolato, quindi, più da soldati che da dirigenti politici.
Se sotto il profilo istituzionale Perfetti ripropone la tesi di De Felice concentrandosi sulle discontinuità tra Italia liberale e Italia fascista, sul piano politico Padulo, contraddice la tesi di De Felice e mette in luce i contorni di un rapporto sempre più articolato fra classe dirigente liberale e organizzazione del partito fascista. Va però sottolineato che i due studiosi si muovono su due periodi contigui cronologicamente ma ricchi di trasformazioni importanti, quel quinquennio ’21-’26 in cui avvenne il passaggio del neonato partito fascista, da movimento politico a partito di governo e infine a regime.










