Argomenti e Ricerche: dal 2 all’8 maggio 2011






Un ritratto di Antonio Giolitti

Un ritratto di Antonio Giolitti

Come vi abbiamo anticipato il tema più interessante affrontato dai quotidiani questa settimana è stato la ricostruzione del rapporto fra sinistra italiana e riformismo attraverso la biografia di uno dei suoi personaggi più interessanti, Antonio Giolitti, scomparso l’8 febbraio 2010. Personaggio mai del tutto allineato con la linea politica del PCI, nel quale militò fino ai fatti d’Ungheria del 1956 e nel quale ritornò come indipendente nel 1987, Antonio Giolitti stentò a trovare il proprio spazio nel PSI nel quale era transitato dopo l’abbandono del partito di Togliatti, decidendo poi di abbandonarlo definitivamente durante l’epoca craxiana. La sua posizione liminare, da «intellettuale illuminato», per adoperare l’espressione usata da Paolo Franchi sul Corsera lo rende una delle biografie politiche più interessanti per affrontare il nodo del riformismo italiano e in particolare l’esperienza del centro-sinistra dei primi anni ’60.

Dopo aver passato in rassegna l’esperienza biografica di Giolitti durante la Prima Repubblica, Paolo Franchi si sofferma su quel concetto di «utopia concreta» che a suo parere si trova all’origine del riformismo di Giolitti, una forma si utopia che si radica anche nella sua esperienza di traduttore di Max Weber per Einaudi, e che lo stesso Giolitti definì, come riportato da Franchi:

senso di una permanente e certo mai compiutamente soddisfatta tensione ideale verso i valori trascendentali della libertà, della giustizia, della solidarietà.

Simonetta Fiori su “La Stampa” si sofferma sul dibattito scoppiato tra Scalfari e Napolitano sul ruolo politico di Giolitti. Oggetto del confronto il particolare modello etico di mitezza e tolleranza incarnato da Giolitti: quanto egli fu in grado di segnare un paradigma di etica politica presto abbandonata dalle forze politiche nazionali (e alla quale invece sarebbe auspicabile ritornare) e quanto, invece, si configurò come ”virtù impolitica” secondo la definizione che ne diede Norberto Bobbio?

La storica Mariuccia Salvati, sulle pagine de “Il Riformista” torna invece alle origini dell’etica e della morale giolittiana: quell’esperienza resistenziale, che lo vide personaggio di punta della Brigata Garibaldi. Mariuccia Salvati definisce la sua «moralità della Resistenza», e cita le parole dello stesso Giolitti in proposito:

C’era anche un’altra via di scampo, quella del nascondiglio. E invece no: scatta la volontà di resistere. Resistenza sì, anche alla tentazione di scappare, di andarsi a nascondere, a rifugiare in qualche asilo [...] Due concomitanti resistenze. Non subire, non sottomettersi, non fuggire. Questa secondo me è stata la moralità collettiva, unificante della Resistenza, almeno per quanto riguarda la guerra partigiana.

Un’impostazione legata dunque all’azione: furono infatti profondi i legami tra Giolitti e gli azionisti, alcuni poi militanti nelle file socialiste, come Riccardo Lombardi.

Anna Foa, come anticipato nel sommario, si è invece occupata di un tema spinoso: il rapporto tra comunità ebraica e fascismo. E nella sua disamina parte da un elemento fondamentale: il ruolo della comunità ebraica al momento della marcia su Roma. Nel ’22

gli ebrei [...] erano profondamente integrati nel contesto sociale e culturale del Paese. Avevano appoggiato il processo risorgimentale, partecipando attivamente ai moti e alle guerre d’indipendenza e legando strettamente la loro emancipazione al processo di costruzione della nazione italiana. Erano stati protagonisti dell’irredentismo, avevano partecipato con entusiasmo [...] alla prima guerra mondiale, nella convinzione che i legami di appartenenza nazionale si sarebbero ulteriormente rinsaldati versando il proprio sangue per la patria italiana. Avevano dato alla politica italiana ministri come Luzzatti, sindaci come Nathan, alti funzionari dello Stato e dell’esercito.

Non stupisce dunque che al momento della presa del potere da parte del fascismo si comportassero come gli altri italiani: una parte aderì al progetto mussoliniano e si iscrisse al PNF , una parte, soprattutto fra gli intellettuali, sottoscrisse il manifesto di Croce del ’25. Più che una scelta su basi etnico-religiose l’elemento di discrimine fu piuttosto di natura socio-culturale: mentre i ceti medio bassi tutto sommato aderirono alle istanze fasciste, gli intellettuali si tennero su posizioni molto più scettiche quando non apertamente ostili.

Ebrei in fila a ritirare il pasto offerto dal Convento di San Bartolomeo - Roma, 1944

Ebrei in fila a ritirare il pasto offerto dal Convento di San Bartolomeo - Roma, 1944

Interessante in particolare nell’articolo di Anna Foa il riferimento al giornale La nostra Bandiera, nato a Torino nel 1934 e dichiaratamente filofascista che si proponeva nella sua accezione di movimento politico di raccogliere “gli Italiani di origine ebraica”. Il movimento riuscì ad ottenere la maggioranza all’interno di alcune comunità ebraiche come accadde proprio a Torino e a Firenze. Importante notare che si tratta di movimenti ebraici nazionalisti e soprattutto antisionisti, dato anche il carattere “marginale” del sionismo in Italia come indicato dalla stessa Foa. Questo equilibrio delle forze politiche si spezza naturalmente quando Mussolini a seguito della costituzione dell’Asse Roma-Berlino si avvicina alla politica antisemita di Hitler: da quel momento «ogni spazio per una convivenza degli ebrei con il fascismo si chiuse».

Sempre a proposito di comunità ebraica si è svolta l’8 maggio a Moransengo nel Monferrato la cerimonia di conferimento del titolo di “Giusto tra le nazioni” a Don Martino Michelone, che protesse la famiglia Segre dalla persecuzione nazifascista tra l’autunno del ’43 e l’estate del ’45. La speciale onorificenza concessa dallo Yad Vashem ha seguito una severa istruttoria di tre anni. Requisiti fondamentali perché l’onorificenza venga concessa, oltre al titolo gratuito della protezione, alla presenza di testimoni, e alla (scontata) pericolosità cui si è fatto carico il protettore, anche – e nel caso di un prete cattolico è particolarmente importante – il rispetto per la religione ebraica e l’assenza di qualsiasi tentativo di proselitismo nei confronti delle famiglie accolte.

Articoli pubblicati:

  • Paolo Franchi, Antonio Giolitti, l’utopia concreta, “Corriere della Sera”, 4-5-2011
  • Anna Foa, Ebrei in camicia nera, l’assurda allleanza, “Avvenire”, 5-5-2011
  • Simonetta Fiori, La lezione di giolitti tra etica e politica, “La Repubblica”, 5-5-2011
  • Mariuccia Salvati, Antonio e l’avventura della lotta partigiana, “Il Riformista”, 5-5-2011
  • Dino Messina, Il parroco che salvò gli ebrei. L’Italia ha un nuovo Giusto, “Corriere della Sera”, 8-5-2011
  • Silvana Mossano, Don Michelone “giusto” di Israele. Salvò una famiglia ebraica, “La Stampa”, 8-5-2011

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