La Storia come racconto. Scuola, manuali, democrazia e globalizzazione






Studenti in una scuolaAncora una volta si è riaccesa la polemica attorno alla scuola pubblica e all’adozione dei libri di testo nelle scuole di stato (ne avevamo parlato qui lo scorso 2 marzo). Ancora una volta a fare da volano alla polemica è stata una questione legata all’insegnamento della storia che potremmo riassumere nella considerazione condivisa da una parte dell’opinione pubblica che gli scolari della scuola pubblica italiana siano in gran parte – quando non nella totalità – indottrinati da una vulgata storiografica evidentemente virata a sinistra. Il dibattito è tutt’altro che nuovo: io che sono nata nel 1980 ne ricordo le prime battute quando ero al liceo a metà degli anni ’90. Il “tema caldo” all’epoca era quello dell’insegnamento del periodo della “guerra civile” (ma la formula era stata appena coniata da Claudio Pavone) ritenuto monopolizzato dalla mitografia resistenziale di sinistra. Io stessa, studentessa in un noto liceo classico milanese dichiaratamente orientato a sinistra, preparai l’esame di maturità (la “nuova” maturità), e dunque il programma dedicato all’età contemporanea, sul Rosario Villari (Storia Contemporanea, prima edizione della Laterza, 1970) e di tutta la polemica che iniziò ad affacciarsi allora mi resta il ricordo confuso delle scandalizzate mobilitazioni studentesche e, dato sicuramente più allarmante, il “buco” didattico sul dopo 8 settembre ’43, che di fatto lasciava a noi studenti l’impressione che, vuoi per calendario scolastico, vuoi per ragioni più profonde, l’insegnamento della seconda metà del ’900 si stemperasse nella calura di afose mattine di fine maggio, finendo schiacciato nella corsa alla conclusione del programma e trovando i riferimenti principali più nelle memorie, nei racconti dei nonni e dei genitori che fin dalla prima infanzia ci erano stato trasmessi a proposito “della guerra”, che nei libri di testo. In fondo, percepita come una memoria ancora vicina alimentata da ricordi e biografie private, sembrava che professori e studenti condividessero l’idea che se all’orale di maturità fosse saltata fuori qualche domanda sulla seconda guerra mondiale, qualcosa, noi che non riuscivamo a ricordare chi e quando ci avesse insegnato Bella Ciao che sapevamo a memoria, avremmo pur saputo dire.

L'isola tematica dedicata alla scuola nella mostra "Fare gli Italiani. 150 anni di storia nazionale"

L'isola tematica dedicata alla scuola nella mostra "Fare gli Italiani. 150 anni di storia nazionale"

E poi, a far fronte di un programma di storia contemporanea che dopo la maxi iniezione di Risorgimento, Prima Guerra Mondiale e Fascismo sembrava evaporare alle soglie dell’Italia repubblicana, c’era un ricco programma di letteratura i cui estremi di riferimento ritrovo ancora oggi nelle iniziative editoriali adottate per il centocinquantenario: c’erano Pratolini,  Calvino (assolutamente, per quanto sia rilevante il mio dato biografico, l’autore più letto durante l’iter scolastico dalle elementari alla maturità), Silone, Fenoglio, Sciascia e, nel sottobosco delle letture “non comandate” ma suggerite dai professori e dai compagni più colti e carismatici, Pasolini, De Beauvoir, Sartre, Marx, Engels, Brecht, Bakunin, Camus e l’immancabile Che Guevara. Sì, non posso certo negare di essermi formata sotto l’ombrello di una cultura di sinistra principalmente italiana e europea, anche se per me è difficile comprendere se e quanto io abbia interiorizzato una cultura di sinistra e se io lo abbia fatto più attraverso lo studio del Villari o mediante la lettura delle opere di Brecht.

Lo storico Marco Revelli

Lo storico Marco Revelli

Questa premessa si propone di rispondere alla domanda che, credo con onestà intellettuale, mi sono posta davanti all’ennesima iniziativa promossa da un gruppo di parlamentari afferenti al PdL per cambiare i libri di storia in adozione nella scuola: quanto sono stata immersa nella cultura di sinistra e quanto mi è rimasto “addosso” di questo retaggio culturale? Insomma, è possibile parlare di indottrinamento? Ma lasciamo ora la parola agli storici sul tema e iniziamo in ordine cronologico dall’intervento di Marco Revelli su “Il Riformista” del 14 aprile dal titolo La lite sui libri di scvola «è una macabra farsa». Intervistato da Edoardo Petti, Revelli non ha dubbi sull’iniziativa dei deputati del PdL:

È una macabra falsa. L’idea che un organismo parlamentare indaghi sul contenuto dei libri di testo riflette una visione totalitaria del potere. In Italia esiste autonomia didattica e un libero mercato dei volumi di storia in cui gli insegnanti possono scegliere. [...]

Nel corso dell’intervista Revelli mette in luce altre due questioni che si rivelano fondamentali per lo sviluppo del dibattito. La prima riguarda la necessità di sviluppare un dibattito storiografico che esuli da politici giochi di potere:

[Esiste, ndr] L’ assoluta mancanza di una critica di spessore culturale dei volumi “incriminati”, l’assenza di interesse verso un vero dibattito storiografico. È il dialogo fra punti di vista differenti la strada da seguire, non quella delle liste nere redatte dai tifosi del Cavaliere.

Il secondo riguarda la presenza (e la visibilità) di una cultura alternativa di destra. Sostiene in proposito Marco Revelli:

Anche quando prevaleva l’ideologia marxista è sempre esistita una cultura di destra. Il problema è che essa non filtra nel personale politico e parlamentare, in cui a essere favoriti sono i gregari. Un meccanismo che estromette chiunque dimostri autonomia.

Giorgio Israel, storico della matemica alla Sapienza

Giorgio Israel, storico della matemica alla Sapienza

Significativamente Giorgio Israel, ordinario di Storia della matematica alla Sapienza di Roma, il 16 aprile su “Il Giornale” firma l’articolo I manuali sono faziosi ma la destra dimentica il valore della cultura. A proposito della proposta promossa in prima persona da Gabriella Carlucci, Israel ritiene

assurdo conferire alla politica la funzione di formulare una versione «imparziale» della storia, o di qualsiasi altra disciplina. Si tratterebbe di un dirigismo degno di un regime totalitario o di una squallida «negoziazione».

Ma le parole più interessanti Israel le spende a proposito del tema dell’egemonia culturale di sinistra. Citiamo direttamente dall’articolo cercando di mettere in evidenza i passaggi più importanti:

[...] la famosa egemonia culturale delle sinistra esiste soltanto perchè non esistono pari opportunità sul terreno dell’organizzazione e della diffusione culturale. [...] il centrodestra [...] invece di favorire in tutti i modi il pluralismo culturale, tiene in scarsa o nulla considerazione la cultura e, quando serve, si rivolge all’unico forno di sinistra, come se fosse l’unico produttore autorizzato [...]. Si dà per scontato che non esista altro che l’intellettualità di sinistra, che la cultura sia geneticamente di sinistra. Si ammette che intellettuali liberali, neoconservatori e di diverso orientamento, sì, esistono, ma sono quattro polli spennacchiati senza influenza; la cui adesione politica è data per «scontata», ma poco utili dal punto di vista politico-istituzionale.

In qualche modo, Israel recupera la sollecitazione di Revelli a proposito dell’organizzazione e della strategia politica proprie delle forze di centrodestra, denunciando la scarsa visibilità lasciata agli intellettuali all’interno degli stessi partiti che privilegiando diverse politiche di management sviliscono il ruolo dell’intellettuale di destra. Dall’ambito della cultura si torna dunque al contesto della politica e in particolare al deficit di democrazia che inevitabilmente emerge sia dai progetti “dirigisti” di controllo dall’alto sul mondo della cultura avanzati da una certa parte della destra, sia dall’assenza di visibilità e di effettive possibilità di affermazione all’interno di organi e istituzioni culturali della società civile, denunciata dagli stessi intellettuali afferenti alla maggioranza politica attualmente al governo.

Lo storico Adriano Prosperi

Lo storico Adriano Prosperi

E di democrazia parla Adriano Prosperi su “La Repubblica” del 17 aprile nell’articolo Privatizzare la libertà statale e lo fa tornando sul ruolo della scuola pubblica – negli ultimi giorni sotto il fuoco incrociato dell’iniziativa di Gabriella Carlucci e dello stesso Silvio Berlusconi – quale luogo fondamentale per la crescita di una società civile autenticamente democratica:

l’accusa alla scuola di essere un luogo di indottrinamento ideologico da parte della sinistra è una tesi indimostrabile e speciosa. [...] La scuola pubblica è tale proprio perchè è il luogo della serietà e della libertà dell’apprendimento, cioè l’esatto contrario dell’indottrinamento passivo. La scuola pubblica come palestra di formazione non può che essere luogo di responsabile libertà del docente e dell’impegno serio e assiduo dei discenti, mentre allo Stato deve garantire quel principio liberale del premiare i capaci e i meritevoli tra i docenti e tra i discenti.

Lo storico Giovanni De Luna

Lo storico Giovanni De Luna

Concludiamo la nostra rassegna con un passo dell’intervista rilasciata da Giovanni De Luna – ordinario di storia contemporanea a Torino e, lo ricordiamo ancora una volta, curatore della mostra Fare gli Italiani in corso fino al 20 novembre la quale dedica una parte dell’esposizione proprio alla scuola quale luogo simbolo della formazione dei cittadini – a Iaia Vantaggiato de “Il Manifesto” lo scorso 17 aprile. De Luna affronta il tema della scuola pubblica quale catalizzatore sociale in grado di diventare strumento di “inclusione” per il sempre più consistente numero di scolari di origine non italiana presenti nella scuola pubblica. Riportiamo un intero passaggio dell’articolo dal titolo Non c’è inclusione senza scuola pubblica:

[I.V.] Ci risiamo. Un altro attacco contro la scuola pubblica

[G.D.L] Sì. Ed è un attacco che colpisce l’istituzione più inclusiva che la nostra democrazia abbia mai partorito. Perché a «fare gli italiani» è stata proprio la scuola pubblica, l’istituzione che nel bene e nel male è riuscita a perimetrare uno spazio pubblico dentro il quale ci si è sentiti in qualche modo appartenenti alla stessa comunità.

[I.V.] Colpire la scuola pubblica per colpire la democrazia

[G.D.L] La funzione inclusiva della scuola è uno dei pilastri della nostra democrazia. Credo che a questa funzione si vada attentando ma credo anche che la scuola resta ancora la nostra istituzione più avanzata proprio sul terreno dell’inclusione.

[I.V.] Oggi però non si tratta «di fare gli italiani»

[G.D.L.] Oggi si tratta di capire cosa vuol dire «fare gli italiani» quando hai di fronte 4 milioni di cittadini – il 7% della popolazione – che italiani non sono ma che devono condividere uno spazio pubblico. E anche qui è di nuovo la scuola – più della fabbrica, più del lavoro – a sperimentare nuovi strumenti di inclusione.

Sarà ancora possibile in questo contesto affrontare il tema della scuola pubblica e della presunta egemonia culturale attraverso il paradigma della contrapposizione tra cultura di destra e cultura di sinistra o sarà necessario spostare il confronto secondo modelli differentemente articolati? In ogni caso, l’unica via di uscita che appare praticabile è quella del superamento delle impostazioni ideologiche e l’affermarsi di un reale pluralismo di posizioni in grado di avviare non solo un autentico dibattito storiografico, ma anche di creare un contesto autenticamente democratico capace non di indottrinare ma di educare al confronto. Qualsiasi forzatura “dall’alto” si rivela diametralmente opposta a questa direzione, impraticabile e anacronistica.

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