Spesso si storce il naso quando si discute dell’ala socialista del sionismo: la critica che più si muove contro questo movimento è l’apparente contraddizione tra ciò che i due termini stanno a significare. Ci si chiede come può il sionismo, ovvero il nazionalismo ebraico, e quindi un movimento che si prefigge degli scopi particolaristici, peculiari, coniugarsi con il socialismo che, invece, mira ad obiettivi generali, di più ampio respiro e rifiuta (nella sua vulgata generale) il nazionalismo.
Hannah Arendt, per esempio, affermava che ognuno era libero di interpretare il sionismo come meglio credeva, e questo risulta particolarmente vero andando ad analizzare le due anime maggioritarie del sionismo: quello dell’Europa orientale e quello dell’Europa occidentale. Se quest’ultimi, capeggiati fino al 1904 da Herzl, avevano una visione del “risorgimento ebraico” più politica (si potrebbe azzardare anche il termine borghese), gli altri intendevano il sionismo come un movimento pragmatico, capace di un’osmosi benefica sia con quella dottrina sociale tolstojana, nella fattispecie il populismo agrario, che lo scrittore russo predicava nell’allora Impero zarista; sia con l’amalgama protorivoluzionaria che da lì a breve avrebbe scatenato in Russia sia la rivoluzione del 1905 che quella del 1917.
Gli ebrei di ispirazione marxista che riconoscevano il sionismo credevano che una sorta di indipendenza nazionale ebraica in Palestina avrebbe potuto garantire l’appoggio del popolo ebraico alla lotta di classe internazionale, il cui obiettivo a lungo termine sarebbe stato, stante una classe proletaria lavoratrice ebraica, la creazione di una “società senza classi e senza nazioni” come ebbe modo di dire Ber Borochov, uno dei maggiori esponenti del sionismo marxista e fondatore del פועלי ציו (il Poalei Zion, Partito dei Lavoratori di Sion, di ispirazione marxista). Questa tipologia di ebreo orientale fu storicamente libera di sperimentare tutte le forme di società “alternative” a quella borghese, apolitica e occidentale proprio perchè fu fattualmente quella che intraprese in forma massiccia l’emigrazione nella Palestina ottomana e mandataria. La Palestina ben presto divenne non solo l’ovvia meta delle aliyot personali, ma anche un luogo “vergine” dove l’ideale (socialista, marxista, populista-agrario) poteva diventare prassi. Ed è evidente tutto ciò se si prende brevemente in considerazione la chaluziuth (il pionierismo) che portò alla nascita delle kvutzot e dei kibbutzim. Seppur con delle differenze che rendevano peculiare ogni insediamento, si può affermare che gli anni primigeni del movimento kibbutzistico furono un melting pot politico nel quale si incontrarono tante idee quanti erano i pionieri.
Non va tralasciato, inoltre, come questi chalutzim sostituirono la religione ebraica con la “religione del lavoro” propugnata da Aharon David Gordon.
Gordon infatti rappresentò per lungo tempo l’ala maggioritaria del socialismo sionista in Eretz Israel, un socialismo dal volto bucolico fortemente influenzato dal populismo agrario russo (Tolstoj, come si può ben vedere in queste prime fasi, è un’influenza importantissima) che si prefiggeva la creazione di un “nuovo ebreo” libero dalla condizione di luftmesch, ovvero da quella apatia improduttiva figlia della Diaspora, che sposta la sua hitlahavut (l’entusiasmo per la preghiera e la contemplazione di Dio) da una dimensione verticale/religiosa verso una di tipo orizzontale, laica e laburista.
Ai progetti dei sionisti socialisti si opposero però gli ebrei comunisti-marxisti del cosiddetto Bund, ovvero gli appartenenti all’Unione dei lavoratori ebraici di Russia, Polonia e Lituania. Il Bund criticò aspramente la colonizzazione della Palestina, considerando illegittimo sia il sionismo tout-court, sia la sua variante socialista, considerata solo “il finto volto amichevole di un movimento borghese e imperialista”. L’ostracismo del Bund fu talmente aspro che la questione venne portata di fronte l’Internazionale Comunista la quale, senza troppa difficoltà, decretò il sionismo (e di riflesso il sionismo socialista non allineato al marxismo dell’Internazionale) come movimento reazionario e nemico della lotta di classe, incompatibile con il Comunismo.
Alle critiche del Bund il nuovo Yishuv rispondeva invece con un dibattito politico molto vivo da cui scaturirono oltre ai già citati insediamenti collettivistici, anche enti parastatali, sindacati e partiti politici. Seguendo più o meno inconsciamente le linee guida che già Mosess Hess aveva previsto per una rinascita nazionale ebraica, l’insediamento sionista in Palestina continuò ad avere sempre più un connotato specifico, e non è sbagliato affermare che, nella Palestina pre Stato d’Israele, la componente sionista socialista fu quella non solo maggioritaria, ma che più di tutte contribuì alla definizione dei tratti tipici dello Yishuv. Il bisogno di trasformare l’ebreo mercante europeo in ebreo lavoratore spinse verso la creazione di strutture che facessero del lavoro stesso centralità e necessità.








