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Domenica 6 febbraio il vice-presidente Omar Suleiman ha incontrato i leader dei partiti dell’”opposizione” con i quali ha raggiunto l’accordo di costituire un comitato per le riforme costituzionali in Egitto (vedi “Il Corriere della sera” Egitto: accordo governo-opposizione. Suleiman: non avrò il posto di Mubarak, 6 febbraio 2011). Vale la pena passare in rassegna i partiti che oggi costituiscono l’opposizione alla presidenza di Mubarak, per rendersi conto di quanto sia variegato il fronte di chi chiede una svolta radicale nella gestione del potere in Egitto:
- il partito liberale wafd. Fondato nel 1919 da Saad Zaghlul è stato il primo partito nazionale egiziano. È stato il principale partito dell’Egitto dal 1922 fino alla rivoluzione nasseriana del 1952. Partito interconfessionale, laico (nelle sue file militeranno le prime femministe egiziane), esponente della borghesia colta, ha alternato nel corso della storia dell’Egitto contemporaneo posizioni anti-occidentali in chiave patriottica e momenti di apertura verso l’Occidente che rimane il riferimento culturale e politico in materia di modernità e sviluppo. Abolito da Nasser negli anni del processo di accentratamento autoritario, il wafd si è ricomposto nel 1978, durante la presidenza di Sadat.
- I Fratelli Musulmani. Fondato nel 1928 da al-Ḥasan al-Bannā, è la più importante organizzazione islamica con approccio di tipo politico. Obiettivo del suo fondatore era infatti la fondazione di uno stato islamico, basato su una profonda riforma dei costumi in grado di riavvicinare i credenti all’autentico Islam. Prevede la rifondazione dello stato egiziano sul Corano e sull’esempio dei salaf (gli “antichi”). Dal punto di vista istituzionale predilige un ritorno al califfato. Il progetto dei Fratelli Musulmani radicato nella più antica tradizione islamica e richiamandosi direttamente alla sunna ha forte connotazione sovranazionale, l’organizzazione è infatti trasversale a tutto il mondo islamico e attiva anche con frange estremiste armate, ufficialmente ripudiate dall’organizzazione che esclude fin dalla sua fondazione la possibilità del ricorso alla lotta armata. Presenta fin dalle origini una forte connotazione sociale orientata al supporto delle fasce più povere della popolazione. Benchè il primo presidente della futura Repubblica nasseriana Najib avesse stretti legami con i Fratelli Musulmani, Nasser perseguitò duramente l’organizzazione a causa della loro ostilità nei confronti del suo progetto di cambiamento politico e sociale. Sadat, nel 1970, inaugurerà una politica di apertura nei confronti dei Fratelli Musulmani essenzialmente allo scopo di contrastare i movimenti studenteschi di sinistra. Nonostante questo sarà proprio un esponente del gruppo El-Jihad collaterale all’organizzazione ad ucciderlo in un attentato il 6 ottobre 1981. Nel 1984, sotto la presidenza Mubarak, l’organizzazione torna alla vita politica potendo ufficialmente partecipare alle elezioni (ma solo in coalizione con altri partiti laici d’opposizione).
- Tagammu, è il Partito Unionista Progressista nazionale, nato durante la presidenza Sadat, partecipa per la prima volta alle elezioni nel 1979. Accreditato nell’ala della sinistra egiziana è un partito di ispirazione socialista, che raccoglie scarsi consensi nella popolazione a causa dell’eccessiva vicinanza alla politica del presidente Mubarak. Il Tagammu raccoglie infatti parte delle istanze e dell’ideologia del movimento degli Ufficiali liberi che diedero vita alla Rivoluzione nasseriana del 1952 a cui sovrappone elementi marxisti e strettamente nasseriani. È di fatto un partito estremamente eterogeneo che raccoglie esponenti dell’élite politica egiziana con orientamento laico.
Chi non ha incontrato Omar Suleiman è invece Muhammad al-Baradei, direttore dell’Agenzia Internazionale dell’Energia Atomica, premio Nobel per la pace nel 2005, che nonostante le sue origini, il suo esordio di carriera come diplomatico durante la presidenta Sadat (1974) e il prestigio (e la fiducia) di cui gode presso il mondo occidentale, non vive in Egitto da più di venti anni, dove è tornato solo in occasione delle manifestazioni di queste settimane a sostegno dell’opposizione anti-Mubarak.
Dopo questo rapido excursus nelle forze politiche che costituiscono oggi il fronte dell’opposizione a Mubarak – cui si aggiungono movimenti giovanili pro-democrazia e esponenti del mondo della finanza e dell’economia – riproponiamo la domanda con la quale abbiamo concluso il precedente articolo dedicato alla crisi egiziana: quale connotazione assumerà il processo di transizione democratica in Egitto? Sarà una transizione che trasformerà l’Egitto in una repubblica democratica laica secondo il modello occidentale, oppure ne scaturirà un modello democratico ibrido segnato dall’egemonia politica dei Fratelli Musulmani, insomma una sorta di “democrazia islamica”?
Nel post di oggi rifletteremo sull’impatto e le opportunità politiche delle forze politiche laiche nella storia dell’Egitto contemporaneo, partendo da una riflessione presentata da Vittorio Emanuele Parsi nel suo volume, L’allenza inevitabile (Università Bocconi Editore, 2003, pp. 153-155 » compralo su Amazon.it a 14,40 euro). Il nodo presentato da Parsi è quello del rapporto tra modernizzazione, democrazia e mondo musulmano.








Dieci sconvolgenti video delle proteste in Egitto
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