Archive for category Storia contemporanea
Berlusconi, storicamente parlando
Posted by Ennio Passalia in Recensioni, Storia contemporanea, Storia d'Italia on 4 marzo 2010
il manifesto 23/2/10
«Una corte è una corte, e i cortigiani sono vil razza dannata, lo si sa dal melodramma. Ma dietro il fumo divisivo, l’avvelenamento dell’aria, la guerra di tutti contro tutti, c’è sempre un difetto di conduzione che risale al principe. Berlusconi non va in parlamento da quando presentò alle camere il governo, e sono quasi due anni. Non fa un discorso impegnativo da mesi e mesi. Non tiene ferma la barra e non la fissa con chiarezza su una rotta di iniziative e di riforme discernibile, che sia il segno esterno chiaro del significato del suo comando, della sua leadership». Non è un giornale di quelli che il premier definisce «disfattisti» a stilare questi giudizi ma «il Foglio», per la penna dell’Elefantino Giuliano Ferrara, preoccupato del rischio di una ingloriosa decadenza della leadership del cavaliere. Dunque ci si può credere, la fine dell’era berlusconiana sta entrando nell’ordine di idee dei collaboratori più prossimi del premier, non solo nei desiderata degli avversari più lontani. Quanto però a intuire, di questa fine, le modalità possibili, o a delineare gli scenari del dopo, qui l’immaginazione politica difetta, a destra e a manca. E a destra e a manca azzarda più la previsione di un’erosione interna che quella di una spallata esterna: una corte è una corte, e in linea con la regressione dell’Italia da democrazia costituzionale a monarchia assoluta sarà utile rispolverare le reminescenze shakespeariane sul marcio, il verminaio, la decomposizione che implacabilmente maturano sotto l’apparente splendore delle corti, attaccando prima prima o poi il corpo del re e il corpo del popolo nella loro unità mistica e nella loro identificazione speculare.
Anche la saggistica d’opposizione la pensa così. A immaginare la fine dell’era berlusconiana si spingono due libri recenti, «Berlusconi passato alla storia. L’Italia nell’era della democrazia autoritaria» di Antonio Gibelli, appena uscito da Donzelli, e «La bolla. La pericolosa fine del sogno berluisconiano» di Curzio Maltese (Feltrinelli). Tutti e due, con maggiori cautele il primo e con maggior sicurezza il secondo, leggono i segni e i segnali del tramonto seminati dai cosiddetti «scandali» dell’ultimo anno (Maltese: «La favola nera di Silvio Berlusconi è finita con la regina che grida al re nudo»), tutti e due lo immaginano venato delle stesse tinte fosche che hanno caratterizzato l’alba e il mezzogiorno del berlusconismo, tutti e due lo affidano più a una consunzione o autoimplosione interna che a una riscossa della sinistra. Per Gibelli, «quel che si può intravedere è una maggiore scollamento della maggioranza», e «quel che si può prevedere è il declino biologico del leader», inesorabile contrappasso rispetto all’investimento da lui compito sulla propria persona e la sua vitalità: «esattamente come accadde nel caso di Mussolini, quando i segni del suo declino corporeo furono interpretati come indizi del suo tramonto politico». E come nel caso di Mussolini, «è assai probabile che gli italiani diventino in maggioranza antiberlusconiani non prima ma dopo che il leader sarà tramontato». Prospettiva deprimente, che non solo riporta a galla il carattere nazionale del conformismo, ma dice quanto profonda sia l’impronta dell’egemonia berlusconiana sul ventennio, e quanto complicato sia disfarsene: «Chi si illude che tutto si risolverà con la fine di Berlusconi, magari accelerata dagli scandali, commette – scrive Maltese – lo stesso errore di chi alla fine della prima Repubblica si illudeva che bastasse mandare in galera o a Hammamet qualche leader corrotto. Dimostra di non capire quanto e come ha agito il berlusconismo nella società. Non è stato il fascismo, ma ha svuotato la democrazia, nei palazzi delle istituzioni come nelle teste dei cittadini. Non è stato facile arrivare a tanto e non sarà semplice uscirne». Maltese ricorda del resto, e fa bene, quanta incredulità suscitasse nel ‘93-’94, fra i politici e i commentatori di sinistra, l’ipotesi della scesa in campo prima, e poi della vittoria di Berlusconi; e quando scrive che ancora oggi, per quanto possa sembrare assurdo, «Berlusconi resta un oggetto misterioso per i leader della sinistra», mette il dito sulla piaga di un’opposizione che per vent’anni, oscillando fra demonizzazione e compromesso, non ha mai saputo prendere la misura giusta del fenomeno e la mira giusta del contrattacco.
Vent’anni però, per quanto si possano contrarre nella memoria di noi che li abbiamo vissuti e patiti quotidianamente, dal punto di vista dell’analisi storica sono un tempo sufficiente a delineare un’epoca. Vent’anni durò il fascismo, dodici il nazismo, e in molti meno si sono decisi processi storici di pari entità. Dunque, non solo dal punto di vista politico ma anche dal punto di vista storiografico, il berlusconismo, scrive Gibelli, «è venuto il momento di prenderlo sul serio»: non meno dell’«età giolittiana», l’«Italia berlusconiana» appare ormai compiutamente definita da un insieme compatto di coordinate riconoscibili.
Quali? Galoppando fra la genesi (negli anni 80 di Craxi), l’esordio (il dopo-Tangentopoli), il successo, gli alleati (Lega e cattolicesimo tradizionalista in primo luogo), Gibelli le riassume in modo essenziale, con il linguaggio e la sintesi di una lezione di storia rivolta a chi verrà, o a chi nell’Italia berlusconiana è nato e cresciuto e non ne ricorda o non ne immagina un’altra. Personalizzazione e spettacolarizzazione della politica, ridimensionamento del ruolo dei partiti tradizionali a vantaggio di movimenti a leadership carismatica, affermazione di tendenze antipolitiche «più durature e tenaci» di quelle affiorate in precedenza nella storia nazionale, primato della televisione nella formazione del costume e dell’opinione pubblica: qui sta la fenomenologia di quello che può a buon diritto definirsi «la manifestazione per ora più compiuta della politica post moderna» nell’Occidente democratico. Un – triste – primato in cui l’Italia torna a rivelarsi il laboratorio sintomatico di una tendenza più ampia, occidentale appunto, alla de-formazione della democrazia liberale costituzionale. Deformazione che passa sotanzialmente per l’abbattimento della divisione dei poteri, il loro accentramento in una persona sola, il ritorno di una sovranità assoluta, cioè affrancata dal controllo dei contropoteri, la magistratura in primo luogo. E’ quello che sappiamo dalla cronaca. L’occhio dello storico è d’aiuto però su un punto cruciale, sul quale l’occhio dei politici e degli osservatori invece indigia e oscilla da anni: la congruità del termine «regime» per definire il berlusconismo, la legittimità del paragone con il fascismo, l’autoritarismo, il totalitarismo. Con precisione, scrive Gibelli che se è «improprio parlare di una dittatura in senso classico, è insostenibile la tesi che ci si muova nella normalità democratica»: trattandosi ormai piuttosto di una «democrazia illiberale». E ancora: «L’uso di termini come autoritarismo e totalitarismo viene spesso boillato come manifestazione di un allarmismo ingiustificato e controproducente. Quando non è frutto di conformismo, questo atteggiamento discende da un equivoco. E’ chiaro che i due termini possono essere applicati solo a patto di mettere l’accento sulle forti differenze di significato rispetto ai loro usi classici. Autoritarismo non può significare in questo caso uso prevalente della forza repressiva dello Stato». Ma nel discorso politico berlusconiano «è possibile cogliere una vocazione in senso lato totalitaria»: ad esempio nella fobia per il contraddittorio, o nella sostituzione del «popolo – il tutto – al partito – la parte. Così come, se è evidente che «Berlusconi non è né Hitler né Mussolini», comuni ai tre sono elementi inquetanti di uso del carisma, dell’immagine, della fascinazione personale. Quanto basta per tentare di uscire dal ventennio prima che imploda da sé.
Dicono di noi. Le Monde: “Craxi, o la memoria corta degli italiani” (di Philippe Ridet)
Posted by Ilaria M. P. Barzaghi in Culture politiche, Ricorrenze, Storia contemporanea, Storia d'Italia, Uso pubblico della storia on 27 gennaio 2010
A 420 euro, trasporto e pernottamento in hotel compresi, i tre aerei che sono partiti, venerdì 15 gennaio, da Milano, Roma e Palermo con destinazione Hammamet (Tunisia) si sono riempiti rapidamente. A bordo, alcuni fedeli, alcuni nostalgici di Benedetto Craxi, detto “Bettino”. Per niente al mondo, si sarebbero persi una visita al cimitero cristiano ai piedi delle mura della medina. Qui riposa colui che è stato il Presidente del Consiglio dal 1983 al 1987, condannato a parecchi anni di prigione per finanziamento illecito del Partito socialista italiano. Per sottrarsi alla prigione, ha scelto l’esilio in Tunisia, dove è morto, dieci anni fa, il 19 gennaio 2000.
Ma ai compagni che non hanno mai dubitato delle virtù di colui che ha incarnato la corruzione della classe politica alla fine degli anni ottanta e all’inizio degli anni novanta si sono aggiunti quest’anno tre ministri. Avendo mosso i loro primi passi accanto a Bettino Craxi, Franco Frattini (Affari esteri), Renato Brunetta (Pubblica amministrazione) e Maurizio Sacconi (Lavoro) hanno scelto questa volta di ostentare la loro fedeltà alla luce del sole.
Dieci anni sono un lasso di tempo troppo breve per fare il bilancio del craxismo, ma abbastanza lungo per dimenticare le sue peregrinazioni. Le commissionisui lavori pubblici incassate per finanziare il partito? Bettino Craxi passa al giorno d’oggi per essere il solo ad aver pagato per un sistema di corruzione praticato da tutti. “Lo sguardo degli italiani sull’opera di Craxi è cambiato” spiega la figlia dell’ex proscritto, Stefania, sottosegretario di Stato agli Affari esteri e presidente dell’Associazione a cui sono affidati gli archivi di suo padre. “Le riflessioni di mio padre sulla riorganizzazione del potere, sulla trasformazione dello stato in repubblica presidenziale, sulla riforma del lavoro, o ancora sul dialogo Nord-Sud hanno prevalso sui suoi problemi giudiziari. Ci si rende conto che le sue esigenze di allora sono ancora quelle del giorno d’oggi.”
Poco a poco emerge l’uomo di Stato. Il giovane politico che prende le redini del partito socialista a meno di quarant’anni, e gli ritaglia un posto tra i due colossi che sono allora il Partito comunista e la Democrazia cristiana, che insieme totalizzano il 70% dei suffragi. Il cinquantenne chiamato alla Presidenza del Consiglio. Il capo del governo che ridusse l’inflazione e affermò la potenza dell’Italia.
Alla Fondazione Craxi, nell’elegante quartiere dei Parioli, a Roma, Andrea Spiri, il giovane storico che amministra il patrimonio degli archivi, tiene i conti. Nel 2008 sono state scritte settantacinque tesi di dottorato su Bettino Craxi, e senza dubbio un numero maggiore nel 2009. Allo stesso modo le domande dei ricercatori per accedere ai 500.000 documenti sono in crescita. “Più che di un interesse storico, si tratta anche di un interesse politico”, assicura. “Tutte le problematiche di oggi sono già presenti, segnatamente quelle del rapporto tra la politica e la giustizia”.
Silvio Berlusconi, che Craxi molto aiutò a costruire il suo impero mediatico grazie ad alcune leggi su misura, non si è sbagliato, a non voler vedere nella figura di Bettino Craxi altro che un “perseguitato”. “Si vede bene l’interesse di Berlusconi, lui stesso perseguito dalla giustizia, a strumentalizzare la figura di Craxi”, ritiene lo storico Andrea Gervasoni, autore di numerose opere sul leader socialista. “Ma, per la destra, recuperare la figura di Craxi significa anche dotarsi di tutto un sostrato ideologico, liberale e sociale, che il berlusconismo non ha saputo creare”.
I nemici di ieri, soprattutto gli ex comunisti, di cui Craxi ha minacciato l’egemonia senza poterla ridurre, si dicono pronti anche loro a dargli un posto nel pantheon della sinistra.
Anche la decisione del sindaco di Milano Letizia Moratti, di intitolare una piazza o una via della città all’ex Presidente del Consiglio non ha provocato la polemica che ci si aspettava. Certamente la Lega Nord e l’Italia dei valori dell’ex magistrato Antonio di Pietro, che hanno costruito il loro successo sulla denincia della corruzione, hanno protestato. Continuano a fustigare il “demonio Craxi”, “il ladro”, “il fuggiasco”. Ma la manifestazione organizzata il 9 gennaio a Milano contro “una riabilitazione che è una violenza fatta alla Storia” non ha radunato che trecento persone.
Per Antimo Farro, sociologo all’università La Sapienza di Roma, “una parte dell’opinione pubblica italiana vede ormai Craxi come un punto di riferimento”. “C’è una nostalgia del periodo in cui Craxi era al potere” sostiene Andrea Gervasoni. “Nostalgia della crescita, degli inizi della televisione privata, dei consumi facili. Ma soprattutto” insiste lo storico “d’un periodo in cui la politica era considerata come più serena”. Perché l’operazione riabilitazione implica che si rimettano in discussione le inchieste del pool di magistrati anticorruzione che mise fine alla carriera politica di Craxi, portò alla sparizione all’inizio degli anni novanta di cinque partiti politici, aprendo un’era di incertezza nella quale l’Italia vive ancora.
“Nell’epoca di Craxi” aggiunge Alessandro Campi, direttore scientifico della Fondazione Farefuturo, vicina al presidente della Camera Gianfranco Fini, “c’è una classe politica certamente corrotta, ma di valore. Quindici anni dopo, cosa resta? Dei politici eletti e dei responsabili mediocri. Accanto a loro, Craxi resta un gigante”.
Craxi, ou la mémoire courte des Italiens di Philippe Ridet (“Le Monde”, 19 gennaio 2010)
(traduzione di Ilaria M.P. Barzaghi)
Corpo e potere tra presente e passato
Posted by Ilaria M. P. Barzaghi in Culture politiche, Storia contemporanea, Storia d'Italia on 18 gennaio 2010
Come scrive Marino Niola, recensendo il volume dell’antropologo belga Luc de Heusch Con gli spiriti in corpo. Transe, estasi, follia d’ amore (Bollati Boringhieri), “Se il potere è una sorta di possessione allora la politica è una specie di transe. Un cortocircuito estatico fra il carisma di un leader e l’esaltazione di una folla uscita fuori di sé. Questa è la forma elementare della politica, in cui il potere scaturisce direttamente dal corpo del capo, dagli spiriti animali del dominio. Che nelle società tradizionali si rivelano nel rituale remoto della transe, dove il leader incarna quella potenza irresistibile che lo rende altro, diverso dai comuni mortali e gli fa oltrepassare la soglia dell’ umanità collocandolo tra la ferocia della bestia e l’onnipotenza del dio. Questo paesaggio antropologico così arcaico sembrerebbe appartenere a un passato ormai lontano eppure, a sorpresa, torna a fare irruzione nelle nostre democrazie mature. In forme nuove, naturalmente, ma che conservano tuttavia un legame stretto fra potere e transe, retaggio di una storia sociale e biologica dimenticata che resta nonostante tutto iscritta nel nostro genoma politico. Con la differenza che un tempo i riti del potere avevano a che fare con il corpo fisico del capo mentre oggi ad essere in primo piano è il suo simulacro mediatico”.
(L’esperienza mistica tra estasi e transe di Marino Niola, “La Repubblica”, 13 gennaio 2010).
Un tema di grande attualità nel nostro paese, dove il dibattito intorno al ruolo del corpo del capo nell’esercizio del potere, nella rappresentazione e nella comunicazione politica si è intensificato in seguito all’aggressione subita da Silvio Berlusconi il 13 dicembre 2009 a Milano, ad opera di uno psicolabile che gli ha scagliato addosso una miniatura del Duomo di Milano, durante un bagno di folla. Si è occupato degli aspetti rappresentativi e simbolici di questo episodio Marco Belpoliti, già autore del volume Il corpo del capo (Parma, Guanda, 2009), in un testo di grande interesse (Il corpo ferito del Capo) pubblicato da “Nazione indiana” che qui riproponiamo, segnalando al contempo altri contributi stimolanti sullo stesso tema:
Quando il corpo del capo diventa un bersaglio di Filippo Ceccarelli (“La Repubblica”, 15 dicembre 2009)
Perché mi odiano? di Massimo Gramellini (“La Stampa”, 15 dicembre 2009)
Daniele Menozzi: si beatifica Pio XII per santificare il Papato
Posted by Ennio Passalia in Cattolici, Storia d'Italia, Storia della Chiesa on 30 dicembre 2009
Da adistaonline.it
“Non si intende disconoscere lo sforzo compiuto dalle istituzioni ecclesiastiche o da singoli cattolici per sottrarre, con tutti rischi del caso, moltissimi ebrei ad una barbarica persecuzione, offrendo una via di scampo a chi probabilmente era destinato alla morte. Ma va affermato con altrettanta chiarezza, senza con questo voler dare un giudizio morale che non è compito dello storico, che non ci fu alcun intervento pubblico di Pio XII contro la Shoah”. Daniele Menozzi, docente di Storia contemporanea alla Scuola normale superiore di Pisa ed in particolare esperto del papato del ‘900, spiega ad Adista i rapporti fra papa Pacelli e le dittature nazi-fasciste e dà un’interpretazione delle beatificazioni, realizzate o solo annunciate, dei pontefici dell’ultimo secolo.
Il 2009 per immagini
Posted by Ilaria M. P. Barzaghi in Ricorrenze, Storia contemporanea on 26 dicembre 2009
Com’è ormai tradizione, il “New York Times” ci aiuta a riflettere sull’anno che sta per chiudersi con una ricchissima galleria fotografica.
Sono ottantasette immagini (molte delle quali collegate da una piccola e discreta icona agli articoli relativi), che insieme costituiscono una carrellata densa e serrata: un viaggio per ripercorrrere, fissandoli, molti degli avvenimenti e delle situazioni più rilevanti del 2009, teoricamente in tutto il mondo e in ogni campo, anche se di fatto è uno sguardo che privilegia gli USA e la loro politica estera.
Mussolini era razzista dal 1921 di Nicola Tranfaglia
Posted by Ennio Passalia in Mascolinità, Storia contemporanea, Storia di genere on 1 dicembre 2009
Da “L’Unità.it”
L’Italia, dopo la sua tardiva unificazione nazionale, ha avuto (possiamo dirlo con sicurezza, almeno fino a questo momento) un solo dittatore ed è stato il romagnolo Benito Mussolini. Certo uomini politici dell’età liberale, come Crispi e Giolitti, hanno dominato per alcuni anni l’orizzonte politico nazionale ma non si può parlare di dittatori, nell’uno come nell’altro caso. L’unico che ha fissato la sua egemonia personale in maniera stabile, per più di vent’anni, abrogando di fatto lo Statuto Albertino e chiudendo parlamento, sindacati e giornali di opposizione, è stato Mussolini. Di qui il grande mito nato nell’immaginario collettivo degli italiani, le numerose biografie che sono state scritte, nonché l’esaltazione smisurata che anche uomini che venivano dalla sinistra hanno coltivato del caposupremo del regime e del partito unico, fondato per sostenerlo. Ora, a distanza di70 anni dalla catastrofe del regime fascista nell’aprile 1945, vengono pubblicati presso Rizzoli i Diari 1932-38 (a cura di Mauro Suttora, Mussolini segreto, pp. 522.euro 21) di Claretta Petacci che di Mussolini fu la giovanissima (20 anni nel 1932) e poco segreta amante per tutti gli anni trenta e quaranta fino alla morte per fucilazione con il suo uomo presso Dongo. Sono diari conservati prima nel giardino della villa della contessa Rina Cervis, poi nel 1950 confiscati dai carabinieri e conservati nell’Archivio Centrale dello Stato, con il vincolo del segreto di Stato. Soltanto quest’anno sono stati resi accessibili ai ricercatori fino al fatidico anno 1938.
Lucio Villari: il Risorgimento “una felice congiunzione astrale sotto il segno della modernizzazione”
Posted by Ilaria M. P. Barzaghi in Culture politiche, Il dibattito sull'Unità d'Italia, Risorgimento, Storia contemporanea, Storia d'Italia, Storia della storiografia, Uso pubblico della storia on 15 novembre 2009

Gerolamo Induno, L’imbarco di Garibaldi
In un’intervista apparsa oggi su “Tuttolibri” della “Stampa”, lo storico Lucio Villari aggiunge la sua autorevole voce all’ormai rovente dibattito di queste settimane su Risorgimento e Unità d’Italia, in occasione dell’uscita del suo libro Bella e perduta. L’Italia del Risorgimento (Laterza). Nella conversazione Villari definisce il Risorgimento “humus fondamentale delle nostre origini”, sottolineandone il valore di processo modernizzatore del paese. E riguardo al presente cita Croce: “Ci sono popoli, come ci sono individui che hanno tratto forza di rinnovamento dalla nausea di se stessi, cioè del loro passato”.
Come sapeva Croce, ci salverà la nausea
di Mirella Serri
Le dame di corte piemontesi lo avevano ribattezzato sporcaciun. Più lieve, Francesco De Sanctis discettava di «un certo amabile folleggiare… pieno di buon umore ». E così a volte la fama di bon vivant e donnaiolo, o tutt’ al più quella di scrittore e pittore, ha oscurato l’abile politico. Massimo D’Azeglio, il grande bardo liberale moderato – dopo una fugace simpatia e vicinanza alle sette mazziniane e segrete – diventerà dal 1849 al 1852 un presidente del Consiglio del Regno di Sardegna pronto a giocare tutte le sue carte a favore della pace e delle riforme costituzionali. Insomma sarà un grande e sottovalutato tessitore dell’unità della Penisola, questo scrittore nelle cui opere lo storico Lucio Villari s’imbatté da ragazzino.
Le immagini di Istanbul di Ara Güler e Orhan Pamuk
Posted by Ilaria M. P. Barzaghi in Storia contemporanea, Storia dell'arte on 31 ottobre 2009

Ara Güler's Istanbul
Thames & Hudson ha da poco pubblicato Ara Güler’s Istanbul, volume in cui sono raccolte oltre centocinquanta immagini del grande fotografo, nato nel 1928 e soprannominato “l’occhio di Istanbul”, introdotte da una prefazione di Orhan Pamuk. I due celebri concittadini condividono un amore profondo e viscerale per Istanbul, per la sua identità molto complessa, storicamente stratificata e ricca di contraddizioni: non solo tra Oriente e Occidente, ma anche tra tradizione e modernità, tra memoria dei fasti passati e povertà, resistenza ai cambiamenti e vertiginose trasformazioni.
Nella sua autobiografia Istanbul. I ricordi e la città (2003), Pamuk aveva scelto di affiancare al suo testo numerosi scatti, che non hanno mai una funzione meramente decorativa, di fatto attribuendo alla fotografia come linguaggio dignità pari alla parola scritta. Molte delle immagini presenti in questo libro, in cui le memorie personali e familiari si confondono con quelle della città di Istanbul sino a diventare una cosa sola, sono fotografie di Ara Güler, a cui lo scrittore tributa un omaggio devoto.
Pubblichiamo qui la traduzione del testo di Orhan Pamuk (Premio Nobel nel 2006) dedicato all’arte di Ara Güler, apparso sul “Financial Times” di sabato 17 ottobre 2009: Images of Istanbul.
Assalto al Risorgimento
Posted by Ennio Passalia in Culture politiche, Il dibattito sull'Unità d'Italia, Risorgimento, Storia d'Italia on 1 ottobre 2009
Claudio Pavone
in Repubblica — 30 settembre 2009, p. 60
All’uscita dal fascismo e dalla guerra ci si chiedeva: povera Italia, chi ti ridusse a tale? Oggi di fronte al potere del berlusconismo e della Lega molti italiani si pongono analoga domanda, ma risposte adeguate stentano ad arrivare. Naturalmente le differenze fra le due situazioni sono tante, grandi ed evidenti. Ma il timore, sacrosanto, di appiattire il nuovo sul vecchio, precludendosi così la possibilità di comprenderlo, non deve impedire di porre a confronto le due esperienze più negative attraversate dall’ Italia dopo l’unità.
Rassegne storiche – 20 settembre – Speciale Estate
Posted by Claudia Covelli in Feste civili, Germania, Podcast, Rassegne storiche, Ricorrenze, Russia, Seconda guerra mondiale, Storia d'Italia on 20 settembre 2009
Dopo la pausa estiva “Rassegne Storiche” riprende con uno speciale dedicato agli articoli più interessanti usciti sulla stampa nel mese di agosto e nelle prime settimane di settembre. Il risultato è una Rassegna Stampa tematica che ricostruisce il dibattito su alcuni temi di interesse storiografico:
Il 7o° anniversario dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale:
- Raffaello Uboldi, “Dalla Polonia partì l’apocalisse”, Il Messaggero, 25 agosto 2009
- Antonio Giuliano, “Hitler, Chamberlain e la guerra sporca”. Intervista allo storico Richard Overy, Avvenire, 26 agosto 2009
- Aurelio Lepre, “Danzica e la retorica da evitare”, Il Mattino, 29 agosto 2009
- Sergio Romano, “Danzica, 1° settembre 1939. La guerra di Hitler”, Corriere della Sera, 31 agosto 2009
- Bernardo Valli, “Danzica 70 anni dopo”, La Repubblica, 31 agosto 2009
- “Dossier russo con documenti inediti anni 30. Per Varsavia il vero nemico era l’Urss”, La Stampa, 2 settembre 2009
- Luciano Ummarino, “Invadere la Polonia era inevitabile. Il Prc sul patto Molotov-Ribbentrop”, L’Altro, 12 settembre 2009
XX settembre: festa di unità e libertà
Posted by Yuri Guaiana in Culture politiche, Feste civili, Laici, Risorgimento, Storia contemporanea, Storia d'Italia, Storia della Chiesa on 20 settembre 2009
Oggi si commemora il 20 settembre del 1870, data della presa di Roma da parte delle truppe italiane, nel suo duplice aspetto di passaggio della città, con il ruolo di capitale, sotto la sovranità italiana, e di fine del potere temporale dei papi.
Come ha ricordato Lelio Basso in un discorso alla Camera dei Deputati il 25 maggio 1949, si raggiungeva in quella data definitivamente l’unità nazionale italiana:
[...] ciò che conta veramente per l’unità d’Italia è quel processo storico che chiamiamo Risorgimento [...] e per cui nel corso di 11 anni l’Italia, superando le sue molteplici divisioni si trovò quasi miracolosamente unita in un solo Stato; e questo periodo ha la sua conclusione non solo cronologica nel 20 settembre 1870, ma altresì logica, perché il 20 settembre dà all’Italia la capitale, cioè la sola possibile garanzia per una vita unitaria [...] La sola città in cui tutti concordarono che potessero rinsaldarsi i vincoli che dovevano riunire tutti gli italiani in un solo Stato, superando infinite difficoltà derivanti dalle precedenti divisioni, la sola città che potesse dare questa garanzia e che potesse concludere questo periodo storico era Roma, perché solo in Roma tutti gli italiani erano pronti a considerarsi uniti.
8 settembre ‘43: lo sguardo tedesco
Posted by Claudia Covelli in Germania, Ricorrenze, Seconda guerra mondiale, Storia contemporanea, Storia d'Europa, Storia d'Italia on 10 settembre 2009
Nel clima di fervente dibattito attorno all’organizzazione dei festeggiamenti per il 150° anniversario dell’Unità italiana, il ricorrere dei 66 anni del drammatico crocevia dell’8 settembre è passato quest’anno in sordina.
Dopo la popolarità raggiunta appena due anni fa quando Beppe Grillo aveva rispolverato la memoria della data più drammatica della storia italiana in occasione del V-day, il ricordo dell’8 settembre, giorno della lacerazione nazionale, e simbolo della sconfitta dell’Italia in guerra, è caduto nuovamente nell’oblio.
“Il Riformista” dell’8 settembre è una delle poche testate che ha dedicato un lungo articolo all’anniversario, pubblicando un estratto del libro di Paolo Petrillo, la cui uscita è prevista per l’autunno del 2010, “Ich erinnere mich” (io mi ricordo…). Il libro, che raccoglie le testimonianze di ex soldati tedeschi sull’8 settembre si propone di ricostruire la prospettiva tedesca su quella fatidica data che segnò la rottura definitiva con l’alleato nazista.
Fascisti “moderni”
Posted by Mario Coglitore in Recensioni, Storia contemporanea, Storia d'Italia on 9 settembre 2009
Emilio Gentile (a cura di), Modernità totalitaria. Il fascismo italiano, Roma-Bari, Laterza, 2008.
Tra la seconda metà dell’Ottocento e lo scoppio Grande guerra è corsa un’epoca di rivolgimenti e trasformazioni che avrebbe prodotto i suoi effetti anche nel periodo successivo alla fine di uno dei più sanguinosi conflitti del Novecento.
Il progresso tecnologico, lo sviluppo dell’economia e delle reti internazionali della comunicazione lasciavano presagire l’avvento di un’era di emancipazione per l’umanità intera. Quasi che la civiltà potesse dirsi ormai compiutamente moderna.
In realtà, quelle conquiste fecero da contraltare all’emergere intrusivo e presto deflagrante non soltanto di epocali conflitti armati ma di una forma politica di governo capace di insistere, stravolgendone lo stesso “spazio antropologico” per renderlo duttile alla propria penetrazione, su nazioni intere e di condizionarne, passo dopo passo, ogni gesto della vita quotidiana: il totalitarismo.
Memoria di una nazione: intervista a Mario Isnenghi
Posted by Claudia Covelli in Culture politiche, Feste civili, Il dibattito sull'Unità d'Italia, Ricorrenze, Risorgimento, Storia contemporanea, Storia d'Italia, Uso pubblico della storia on 2 agosto 2009
Riportiamo l’intervista completa di Paolo Mereghetti allo storico Mario Isnenghi pubblicata il primo agosto sul “Corriere della Sera”, sul rapporto tra storia, memoria collettiva e ricordo individuale.
Il tema, fondamentale per gli studiosi di storia, ma anche essenziale per la costruzione di un’identità nazionale, ci pare particolarmente interessante per cercare di comprendere il dibattito culturale e politico sviluppatosi in questi giorni attorno alla celebreazioni per 150° anniversario dell’Unità d’Italia.
Un paese di ricordi personali, mai condivisi
Mario Isnenghi è lo storico italiano che forse più di tutti ha lavorato sul tema della memoria rispetto alla storia dell’Italia.
A lui, abbiamo rivolto alcune domande sulla voglia di «ricordare poco» degli italiani.
1959-2009: i cinquantanni della “Grande Guerra” raccontata da Mario Monicelli
Posted by Claudia Covelli in Cultura pop, Il dibattito sull'Unità d'Italia, Ricorrenze, Risorgimento, Storia contemporanea, Storia d'Italia on 31 luglio 2009
In questi giorni di dibattito sulla difficile memoria dell’Unità d’Italia, ricorre un anniversario: il 1 settembre saranno trascorsi cinquant’anni dalla uscita della pellicola di Mario Monicelli, “La Grande Guerra”. L’evento sarà festeggiato proprio il prossimo primo settembre, quando Monicelli inaugurerà in Piazza San Polo la Mostra di Venezia.
Come lo stesso Monicelli ricorda, nell’intervista rilasciata al Messaggero lo scorso trenta luglio e di cui pubblichiamo il link a fondo pagina, per la propaganda fascista «la Prima guerra mondiale era stata l’ultima guerra d’indipendenza, con il popolo italiano lanciato compatto alla riconquista di Trieste». Certo non questa patinata memoria di gloriosa battaglia risorgimentale si proponeva invece di trasmettere il grande regista italiano (che conserva di quella guerra una memoria privata legata alla figura paterna) tanto da incorrere ancora, in quel 1959 volano delle celebrazioni legate alla memoria dell’Unità nazionale, a una serie di ostacoli durante la produzione del film, dagli attacchi di Paolo Monelli sulla Stampa, che poco apprezzava la scelta di affidare ai volti irriverenti di Gassman e Sordi il ricordo del sacrificio dei soldati italiani, ai timori di Giulio Andreotti, allora Ministro della Difesa, ai tentennamenti del produttore Dino De Laurentiis.


















