Non si è ancora stemperata la tensione e la commozione per la visita alla sesta isola dedicata alla Grande Guerra che proseguendo in ordine cronologico e lungo il filo rosso delle emozioni che attraversa tutta la mostra si schiude davanti al visitatore la settima isola dedicata alla Seconda Guerra Mondiale. Quale lettura offrire di un evento così complesso? Guerra militare? Guerra civile? Guerra ai civili? Il fronte italiano, quello europeo, quello africano? Una scelta difficile considerate le numerose chiavi di lettura del conflitto, i confini globali della guerra, la differenza di motivazioni e prospettive delle potenze coinvolte, senza dimenticare il grande tema della lotta contro totalitarismo nazifascista che attraversa la Seconda Guerra Mondiale e che ha animato riflessioni e progetti politici (non ultimo quello europeo) fino ai nostri giorni.
Giovanni De Luna e Walter Barberis per uscire da questo labirinto di suggestioni e trovare la chiave di lettura che consentisse di non perdere il filo narrativo ma anche il contatto emotivo con il visitatore alla (ri)scoperta dell’identità italiana hanno scelto ancora una volta di ripartire da quella che fu l’esperienza concreta di molti italiani durante i lunghi anni del conflitto. A prescindere dagli sviluppi internazionali della guerra, dallo scontro ideologico tra democrazia e totalitarismo che si consumò in maniera tanto drammatica lungo l’intera penisola del nostro paese, come vissero gli italiani quei giorni? E la risposta ancora una volta emerge con forza dall’allestimento che mette in scena alcuni degli oggetti che caratterizzarono il secondo conflitto mondiale, come i tratti ben meditati di un pittore esperto: la riproduzione in scala 1:1 del veivolo da caccia Macchi MC. 205 “Veltro”, i cumuli di macerie, il frusciare delle radio che spaziano (basta che il visitatore giri la manopola in uno degli apparecchi a disposizione) dalle canzonette sentimentali alle ultime tragiche notizie. Perché gli italiani, come gran parte degli europei, a Milano come a Parigi, ad Amburgo come a Londra vissero quei giorni prima di tutto sotto le bombe. Una quotidianità scandita dagli allarmi degli attacchi aerei in un paesaggio delineato dalle montagne di frammenti dei palazzi distrutti – la propria casa, la scuola, i monumenti, i luoghi di lavoro – le lunghe ore con l’orecchio attaccato all’apparecchio radiofonico in attesa di un’unica notizia: la guerra è finita! Un’esperienza umana condivisa non solo da tutti gli italiani ma da larga parte della popolazione europea sottoposta per la prima volta a un attacco diretto ai civili. Una realtà completamente lontana da quella della Grande Guerra con la sua netta divisione spaziale, temporale ed emotiva tra il fronte e la società civile, il cui emblema furono proprio quelle migliaia di lettere e cartoline immagine simbolo della sesta isola, una dimensione in cui il fronte è la propria casa divenuta bersaglio del nemico, in cui la propria vita quotidiana risulta scandita dai ritmi e dalle urgenze della guerra: procacciarsi il cibo, scampare all’attacco aereo, trovare un nuovo rifugio.
Per questo lo scenario di distruzione ricostruito all’interno della settima isola non racconta solo quello che significò la Seconda Guerra Mondiale in Italia e in un’Europa ma racconta a ogni visitatore una pagina di storia della propria famiglia, l’eco di una narrazione che si è ripetuta infinite volte nelle orecchie di figli e nipoti, una storia personale che inizia sempre con il motto “quando c’era la guerra” e che riporta momenti tragici ma anche attimi di spensieratezza di quella vita quotidiana scandita dalle bombe e nella quale anche il veivolo da caccia Macchi MC. 205 “Veltro”, veniva ribattezzato comunemente “Pippo” quasi fosse ormai un vecchio conoscente venuto a far visita, nella speranza quella sì profondamente condivisa, che fosse per l’ultima volta. Una chiave di lettura, come per tutto il resto della mostra, che si ripropone di “partire dal basso” per raccontare la storia dei grandi eventi storici che investirono il Paese, nella consapevolezza che l’identità italiana fu prima di tutto fatta di oggetti di uso comune che entrarono nella quotidianità degli italiani. E pochi esempi funzionano in maniera più efficace di questo modello di aereo da caccia divenuto “oggetto comune” della vita quotidiana di moltissimi italiani per raccontare che cosa rappresentò la Seconda Guerra Mondiale per le popolazioni civili che ne rimasero tragicamente coinvolte.













