Scarica il podcast o ascoltalo online
Oggi, così almeno si augurano migliaia di manifestanti egiziani, potrebbe essere il giorno della “cacciata” del presidente egiziano Mubarak in carica da quasi trent’anni, ossia dall’ottobre del 1981. Questo significa che per molti lettori – me compresa – la parola “stabilità” che è ricorsa negli editoriali pubblicati sulla rivolta in Egitto di questi giorni identifica senza soluzione di continuità l’Egitto con la figura del presidente Mubarak, volto unico ed esclusivo del grande paese nord-africano dal quale provengono un ampio numero degli stranieri residenti in Italia. Il CESTIM che si occupa di fornire i dati per il Ministero degli Interni ha stimato la presenza di 56.834 cittadini egiziani risiedenti sul territorio italiano al 31 dicembre 2009, pertanto la comunità egiziana risulta essere al 6° posto delle comunità straniere più popolose preceduta da quella indiana e tunisina nonché la terza comunità numericamente più importante proveniente dal nord africa (al primo posto si trova la comunità marocchina che conta 245.198 presenze seguita da quella tunisina con 66.153 cittadini residenti sul territorio italiano) [fonte: Cestim]
I quotidiani che si sono occupati di quanto sta avvenendo al Cairo in questi giorni hanno di fatto illustrato due posizioni contrapposte, che danno una connotazione profondamente diversa alle previsioni di evoluzione delle manifestazioni egiziane in corso contro il presidente Mubarak:
- la prima, per la quale potremmo indicare come riferimento l’editoriale di Giovanni Sartori Illusioni e delusioni pubblicato su il “Corriere” il 31 gennaio scorso e dedicato principalmente al ruolo degli Usa nella crisi, vede nelle rivolte in corso in Egitto e che hanno investito nelle prime settimane dell’anno Tunisia e Algeria una polveriera pericolosa dalla quale potrebbe emergere una ristrutturazione dello stato egiziano in chiave fondamentalista. Il riferimento storico richiamato da Sartori è quello della rivoluzione khomeinista del ’78/’79 che segna un altro episodio di politica di laissez-faire (ma Sartori lo definisce “missionarismo”) da parte degli Stati Uniti. Riferimento che risulta molto gradito anche a Fiamma Nirenstein che su “Il Giornale” del primo febbraio firma l’articolo Obama elefante nella cristalleria mediorientale. Per Nirenstein il rischio dei movimenti di protesta in Egitto e del conseguente cambio alla guida del paese sono le possibili ripercussioni sui rapporti con Israele. Ad accumunare le due posizioni che sintetizzano gran parte dell’opinione della destra italiana è la convinzione che l’unica “svolta” che potrebbe essere intrapresa dall’Egitto, sebbene la protesta si ancori in minima parte a un (legittimo?) malcontento sociale, sarebbe in chiave islamista e in particolare nella formula fondamentalista dei Fratelli Musulmani che sarebbero pronti a manipolare la protesta.
- la seconda interpretazione che si avvale meno delle penne dei commentatori e si affida maggiormente alle cronache degli inviati dal Cairo dipinge la rivolta in corso come un fenomeno tutt’altro che inaspettato e che affonda le radici nel clima di fermento che da anni anima le principali città egiziane in merito a una crescente richiesta di riconoscimento dei diritti civili da parte delle nuove generazioni. In questa interpretazione, i soggetti promotori delle manifestazioni sarebbero i giovani e le donne, come emerge dall’articolo di Massimo Nava Quei ragazzi del Cairo e dall’intervista di Cecilia Zecchinelli a Emma Bonino L’Occidente parla di democrazia ma appoggia i regimi autoritari, entrambi pubblicati sul “Corriere della sera” del primo febbraio, mentre la “svolta” possibile per l’Egitto, una volta allontanato Mubarak, sarebbe quella orientata a una rinascita democratica del paese. Il riferimento storico richiamato è dunque non quello della Rivoluzione khomeinista in Iran, ma quello, con ben altra connotazione, della caduta del muro di Berlino dieci anni più tardi.
Come sappiamo essere abitudine dei commentatori italiani, la Storia, con il suo bagaglio che si presta allo stravolgimento mitografico e immaginifico, è stata ancora una volta saccheggiata allo scopo di suffragare interpretazioni e aspettative su un fenomeno attuale, talmente attuale da apparire, perlomeno a buona parte dell’Europa e degli Stati Uniti, del tutto inaspettato. Possono essere le rivolte in corso in Egitto oggi una replica della rivoluzione khomeinista del ’79 (vale la pena sottolineare che sono più di trent’anni, ossia dagli accordi di Camp David del ’78 che ufficialmente Iran ed Egitto non hanno relazioni diplomatiche a segnare una distanza non solo geografica ma anche politica tra i due paesi) o rieccheggiare l’ondata di democratizzazione in Europa seguita alla caduta del muro di Berlino? Evidentemente no.
Questo disinvolto utilizzo degli eventi storici per interpretare l’Egitto odierno ci ha stimolato a riflettere sullo stato del dibattito storiografico italiano sul tema. Come crediamo molti altri lettori, siamo partiti da una semplice considerazione, ossia che “di Egitto non ne sapevamo abbastanza” per rispondere a quella domanda che in fondo sottende alle due posizioni che interpretano in maniera così contrapposta le rivolte di questi giorni: l’Egitto è pronto per la democrazia, come sostiene chi vede nelle rivolte il legittimo e naturale sfogo di un trentennio di regime autoritario, oppure la rivolta non può che degenerare in una deriva fondamentalista?










Grazie Nied per il commento! Mi piacerebbe se – come mi pare di capire conosci bene la situazione locale o degli altri paesi nord-africani- , avessi voglia di descrivere la percezione che si ha a livello popolare di ElBaradei, aspetto che mi sembra davvero interessante approfondire. Il fatto che entrino in scena personaggi che cavalchino l’onda di una protesta che si presenta così eterogenea nelle motivazioni (motivazioni sociali, economiche, rivendicazioni di diritti civili, etc) allo scopo di indirizzarla verso uno specifico progetto politico è più che plausibile e anzi è questo un aspetto sul quale ci interessa fare chiarezza e che credo che interessi gran parte dei lettori
In Egitto ci sono disordini, la guerra civile nelle capitali e nei paesi occidentali a trovare una posizione comune. Alcuni, come il segretario generale dell’ONU Ban Ki Moon chiede libere elezioni subito, mentre il primo ministro italiano Silvio Berlusconi Mubarak rinforza la schiena. Forse è una buona cosa, perché alla fine deve decidere il popolo egiziano, come procedere lì. Ai miei occhi questo Mohamed ElBaradei solo uno che ora vuole saltare sul treno in movimento alla polvere, a volte velocemente presidente. Lui è nei miei occhi non è la legittimità democratica.