In visita alla mostra “Fare gli Italiani”. La quinta isola: Le Migrazioni






"Fare gli Italiani" - La quinta isola: Le MigrazioniTema assolutamente scottante, la parola “migrazioni” evoca in noi scenari che richiamano problemi e questioni irrisolte. Meta di immigrazione, ma anche terra da cui si fugge – e si è fuggito in passato – in cerca di migliori condizioni di vita, la quinta isola della mostra Fare gli Italiani dedicata proprio al tema dei migranti rende evidente come il 150° anniversario dell’Unità d’Italia possa – e debba – essere più che un’occasione celebrativa, l’occasione per una riflessione sull’identità italiana. Dagli sbarchi a Lampedusa ai sempri più numerosi – e visibili – “cervelli in fuga”, il nodo dei flussi migratori è centrale non solo nell’immagine dell’Italia attuale, ma nell’intera storia nazionale.

Per gran parte della sua storia l’Italia è stata un paese di emigrazione: 29 milioni di migranti italiani infatti, dall’Unità ad oggi, hanno scelto di abbandonare il proprio paese e le proprie case alla ricerca di migliori prospettive di vita. Nei primi cinquant’anni anni della storia d’Italia, le ondate migratorie coinvolsero oltre 14 milioni di italiani, prevalentemente provenienti dalle zone più depresse della penisola e diretti verso Nord e Sud America, alimentando uno dei fenomeni di maggior preoccupazione per la classe dirigente liberale dell’epoca. La risposta delle istituzioni fu del tutto inadeguata: alla richiesta di terra da parte dei contadini e dei braccianti, schiacciati da latifondismo e mezzadria dominanti in gran parte delle aree rurali, il governo Giolitti nell’11 rispose con la tentata impresa coloniale in Libia. Una formula coloniale tutta italiana che, a differenza delle altre nazioni europee, ricercava nelle colonie spazi liberi verso i quali dirottare i flussi migratori. Traccia memorabile di queste illusioni nazionali, il discorso tenuto da Giovanni Pascoli, La Grande Proletaria si è mossa, pronunciato il 21 novembre del 1911. L’iniziativa si mostrò fallimentare e gli italiani continuarono a migrare non verso poco fertili “scatoloni di sabbia” – così come venne definita la Libia da Gaetano Salvemini – ma verso città e paesi dalle concrete possibilità di lavoro.

Alimentata da ragioni politiche e non solo economiche fu invece la migrazione durante il fascismo a segnare un’altra pagina drammatica della storia delle emigrazioni italiane. Intellettuali, dissidenti e, dopo l’avvicinamento alla Germania, famiglie di origine ebraica abbandonarono l’Italia per l’Europa e le terre di oltreoceano. Una migrazione spesso culturalmente più elevata il cui esito fondamentale fu la produzione di un elevato numero di carteggi che rappresentano oggi fonti interessantissime per gli storici occupati a ricostruire la biografia di quell’Italia antifascista protagonista della ricostruzione negli anni della Repubblica.

La dismogeneità della crescita economica dell’Italia del secondo dopoguerra continuerà ad alimentare i flussi migratori sia lungo la direttrice nazionale – da Sud verso Nord – sia verso quella internazionale e soprattutto europea. Il giovane operaio meridionale con le sue povere cose raccolte in una valigia di cartone che abbandona il paese in cerca di fortuna nelle grandi città del Nord Italia o dell’Europa diverrà un’icona degli anni ’60. Protagonista dell’immaginario collettivo – Luchino Visconti in Rocco e i suoi fratelli (1960) ne offrirà il ritratto più celebre – il giovane migrante italiano diverrà allegoria stessa di un’Italia in corsa verso modernità e benessere, entrambi dagli aspetti affascinanti quanto pericolosi – come ben emerge dal capolavoro viscontiano – e disposta ad abbandonare il tradizionale mondo rurale, a cui resta legata dall’affetto e dalla nostalgia per una dimensione spazio-temporale percepita ormai come finita e sempre più lontana. La cesura spaziale data dal movimento si traduce in una cesura temporale tra passato e modernità, tra origini e progresso, tra tradizione e sviluppo relegando per decenni le campagne – ormai spopolate – del Meridione a luogo mitico della memoria e dell’identità.

La ricostruzione di quest’isola è sicuramente tra le più suggestive. Lo spazio è sovrastato da un’enorme rete da pesca sospesa nella quale sono raccolte decine di valigie, borse e bauli risalenti a diversi periodi storici  imbolo dei movimenti di tutti coloro che sono partiti o sono sbarcati in Italia negli ultimi centocinquant’anni. L’elemento marino richiama efficacemente le tante tragedie del mare che dall’800 ai giorni nostri hanno coinvolto migliaia di migranti in uno dei più drammatici fenomeni che ciclicamente si ripete ancora oggi lungo le nostre coste. Dalla rete sono caduti alcuni di questi bagagli che spalancati sul suolo liberano gli oggetti che contengono: vestiti, fotografie, ricordi che accompagnati dall’audio dei racconti in prima persona, ricompongono, caduta dopo caduta, la storia della migrazione italiana degli ultimi 150 anni, rendendo le valigie dei migranti contenitori simbolici di memoria e racconti.

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