Un’Italia da museo? Progetti per la creazione di nuovi spazi della memoria e dell’identità nazionali






Un'immagine dei Musei Vaticani

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La settimana si è aperta con l’appello lanciato da Andrea Carandini e Ernesto Galli della Loggia sul “Corriere della sera” di lunedì 21 febbraio per l’avvio di un progetto che preveda la realizzazione di un Museo della Storia d’Italia [Ernesto Galli della Loggia, Andrea Carandini, Idee per un Museo della Storia d'Italia, "Corriere della Sera", 21 febbraio 2011].

La riflessione dei due storici parte da una considerazione semplice quanto essenziale:

Gli italiani stanno riscoprendo l’Italia. [...] Ma non sanno dove trovarla. Intendiamo dire che non c’è alcun luogo dove un italiano qualunque possa avere rapidamente l’idea di ciò che il suo Paese è stato e ha rappresentato per secoli. Dove possa vivere l’esperienza visiva ed emotiva della straordinaria molteplicità delle forme di vita storica, artistica, culturale, che esso ha generato ed ospitato.

Quello che manca, insomma, secondo Carandini e della Loggia è un luogo fisico, uno spazio della memoria che diventi anche un luogo di creazione, analisi, condivisione di un’identità nazionale. È una domanda questa della creazione di uno spazio fisico in cui condividere memorie e identità che sorge, secondo i due storici, come «moto spontaneo dello spirito pubblico» e che trova minima e parziale risposta nel patrimonio museale disponibile sul territorio:

in Italia, nell’ambito dei musei, ha prevalso fino a oggi l’aspetto estetico su quello storico, fino al punto che il primo ha divorato il secondo. Eppure non a caso la Costituzione tutela il patrimonio «storico e artistico» della Nazione, e non quello «storico-artistico», come sovente e significativamente si fraintende.

La storia dunque asservita all’arte nella realizzazione dei progetti museali? Come sottolineano efficacemente Carandini e Galli della Loggia richiamando la Costituzione, il patrimonio museale italiano rivela un’anomalia che la distingue da altre realtà europee (ad esempio quella britannica): quella di privilegiare l’approccio artistico rispetto a quello storiografico, relegando la storia non solo ad ancilla, ma a semplice “scienza del contesto” – e non dell’interpretazione – di un’epoca storica. Esperienza che qualsiasi di noi ha vissuto visitando mostre e musei nazionali nei quali alla storia è affidato il compito della contestualizzazione dell’opera d’arte, attraverso una rete di ricostruzioni cronologiche e narrazioni descrittive, mentre all’opera in sé spetta il compito dell’interpretazione e della trasmissione del significato. Un’esperienza, quella vissuta dallo spettatore, sul doppio binario della conoscenza di fatti e nozioni del passato, cui dovrebbe supplire efficacemente la storia, e della conoscenza emozionale che passa attraverso la potenza comunicativa dell’opera d’arte.

Una scelta questa, che rivela anche quanto sia consolidata l’idea che la fragile identità nazionale italiana sia radicata più nella condivisione del patrimonio artistico che in una storia condivisa degli italiani, che alterna luci e ombre.

Ecco allora emergere la semplice proposta avanzata da Carandini e Della Loggia: la realizzazione di un Museo della Storia d’Italia, un luogo dove

accanto ad un codice della Divina Commedia e a una raccolta di ex voto, faccia mostra di sé l’interno di una galera veneziana; dove insieme al cannocchiale di Galileo si possa vedere cos’era una zolfara siciliana; dove l’interno di un salotto milanese dell’età dell’Illuminismo si apra accanto al carretto di un acquaiolo napoletano o alla ricostruzione della resistenza sul Piave dopo Caporetto [...]

Uno spazio della memoria (e dell’identità) in cui sia possibile confrontarsi con i nodi tematici della nazione, come Stato e come popolo, e con le sue criticità senza l’ossessione per quel raggiungimento dell’unicum proprio dell’opera d’arte che racchiude olisticamente nella sua perfezione estetica le contraddizioni, le luci e le ombre della storia d’Italia.

All’appello lanciato da Andrea Carandini e Ernesto Galli della Loggia ha risposto sempre sulle pagine del “Corsera” Alberto Melloni il 22 febbraio nell’articolo Museo d’Italia, patto per il futuro. Melloni colloca questa necessità di costruire uno spazio per la memoria e l’identità nazionali nel panorama della comunicazione inserita nell’era della globalizzazione e di Internet, interrogandosi sulla percezione dell’identità nazionale da parte delle generazioni future e introducendo l’affascinante tema del rapporto tra spazio fisico e luoghi virtuali. Lo storico Alberto Melloni esordisce con una domanda:

come si fa ad aprire un canale di comunicazione fra una società come quella italiana e il suo passato? A questa domanda, un secolo fa, l’Italia di Giolitti rispondeva estendendo [...] l’obbligo scolastico. Quella risposta è oggi indebolita dal bisogno di identità – improbabili, frettolose, anguste – che la globalizzazione ci istilla. Si scontra con i bisogni di una generazione, nata con Internet, che non trova spesso domande all’altezza delle proprie possibilità di esplorazione. E dunque ha bisogno di espansioni conoscitive [...].

Facendosi carico di queste istanze e nel tentativo di contestualizzare un’esigenza di trasmissione di identità e conoscenze nel panorama attuale della rivoluzione digitale e della globalizzazione, Melloni formula alcune ipotesi di lavoro per la progettazione di un museo che collochi la storia d’Italia al centro dell’attenzione dello spettatore:

[...] oggi un museo storico non può essere solo un tot di spazi, reperti, comitati e direttori. Dev’essere anche e soprattutto un laboratorio di materiali che possano essere esibiti in quegli spazi – nel mondo li chiamano «istant museum» – che si ricavano in una stazione, in una fabbrica, in un chiostro: ovunque un proiettore riesca ad imprimere immagini.

Logo Esperienza Italia 150Questa mattina a Milano è stata presentata la mostra Fare gli Italiani. 150 anni di Storia nazionale che farà parte del progetto di celebrazioni in occasione del 150° anniversario dell’Unità d’Italia. La redazione di BlogStoria ha partecipato alla conferenza stampa in qualità di opinion leader della mostra ‘Fare gli italiani. 150 anni di storia nazionale’. L’esposizione si terrà a Torino, sede “naturale” delle celebrazioni dell’Italia Unita dal 17 marzo al 20 novembre 2011. Il programma nazionale per la Celebrazione dei 150 anni dell’Unità d’Italia è curato a livello nazionale dall’Unità Tecnica di Missione della Presidenza del Consiglio dei Ministri e a Torino dal Comitato Italia 150, che gode dell’Alto Patronato della Presidenza della Repubblica, in collaborazione con i principali partner importanti del calibro di Banca Intesa, Telecom, Fiat, Ferrero e con il comitato scientifico Italia 150. I curatori scientifici della mostra, Walter Barberis e Giovanni De Luna, nell’illustrare l’ipotesi storiografica all’origine del progetto sono partiti proprio dall’articolo pubblicato da Carandini e Galli della Loggia sul “Corsera” toccando anche molti dei punti affrontati da Melloni a dimostrazione di quanto i nodi affrontati nei due articoli costituiscano i punti focali sui quali si sta concentrando l’attenzione degli storici e di chi si occupa di divulgazione della storia.

Barberis ha presentato l’esposizione Fare gli italiani come una possibile «anticipazione» per l’elaborazione di un progetto per la creazione di un Museo della Storia d’Italia. Nel presentare la metodologia di lavoro alla base dell’allestimento della mostra, che costituisce la struttura entro la quale si muoverà il visitatore, è tornato sul nodo della conoscenza razionale di fatti ed eventi del passato e del suo rapporto con la comunicazione emozionale. Se il visitatore potrà uscire dall’esposizione avendo accresciuto il suo bagaglio di informazioni sul passato della nazione attraverso le nozioni che potrà raccogliere consultando il materiale esposto, l’esito più importante sarà quello di farlo sentire parte di una storia e dunque di un’identità condivise attraverso l’esperienza emozionale del percorrere gli spazi della mostra.

La scelta di utilizzare la parola “esperienza” per il progetto delle celebrazioni di Italia150 apre infatti scenari inediti, collocandosi al di fuori di qualsiasi impostazione post-ideologica, e si muove nel doppio binario dell’individuale e del collettivo, richiamando il valore originario delle esposizioni quale esperienza individuale vissuta in gruppo. Ma richiama anche l’esperienza della conoscenza, anch’essa elaborata attraverso due canali, quello dell’approccio razionale che raccoglie fatti e informazioni attraverso cronologie e narrazioni e quello dell’approccio emozionale che si affida al carattere interpretativo e comunicativo della fonte storica, meglio ancora se multimediale come la proiezione di un film, la visione di un’immagine, l’ascolto di una canzone. Insomma quell’approccio multimediale caldeggiato da Melloni e a quanto pare accolto efficacemente dalla mostra curata da Walter Barberis e Giovanni De Luna. D’altra parte, parafrasando il titolo di un noto testo dello storico Anderson, Imagined Communities (Verso, London-New York, 1991, » compralo su Amazon.it a 15,16 euro), pochi studiosi oltre agli storici hanno alle spalle le conoscenze necessarie per riflettere sul rapporto tra passato-identità e memoria e su quello tra spazi reali e spazi virtuali, tra storia e comunicazione. La sfida sta, come suggerito da Melloni, nel ricontestualizzarli nelle dinamiche dell’oggi, nell’era di Internet e della globalizzazione, del visitatore interattivo, della conoscenza che si nutre di informazioni e di emozioni, perché la storiografia possa continuare ad essere “scienza del contesto” ma anche (e soprattutto) ermeneutica delle trasformazioni del mondo contemporaneo.

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