In visita alla undicesima isola di “Fare gli Italiani”- I consumi






OGR, Fare gli Italiani, I consumiAmmettiamolo. Parlare di consumi di questi tempi appare piuttosto indigesto, sebbene oggi negli Usa, il paese che per decenni ha rappresentato (e continua a farlo) i sogni di benessere degli italiani, si festeggi il tradizionale Black Friday, il “venerdì nero” successivo alla festa del Ringraziamento che dà il via allo shopping natalizio con ribassi del 20%, e per i quali si prevede un afflusso nei centri commerciali di oltreoceano di 152 milioni di persone. Numeri da capogiro per un’Italia in difficoltà che guarda al 2012 ormai alle porte con timore e sfiducia rispetto a quelle che saranno le effettive possibilità di spesa degli italiani. Basta sbirciare nei forum, ascoltare le chiacchiere della gente per le strade, leggere i commenti infervorati sui social network: a spaventare non è solo il taglio (che appare inevitabile) alle possibilità di spesa di ogni cittadino – sia che questo avvenga a seguito di un aumento della pressione fiscale, sia che sia invece frutto di un peggioramento della propria situazione salariale -, ma la frustrazione per il rarefarsi di un’immaginario legato al consumo. Non su tutti la crisi ha inciso e continuerà ad incidere allo stesso modo e la contrazione dei consumi non può essere utilizzata come dato generico, ma la paura per un blocco nazionale dei consumi è trasversale alle classi sociali e alle identità politiche. In un paese come il nostro, la perdita delle possibilità di consumo fa emergere lo scheletro dello smarrimento di un’identità nazionale e la undicesima isola della mostra Fare gli Italiani, dedicata proprio ai consumi, ci aiuta a chiarirlo.

L’isola si presenta come un vero e proprio catalogo materiale e visivo degli oggetti che dal boom economico degli anni Cinquanta e Sessanta sono entrati nelle vite degli italiani modificandone non solo le abitudini, ma anche l’immaginario: la Lambretta, la Cinquecento, il frigorifero e la lavatrice, ma anche cibi, bevande, collant e prodotti per l’igiene e la salute della persona. Una valanga di oggetti che ha modificato radicalmente la quotidianità di tutti gli italiani e attraverso il potente strumento della pubblicità ha contribuito anche ad animare immaginari, ridefinire ruoli di genere, ridipingere o introdurre per la prima volta nello spazio pubblico nuovi soggetti come i teen-ager. Oltre a questo processo individuabile in molte altre realtà occidentali, in Italia il boom economico e l’avvio del consumismo di massa hanno generato due fenomeni. Il primo, quello di una fase di unificazione nazionale a livello di consumo, il secondo, quello della interpretazione della controversa unificazione nazionale quale chiave di modernizzazione del paese. Se confrontassimo le celebrazioni di quest’anno con quelle di Italia ’61, tenutesi proprio a chiusura della parabola del boom economico, ci renderemmo conto di come l’idea della crescita economica e dunque dell’espansione dei consumi di massa abbia svolto cinquant’anni fa da veicolo per l’affermazione di un’identità nazionale forte fondata sull’idea di progresso economico e di condiviso benessere sociale.

Sogno o utopia? A prescindere dalle valutazioni e dal frammentarsi delle realtà che ancora una volta caratterizza la storia nazionale, non si può negare come anche solo condividere un sogno e un immaginario comune di benessere economico abbiano contribuito a costruire un livello identitario minimo per tutti gli italiani. A quest’Italia divisa, inefficiente, collusa e immobile per decenni è stato riconosciuto il merito di una (per quanto parziale) modernizzazione e l’introduzione di modi di vivere che seppur non perfettamente identici in tutta la penisola erano perlomeno condivisi a livello immaginario e traghettati dal possesso/desiderio di possesso di oggetti noti a tutti: la Cinquecento, i jeans, la minigonna e la Coca Cola.

La paura di interrompere oggi questo ciclo di consumo, di frenare l’impulso verso un immaginario consumistico condiviso – che per molti resterà solo a livello immaginario e solo per qualcuno potrà trasformarsi in effettivo possesso,- e che pur in questo scenario non nasconde un suo potenziale di unificazione identitaria, spaventa tanto quanto l’ipotesi di veder evaporare i propri risparmi o prevedere un peggioramento delle proprie condizioni di vita. Potrebbe significare perdere una parte della propria identità nazionale e soprattutto incrementare una sfiducia delle istituzioni che si occupa della gestione della res publica. Consumi è diventata da mesi la parola-chiave della nostra sfera politica: si mettono in discussione i consumi sproporzionati di una classe dirigente parassita, si guarda con timore alla brusca frenata dei consumi per la media delle famiglie italiane. Elemento di scambio e metro di giudizio la parola consumi ha sospeso per il momento la sua funzione unificante per trasformarsi in uno strumento di rivendicazione reciproca tra gruppi di potere, classi sociali, settori professionali. Per questo può essere utile fare un salto all’inizio della storia (e alle origini della Repubblica Italiana) quando consumo non era sinonimo di spreco ma segnale di un’Italia in trasformazione proiettata verso un futuro di progresso. Chissà mai che non faccia bene.

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