Si chiude oggi a Torino il Salone del Libro che ha avuto come tema ricorrente il 150° anniversario dell’Unità. A proposito delle polemiche legate alla scelta di ricostruire la storia dell’Unità italiana attraverso una selezione di editori e di “opere simbolo” dell’identità italiana avevamo già parlato nell’articolo Italia 150 e il Salone del Libro di Torino. Una polemica di per sé prevedibile data l’impossibilità di esaurire tutto il capitolo dell’identità italiana in un elenco, senza lasciare celebri “esclusi”.
Si è parlato di tutto un po’ in questa ventiquattresima edizione del salone, come è inevitabile in queste occasioni e in linea con quell’ansia da esaustività che un po’ ha caratterizzato non solo il Salone, ma diverse iniziative legate a questo 150° anniversario, rivelando l’estremo ricorrere alla politica della somma (e della complementare sottrazione) per raccontare l’Italia agli italiani.
E che il tema conduttore dell’esposizione fosse quello della memoria critica rispetto alla storia d’Italia è ben enunciato anche nell’Home Page del sito dedicato all’evento che presenta la serie di conferenze organizzate proprio sul tema dell’italianità. Dagli eroi del Risorgimento al ruolo delle donne, dal romanzo storico al fumetto, fino agli interventi degli storici, dei giornalisti e di studiosi a vario titolo su svariati temi della storia nazionale: Giovanni De Luna, Claudio Pavone, Walter Barberis, Sergio Luzzatto, Aldo Cazzullo, Benedetta Tobagi, Michela Murgia, Franco Cordero, Alberto Asor Rosa, David Bidussa, Dacia Maraini etc. Un solo filo conduttore, un solo paletto ad arginare il magma eterogeneo di voci e argomenti: il totale rifiuto di ogni retorica celebrativa. L’Unità non si celebra, si discute prima di tutto. Il che certo non è un male, ma a noi è continuata a restare l’impressione che la chiave interpretativa semplicemente anti-retorica non sia sufficiente per affrontare il complesso tema dell’Unità italiana e che invece si sia piuttosto favorito nel visitatore l’approccio “da supermercato”: entro, scelgo e vado a vedere e a sentire chi mi interessa e “seguo” da tempo, i miei “prodotti preferiti” quelli a cui sono fidelizzato.
Personaggi e volumi utilizzati come puntello d’appoggio per districarsi nell’oceano delle sollecitazioni, un approccio che tendenzialmente va anche bene – ed è molto in linea con i tempi – per qualsiasi rassegna culturale, ma forse mostra qualche deficit per quanto riguarda il confronto con una tematica così complessa e allo stesso tempo così importante come quella dell’identità italiana. Il processo è evidente e interessante allo stesso tempo e forse uno degli elementi più importanti che emergeranno da questo centocinquantenario sarà proprio un’analisi delle difficoltà e delle modalità con le quali si affrontano i temi della storia e dell’identità nazionale nel nuovo millennio. Il grande nodo irrisolto rimane quello dell’interpretazione dei fenomeni complessi dopo il crollo dei grandi apparati ideologici. Un’interpretazione che non necessariamente emerge dal semplice confronto dialettico ma che ha bisogno di un contesto di riferimento e di una sistematizzazione del dibattito.
Il dibattito. Piuttosto estemporaneo e naturalmente tutto schiacciato su un’attualità segnata dalla sfida elettorale delle amministrative, ha provocato qualche scintilla. Ad esempio fra Franco Cordero ed Ernesto Ferrero, a causa di quell’«invettiva barocca contro il Presidente del consiglio» nella quale il noto giurista – secondo l’opinione del direttore del Salone – avrebbe trasformato la sua relazione a proposito del suo nuovo volume su Giacomo Leopardi. Ma lo stesso è accaduto in un intervento di Margherita Hack che ha «strapazzato il Presidente Napolitano» e nel confronto tra Enzo Bianchi e Gian Enrico Rusconi sui cattolici [vedi Mario Baudino, Salone del libro, indignati e contenti, "La Stampa", 15 maggio 2011]. Dibattito (e non invettiva): questa la parola chiave del Salone e la sfida non è cosa da poco. A rischio c’è la trasformazione del Salone in un’eco dei talk show televisivi.
C’è un elemento rassicurante nel titolo del “Messaggero” di Renato Minore che firma l’articolo Da Garibaldi a oggi, il bello di essere italiani senza saperlo uscito domenica 15 maggio e dedicato al Salone. E in fondo è la stessa sensazione che abbiamo provato noi che prima del Salone abbiamo accompagnato un gruppo di signore in visita alla mostra Fare gli italiani: le abbiamo viste riconoscersi negli oggetti e nelle musiche, condividere ricordi privati che si sovrappongono alla storia collettiva dell’Italia, riconoscersi passo dopo passo, nonostante le culture politiche diverse e le differenti provenienze geografiche, negli oggetti che hanno fatto la loro quotidianità. E sulla base di queste sollecitazioni coprirci di domande e di curiosità, riconoscersi come italiane senza saperlo. Dalla storia materiale ai grandi dibattiti, dal concreto all’astratto, dal ricordo privato alla storia nazionale. Noi le abbiamo accompagnate in questa esperienza e la parola chiave di Italia150 ha mostrato nuovamente la sua pregnanza. Un elemento esile, fragile, occasionale? Forse. L’esperienza di “essere italiani senza saperlo” rappresenta forse il dato minimo e l’obiettivo massimo di questo centocinquantenario.
Da questo si può partire per ricostruire il dibattito sull’identità e la cultura italiana che rifletta sull’oggi alla luce del passato e non schiacci il passato sulle urgenze attuali. Che non sia somma di posizioni contrapposte e inconciliabili ma dialettica di interpretazioni divergenti. Che trovi le sue radici nell’aver partecipato a un’esperienza che seppur non condivisa è stata comunque comune. Il Salone quest’obiettivo l’ha a nostro parere centrato solo in parte e troppe volte ha indulgiato nella formula salvifica del dibattito che non sempre – e non per dovere deontologico – si rivela funzionale a quest’obiettivo, ma all’inverso segna il permanere di un’italia dibattuta ed immaginata su un’Italia reale. L’immaginario – quanto di più sfuggente ed effimero – si radica infatti in oggetti dal forte potere evocativo. I libri sono senz’altro tra i più importanti tra questi. Eppure per molti (troppi) italiani costituiscono ancora un mondo semisconosciuto e troppo raramente esplorato. Ripartiamo da qui, da questo dato materiale per ricostruire il complesso nodo dell’identità nazionale e del rapporto con la storia. Gli argomenti di discussione e di dibattito certo non mancheranno.








