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Nel nuovo millennio la televisione può essere ancora uno strumento efficace per la divulgazione della storia? Basta rivolgere lo sguardo fuori dai confini nazionali per rispondere positivamente e per fare una riflessione sul rapporto televisione-cinema-storia. Lo facciamo recensendo The Pacific, miniserie tv in 10 puntate prodotta nel 2010 vincitrice di 8 Emmy Awards (comprala su Amazon.it a 48,52 euro, anche in formato Blu-Ray a 55,43 euro). La serie -- prodotta da Tom Hanks e Stephen Spielberg già produttori nel 2001 della serie Band of Brothers (comprala su Amazon.it a 30,40 euro) dedicata al fronte europeo della seconda guerra mondiale, nonché spin-off del celebre Salvate il soldato Ryan (compralo su Amazon.it a 18,73 euro) -- racconta in 10 episodi le più importanti battaglie di terra combattute dalla prima linea americana nelle isole del Pacifico dopo l’attacco a Pearl Harbour del 7 dicembre 1941.
Emerge il primo aspetto interessante della serie per il pubblico americano -- che l’ha vista sulla rete televisiva HBO da marzo a maggio 2010 -- e soprattutto per il pubblico europeo -- in Italia la serie è stata trasmessa da Sky Cinema 1 da maggio a giugno -- e cioè la (ri)scoperta di una pagina importante della storia della seconda guerra mondiale dimenticata, quando non del tutto sconosciuta, ai più. In parte per la concezione eurocentrica del conflitto, in parte per la connotazione “navale” della guerra nel Pacifico, celebre per i grandi scontri via mare e per le imprese dei kamikaze giapponesi, la guerra “di terra” sul fronte oceanico è rimasta fino al 2010 episodio secondario e meno conosciuto della seconda guerra mondiale.
In realtà a questa pagina di storia -- quella della difficile conquista via terra di una serie di isole sparpagliate attorno all’arcipelago della Isole Salomon vicino alle Filippine, sede delle basi dell’aeronautica giapponese -- Clint Eastwood aveva dedicato nel 2006 due bellissime pellicole: Flags of Our Fathers (compralo su Amazon.it a 7,19 euro) e Letters from Iwo Jima (compralo su Amazon.it a 15,52 euro). I due film raccontavano la stessa battaglia, quella della conquista dell’isola di Iwo Jima in mano giapponese e poi espugnata dai marines americani dai due punti di vista: in Flags of Our Fathers quello dei conquistatori americani, in Letters from Iwo Jima, interamente girato in lingua giapponese, quello della resistenza giapponese.
The Pacific, che dedica uno dei suoi episodi proprio alla battaglia di Iwo Jima, estende il punto di vista e racconta gli altri episodi importanti della guerra per la conquista di questa manciata di isole sperdute, ritenute però fondamentali dal punto di vista strategico: Guadalcanal, Cape Gloucester, Peleliu, Okinawa. Protagonisti principali tre ragazzi che si arruolano volontari nei marines e le cui storie si incrociano nel Pacifico: John Basilone, italo-americano che diverrà l’eroe di Guadalcanal, Robert Leckie, giornalista riflessivo in servizio nella prima linea e Eugene Sledge, adolescente dell’Alabama che farà di tutto, nonostante le fragili condizioni di salute, per entrare e partecipare all’impresa nel Pacifico. Attorno a loro una fitta rete di personaggi minori, tutti ottimamente caratterizzati anche quando difficilmente riconoscibili sotto l’aspetto uniformante della divisa, che rappresentano le varie sfumature, culturali etniche e sociali della comunità americana, e che esprimono in maniera efficace le dinamiche di cameratismo degli uomini al fronte.
Perché riscoprire oggi questa pagina di storia? La storia delle conquiste di questo sparuto gruppo di isole del Pacifico è una storia “sporca” e difficile. È la storia della prima linea, di giovanissimi marines mandati all’assalto secondo le logiche della prima guerra mondiale. È una storia che racconta la parte più “vera”, più cruda e violenta della guerra, dove la tecnologia conta poco, ma quello che davvero fa la differenza è la capacità estrema di sacrificio. Conosciuta e ammantanta dal mito la storia della resistenza dei “japs”, -- come vengono chiamati dai marines (tradotto in un pessimo “giappi” in italiano) -- mentre quella degli attacchi americani si è prestata in questi decenni molto meno al mito della superpotenza tecnologica americana, e non a caso viene riscoperta nel nuovo millennio da quegli Stati Uniti di nuovo impegnati in campagne di terra in Afganistan e in Iraq. Si vede pochissima tecnologia in The Pacific: le portaerei servono solo a trasportare i marines tra le varie isole, l’aeronautica è quasi assente e per lo più nemica, la conquista del territorio passa attraverso le trincee, le mitragliatrici, i mortai, le cariche degli uomini mandati allo sbaraglio in una corsa folle e suicidia in campo aperto alla conquista dei rifugi giapponesi. Una tecnologia minima che richiede la totale complementarietà con il soldato che la manovra, la fusione vera e propria con il suo corpo, nel prototipo dell’uomo-macchina tipico della Grande Guerra. John Basilone è l’eroe di Guadalcanal perché per una notte intera, mitragliatrice alla mano, senza badare alle tremende ustioni che l’arma incandescente lascia sulle sue braccia, più volte attraversa la terra di nessuno allo scopo di approvvigionare la sua truppa rimasta senza munizioni. Allo stesso modo, la rete di relazioni che circonda Eugene Sledge al fronte è determinata dal mortaio di cui ogni compagno porta un pezzo: quando uno di loro cade non c’è tempo se non per recuperare il pezzo mancante. Se la compagnia degli uomini si dimezza, il mortaio necessita di tutti suoi pezzi per essere funzionante. Il rapporto tra il soldato e il pezzo di cui è il custode è simbiotico: ogni azione è fatta per conservarne il perfetto funzionamento, se le divise del soldato sono ridotte in stracci, la mantella impermeabile deve essere conservata integra per coprire le munizioni dalla pioggia. Chi inverte questa scala di priorità non solo è un pessimo marine, ma compromette la sopravvivenza dell’intera compagnia e la capacità di attacco -- e di difesa -- della truppa.
Gli attacchi dei marines sono una corsa estenuante attraverso campi scoperti sotto il fuoco nemico, del tutto simili agli assalti della prima guerra mondiale: si è consapevoli che più di metà della truppa cadrà sotto il fuoco nemico, ma quella metà che raggiungerà l’obiettivo potrà continuare la difficile operazione di assalto, stanando uno ad uno i giapponesi nascosti nelle grotte e nei bunker scavati nell’isola come nell’episodio “Peleliu Hills”.
Se si predilige il racconto delle battaglie di terra nel Pacifico, ponendo al centro della narrazione i marines della prima linea, The Pacific non trascura alcuni aspetti importanti che caratterizzano il secondo conflitto mondiale. Ad esempio il rapporto con la società civile americana: essenziale sotto questo profilo la vicenda di John Basilone che dopo essere fregiato della medaglia d’onore viene rispedito in patria per “sponsorizzare” la missione americana nel Pacifico. Emerge una dinamica meno evidente nella storia bellica europea: l’eroe di guerra non ha il compito di veicolare un messaggio di propaganda politica, ma quello di consentire la raccolta di fondi privati da impiegare per l’acquisto degli armamenti. Se John Basilone nella sua nottata da eroe ha provato che cosa vuol dire per una truppa restare senza munizioni, il miglior servizio che egli può rendere alla sua truppa da eroe di guerra è quella di dotarla di un maggior numero di munizioni acquistate attraverso una campagna di finanziamenti in patria. Emerge uno degli aspetti più interessanti della storia USMC, quello degli aspetti “privati” delle forze militari americane: l’arruolamento volontario e la ricerca di capitali privati. Lo stesso John Basilone sviluppa un complesso rapporto tra vita privata e ruolo pubblico evidenziando come la commistione tra i due ambiti sia profonda: la vita privata di John si sviluppa tutta all’interno del corpo dei marines (si fidanza con il sergente Lena Riggi), mentre il ruolo pubblico affidatogli influenza in maniera fortissima il rapporto con la sua famiglia e con la stessa Lena che abbandona per recarsi sul campo di battaglia.
Si evidenzia la natura totalizzante del conflitto, sottolineando però la connotazione totalmente differente che essa assume in uno stato totalitario come l’Impero giapponese e nella dimensione democratica americana, nella quale anche la guerra risulta un’opzione scelta volontariamente dai protagonisti. L’aspetto più evidente e certo non privo di retorica è quello della rappresentazione dei marines come corpo volontario in cui si combatte e ci si sacrifica per una serie di valori condivisi ritenuti “giusti”. Davanti alla follia di una guerra che manda al massacro centinaia di giovani, seguendo logiche crudeli, spesso errate che richiedono sacrifici inutili resta però la consapevolezza del credere che sia “giusta” la causa per cui la guerra viene combattuta, come dice il carismatico comandante Ack Ack a uno stremato Eugene in uno dei momenti di maggior disperazione della truppa.
La guerra con la sua violenza e i suoi orrori, fuori da qualsiasi censura moralista, è un passaggio doloroso ma necessario per l’affermazione dei valori americani. Valori prima di tutto radicati nell’etica dei suoi combattenti: giovani commilitoni leali e coraggiosi, pronti al sacrificio anche quando fragili -- la malattia e l’esaurimento fisico e psicologico costituiscono un tema che ricorre -- come evidenziato dalla scena finale della bella sigla iniziale nella quale vi è il ritratto a carboncino di un marine che trasporta sulle spalle un suo compagno. La resa del cameratismo tra commilitoni è sicuramente uno dei punti forti della serie: molto veritiera, richiama l’attenzione sulle dinamiche del rapporto tra i soldati al fronte e in particolare nella cultura militare anglosassone. Più moderna e più marcatamente “americana” è la rappresentazione del marine, prima di tutto come “uomo” (non necessariamente nel senso stretto del genere, dal momento che Lena Riggi ne è un’ottima declinazione femminile): fragile nel corpo e nella psicologia, messo a dura prova dal conflitto, convive con la sua caducità grazie alla sua fede civile e religiosa. La Bibbia che Eugene porta con sé diventa l’oggetto simbolo, il talismano, la scrittura sacra su cui il marine incide la sua storia individuale segnando i giorni di guerra. La storia individuale si sovrappone a quella sacra della nazione e a quella dell’umanità intera, un aspetto molto interessante della religione civile americana su cui Emilio Gentile ha scritto nel volume La democrazia di Dio (Laterza, 2006 -- compralo su Amazon.it a 7,70 euro).
The Pacific è sicuramente una serie che vale la pena vedere sotto molti punti vista. Come spettatori perché è una serie appassionante, che racconta una storia poco conosciuta in maniera agile, che interessa ed emoziona grazie alla presenza di personaggi narrativamente efficaci. Come studiosi, perchè alla divulgazione dei fatti storici aggiunge un’interpretazione contemporanea che consente di riflettere su quello che sono gli Stati Uniti oggi, sul loro rapporto con la guerra e in particolare con i conflitti dei quali sono stati protagonisti in questo primo decennio del nuovo millennio. Come appassionati di cinema: The Pacific è pensata giustamente come serie televisiva e non come pellicola cinematografica, sebbene -- a differenza di prodotti italiani nati per il medesimo scopo -- la recitazione, la scenografia, la fotografia e persino la regia siano del tutto “cinematografiche”. Ma The Pacific è televisivo proprio nel suo obiettivo culturale: la divulgazione il più possibile estesa di una pagina della storia americana a consolidamento del bagaglio di valori condivisi che costituiscono il fondamento della religione civile americana. Uno scopo eminentemente politico che lega memoria e identità, un nodo da noi lontanissimo da essere sciolto, e che richiama la funzione dell’epica nel mondo antico. Il cinema americano di Clint Eastwood e di altri registi ha molto parlato di guerra in questo decenni di conflitti, di guerre passate e recenti ma non ha tradito la sua funzione più profonda: quella dell’interpretazione, della riflessione, del dibattito, non sovrapponendosi mai alla televisione e ai suoi scopi. E così la stessa battaglia di Iwo Jima può essere narrata da due medium diversi con intenti differenti seppur complementari, senza sovrapporsi e senza svilirsi a vicenda, ma al contrario alimentando l’uno l’immaginario dell’altro. Insomma, una grande lezione di cinema e di televisione ma anche di narrazione e divulgazione della storia dall’altra parte dell’Oceano.
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