In visita alla mostra “Fare gli Italiani”- L’ottava isola “Le fabbriche”






OGR, Fare gli Italiani, "Le Fabbriche"In questi anni di crisi economica – e ancora di più nelle ultime settimane – la fabbrica – aperta, chiusa, produttiva o improduttiva – è tornata a essere nell’immaginario collettivo il riferimento per tarare la gravità della situazione. Questo nonostante l’origine della crisi economica sia estranea al mondo della produzione industriale, essendo infatti ormai consolidata l’interpretazione dell’origine finanziaria. Eppure, attorno al mondo della fabbrica ruota ancora oggi gran parte del dibattito italiano e proprio sulla dimensione industriale si concentrano le aspettative e le tensioni di una larga parte del mondo politico e della società civile.

La fabbrica da oltre cinquant’anni continua ad essere il luogo simbolo della realtà economica del paese, l’indice del livello di giustizia sociale, lo specchio dei conflitti e delle trasformazioni che attraversano l’Italia. Ancora e, paradossalmente, tanto di più oggi in piena dimensione post-industriale. Ma il ritmo delle trasformazioni economiche (e sociali) raramente (soprattutto in Italia) è il medesimo delle trasformazioni culturali dell’immaginario e la fabbrica continua a costituire nella mentalità di gran parte degli italiani uno dei luoghi simbolo in cui si identifica il paese. Dalla tragedia della Thyssenkrupp del dicembre 2009 allo scontro Marchionne – Camusso dei mesi scorsi, l’Italia guarda al mondo della fabbrica interrogandosi sulla propria identità: che Italia è quella di oggi? Qual è il livello della giustizia sociale? Quale direzione stiamo prendendo? Non si tratta solo di scegliere un modello economico di sviluppo, ma di proporre attraverso l’immagine della fabbrica un modello sociale di convivenza e di cittadinanza. Ma da dove nasce e come si è consolidato nel corso dei decenni questo ruolo della fabbrica quale immagine simbolo del paese?

L’Italia è un paese che avvia il processo di industrializzazione molto più tardi della Gran Bretagna, iniziandolo di fatto al termine della seconda rivoluzione industriale inglese. Per le ragioni strutturali legate al fatto di essere un paese di seconda industrializzazione – e che lo storico Gerschenkron ha ben espresso nel famoso volume Il problema storico dell’arretratezza economica (Torino, Einaudi, 1965) – il processo di industrializzazione italiano è un processo “indotto dall’alto”, pilotato dall’élite dirigente al potere. Sotto il profilo economico, questa caratteristica ha portato delle conseguenze evidenti che attraversano i 150 anni di storia dell’economia italiana: sistema delle banche miste, società a forte partecipazione statale, istituti pubblici per il supporto dello sviluppo industriale…
Sotto il profilo dell’immaginario, l’identificazione sempre più stretta tra politica economica di governo e politica di sviluppo industriale ha creato sulla dimensione della fabbrica un’aspettativa collettiva che l’ha resa l’indice del benessere (e delle possibilità di crescita) del Paese.
È accaduto in maniera evidente nei primi anni del ’900 quando l’avvio della prima industrializzazione si è coniugata al processo di modernizzazione, non a caso parola chiave del primo giubileo della patria del 1911: agli italiani che ancora non si sentivano tali il governo Giolitti rispose che l’Unità d’Italia, nonostante le spesso drammatiche incongruenze del processo unitario, era valsa  l’avvio di una politica di modernizzazione del Paese che l’avrebbe portato al livello delle altre potenze europee.

Questo sillogismo fra industrializzazione e modernizzazione risultò ancora più evidente  in occasione del centenario della patria, quel 1961 che chiude simbolicamente la parabola del boom economico del secondo dopoguerra. E dopo? Prima di arrivare alla complessa realtà attuale i decenni ’60, ’70 e ’80 hanno trasformato la fabbrica nel luogo del conflitto sociale ma anche nella fucina, almeno così è andata consolidandosi nell’immaginario italiano, delle trasformazioni del paese, con l’evoluzione dell’operaio da protagonista della corsa verso il progresso, tipico della cultura politica della sinistra degli anni ’60 e ’70, all’immagine del “colletto bianco”, l’impiegato degli anni ’80, simbolo di un paese che ha ormai raggiunto il benessere economico, sebbene sia proprio nel complesso decennio degli ’80 che si iniziano ad avvertire i primi sintomi di crisi di un sistema politico ed economico in declino.
Negli anni ’90 concentrati sul lancio verso la dimensione postindustriale della società dei servizi, la fabbrica ha vissuto invece un progressivo e contraddittorio processo di marginalizzazione. Dal lato dell’immaginario è rimasta immutata, quando addirittura non è accresciuta, l’immagine mitica della fabbrica quale luogo simbolo dell’ideologia della rivoluzione, mentre sotto il profilo socio-economico la fabbrica, anche a causa del progressivo processo di dislocazione della produzione industriale, è divenuta il luogo di lavoro destinato ai livelli più bassi della popolazione: gli operai più anziani che non erano riusciti a “fare il salto” verso il mondo impiegatizio, i giovani con scarso titolo di studio, i migranti.
Nel 2000 la fabbrica è andata via via sempre più a identificare la dimensione più critica di un modello di sviluppo economico a due velocità. Morti sul lavoro (Thyssenkruppp), problemi di salute dei lavoratori (il caso dell’amianto a Porto Marghera), contratti di lavoro sempre più precari e ritorno del caporalato soprattutto fra i più giovani e i migranti, hanno caratterizzato l’immagine della fabbrica che è andata sempre più a identificare il luogo dello sviluppo mancato, del mito tradito del benessere di un paese che ha compiuto solo in parte il suo processo di sviluppo.
Luogo d’eccellenza dell’identità italiana, sia sotto il profilo dell’identificazione vissuta dall’esterno sia in quanto fucina politica in cui si condividono, si scontrano e si elaborano identità politiche e modelli di convivenza sociale, al mondo delle fabbrica è dedicata una delle isole della mostra Fare gli Italiani, particolarmente pregnante per la città di Torino, luogo dell’esposizione e città della prima industria italiana. L’isola tematica è connotata dalla presenza di grandi macchinari storici dell’industria metalmeccanica. L’installazione principale, il cuore dell’isola, è costituita da quattro grandi orditi di fili di lana e di acciaio che si innalzano fino al soffitto. Sulla superficie di questi orditi tessili sono proiettate le immagini dei gesti seriali del lavoro in fabbrica, interrotti di tanto in tanto dall’irrompere di una violenta colata di metallo incandescente. Ritorna ancora una volta l’impatto multimediale della mostra. La sollecitazione visiva dello spettatore si accompagna a quella uditiva: i rumori della fabbrica, i ritmi delle macchine, le voci dei racconti dei lavoratori accompagnano la narrazione per immagini.

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