Archive for category Culture politiche
Dicono di noi. Le Monde: “Craxi, o la memoria corta degli italiani” (di Philippe Ridet)
Posted by Ilaria M. P. Barzaghi in Culture politiche, Ricorrenze, Storia contemporanea, Storia d'Italia, Uso pubblico della storia on 27 gennaio 2010
A 420 euro, trasporto e pernottamento in hotel compresi, i tre aerei che sono partiti, venerdì 15 gennaio, da Milano, Roma e Palermo con destinazione Hammamet (Tunisia) si sono riempiti rapidamente. A bordo, alcuni fedeli, alcuni nostalgici di Benedetto Craxi, detto “Bettino”. Per niente al mondo, si sarebbero persi una visita al cimitero cristiano ai piedi delle mura della medina. Qui riposa colui che è stato il Presidente del Consiglio dal 1983 al 1987, condannato a parecchi anni di prigione per finanziamento illecito del Partito socialista italiano. Per sottrarsi alla prigione, ha scelto l’esilio in Tunisia, dove è morto, dieci anni fa, il 19 gennaio 2000.
Ma ai compagni che non hanno mai dubitato delle virtù di colui che ha incarnato la corruzione della classe politica alla fine degli anni ottanta e all’inizio degli anni novanta si sono aggiunti quest’anno tre ministri. Avendo mosso i loro primi passi accanto a Bettino Craxi, Franco Frattini (Affari esteri), Renato Brunetta (Pubblica amministrazione) e Maurizio Sacconi (Lavoro) hanno scelto questa volta di ostentare la loro fedeltà alla luce del sole.
Dieci anni sono un lasso di tempo troppo breve per fare il bilancio del craxismo, ma abbastanza lungo per dimenticare le sue peregrinazioni. Le commissionisui lavori pubblici incassate per finanziare il partito? Bettino Craxi passa al giorno d’oggi per essere il solo ad aver pagato per un sistema di corruzione praticato da tutti. “Lo sguardo degli italiani sull’opera di Craxi è cambiato” spiega la figlia dell’ex proscritto, Stefania, sottosegretario di Stato agli Affari esteri e presidente dell’Associazione a cui sono affidati gli archivi di suo padre. “Le riflessioni di mio padre sulla riorganizzazione del potere, sulla trasformazione dello stato in repubblica presidenziale, sulla riforma del lavoro, o ancora sul dialogo Nord-Sud hanno prevalso sui suoi problemi giudiziari. Ci si rende conto che le sue esigenze di allora sono ancora quelle del giorno d’oggi.”
Poco a poco emerge l’uomo di Stato. Il giovane politico che prende le redini del partito socialista a meno di quarant’anni, e gli ritaglia un posto tra i due colossi che sono allora il Partito comunista e la Democrazia cristiana, che insieme totalizzano il 70% dei suffragi. Il cinquantenne chiamato alla Presidenza del Consiglio. Il capo del governo che ridusse l’inflazione e affermò la potenza dell’Italia.
Alla Fondazione Craxi, nell’elegante quartiere dei Parioli, a Roma, Andrea Spiri, il giovane storico che amministra il patrimonio degli archivi, tiene i conti. Nel 2008 sono state scritte settantacinque tesi di dottorato su Bettino Craxi, e senza dubbio un numero maggiore nel 2009. Allo stesso modo le domande dei ricercatori per accedere ai 500.000 documenti sono in crescita. “Più che di un interesse storico, si tratta anche di un interesse politico”, assicura. “Tutte le problematiche di oggi sono già presenti, segnatamente quelle del rapporto tra la politica e la giustizia”.
Silvio Berlusconi, che Craxi molto aiutò a costruire il suo impero mediatico grazie ad alcune leggi su misura, non si è sbagliato, a non voler vedere nella figura di Bettino Craxi altro che un “perseguitato”. “Si vede bene l’interesse di Berlusconi, lui stesso perseguito dalla giustizia, a strumentalizzare la figura di Craxi”, ritiene lo storico Andrea Gervasoni, autore di numerose opere sul leader socialista. “Ma, per la destra, recuperare la figura di Craxi significa anche dotarsi di tutto un sostrato ideologico, liberale e sociale, che il berlusconismo non ha saputo creare”.
I nemici di ieri, soprattutto gli ex comunisti, di cui Craxi ha minacciato l’egemonia senza poterla ridurre, si dicono pronti anche loro a dargli un posto nel pantheon della sinistra.
Anche la decisione del sindaco di Milano Letizia Moratti, di intitolare una piazza o una via della città all’ex Presidente del Consiglio non ha provocato la polemica che ci si aspettava. Certamente la Lega Nord e l’Italia dei valori dell’ex magistrato Antonio di Pietro, che hanno costruito il loro successo sulla denincia della corruzione, hanno protestato. Continuano a fustigare il “demonio Craxi”, “il ladro”, “il fuggiasco”. Ma la manifestazione organizzata il 9 gennaio a Milano contro “una riabilitazione che è una violenza fatta alla Storia” non ha radunato che trecento persone.
Per Antimo Farro, sociologo all’università La Sapienza di Roma, “una parte dell’opinione pubblica italiana vede ormai Craxi come un punto di riferimento”. “C’è una nostalgia del periodo in cui Craxi era al potere” sostiene Andrea Gervasoni. “Nostalgia della crescita, degli inizi della televisione privata, dei consumi facili. Ma soprattutto” insiste lo storico “d’un periodo in cui la politica era considerata come più serena”. Perché l’operazione riabilitazione implica che si rimettano in discussione le inchieste del pool di magistrati anticorruzione che mise fine alla carriera politica di Craxi, portò alla sparizione all’inizio degli anni novanta di cinque partiti politici, aprendo un’era di incertezza nella quale l’Italia vive ancora.
“Nell’epoca di Craxi” aggiunge Alessandro Campi, direttore scientifico della Fondazione Farefuturo, vicina al presidente della Camera Gianfranco Fini, “c’è una classe politica certamente corrotta, ma di valore. Quindici anni dopo, cosa resta? Dei politici eletti e dei responsabili mediocri. Accanto a loro, Craxi resta un gigante”.
Craxi, ou la mémoire courte des Italiens di Philippe Ridet (“Le Monde”, 19 gennaio 2010)
(traduzione di Ilaria M.P. Barzaghi)
Corpo e potere tra presente e passato
Posted by Ilaria M. P. Barzaghi in Culture politiche, Storia contemporanea, Storia d'Italia on 18 gennaio 2010
Come scrive Marino Niola, recensendo il volume dell’antropologo belga Luc de Heusch Con gli spiriti in corpo. Transe, estasi, follia d’ amore (Bollati Boringhieri), “Se il potere è una sorta di possessione allora la politica è una specie di transe. Un cortocircuito estatico fra il carisma di un leader e l’esaltazione di una folla uscita fuori di sé. Questa è la forma elementare della politica, in cui il potere scaturisce direttamente dal corpo del capo, dagli spiriti animali del dominio. Che nelle società tradizionali si rivelano nel rituale remoto della transe, dove il leader incarna quella potenza irresistibile che lo rende altro, diverso dai comuni mortali e gli fa oltrepassare la soglia dell’ umanità collocandolo tra la ferocia della bestia e l’onnipotenza del dio. Questo paesaggio antropologico così arcaico sembrerebbe appartenere a un passato ormai lontano eppure, a sorpresa, torna a fare irruzione nelle nostre democrazie mature. In forme nuove, naturalmente, ma che conservano tuttavia un legame stretto fra potere e transe, retaggio di una storia sociale e biologica dimenticata che resta nonostante tutto iscritta nel nostro genoma politico. Con la differenza che un tempo i riti del potere avevano a che fare con il corpo fisico del capo mentre oggi ad essere in primo piano è il suo simulacro mediatico”.
(L’esperienza mistica tra estasi e transe di Marino Niola, “La Repubblica”, 13 gennaio 2010).
Un tema di grande attualità nel nostro paese, dove il dibattito intorno al ruolo del corpo del capo nell’esercizio del potere, nella rappresentazione e nella comunicazione politica si è intensificato in seguito all’aggressione subita da Silvio Berlusconi il 13 dicembre 2009 a Milano, ad opera di uno psicolabile che gli ha scagliato addosso una miniatura del Duomo di Milano, durante un bagno di folla. Si è occupato degli aspetti rappresentativi e simbolici di questo episodio Marco Belpoliti, già autore del volume Il corpo del capo (Parma, Guanda, 2009), in un testo di grande interesse (Il corpo ferito del Capo) pubblicato da “Nazione indiana” che qui riproponiamo, segnalando al contempo altri contributi stimolanti sullo stesso tema:
Quando il corpo del capo diventa un bersaglio di Filippo Ceccarelli (“La Repubblica”, 15 dicembre 2009)
Perché mi odiano? di Massimo Gramellini (“La Stampa”, 15 dicembre 2009)
Daniele Menozzi: si beatifica Pio XII per santificare il Papato
Posted by Ennio Passalia in Cattolici, Storia d'Italia, Storia della Chiesa on 30 dicembre 2009
Da adistaonline.it
“Non si intende disconoscere lo sforzo compiuto dalle istituzioni ecclesiastiche o da singoli cattolici per sottrarre, con tutti rischi del caso, moltissimi ebrei ad una barbarica persecuzione, offrendo una via di scampo a chi probabilmente era destinato alla morte. Ma va affermato con altrettanta chiarezza, senza con questo voler dare un giudizio morale che non è compito dello storico, che non ci fu alcun intervento pubblico di Pio XII contro la Shoah”. Daniele Menozzi, docente di Storia contemporanea alla Scuola normale superiore di Pisa ed in particolare esperto del papato del ‘900, spiega ad Adista i rapporti fra papa Pacelli e le dittature nazi-fasciste e dà un’interpretazione delle beatificazioni, realizzate o solo annunciate, dei pontefici dell’ultimo secolo.
Lucio Villari: il Risorgimento “una felice congiunzione astrale sotto il segno della modernizzazione”
Posted by Ilaria M. P. Barzaghi in Culture politiche, Il dibattito sull'Unità d'Italia, Risorgimento, Storia contemporanea, Storia d'Italia, Storia della storiografia, Uso pubblico della storia on 15 novembre 2009

Gerolamo Induno, L’imbarco di Garibaldi
In un’intervista apparsa oggi su “Tuttolibri” della “Stampa”, lo storico Lucio Villari aggiunge la sua autorevole voce all’ormai rovente dibattito di queste settimane su Risorgimento e Unità d’Italia, in occasione dell’uscita del suo libro Bella e perduta. L’Italia del Risorgimento (Laterza). Nella conversazione Villari definisce il Risorgimento “humus fondamentale delle nostre origini”, sottolineandone il valore di processo modernizzatore del paese. E riguardo al presente cita Croce: “Ci sono popoli, come ci sono individui che hanno tratto forza di rinnovamento dalla nausea di se stessi, cioè del loro passato”.
Come sapeva Croce, ci salverà la nausea
di Mirella Serri
Le dame di corte piemontesi lo avevano ribattezzato sporcaciun. Più lieve, Francesco De Sanctis discettava di «un certo amabile folleggiare… pieno di buon umore ». E così a volte la fama di bon vivant e donnaiolo, o tutt’ al più quella di scrittore e pittore, ha oscurato l’abile politico. Massimo D’Azeglio, il grande bardo liberale moderato – dopo una fugace simpatia e vicinanza alle sette mazziniane e segrete – diventerà dal 1849 al 1852 un presidente del Consiglio del Regno di Sardegna pronto a giocare tutte le sue carte a favore della pace e delle riforme costituzionali. Insomma sarà un grande e sottovalutato tessitore dell’unità della Penisola, questo scrittore nelle cui opere lo storico Lucio Villari s’imbatté da ragazzino.
Assalto al Risorgimento
Posted by Ennio Passalia in Culture politiche, Il dibattito sull'Unità d'Italia, Risorgimento, Storia d'Italia on 1 ottobre 2009
Claudio Pavone
in Repubblica — 30 settembre 2009, p. 60
All’uscita dal fascismo e dalla guerra ci si chiedeva: povera Italia, chi ti ridusse a tale? Oggi di fronte al potere del berlusconismo e della Lega molti italiani si pongono analoga domanda, ma risposte adeguate stentano ad arrivare. Naturalmente le differenze fra le due situazioni sono tante, grandi ed evidenti. Ma il timore, sacrosanto, di appiattire il nuovo sul vecchio, precludendosi così la possibilità di comprenderlo, non deve impedire di porre a confronto le due esperienze più negative attraversate dall’ Italia dopo l’unità.
XX settembre: festa di unità e libertà
Posted by Yuri Guaiana in Culture politiche, Feste civili, Laici, Risorgimento, Storia contemporanea, Storia d'Italia, Storia della Chiesa on 20 settembre 2009
Oggi si commemora il 20 settembre del 1870, data della presa di Roma da parte delle truppe italiane, nel suo duplice aspetto di passaggio della città, con il ruolo di capitale, sotto la sovranità italiana, e di fine del potere temporale dei papi.
Come ha ricordato Lelio Basso in un discorso alla Camera dei Deputati il 25 maggio 1949, si raggiungeva in quella data definitivamente l’unità nazionale italiana:
[...] ciò che conta veramente per l’unità d’Italia è quel processo storico che chiamiamo Risorgimento [...] e per cui nel corso di 11 anni l’Italia, superando le sue molteplici divisioni si trovò quasi miracolosamente unita in un solo Stato; e questo periodo ha la sua conclusione non solo cronologica nel 20 settembre 1870, ma altresì logica, perché il 20 settembre dà all’Italia la capitale, cioè la sola possibile garanzia per una vita unitaria [...] La sola città in cui tutti concordarono che potessero rinsaldarsi i vincoli che dovevano riunire tutti gli italiani in un solo Stato, superando infinite difficoltà derivanti dalle precedenti divisioni, la sola città che potesse dare questa garanzia e che potesse concludere questo periodo storico era Roma, perché solo in Roma tutti gli italiani erano pronti a considerarsi uniti.
Memoria di una nazione: intervista a Mario Isnenghi
Posted by Claudia Covelli in Culture politiche, Feste civili, Il dibattito sull'Unità d'Italia, Ricorrenze, Risorgimento, Storia contemporanea, Storia d'Italia, Uso pubblico della storia on 2 agosto 2009
Riportiamo l’intervista completa di Paolo Mereghetti allo storico Mario Isnenghi pubblicata il primo agosto sul “Corriere della Sera”, sul rapporto tra storia, memoria collettiva e ricordo individuale.
Il tema, fondamentale per gli studiosi di storia, ma anche essenziale per la costruzione di un’identità nazionale, ci pare particolarmente interessante per cercare di comprendere il dibattito culturale e politico sviluppatosi in questi giorni attorno alla celebreazioni per 150° anniversario dell’Unità d’Italia.
Un paese di ricordi personali, mai condivisi
Mario Isnenghi è lo storico italiano che forse più di tutti ha lavorato sul tema della memoria rispetto alla storia dell’Italia.
A lui, abbiamo rivolto alcune domande sulla voglia di «ricordare poco» degli italiani.
Alle origini del Mondo di Mario Pannunzio
Posted by Yuri Guaiana in Laici, Radicali, Rassegne storiche, Storia contemporanea, Storia d'Italia on 7 luglio 2009
Pubblichiamo un bell’articolo-intervista sul “Mondo” di Pannunzio che ripercorre in maniera accurata il percorso di quello straordinario gruppo di intellettuali di provenienza laica.
Vi confluirono: il gruppo della sinistra liberale che, guidato dallo stesso Pannunzio, aveva lasciato il Pli nel dicembre 1947 quando il partito aveva optato per un accordo con il Partito Monarchico e l’Uomo qualunque; il gruppo di “Democrazia repubblicana” che, guidato da Ugo La Malfa, aveva lasciato il Partito d’Azione quando venne messa in minoranza durante il Congresso del 1946; una componente ex-azionista e socialista nella quale spiccavano i nomi di Aldo Garosci, Leo Valiani, Guido Calogero e Angelo Tasca; il gruppo dei “Radicali del Mezzogiorno” tra cui vi erano Francesco Compagna e Vittorio De Caprariis.
Il periodico ebbe poi tre grandi padri ideali le cui diverse impronte culturali conversero nel settimanale: il liberalismo crociano e quello einaudiano, lo storicismo crociano nonché l’illuminismo, il pragmatismo e il laicismo salveminiani.
Sandro Orlando sottolinea la lontanaza degli “amici del Mondo” dall’idea di intellettuale organico comunista. Ma quel’era il ruolo degli intellettuali per questi “profeti disarmati”? Affidiamoci a Vittorio De Caprariis:
Ritorna il caso Montesi
Posted by Claudia Covelli in Cattolici, Comunisti, Cronaca nera, Storia contemporanea, Storia d'Italia on 5 luglio 2009
Il mese di luglio è iniziato con il ritorno sulle pagine dei quotidiani del “delitto Montesi”. La memoria del delitto e ancora di più dello “scandalo” Montesi è stata ancora una volta richiamata per abbozzare un parallelo con l’esplodere del “sexgate” che vede coinvolto l’attuale presidente del consiglio.
Il primo luglio “Il Riformista” ha infatti pubblicato un’intervista di Stefano Cappellini a Pietro Ingrao, prestigioso esponente della sinistra italiana, autore, all’epoca del caso Montesi, (1953-’54), di un famoso editoriale uscito sull’Unità, di cui era direttore, il 7 febbraio 1954, che aveva fatto irrompere sulla scena italiana la questione morale.
Il 2 luglio il Corriere risponde con un articolo di Dino Messina, volto ad approfondire il ruolo di Amintore Fanfani avvalendosi dell’opinione dello storico Agostino Giovagnoli.
1 luglio 1949: La scomunica del comunismo
Posted by Claudia Covelli in Accadeva Oggi, Comunisti, Culture politiche, Ricorrenze, Storia della Chiesa on 1 luglio 2009
Sessant’anni fa, il primo luglio 1949, Pio XII decretava la “morte ecclesiastica” per chi aderiva al PCI o anche soltanto per chi gli forniva appoggio politico.
“La Repubblica” del 28 giugno ha dedicato tre articoli all’argomento. Ne pubblichiamo alcuni stralci.
150° anniversario della Seconda Guerra d’indipendenza: la memoria controversa della battaglia di Varese
Posted by Claudia Covelli in Culture politiche, Ricorrenze, Risorgimento, Storia contemporanea, Storia d'Italia on 30 giugno 2009
Pubblichiamo sempre sul tema della memoria della Seconda guerra d’indipendenza, della quale quest’anno ricorre il 150° anniversario, un documentario realizzato da Francesca Minotto e Giulia Bertacca a Varese, il 26 maggio scorso, giorno dedicato alla memoria della battaglia di Varese, tappa fondamentale del Risorgimento italiano, non solo in quanto gloriosa vittoria di Garibaldi e dei suoi Cacciatori delle Alpi ma anche come terreno su cui si sacrificò Ernesto Cairoli, il primo dei celebri fratelli pavesi, icona dei martiri sacrificatisi per la patria.
La memoria di questo 150° anniversario è stata particolarmente controversa a Varese, dove il sindaco leghista, in linea con la cultura politica del suo partito, ripudiando la memoria del Risorgimento, ha rifiutato di patrocinare le cerimonie di commemorazione, creando una spaccatura proprio sui temi della memoria storica con i partiti della destra con cui è coalizzato.
In memoria della Seconda guerra d’indipendenza
Posted by Yuri Guaiana in Cattolici, Ricorrenze, Risorgimento, Storia d'Italia on 29 giugno 2009
Come già altri post hanno dimostrato, stiamo entrando nel vivo delle celebrazioni per i centocinquant’anni dell’unità d’Italia e cominciano a moltiplicarsi gli articoli commemorativi e le relative interpretazioni storiche dei fatti che hanno dato forma unitaria alla penisola. Particolarmente attivo si presenta l’«Avvenire» che, il 14 giugno 2009, pubblica un articolo di Franco Cardini – storico medievista già iscritto al MSI che nel suo sito si definisce “cattolico, tradizionalista, uomo d’ordine e di forte senso dello Stato” – sulla seconda guerra d’indipendenza. L’autore si rammarica per l’esito che il biennio 1859-60 ebbe per quanto riguarda i rapporti con la Chiesa e l’assetto unitario dello Stato frutto delle ambizioni espansionistiche sabaude e del neogiacobinismo mazzinian-garibaldino. In questa luce anche Cavour viene presentato, assai scorrettamente, come un antesignano di Mussolini nell’impegnare il Regno di Sardegna nella guerra di Crimea solo per avere qualche morto da far pesare sul tavolo delle trattative. Insomma ammantando il suo ragionamento di un peloso umanitarismo Cardini dipinge la seconda guerra d’indipendenza come una “storia di schermaglie diplomatiche e di egemonie internazionali” a danno dei popoli “gettati nel macello dei campi di battaglia”.
Rassegne Storiche 24 giugno: puntata speciale dedicata a Ralf Dahrendorf
Posted by Claudia Covelli in Comunisti, Germania, Podcast, Rassegne storiche, Storia d'Europa, Storia d'Italia on 24 giugno 2009
Ralf Dahrendorf nacque ad Amburgo il 1 maggio 1929. Cresciuto sotto il nazismo, a cui a soli quindicianni si oppose, finendo in carcere dal novembre 1944 al gennaio 1945, studiò filosofia e filologia classica ad Amburgo e sociologia alla London School of Economics tra il ‘47 e il ‘52.
Nel ‘58 inizia l’attività universitaria in Germania, nel ‘69 entra nel parlamento tedesco nelle fila dei liberali, poi come sottosegretario agli esteri di Willy Brandt. Nel ‘70 entra nella Commissione Europea a Bruxelles.
Dal ‘74 all’84 dirige la London School of Economics, dall’87 al ‘97 è rettore del St.Antony College a Oxford.
Cittadino britannico dall’88, nel ‘93 è nominato Lord dalla Regina.
A una settimana dalla sua scomparsa , avvenuta lo scorso 18 giugno, dedichiamo una puntata speciale delle nostre Rassegne Storiche al dibattito attorno alla sua figura nato sui principali quotidiani italiani in questi giorni.
Articoli di Jürgen Habermas, Angelo Panebianco, Mario Ricciardi, Antonio Polito, Andrea Romano, Danilo Taino, Luigi Mascheroni, Ermanno Vitale, Anna Simone, Maurizio Bruni, Franco Ferrarotti.
Nel XXV anniversario della morte di Enrico Berlinguer
Posted by Yuri Guaiana in Comunisti, Culture politiche, Ricorrenze, Storia contemporanea, Storia d'Italia on 11 giugno 2009
L’11 giugno 1984 Enrico Berlinguer viene colto da malore durante il comizio conclusivo della campagna elettorale per le europee e morirà di lì a poco. Nel XXV anniversario della sua morte le commemorazioni si dividono tra gli elogi per aver posto la questione morale – ponendo così “il problema della democrazia e delle sue basi di consenso e di legittimazione che si sgretolano se viene meno il nesso tra etica e politica”, ha detto ieri Fini – e quelli per aver fatto un passo decisivo nell’allontanarsi da Mosca. Corollario di quest’ultimo elogio è l’interpretazione del compromesso storico come legittimazione del PCI a forza di governo. Sarà questo il cuore del filmato a più voci (interverranno Luciano Barca, Alfredo Reichlin, Aldo Tortorella e Walter Veltroni) in onda stasera alle 23,40 su RaiDue per «La Storia siamo noi» di Rai Educational: «Berlinguer», a venticinque anni dalla scomparsa del leader.
Sulla scorta del bel libro di Piero Ignazi – Il potere dei partiti, Roma-Bari, Laterza, 2002 – io vorrei invece ricordare che Berlinguer fu uno dei massimi esponenti di una visione organicistica della società per la quale il conflitto politico è un trauma da sanare ed esorcizzare per ricreare le condizioni di armoniosa unità tra le parti. Questa concezione, maggioritaria in Italia, si contrappone ad una visione liberale e libertaria che vede invece il conflitto come un elemento fisiologico delle società liberaldemocratiche e, per di più, tonificante nei confronti delle tradizionali prassi trasformistiche. Se c’è una data dell’emersione di tale contrapposizione è quella del settembre 1973, quando Enrico Berlinguer lancia dalle colonne di “Rinascita”, la prospettiva del compromesso storico. Per Berlinguer, il compromesso storico
da una parte è qualcosa di più di una formula nuova di governo, dall’altra parte vuole essere già oggi una indicazione di un metodo di azione e di rapporti politici [orientati] [...] a cercare la comprensione reciproca e l’intesa.
Il conflitto, lo scontro, financo la lotta di classe diventavano un male. La sintonia con la Weltanschauung più profonda di Moro e di buona parte della DC è assoluta.
Da “Il Mondo” di Pannunzio a “La Repubblica” di Scalfari
Posted by Yuri Guaiana in Culture politiche, Liberali, Rassegne storiche, Storia contemporanea on 3 giugno 2009
A diciannove anni dall’ultima edizione (1990, Mondadori), Eugenio Scalfari pubblica una nuova edizione di La sera andavamo in via Veneto: storia di un gruppo dal Mondo alla Repubblica senza nemmeno una postfazione esplicativa a sottolineare l’attualità del testo.
In un contesto storiografico in cui la storia dei liberali italiani è ancora ampiamente trascurata, l’iniziativa di Einaudi, pur non colmando la lacuna, è sicuramente pregevole poiché contribuisce a stimolare il dibattito su di un’importante cultura politica italiana, come dimostra l’articolo pubblicato su “Europa” che riportiamo qui in calce.
In tempi di elezioni europee sembra opportuno ricordare cosa scrisse Eugenio Montale proprio sulle colonne de “Il Mondo” nel 1949 a proposito del nostro continente:
Una ripresa dell’Europa è legata sicuramente a una ripresa della sua cultura, intesa questa come la media delle reazioni dei suoi individui di fronte ai problemi fondamentali, filosofici e pratici della vita [...]. Lo spirito europeo […] può vivere a patto che i popoli d’Europa siano guidati, indirizzati e condotti, da una comune leadership morale civile, con tutte le conseguenze morali ed economiche ch’esso non mancherebbe di produrre.
Da via Veneto al Partito democratico
Ricompare in libreria il saggio di Scalfari: sessant’anni dei liberal italiani. La vicenda dei liberal italiani ha sessant’anni. Va dalla loro prima uscita dal Pli (1949, contro la guida a destra del partito), alla seconda del 1955, contro la svolta confindustriale di Malagodi. Nacque il primo partito radicale. Nel 1949 era già nato Il Mondo di Mario Pannunzio, col suo carico di battaglie contro la partitocrazia il malcostume e il clericalismo, nel ‘55 la fondazione dell’Espresso, la sua polemica contro il capitalismo parassitario e il Palazzo («capitale corrotta nazione infetta»), la denuncia dei più o meno velleitari colpi di stato dello stato parallelo, i convegni degli “Amici del Mondo” al Ridotto dell’Eliseo sulle grandi riforme di centrosinistra, l’esaurimento del centrismo negli anni ‘60 fino alla tragica esperienza reazionaria Gronchi-Tambroni.

















