Nell’ambito dei progetti inerenti al Giorno della Memoria, lo scorso primo aprile è stata ospite presso l’Università della Calabria la scrittrice israeliana Savyon Liebrecht, che ha tenuto un seminario di studi sul tema dei sopravvissuti di seconda generazione della Shoah.
Seconda generazione, dicevamo, perché la Liebrecht è figlia di genitori reduci dai campi di concentramento; due ebrei polacchi che, nel 1945, si ritrovarono e si incontrarono in un paese, la Germania, che non solo era loro straniero ma al contempo carnefice.
La famiglia della Liebrecht fece aliyah in Israele nel 1950, nella speranza di crearsi una nuova vita nella “Terra dei Padri”.
Il seminario, si è suddiviso in due parti, una la mattina di fronte agli studenti e ai docenti dell’Unical, ed una il pomeriggio davanti soprattutto agli insegnanti delle scuole primarie e secondarie della Regione Calabria.
I temi toccati sono stati molteplici, dalle problematiche date dalla convivenza con i palestinesi e gli ebrei ortodossi, al rapporto che i cosiddetti ebrei di seconda generazione hanno con i “figli” dei colpevoli della Shoah.
La Liebrecht apre le due parti del seminario più o meno nello stesso modo, dicendo che, agli inizi della Seconda Guerra Mondiale gli ebrei polacchi erano tre milioni e trecentomila circa, e nel 1948, anno della sua nascita, a malapena raggiungevano le trecentomila unità. Una terribile media di un morto ogni dieci. Di fatto la sua generazione si può definire come una generazione che, a parte i genitori, non ha parenti prossimi. Una generazione che essendo senza zii, nonni e cugini difetta completamente della nozione di famiglia. Tutto ciò nei primi anni della sua emigrazione in Israele, collideva con le famiglie allargate degli ebrei sefarditi che erano giunti in Eretz Israel dopo l’espulsione dagli stati arabi nel 1948. Ma non era tutto, ci fa notare la Liebrecht. I sopravvissuti erano spesso molto diversi dai sabra, dai chalutzim che vivevano in Israele. Due modus vivendi estremamente distanti. Da un lato i bucolici colonizzatori, i lavoratori indefessi dei kibbutzim, ovvero quei pionieri che avevano fatto aliyah in tempi non sospetti e possedevano un “laicismo” insolito, tant’è vero che alcuni di loro credevano più nella “religione del lavoro” di gordoniana memoria che in quella rabbinica insegnata nelle yeshivot; dall’altro lato invece stavano i relitti umani scampati alla Shoah, la cui maggior parte era di estrazione borghese, fondamentalmente urbana e molto religiosa. Un contrasto che a tutt’oggi, ha affermato la Liebrecht, non si è completamente risanato. Nei tardi anni ’40 e per tutti i ’50 del 1900, in Israele i sopravvissuti allo sterminio erano visti come gli agnelli sacrificali della tradizione biblica e questo imbarazzo, questa presunta “colpa” di essere sopravvissuti (che la Liebrecht paragona tra l’altro al disagio dei reduci del Vietnam per non essere morti insieme ai commilitoni), dicevamo, questa “colpa” creerà un profondo quanto ingiustificato imbarazzo in questi due mondi a confronto, scatenando quel “rito del silenzio” che verrà rotto solo con il processo ad Eichmann nel 1960, attraverso il quale, afferma fortemente la Liebrecht, lo Stato di Israele capì veramente cosa fu la Shoah.
Anche nel linguaggio verbale questa situazione di incomprensione segnerà la sua traccia, di fatto fino ai giorni nostri in Israele si userà la locuzione di פליט השואה “rifugiato dalla Shoah” piuttosto che sopravvissuto allo sterminio.
Dopo qualche simpatico aneddoto sulla sua vita familiare, si torna a discutere della seconda generazione di sopravvissuti che l’Autrice definisce, dopo una breve pausa nel racconto, come schizofrenica.
Schizofrenica perché è stata una generazione europea all’interno delle mura domestiche, con tradizioni, usi, costumi, lingue e addirittura gastronomia europei che, però, fuori dall’uscio doveva fare i conti con Israele, una realtà in cui si pensa e si vive direttamente in ebraico, con un clima diverso e con una società eterogenea a tutti i livelli. La generazione della Liebrecht, almeno fino alla maturità sociale raggiunta negli anni ’80, ha vissuto in bilico tra una dimensione familiare europea, silenziosa, segnata dalla Shoah, e per questo motivo iperprotettiva, ed una dimensione esterna israeliana che era nuova, ebraica latu sensu, in fermento e spesso in guerra con il relativo senso di incertezza e pericolo.
La seconda parte del seminario si è conclusa, quindi, con un’ampia panoramica sulla tematica della memoria. Per Savyon Liebrecht è importante ricordare, afferma infatti con un sorriso che “se dimentichi, allora dimentichi chi sei”; fermo restando, sempre secondo l’Autrice, che la Shoah non può e non deve essere usata a scopi politici, anzi in alcuni casi sarebbe importante anche dimenticare affinché non si cada nel circolo vizioso del complesso della vittima perenne che talvolta ha ostacolato un dibattito oggettivo sullo sterminio degli ebrei in Europa.
Savyon Liebrecht è nata in Germania nel 1948, attualmente è una delle scrittrici israeliane più importanti. I suoi libri sono stati pubblicati in Italia dalla casa editrice E/O. Particolarmente interessante è la piéce teatrale “La banalità dell’amore” (»compralo su Amazon.it a 9,10 euro), nelle librerie italiane dal 4 agosto 2010 e andata in scena sia in Germania che in Israele, che racconta il complesso rapporto tra Hannah Arendt e Martin Heidegger dal 1925 alla metà degli anni ’70. A ispirare Savyon Liebrecht, fino a quel momento scrittrice intimista, a confrontarsi con questa pagina della storia, secondo l’intervista che la stessa Liebrecht ha rilasciato a Susanna Nirenstein per il quotidiano “Repubblica” il 31 luglio 2010, la censura subita da Hannah Arendt in Israele a seguito della pubblicazione del suo reportage per il New Yorker sul processo Eichmann del ’62, noto con il titolo “La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme” (»compralo su Amazon.it a 6,18 euro). In quell’occasione la Arendt denunciò la funzione essenzialmente simbolica e spettacolare del processo, avanzando sprezzanti accuse alla leadership ebraica.










