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	<title>Blogstoria &#187; Colonialismo</title>
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	<description>&#34;Ogni vera storia è storia contemporanea&#34;. B. Croce, 1938.</description>
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		<title>La fine di Gheddafi. Quale identità in Libia dopo la Rivoluzione?</title>
		<link>http://www.blogstoria.it/2011/02/28/la-fine-di-gheddafi-quale-identita-in-libia-dopo-la-rivoluzione/</link>
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		<pubDate>Mon, 28 Feb 2011 16:35:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Claudia Covelli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Colonialismo]]></category>
		<category><![CDATA[Storia della Libia]]></category>
		<category><![CDATA[colonialismo italiano in Libia]]></category>
		<category><![CDATA[Muhammar Gheddafi]]></category>
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		<category><![CDATA[Storia delle Libia]]></category>

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		<description><![CDATA[Nel suo "Libro verde" Gheddafi avanzò il progetto di una società libica senza Stato e con un'identità schiacciata nel presente del ruolo anti-occidentale della Libia rivoluzionaria. Quale identità e quale memoria storica potranno essere recuperate nell'ipotesi della sua caduta?]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_3687" class="wp-caption alignleft" style="width: 402px"><a href="http://www.blogstoria.it/wp-content/uploads/2011/02/Gheddafijpg.jpg"><img class="size-medium wp-image-3687" title="Gheddafi negli anni '90. Fonte Archivio Panorama" src="http://www.blogstoria.it/wp-content/uploads/2011/02/Gheddafijpg-300x224.jpg" alt="Gheddafi negli anni '90. Fonte Archivio Panorama" width="392" height="293" /></a><p class="wp-caption-text">Gheddafi negli anni &#39;90. Fonte Archivio Panorama</p></div>
<p>L&#8217;effetto domino scatenatosi dalla caduta di Mubarak in Egitto ed estesosi a gran parte del mondo arabo-musulmano mediorientale e nordafricano rischia di soffocare sotto la suggestione di uno dei fenomeni più interessanti del nuovo millennio le capacità di comprensione di quel mondo occidentale che con apprensione osserva. Il pericolo da scongiurare è quello di omologare le varie rivolte che stanno lacerando l&#8217;area mediterranea di lingua araba e religione musulmana in un unico modello interpretativo, sia quello, certo più rassicurante, di una presunta  &#8220;primavera dei popoli&#8221; (arabi) sia quello dell&#8217;involuzione integralista. Se non è possibile negare il nesso tra le rivolte egiziane che hanno portato alla caduta di Mubarak e quanto sta avvenendo in Libia, non è nemmeno possibile trascurare le profonde divergenze tra le due situazioni, in cui gli elementi comuni sono la totale o parziale assenza di diritti civili, una radicata incapacità a rispondere alle istanze di modernizzazione, il permanere di spaccature sociali a causa di una marcata disparità nella distribuzione delle risorse disponibili.</p>
<p>In Italia esiste un solo volume recente che ripercorre la storia della Libia contemporanea. Si tratta della traduzione italiana del libro di Dirk Vandewalle, professore di Dottrina dello Stato presso il Dartmouth College, <em>A History of Modern Libya</em> del 2006 (in Italia <em>Storia della Libia contemporanea, </em>Salerno Editore, 2007 <a href="http://www.amazon.it/gp/product/888402577X?ie=UTF8&amp;tag=blogstorasseg-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=3370&amp;creative=23322&amp;creativeASIN=888402577X" target="_blank">» compralo su Amazon.it a 15,39 euro</a>). Come scrive lo stesso Vandewalle nella premessa all&#8217;edizione italiana:</p>
<blockquote><p>Non sorprende che durante l&#8217;ultimo quarto del XX secolo gli studi sulla Libia in Italia fossero ridotti a una pallida ombra di ciò che erano stati: infatti, non sussisteva più l&#8217;imperativo dettato dall&#8217;occupazione coloniale che in passato aveva reso necessari un gran numero di studi etnografici, geografici, agrari, archeologici e sociali sovvenzionati da sussidi ufficiali. Allo stesso tempo il governo libico non si mostrava disponibile ad assecondare i desideri italiani &#8211; o anche internazionali &#8211; di esplorare il ricco passato storico del Paese.</p></blockquote>
<p>La premessa di Dirk Vandewalle è davvero fondamentale e introduce una serie di tematiche interessanti sulle quali è opportuno riflettere. Prima fra tutte il rapporto con il colonialismo, un rapporto talmente serrato da influenzare la produzione storiografica italiana e libica. Una chiave di lettura interessante che mette in luce il nodo tra decolonizzazione, costruzione della nuova identità nazionale e memoria del proprio passato nazionale<em><p><a href="http://www.blogstoria.it/2011/02/28/la-fine-di-gheddafi-quale-identita-in-libia-dopo-la-rivoluzione/">» Continua la lettura...  La fine di Gheddafi. Quale identità in Libia dopo la Rivoluzione?</a></p></em>]]></content:encoded>
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		<title>Nel 68° anniversario di El Alamein</title>
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		<pubDate>Tue, 26 Oct 2010 21:00:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Claudia Covelli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Colonialismo]]></category>
		<category><![CDATA[Seconda guerra mondiale]]></category>
		<category><![CDATA[Storia d'Italia]]></category>
		<category><![CDATA[battaglia di El Alamein]]></category>
		<category><![CDATA[Enzo Monteleone]]></category>
		<category><![CDATA[impresa di Libia]]></category>
		<category><![CDATA[Mario Monicelli]]></category>
		<category><![CDATA[monumenti ai caduti]]></category>

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		<description><![CDATA[Dal 21 al 30 ottobre è in corso presso lo spazio Oberdan di Milano un'esposizione dedicata alla battaglia di El Alamein, di cui ricorre il 68° anniversario, e alle Missioni di Pace compiute dall'esercito italiano dal dopoguerra a oggi...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_1571" class="wp-caption alignleft" style="width: 243px"><a href="http://www.blogstoria.it/wp-content/uploads/2010/10/Sacrario.jpg"><img class="size-full wp-image-1571 " title="Sacrario militare di El Alamein" src="http://www.blogstoria.it/wp-content/uploads/2010/10/Sacrario.jpg" alt="Sacrario militare di El Alamein" width="233" height="133" /></a><p class="wp-caption-text">Sacrario militare di El Alamein</p></div>
<p>Dal 21 al 30 ottobre è in corso presso lo spazio Oberdan di Milano un&#8217;esposizione dedicata alla battaglia di El Alamein, di cui ricorre il 68° anniversario, e alle Missioni di Pace compiute dall&#8217;esercito italiano dal dopoguerra a oggi. L&#8217;evento centrale dell&#8217;esposizione si è svolto il 25 ottobre con l&#8217;intervento del ministro La Russa a commemorare una delle sconfitte più dure subite dall&#8217;esercito italiano durante la seconda guerra mondiale.</p>
<p>Perché ricordare la battaglia? Questo è quanto riporta il comunicato stampa della mostra:</p>
<blockquote><p><span>Il  recupero della memoria storica della battaglia di El Alamein e della  Divisione Folgore fa parte di un progetto che prevede di informare e  documentare la storia Patria nel 150° anniversario dell’indipendenza dell’Italia come nazione libera. La battaglia di El  Alamein, che proprio in questi giorni celebra il 68° anniversario, è stata una delle più grandi battaglie della storia moderna. </span></p></blockquote>
<p>Non si ricorda quindi la sconfitta ma piuttosto la battaglia «una delle più grandi della storia moderna», soprassedendo sull&#8217;esito che segnò la fine delle operazioni italo-tedesche in Africa. Tutta schiacciata sulla memoria militare, l&#8217;esposizione -- piuttosto esigua -- ricostruisce con mappe, cartine e brevi biografie degli ufficiali in carica la memoria della spedizione italiana in Egitto. Chiude l&#8217;esposizione l&#8217;immagine di un cippo a ricordo del punto di maggiore avanzata delle truppe italiane con l&#8217;incisione:</p>
<blockquote>
<div id="attachment_1572" class="wp-caption alignright" style="width: 193px"><a href="http://www.blogstoria.it/wp-content/uploads/2010/10/elalamein2.jpg"><img class="size-full wp-image-1572 " title="Cippo Commemorativo " src="http://www.blogstoria.it/wp-content/uploads/2010/10/elalamein2.jpg" alt="Cippo Commemorativo " width="183" height="194" /></a><p class="wp-caption-text">Cippo Commemorativo </p></div>
<p>mancò la fortuna, non il valore. 1 luglio 1942</p></blockquote>
<p>A cui segue una citazione -- dello storico inglese, egli stesso militare ed esperto di storia militare, B. Liddell Hart -- cui spetta l&#8217;onere di riassumere tutte le questioni legate alla gestione e all&#8217;esito della battaglia (oltre al tema, sempre spinoso, delle ambizioni espansionistiche italiane):</p>
<blockquote><p>è quasi incredibile come i difensori avessero potuto resistere così a lungo.</p></blockquote>
<p>Citazione sicuramente scelta con attenzione che consente di nobilitare le gesta dell&#8217;esercito -- la mostra è promossa dal Ministero della Difesa, dall&#8217;Esercito Italiano, dall&#8217;Associazione Paracadutisti Milano, da Assoarma e dalla Provincia -- e trasformare una guerra di aggressione in una guerra di difesa, utilizzando una delle parole più pregnanti del lessico della seconda guerra mondiale: «resistere».</p>

<p>E nell&#8217;atto di &#8220;resistere&#8221; sono immortalati  i soldati della Folgore in una delle poche fotografie dell&#8217;esposizione. Nessuna notizia invece  sul numero dei morti e sull&#8217;entità del massacro. Eppure proprio a El Alamein sorge il più importante sacrario militare italiano fuori dal territorio nazionale: un&#8217;enorme torre ottogonale che si erge in una zona di terreno collinoso circondata dalla pianura desertica dove si consumarono gli scontri. Nel sacrario sono tumulate oltre 5200 salme  italiane e 6000 salme tedesche o alleate. Tutte informazioni riportate sul sito dell&#8217;esercito italiano e di cui nella mostra non c&#8217;è traccia se non una pallida fotocopia disponibile al banco informazioni che rende comunque l&#8217;immensità della tragedia nella sterminata distesa di croci bianche sotto la quale è riportato il testo della targa commemorativa:</p>
<blockquote><p>Fra sabbie non più deserte sono qui di presidio per l&#8217;eternità i ragazzi della Folgore fior fiore di un popolo e di un esercito in armi. Caduti per una idea senza rimpianti, onorati dal ricordo dello stesso nemico, essi additano agli italiani nella buona e nella avversa fortuna il cammino dell&#8217;onore e della gloria.</p></blockquote>
<div id="attachment_1582" class="wp-caption alignleft" style="width: 340px"><a href="http://www.blogstoria.it/wp-content/uploads/2010/10/ElAlamein.jpg"><img class="size-full wp-image-1582  " title="Il sacrario militare costruito dai soldati italiani ad El Alamein nel 1943" src="http://www.blogstoria.it/wp-content/uploads/2010/10/ElAlamein.jpg" alt="Il sacrario militare costruito dai soldati italiani ad El Alamein nel 1943" width="330" height="154" /></a><p class="wp-caption-text">Il sacrario militare costruito dai soldati italiani ad El Alamein nel 1943</p></div>
<p>La memoria dei morti è dunque ommessa, sopraffatta da una più asettica memoria militare, dal ricordo di &#8220;una delle più grandi battaglie della storia moderna&#8221; in cui viene lasciato spazio alla retorica scontata dell&#8217;eroismo militare. El Alamein viene eretta a data <em>ad quo</em> della storia dell&#8217;esercito italiano nel secondo dopoguerra, una storia fatta di missioni di pace così come intende mostrare la seconda parte dell&#8217;esposizione dedicata, appunto, al ruolo internazionale dell&#8217;esercito italiano dopo il 1945.</p>
<p>Quale identità, quale senso di appartenenza alla &#8220;storia patria&#8221; muove l&#8217;esposizione dedicata a El Alamein? Come si inserisce nel dibattito sui 150 anni dell&#8217;Unità? Gli esiti sono modesti. Gli organizzatori hanno ignorato con disinvoltura la disaffezione che lega l&#8217;opinione pubblica alle imprese militari, soprattutto in momenti di forte polemica nei confronti del ruolo delle missioni italiane all&#8217;estero. La &#8220;fuga&#8221; nella memoria militare risulta inefficace, ad uso e consumo degli enti promotori e -- data l&#8217;estrema semplicità -- difficilmente è in grado di suscitare l&#8217;interesse degli appassionati di storia militare, le cui curiosità nei confronti delle strategie militari, delle armi e delle divise in dotazione dovrebbe essere soddisfatta dai pochi pannelli illustrativi e dai documentari proiettati sul grande schermo.</p>
<p>Eppure la memoria di El Alamein -- una memoria non militare, ma legata alle vicende umane dei soldati della missione italiana in nord Africa -- è ricorsa in questi anni. Ne ha parlato nel 2002, in occasione del 60° anniversario della battaglia, il film di Enzo Monteleone (e finanziato dal Ministero della Difesa, allora presieduto da Antonio Martino) <strong><em>El Alamein -- La linea del fuoco</em></strong>. Un film che lascia poco spazio alle imprese della Folgore -- protagonista indiscussa delle vicende militari -- per concentrarsi invece sulle storie individuali dei soldati semplici -- e meno eroici -- della divisione Pavia nel quale si rileva il drammatico scontro tra la retorica della propaganda fascista e la situazione di disperazione -- a causa della fame, della sete, della disorganizzazione -- in cui furono lasciati i militari italiani.</p>
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</span><p><a href="http://www.youtube.com/watch?v=0LecUWKqC9c"><img src="http://img.youtube.com/vi/0LecUWKqC9c/default.jpg" width="130" height="97" border=0></a></p><p><a href="http://www.youtube.com/watch?v=0LecUWKqC9c">www.youtube.com/watch?v=0LecUWKqC9c</a></p></p>
<p>Sempre da una prospettiva &#8220;dal basso&#8221; -- racconta l&#8217;impresa di Libia Mario Monicelli nella sua commedia-amara &#8220;Le rose del deserto&#8221; del 2006. Pur non riproducendo il successo de &#8220;La grande Guerra&#8221;, Monicelli è -- come scrive Morando Morandini nel suo Dizionario</p>
<blockquote><p>uno dei rari registi al mondo che sanno raccontare la morte,  rispettandola, in cadenze di commedia e rappresentare una tipologia  di italiani in divisa e in guerra, brava gente stracciona, con un  cinismo affettuoso, qui più che mai affettuoso, tirando fuori le unghie  satiriche soltanto per la stupidità pomposa (il generale di T.  Sanguineti) di chi li comanda. [...] È una guerra  raccontata da una prospettiva “dal basso” ma, nel suo squallore, in modi  realistici e veritieri. Come i suoi personaggi, i soliti militi ignoti.</p></blockquote>
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</span><p><a href="http://www.youtube.com/watch?v=Kl06aijzUJY"><img src="http://img.youtube.com/vi/Kl06aijzUJY/default.jpg" width="130" height="97" border=0></a></p><p><a href="http://www.youtube.com/watch?v=Kl06aijzUJY">www.youtube.com/watch?v=Kl06aijzUJY</a></p></p>
<p>Una politica della memoria certo più funzionale a creare un&#8217;identificazione tra narrazione e spettatore riuscendo a toccare alcuni aspetti fondamentali dell&#8217;identità nazionale. Un&#8217;identità che si crea anche sui campi di battaglia nella celebrazione dei caduti e nella condivisione di una disfatta militare. Certo una identità complessa e per molti versi fragile che per questo non può esaurirsi nella semplice memoria delle imprese militari.</p>
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		<title>Il &#8220;libro nero&#8221; degli inglesi</title>
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		<pubDate>Fri, 26 Jun 2009 09:18:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Claudia Covelli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Colonialismo]]></category>
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		<description><![CDATA[Pubblichiamo l'interessante articolo uscito ieri su "Avvenire" che riporta alcuni passaggi del volume di Riccardo Michelucci Storia del conflitto anglo-irlandese, pubblicato da Odoya editrice e disponibile in libreria dal 2 luglio...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div><span id="_ctl0_MasterContent_Occhiello"></p>
<div id="attachment_2869" class="wp-caption alignleft" style="width: 197px"><a href="http://www.blogstoria.it/wp-content/uploads/2009/06/michelucci_irlanda.jpg"><img class="size-full wp-image-2869" title="La copertina del libro di Riccardo Michelucci - Storia del conflitto anglo-irlandese" src="http://www.blogstoria.it/wp-content/uploads/2009/06/michelucci_irlanda.jpg" alt="La copertina del libro di Riccardo Michelucci - Storia del conflitto anglo-irlandese" width="187" height="254" /></a><p class="wp-caption-text">La copertina del libro di Riccardo Michelucci - Storia del conflitto anglo-irlandese</p></div>
<p>Pubblichiamo l&#8217;interessante articolo uscito ieri su &#8220;Avvenire&#8221; che riporta alcuni passaggi del volume di Riccardo Michelucci <em><strong>Storia del conflitto anglo-irlandese</strong></em>, pubblicato da Odoya editrice e disponibile in libreria dal 2 luglio. Il volume, che ha una prefazione di Giulio Giorello, ripercorre le varie fasi storiche del conflitto anglo-irlandese dal XII secolo fino allo sbarco delle truppe inglesi nel 1969.</span></div>
<div><span><br />
</span></div>
<div><span>Oltre a ricostruire le tappe del percorso storico del conflitto, Michelucci tiene gli occhi ben puntati sugli aspetti culturali dello scontro, affrontando il nodo problematico della creazione dello stereotipo del &#8220;nemico&#8221;, identificato come &#8220;barbaro&#8221; , da sconfiggere ed educare, e come &#8220;inferiore&#8221; da deridere e disprezzare. Michelucci coniuga il livello della storia politico-militare del conflitto a quello della storia culturale-sociale della creazione di stereotipi persecutori e del loro radicamento nella cultura nazionale.</span></div>
<div><span><br />
</span></div>
<div><span id="_ctl0_MasterContent_Titolo">Irlanda, il «libro nero» degli inglesi</span></div>
<div><span id="_ctl0_MasterContent_SottoTitolo"> </span></div>
<div id="_ctl0_MasterContent_ImmagineArticolo"><span id="_ctl0_MasterContent_Immagine"><br />
</span></p>
<div><span id="_ctl0_MasterContent_DidascaliaImmagine"> </span></div>
</div>
<div><span id="_ctl0_MasterContent_Contenuto">La storia dell’umanità ha cono­sciuto innumerevoli genocidi, non si contano i popoli e le et­nie sottoposte a stermini, deporta­zioni ed epocali tragedie, ma forse quello dell’Irlanda rappresenta il caso esemplarmente unico di un paese soggiogato, sfruttato e affa­mato da una potenza coloniale che per secoli ne ha schiavizzato, de­portato e ucciso la popolazione con scientifica regolarità. Fin dall’età tardomedievale gli irlandesi hanno cercato di difendere il loro territo­rio elevando lo scontro con l’occu­pante inglese fino a livelli di estre­ma intensità e consentendo alla propaganda nemica di costruire e alimentare il primo dei grandi miti che caratterizzano da sempre il rap­porto tra inglesi e irlandesi: che questi ultimi fossero dei barbari sanguinari, indisciplinati e guer­rafondai che potevano essere &#8216;e­ducati&#8217; soltanto usando le manie­re forti.</p>
<p>La rappresentazione del na­tivo irlandese nelle fattezze di un bruto, con tratti quasi animaleschi, appare molto presto nell’iconogra­fia medievale e attraverso un per­corso evolutivo contribuisce nel corso dei secoli alla nascita e allo sviluppo di un razzismo anti-irlan­dese che sopravvive ancora oggi in Gran Bretagna. E proprio questa immagine ha contribuito in modo determinante a nascondere la realtà di un colonialismo spietato con­sentendo alla classe dirigente in­glese di giustificare il proprio ope­rato nella vicina isola.</p>
<p>La missione &#8216;civilizzatrice&#8217; di Oli­ver Cromwell, che alla metà del X­VII secolo sbarcò in Irlanda per da­re una lezione ai nativi «barbari e assetati di sangue» e la decisione del governo di Londra di inviare, nell’agosto 1969, migliaia di solda­ti nel nord Irlanda, ultimo, micro­scopico relitto dell’Impero i cui a­bitanti chiedevano uguaglianza e pari opportunità come i neri d’A­merica, rappresentano due stelle polari che &#8211; seppur separate da tre secoli di storia &#8211; spiegano con estrema chiarezza i sentimenti degli inglesi nei confronti delle popola­zioni dell’isola vicina.</p>
<p>Tuttavia il di­sprezzo successivamente trasfor­mato in vero e proprio razzismo nei confronti della presunta inferiorità degli irlandesi, affonda le proprie radici molti secoli prima dell’epo­ca di Cromwell e costituisce l’alibi della plurisecolare esperienza co­loniale. È possibile individuare un ipotetico punto di partenza nel lon­tano XII secolo, in epoca norman­na, quando ancora né l’Inghilterra né tanto meno l’Irlanda rappresen­tavano entità statuali compiute in senso moderno.</p>
<p>Ma la fase di non ritorno, l’incancrenimento defini­tivo di una storia destinata ad arri­vare tristemente fino ai giorni no­stri può essere invece individuata alcuni secoli più tardi, all’inizio del­l’era elisabettiana, quando le plan­tation di coloni inglesi e scozzesi sul suolo irlandese avrebbero creato le condizioni per la nascita di un’i­dentità protestante all’interno di un paese fino ad allora totalmente cat­tolico. Il periodo della riforma an­glicana coincide con una svolta de­cisiva nella politica inglese in Irlan­da non solo perché da quel mo­mento in poi il papato non sarà più alleato della Corona, ma anche per­ché nascerà quell’identificazione tra religione cattolica e cultura gae­lica destinata a introdurre il perni­cioso e fuorviante elemento reli­gioso nella lotta politica. In Irlanda le divergenze confessio­nali appaiono tuttavia la conse­guenza &#8211; più che la causa &#8211; del di­segno egemonico inglese e per que­sto la definizione di &#8216;guerra di reli­gione&#8217; appare inadeguata non sol­tanto oggi, ma anche nelle prece­denti fasi storiche del conflitto.</p>
<p>Non è d’altra parte casuale che i primi sedici re inglesi che si impegnaro­no nella conquista dell’Irlanda fos­sero cattolici. A partire dal­l’Alto Medioevo, l’intero svi­luppo storico dell’Irlanda è stato condizionato dalla violenta ingerenza del po­tente vicino. Per questo mo­tivo non è corretto afferma­re l’esistenza di una &#8216;que­stione irlandese&#8217; ma più propriamente di una tragi­ca e interminabile &#8216;que­stione anglo-irlandese&#8217;.</p>
<p>Quando i soldati di Sua Maestà sbarcarono in Irlanda nel 1969 al­l’alba della nuova, cruenta fase del conflitto, la popolazione inglese e­ra davvero convinta che dietro l’in­tervento di Londra non vi fosse al­cun interesse se non quello di ri­stabilire la pace tra la comunità cat­tolico-nazionalista e quella unioni­sta-protestante. I fatti avrebbero poi dimostrato una realtà ben diversa e le persecuzioni, le torture, le ucci­sioni sommarie di uomini, donne e bambini irlandesi compiute dai sol­dati e dalle forze speciali inglesi in quegli anni e nei successivi dimo­strarono non solo che la &#8216;delega in bianco&#8217; consegnata secoli prima ai coloni non bastava più a controlla­re la turbolenta provincia dell’(ex) Impero, ma anche che il razzismo anti-irlandese insito nel­la cultura inglese aveva spinto i sol­dati di Sua Maestà a macchiarsi di delitti che mai e poi mai avrebbero potuto o voluto compiere a casa lo­ro.</p>
<p>I paracadutisti inglesi che spa­rano su un corteo per i diritti civili a Derry, le forze speciali che ucci­dono i bambini sparando proietti­li di plastica nelle strade o i soldati che freddano alle spalle un ragazzo disarmato dopo avergli controllato i documenti dimostrano essenzial­mente due cose: la certezza del­l’impunità, cioè la garanzia di non dover essere chiamati a rispondere delle proprie colpe, e soprattutto il profondo disprezzo per un popolo considerato &#8216;inferiore&#8217; e dunque da educare e da sottomettere, se non addirittura da annientare. Tut­to ciò è accaduto con l’assenso, più o meno tacito, dell’opinione pub­blica britannica. In molte occasio­ni soltanto pronunciare la parola &#8216;irlandese&#8217; può suscitare risate o essere usata per definire comune­mente comportamenti illogici e in­comprensibili. Ancora oggi si trat­ta di innocue espressioni di ilarità che, spesso inconsapevolmente, so­no il retaggio e il rifugio di secoli di violenza e distruzione.</p>
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<div><span id="_ctl0_MasterContent_Autore">Riccardo Michelucci</span></div>
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		<title>La memoria del colonialismo</title>
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		<pubDate>Fri, 12 Jun 2009 08:26:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Claudia Covelli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Colonialismo]]></category>
		<category><![CDATA[Rassegne storiche]]></category>
		<category><![CDATA[Storia contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[Storia d'Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Gheddafi]]></category>
		<category><![CDATA[Libia]]></category>

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		<description><![CDATA[La visita di Gheddafi in Italia ha inevitabilemente dato vita a un riaccedersi della memoria sui rapporti tra Italia e Libia. La chiave di lettura ricercata dal leader libico, dallo sbarco a Ciampino al discusso discorso di ieri al senato è quella del colonialismo...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La visita di Gheddafi in Italia ha inevitabilemente dato vita a un riaccedersi della memoria sui rapporti tra Italia e Libia. La chiave di lettura ricercata dal leader libico, dallo sbarco a Ciampino al discusso discorso di ieri al senato è quella del colonialismo.</p>
<div id="attachment_228" class="wp-caption aligncenter" style="width: 220px"><img class="size-medium wp-image-228 " title="Impiccagione di Omar Mukhtar" src="http://www.blogstoria.it/wp-content/uploads/2009/06/omar-mukhtar-210x300.jpg" alt="Impiccagione di Omar Mukhtar" width="210" height="300" /><p class="wp-caption-text">Impiccagione di Omar Mukhtar</p></div>
<p style="text-align: center;">
<p>La  rievocata memoria del colonialismo (italiano) di ieri,  testimonata dalla fotografia di Omar Mukhtar che Gheddafi portava al petto, doveva risultare funzionale al discorso politico tenuto al Senato (ma non in aula) tutto schiacciato sull&#8217;oggi, ossia sulla condanna del neoimperialismo statunitense di George W. Bush.</p>
<p>Una retorica che appare  superata, ancora di più dopo la visita di Barack Obama in Egitto della scorsa settimana.</p><em><p><a href="http://www.blogstoria.it/2009/06/12/la-memoria-del-colonialismo/">» Continua la lettura...  La memoria del colonialismo</a></p></em>]]></content:encoded>
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