In visita alla mostra “Fare gli Italiani”. La terza isola: la Scuola






La Scuola - Foto di gruppoAnche quest’anno è suonata la campanella che ha segnato la fine delle lezioni. Restano solo i maturandi alle prese con gli orali e con le valutazioni degli scritti che hanno documentato una crescente difficoltà degli studenti italiani a confrontarsi con la prova più classica e trasversale a tutti gli indirizzi: il tema.

In tempi di crisi segnati soprattutto dal mancato sviluppo del paese, le riflessioni sul livello culturale e sul sistema scolastico sono stati al centro del dibattito non solo politico ma anche storiografico. La scuola stessa è messa in discussione come istituzione pubblica da una parte sempre più ampia del mondo politico (ne abbiamo parlato negli articoli: La Storia come racconto. Scuola, manuali, democrazia e globalizzazione e Gli Italiani “si fanno” ancora a scuola? Riflessioni in occasione di Italia150) e per giustificare la mancata attitudine all’innovazione del Paese – ma forse sarebbe più corretto parlare di classe dirigente – si è messo all’indice quel disegno di istruzione pensato da Benedetto Croce, ministro dell’istruzione dell’ultimo governo Giolitti, e poi portato a compimento da Giovanni Gentile durante il fascismo, che prevedeva una sorta di sudditanza della cultura scientifica rispetto a quella classica e umanistica. Gli attacchi nei confronti del progetto culturale crociano si sono sprecati in queste ultime settimane ma peccano a nostro parere di anacronismo: non è di alcuna utilità mettere oggi al bando l’impostazione di Croce e Gentile perché la scuola oggi non risponde in maniera efficace alle istanze attuali. Anche in questo caso il problema torna ad essere quello dell’innovazione e della mancanza di un progetto veramente organico di riforma scolastica.

La Storia ci può aiutare a capire – e a salvare – la scuola pubblica? Giovanni De Luna e Walter Barberis ne sono certamente convinti e infatti hanno dedicato la terza isola della mostra “Fare gli Italiani” proprio al mondo della scuola. Un’isola speciale che – come tutte le altre isole della mostra – punta all’interazione con lo spettatore attraverso l’allestimento di lavagne interattive sulle quali scorrono le immagini dei diversi volti della scuola italiana, le sue molte realtà territoriali e i momenti storici più importanti attraverso i racconti e lo sguardo di chi l’ha vissuta, descritta, immaginata e rappresentata. Al centro dello spazio ci sono poi due lavagne dedicate alla presentazione di foto di classe realizzate negli ultimi 150 anni.

Lo scenario che circonda l’isola abbandona la suggestione tecnologica ed è caratterizzato dalla ricostruzione materiale di un’aula scolastica dei primi del ’900: banchi d’epoca che sembrano uscire da un immaginario magazzino su cui poggia la pedana mentre lateralmente lo spazio di una piccola costruzione architettonica permette di esporre gli oggetti storici utilizzati nell’ambito delle scuole professionali.

Perché e in che modo la scuola fu uno dei luoghi più importanti dove si fecero gli italiani? Dalle scuole professionali di metà Ottocento finalizzate alla creazione di una classe lavoratrice specializzata in grado di soddisfare la domanda di forza lavoro di una società che seppur lentamente e in forma parziale stava avviando una transizione dal mondo rurale a quello di prima industrializzazione, nel corso del ’900 il tema dell’educazione e della pedagogizzazione di massa diventa centrale per la politica nazionale. Non è solo una forza lavoro specializzata quella che serve all’Italia ma un popolo che condivida realmente lingua, valori e cultura. Insomma, la scuola si presenta davvero come il primo strumento per “fare gli italiani”. Basta pensare al più celebre romanzo di formazione della letteratura italiana, Cuore di Edmondo De Amicis, per avere un’immagine nitida del ruolo del maestro e della scuola all’inizio del ’900 quando la scuola uscì dal recinto della sua funzione meramente strumentale e si propose come primo obiettivo quello civico di formazione dei cittadini della neonata Italia.

Non stupisce che il nazionalismo fascista abbracciò con forza questo progetto pedagogico trasformandolo in uno strumento fondamentale del regime. L’attenzione nei confronti di giovani e giovanissimi, della loro formazione, dell’organizzazione del loro “tempo libero” fu elevatissima durante il ventennio e si coniugava perfettamente con le istanze filosofiche di un progetto politico che si proponeva come rivoluzionario e generatore di un’Italia  e soprattutto di un modello di “italiano” nuovi. Ecco allora farsi ancora più carico di importanza il ruolo del maestro, voce di regime nell’aula scolastica, la cui autorevolezza spazia ben oltre i compiti didattici ed entra nel privato e nelle case di ogni piccolo alunno. Ecco che la scuola organizza lo spazio al di fuori delle lezioni con gare, tornei, attività sportive, ma anche colonie e soggiorni in località di mare e di montagna. Nell’Italia irregimentata da Mussolini, la scuola, quasi trasformata in caserma, offre a suoi allievi una – indiscutibile – identità nazionale che si radica nella totale sovrapposizione tra appartenenza nazionale e identità politica e offre paradigmi per l’organizzazione della società.

È solo con il secondo dopoguerra e in particolare nell’Italia degli anni ’50 e ’60 che si può parlare di «una effettiva nazionalizzazione della istruzione pubblica di base» secondo le parole degli stessi curatori della mostra. La scuola combatte l’ultima battaglia importante contro l’analfabetismo e coniugandosi con la diffusione di una cultura di massa, che vede nella tv e nei rotocalchi i nuovi mezzi di diffusione, diventa davvero luogo e strumento di reale democratizzazione del paese. Un processo che andrà espandendosi anche attraverso le rivoluzioni del ’68, coinvolgendo quelle fette di popolazione finora escluse, come i disabili o le classi economicamente più disagiate.

Non solo la scuola, dunque, ha contribuito a “fare gli italiani”, ma il processo di diffusione e identificazione nell’identità nazionale ha seguito e – a sua volta – ha fatto da volano alle grandi trasformazioni politiche del Paese.

Può (e deve) ancora oggi la scuola svolgere questo ruolo? Quali sono le sfide che si trova ad affrontare e che richiedono con urgenza una politica di riforme? Rispondiamo con le stesse parole utilizzate da Walter Barberis e Giovanni De Luna nel presentare l’isola sperando siano di buon auspicio per il futuro anno scolastico:

Fondamentalmente dominata dalla scrittura e dall’uso della parola per più di un secolo, oggi la scuola è spesso sovrastata da nuovi linguaggi, che tendenzialmente ne indeboliscono il ruolo sociale e la funzione unificante nell’ambito della comunità nazionale. Ma è anche il luogo dove prima di ogni altro si sperimentano le forme possibili di integrazione nella comunità nazionale, cioè le nuove frontiere dell’inclusione, nei confronti dei figli dei nuovi migranti sul territorio del nostro Paese.

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