Il 17 marzo secondo gli storici – Parte terza: il nodo della Chiesa cattolica e il problema dell’identità nazionale






Il 17 marzo a Torino: apertura della mostra "Fare gli Italiani. 150 anni di storia nazionale"

Il 17 marzo a Torino: apertura della mostra "Fare gli Italiani. 150 anni di storia nazionale"

A una settimana dalle celebrazioni chiudiamo la nostra speciale rassegna dedicata al 17 marzo, con la presentazione di due articoli pubblicati proprio il giorno del 150° anniversario dell’Unità. Il primo, firmato da Ernesto Galli della Loggia è una lunghissima intervista di Silvia Guidi pubblicata su “L’Osservatore Romano” giovedì 17 marzo dal titolo E i cattolici diventarono i difensori dell’Unità. La lunga intervista allo storico che per primo denunciò nel luglio del 2009 la disaffezione mostrata dal mondo politico nei confronti del 150° anniversario dell’Unità d’Italia trova giustificazione anche in quella «storia confidenziale» che lo stesso Galli della Loggia propone in chiusura della nuova edizione del suo saggio L’identità italiana, in uscita proprio in occasione del centocinquantenario (»compralo su Amazon.it a 9,18 euro). Rispetto all’edizione del 1998, la nuova presenta un capitolo aggiuntivo L’identità di un italiano, appendice autobiografica che, secondo le stesse parole dell’autore:

vuole essere una sorta di ricerca personale dei modi concreti, ma anche dei pensieri, delle emozioni, insomma dei più vari tramiti attraverso cui un italiano, nato più o meno all’alba della Repubblica, ha vissuto in tutti questi decenni l’appartenenza al proprio Paese, in che modo egli si è sentito (o non sentito) italiano.

Il focus dell’intervista verte però intorno al tema della Chiesa cattolica quale baluardo in opposizione a quello che Silvia Guidi definisce il

processo di disaggregazione, di disunione, di paura, di mancanza di speranza in cui un “disperato qualunquismo”, per dirla con Galli Della Loggia [...], è il chiaro sintomo di una disaffezione dalla politica, dal paese, dalle istituzioni pubbliche avvertite a una distanza siderale rispetto alla realtà. [...]

La Chiesa vuole, oggi, tenere unito un popolo perché lo considera un valore, una vittoria sugli egoismi e sulle barriere, e ciò indipendentemente dal giudizio sulle modalità storiche con cui si è realizzata l’unità italiana [...]

Lo stesso Galli Della Loggia, infatti, aveva avuto modo di sottolineare sul Corsera la grande attenzione dedicata dalle istituzioni cattoliche al 150° anniversario dell’Unità, benché questa costituisca una pagina difficile dei rapporti tra Stato italiano e Chiesa cattolica, fino ad arrivare ad ipotizzare che «paradossalmente a salvare quel Risorgimento che fu fatto contro la Chiesa potrebbe essere proprio la Chiesa». Un’affermazione su cui insiste Silvia Guidi, incalzando lo storico che articola meglio la sua posizione:

Quello che è vero è che oggi i cattolici sono diventati i fautori più determinati dell’unità d’Italia, dopo esserne stati non dico i nemici più accaniti, ma essere stati comunque all’opposizione, il gruppo sociale più ostile, insieme ovviamente a quelli che appoggiavano la vecchia monarchia pre-unitaria, oggi sono invece diventati i più determinanti nell’appoggiare l’unità, nel riconoscere nell’unità un valore. C’è stato un grande spostamento negli ultimi decenni nel rapporto tra gli italiani e il Risorgimento e non solo, anche tra gli italiani e il sentimento patriottico-nazionale, le due cose sono molto accoppiate, negli ultimi tempi, c’è stato un ingresso a vele spiegate nel fronte dei filo-risorgimentali e dei filo-italiani della sinistra che fino a qualche tempo fa manteneva delle riserve o comunque una distanza psicologica e sentimentale nei confronti di tutta la vicenda risorgimentale, in cui oggi invece si riconosce in pieno.

Lo storico Ernesto Galli della Loggia

Lo storico Ernesto Galli della Loggia

Mentre il resto dell’intervista sviluppa ancora una volta il tema della difficile integrazione fra Nord e Sud, avvallando la tesi per cui seppur imperfetta e incompleta l’unità italiana ha costituito innegabilmente un vantaggio per la maggior parte della popolazione che ha assistito a un esponenziale miglioramento delle proprie condizioni di vita e di lavoro, ci sembra che l’aspetto originale dell’articolo risieda proprio nell’illustrare il ruolo che la Chiesa Cattolica sta giocando in questo 150° anniversario, riconciliandosi di fatto con il Risorgimento, in nome di un’istanza che proviene dalla percezione del mondo politico attuale e che indirizza il Vaticano ad auto-investirsi del ruolo di elemento identitario unificante e di agente politico in grado di rendere nuovamente centrale l’interesse per la res publica. Una sorta di opera di “moralizzazione” della politica e della società civile non tanto indirizzata alla riaffermazione di valori cattolici all’interno dello scenario politico, ma finalizzata alla riscoperta di valori laici e di un’etica politica i cui capisaldi sono il riconoscimento in un’identità politica comune, il rispetto per la cosa pubblica, l’impegno per la realizzazione di interessi comuni. Facendo insomma un passo indietro  sul ruolo specifico della Chiesa quale portatrice di valori strettamente cattolici e quindi inevitabilmente non condivisi da tutti, come in una sorta di nuova De Rerum Novarum, essa compie in realtà un passo avanti scegliendo la strada meno definita ma certo più generalista di guardiana dell’etica politica. È in fondo proprio quella funzione che ha denunciato, da una prospettiva completamente diversa, Sergio Luzzatto nel suo Crocifisso di Stato.


Il secondo articolo che vi proponiamo è quello firmato da Paolo Pombeni su “Il Messaggero”, lo stesso 17 marzo dal titolo Il sentimento nazionale. Il futuro del Paese. Lo storico riflette sulle potenzialità di questo 150° anniversario quale momento di crescita del Paese e parte da una considerazione interessante:

La ricorrenza cade indubbiamente in un momento  difficile per il nostro Paese [...] Per riassumere in una battuta che spesso circola, siamo in presenza di un mondo in cui si pensa che i figli vedranno un futuro meno fortunato di quello che hanno avuto i loro genitori. In queste contingenze abbiamo bisogno di ricorrere alla memoria storica? Ha senso tornare a parlare di “identità nazionale”? Val la pena riflettere su cosa significhi “sentirsi italiani”? Rispondiamo convinti di sì e lo facciamo a ragion veduta. Innanzitutto notiamo che proprio nelle difficili contingenze che non ci siamo nascosti rinascono i nazionalismi.

Pombeni è il primo a riflettere sull’accezione tutt’altro che positiva del termine “nazionalismo”, che soprattutto nel panorama europeo sconvolto dalla crisi economica – e noi aggiungiamo dalla crisi libica – ha visto emergere con forza gli interessi particolari, i nazionalismi, dei singoli stati comunitari. Può l’Italia affrontare un tale scenario proponendo l’immagine di un  Paese di “piccole patrie”? Questa è la domanda tutta calata nell’attualità proposta dallo storico, che dunque vede nel recupero di un’identità nazionale e nella sua formulazione nazionalista, frutto in larga parte delle “contingenze” dell’oggi che spingerebbero a combattere l’anomia a suon di inni e bandiere, uno strumento di azione politica proiettato al di fuori dei confini nazionali.

La seconda ragione alla base del recupero di un sano sentimento nazionale riguarda invece lo spazio compreso all’interno dei confini nazionali, in particolare la possibilità di trasformare «una plebe in popolo». Pombeni ricorre all’immaginario ottocentesco per illustrare questo concetto, perché ritiene esso racchiuda al suo interno un messaggio tuttora spendibile:

un Paese è una comunità di destini, è un sistema di solidarietà, è una cultura che ci consente di dominare gli eventi, tutte cose che radicano una civiltà.

Lo storico Paolo Pombeni

Lo storico Paolo Pombeni

È ancora possibile nel 2011 riferirsi a questo paradigma per il recupero di un’identità nazionale? Oppure diviene un’operazione artificiosa questo revival nazionalista frutto di difficili contingenze e così palesemente orientato verso il conseguimento di obiettivi specifici all’estero così come all’interno? Quello identitario dovrebbe essere un sentimento dotato in certa misura di spontaneità e non un’operazione di pedagogia nazionale i cui termini temporali e contingenziali si sono evidentemente esauriti. Più che pensare a come riproporre un’identità nazionale, questo 150° anniversario appare un’opportunità per valutare la forza e l’efficacia dell’identità nazionale, valutandone il potenziale nel presente e non nella proiezione del futuro.

Ritorniamo ancora una volta al tema del “Fare gli italiani” che illustra come l’omonima esposizione torinese in corso proprio dal 17 marzo abbia centrato il tema. L’opportunità offerta dal 2011 è forse proprio quella di riflettere sullo stato del sentimento nazionale oggi, su quanto sia radicato, su quanto stenti a trovare un percorso condiviso, parcellizzandosi in milioni di soluzioni individuali. Le difficili contingenze indicate da Pombeni, e indirettamente emerse nella lunga intervista a Galli della Loggia, costituiscono sicuramente un elemento che influenza una parziale riscoperta del sentimento nazionale, ma certo non possono e non devono diventare un elemento sul quale rifondare una nuova identità italiana, che rinascerebbe ancora una volta come un gigante su piedi d’argilla. Quello che ci sembra invece che si stia affermando è la formula di un’identità minima trasversale, ma non condivisa, collettiva ma vissuta individualmente, che rifiuta qualsiasi gigantismo retorico e predilige la concretezza della quotidianità nella quale si riscopre (e si nega) ogni giorno.  Il presente e il rapporto dialettico con il passato rimane oggi lo spazio per gli studiosi dell’identità, ogni proiezione futura rischia infatti di rientrare nelle storture ideologiche di una progettualità politica legittima ma poco utile per la comprensione degli italiani di oggi.

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