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	<title>Blogstoria &#187; Storia d&#8217;Italia</title>
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	<description>&#34;Ogni vera storia è storia contemporanea&#34;. B. Croce, 1938.</description>
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		<title>L&#8217;Italia dei &#8220;muri bianchi&#8221;. Il rapporto tra Stato e Chiesa in Italia150</title>
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		<pubDate>Thu, 10 Mar 2011 16:38:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Claudia Covelli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cattolici]]></category>
		<category><![CDATA[Esperienza Italia 150]]></category>
		<category><![CDATA[Feste civili]]></category>
		<category><![CDATA[Il dibattito sull'Unità d'Italia]]></category>
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		<category><![CDATA[Rapporto Stato Chiesa]]></category>
		<category><![CDATA[Sergio Luzzatto]]></category>

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		<description><![CDATA[Il nuovo volume di Sergio Luzzatto "Il crocifisso di Stato" ha accesso nuovamente la polemica attorno alla presenza del crocifisso nei luoghi pubblici. Ma qual è il ruolo ricoperto dalla Chiesa in questo 150° anniversario dell'Unità d'Italia?]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.blogstoria.it/wp-content/uploads/2011/03/muro.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-3804" title="muro" src="http://www.blogstoria.it/wp-content/uploads/2011/03/muro-300x225.jpg" alt="muro" width="306" height="230" /></a>Lunedì 7 marzo è andata in onda su La7 una puntata de &#8220;L&#8217;Infedele&#8221; condotta da Gad Lerner e dedicata all&#8217;utilizzo dei simboli &#8211; una vera e propria &#8220;guerra&#8221; dei simboli sarà poi definita nel corso del programma &#8211; nel 150° anniversario dell&#8217;Unità. E la trasmissione è partita da un tema tanto spinoso quanto inevitabile, quello del crocifisso che troneggia dai muri di ogni ufficio pubblico. Occasione l&#8217;uscita del volume <em>Il crocifisso di Stato</em> di Sergio Luzzatto (<a href="http://www.amazon.it/gp/product/880620727X/ref=as_li_tf_tl?ie=UTF8&amp;tag=blogstorasseg-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=3370&amp;creative=23322&amp;creativeASIN=880620727X" target="_blank">»compralo su Amazon.it a 7,50 euro</a>), presente come ospite in sala.</p>
<p>E, come già accaduto in precedenza per il volume di Luzzatto dedicato a Padre Pio (<em>Padre Pio. Miracoli e politica nell&#8217;Italia del Novecento</em>, Einuadi, 2007 <a href="http://www.amazon.it/gp/product/8806185713/ref=as_li_tf_tl?ie=UTF8&amp;tag=blogstorasseg-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=3370&amp;creative=23322&amp;creativeASIN=8806185713" target="_blank">»compralo su Amazon.it a 19,66 euro</a>), le polemiche hanno anticipato di qualche giorno l&#8217;uscita del libro. Luzzatto parte da una considerazione chiara: il crocifisso sui muri degli edifici pubblici non ci dovrebbe stare per motivi politici, culturali, ma, soprattutto, per ragioni storiche. Simbolo religioso e non politico, espressione di un credo confessionale e non strumento di riconoscimento identitario di tutti gli italiani, il crocifisso non è un simbolo nazionale, ma piuttosto il segno dell&#8217;interferenza della Chiesa cattolica nella vita pubblica italiana.</p>
<p>Un simbolo che pare destinato ad essere recuperato con forza in questo 150° anniversario come antidoto contro le forze centripete che minano il senso dell&#8217;anniversario, anche da forze politiche non dichiaratamente cattoliche come la Lega Nord che ha riscoperto il valore del simbolo cristiano per eccellenza &#8211; mentre si apprestano a demolire i tradizionali simboli della nazione, quali la bandiera e l&#8217;inno di Mameli &#8211; in chiave politica quale sintesi di una &#8220;tradizione&#8221; &#8211; queste sono le parole utilizzate in trasmissione  dal presidente del Consiglio Regionale Davide Boni &#8211; (non è chiaro se autoctona, nazionale, europea, universale o cosa) da contrapporre all&#8217;ondata di immigrati (ma l&#8217;immagine è quella tradizionale dell&#8217;orda barbara) naturalmente proveniente dal Nord-Africa e ovviamente di religione musulmana che si appresterebbe a colonizzare l&#8217;Italia sradicando la nostra (presunta?) identità cristiano-cattolica.  Eppure proprio il recupero della simbologia cristiano-cattolica rappresenterebbe, secondo Luzzatto, il primo segno del tradimento dello spirito risorgimentale che animò il processo unitario il quale, anche quando non dichiaratemente anticlericale &#8211; e a prescindere dalle scelte confessionali di molti dei suoi protagonisti &#8211; fu certamente laico. Infatti, e Luzzatto insiste su questo tema opponendosi ad esempio all&#8217;articolo pubblicato da Natalia Ginzburg sull&#8217;Unità nel 1988<em> Non togliete quel crocifisso: è segno del dolore umano,</em> il crocifisso non è sempre stato sui muri degli uffici pubblici italiani.</p>
<p>Certo non ce lo misero i Crispi e nemmeno i Depretis, sicuramente non ci dovrebbe più stare dopo che nel 1984 l&#8217;allora capo di governo Bettino Craxi firmò il Concordato, con il quale la religione cattolica smetteva di essere la &#8220;religione di Stato&#8221; sancita dai Patti Lateranensi del &#8217;29. In mezzo, ossia dal &#8217;29 all&#8217;84 ci sta l&#8217;Italia fascista prima, le cui necessità di trovare un punto di equilibrio con la Chiesa Cattolica sono cosa nota, e gran parte della storia della Prima Repubblica, scandita dal ruolo centrale della Democrazia Cristiana e da quella scelta operata dal Partito Comunista, già dal Togliatti del &#8217;46, di non fornire ulteriori elementi di contrapposizione agli italiani provati dalla guerra civile. Da quel momento i simboli e i rituali cattolici si sono fatti carico di un&#8217;istanza di &#8220;condivisione&#8221; tradita da altri simboli e rituali nazionali dimostratisi inefficaci. Insomma un&#8217;Italia divisa, politicamente, geograficamente, culturalmente, ma unita davanti al crocifisso, che trascende quindi il suo valore di simbolo religioso di credo cristiano, e diventa (o dovrebbe diventare) simbolo identitario trasversale a tutta la nazione. In fondo è proprio questa una delle interpretazioni che ne offre la Lega Nord oggi. Proviamo, quindi a dare un&#8217;occhiata ai calendari, ai rituali, ai simboli liturgici di quella che efficacemente Emilio Gentile ha definito &#8220;religione civile&#8221; della nazione (vedi Emilio Gentile, <em>Le religioni della politica</em>, Laterza, 2007 <a href="http://www.amazon.it/gp/product/8842074551/ref=as_li_tf_tl?ie=UTF8&amp;tag=blogstorasseg-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=3370&amp;creative=23322&amp;creativeASIN=8842074551&quot;&gt;Le religioni della politica. Fra democrazie e totalitarismi (Economica Laterza)&lt;/a&gt;&lt;img src=" target="_blank">»compralo su Amazon.it a 7,37 euro)</a>:</p>
<ul>
<li>il 25 aprile e l&#8217;annessa Festa di Liberazione, non costituisce certo, e via via svolge questa funzione sempre meno, una festività condivisa da tutta la nazione, ma si muove lungo il binario della contrapposizione politica tra memoria resistenziale di sinistra e memoria saloina rivendicata da gran parte della destra</li>
<li>il 1 maggio &#8211; Festa del Lavoro: è una festa proiettata ben oltre i confini nazionali ed è una festa attribuita al bagaglio culturale della sinistra italiana</li>
<li>il 4 novembre &#8211; Fine della Prima Guerra Mondiale e festa delle Forze Armate: non è una festa celebrata con giorno festivo, è portatrice di una memoria sempre più distante cronologicamente e che ricorda una pagina dolorosissima della storia nazionale, che poco si concilia con le istanze pacifiste contemporanee e che si affida alla celebrazione delle Forze Armate, una lettura inevitabilmente &#8220;poco sentita&#8221; da un&#8217;ampia parte della popolazione.</li>
</ul>
<p>Ci sarebbe poi quel 2 giugno, istituito da Ciampi nel 2000, che dovrebbe festeggiare la Repubblica, ma è una festa giovane, reintrodotta come giorno festivo (era festa mobile) solo di recente e forse tardivamente &#8211; dopo la fine della Prima Repubblica &#8211; investita di una funzione troppo ampia e importante &#8211; quello del recupero della &#8220;coscienza&#8221; repubblicana e democratica dell&#8217;Italia &#8211; in un momento di sfiducia generale nei confronti della classe e della vita politica nazionale (su questi temi vedi Maurizio Ridolfi, <em>L&#8217;almanacco della Repubblica</em>, Mondadori, 2003 <a href="http://www.amazon.it/gp/product/8842494992/ref=as_li_tf_tl?ie=UTF8&amp;tag=blogstorasseg-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=3370&amp;creative=23322&amp;creativeASIN=8842494992" target="_blank">»compralo su Amazon.it a 13 euro</a>).</p>
<div id="attachment_3805" class="wp-caption alignright" style="width: 310px"><a href="http://www.blogstoria.it/wp-content/uploads/2011/03/tribunale_crocifisso-400x300.jpg"><img class="size-medium wp-image-3805" title="Esempio di crocifisso in un tribunale italiano" src="http://www.blogstoria.it/wp-content/uploads/2011/03/tribunale_crocifisso-400x300-300x225.jpg" alt="Esempio di crocifisso in un tribunale italiano" width="300" height="225" /></a><p class="wp-caption-text">Esempio di crocifisso in un tribunale italiano</p></div>
<p>In questo contesto ecco il pullulare di feste, liturgie e memorie locali, tema sul quale la Lega Nord, unico partito ad avere ereditato fedelmente la struttura del partito radicato sul territorio propria delle forze politiche della Prima Repubblica, ha insistito e continua ad insistere nella ricerca di date, luoghi, personaggi e festività proprie. E sempre in questo contesto si inserisce il tema delle celebrazioni del 150° anniversario dell&#8217;Unità d&#8217;Italia. Come abbiamo avuto modo di illustrare in questi mesi il nodo da sciogliere è enorme e basta seguire il dibattito sui giornali per rendersene conto: come può un Paese che di fatto fatica ad avere un calendario liturgico laico che segni le tappe di una storia, di una memoria e di un&#8217;identità condivise, avviarsi a celebrare un anniversario tanto importante che ne celebri l&#8217;unificazione nazionale?</p>
<p>Ecco che il libro di Luzzatto, che sotto molti punti di vista avrebbe potuto essere pubblicato uno o dieci anni fa, supera le contingenze legate agli interessi di studio del suo autore, che di recente ha avviato un importante percorso di ricerca nell&#8217;ambito di rituali religiosi nazionali, e diventa essenziale per comprendere un aspetto importante di questo 150° anniversario dell&#8217;Unità nazionale, quello del ruolo della Chiesa nelle celebrazioni. Il rischio, e Luzzatto lo dice &#8220;fuori dai denti&#8221;, è che il Vaticano &#8220;metta il cappello&#8221; sul 150° anniversario dell&#8217;Unità italiana avanzando il suo ruolo di unico elemento condiviso della nazione, di esclusivo portatore di simboli davvero unificanti, di portavoce della memoria e della storia nazionale. Anche se questo potrebbe voler dire rinunciare al valore di simbolo religioso del crocifisso che tirato di qua e di là, da destra e da sinistra, dal centro e dalla periferia travalica di gran lunga il compito di ricordare il dogma cristiano della Resurrezione, per diventare simbolo di un generico &#8220;patrimonio culturale&#8221; locale (Lega Nord), europeo (si veda dibattito sulle origini &#8220;cristiane&#8221; dell&#8217;Europa), universale (si veda Natalia Ginzburg e la sinistra pacifista), della &#8220;tradizione&#8221; e dell&#8217;identità italiane. Chi ne paga/pagherebbe lo scotto? Tutti coloro che proprio nel crocifisso non riescono a riconoscersi: i laici, i credenti di altre confessioni religiose. Porzioni di popolazione che ci si ostina a ritenere non rilevanti.</p>

<p>Se riprendiamo alcuni passaggi degli interventi pubblicati sui quotidiani ritroviamo traccia di questo ruolo del crocifisso quale elemento unificante della nazione che non solo la Chiesa cattolica rivendica per sé, ma che le viene affidato da gran parte del mondo politico e della società civile italiana. Ha scritto Michele Ainis su &#8220;Il Sole 24 ore&#8221;, il 27 febbraio nell&#8217;articolo <em><strong><a href="http://www.ilsole24ore.com/art/cultura/2011-02-27/crocifisso-muro-divide-aule-150635.shtml?uuid=AaELR5BD">Sul crocifisso di Stato un muro divide le aule d&#8217;Italia</a> </strong></em>riportando le ragioni dei sostenitori del crocifisso:<a href="http://www.ilsole24ore.com/art/cultura/2011-02-27/crocifisso-muro-divide-aule-150635.shtml?uuid=AaELR5BD" target="_blank"><em><strong><br />
</strong></em></a></p>
<blockquote><p>s&#8217;affaccia l&#8217;altro argomento inalberato dai crociati: non è per le nostre idee particolari che sosteniamo il crocifisso obbligatorio, lo facciamo per il vostro bene, per difendere la storia della quale anche voi atei o miscredenti siete figli, e dunque per difendere l&#8217;identità che vi appartiene. Non è forse vero che riposate di domenica (&#8220;il giorno del Signore&#8221;), che contate gli anni a partire dalla nascita di Cristo? E allora il crocifisso è un simbolo civile, allora la laicità si nutre di valori religiosi: nel 2006 lo ha scritto anche il Consiglio di stato.</p></blockquote>
<p>E conclude Ainis:</p>
<blockquote><p>[...] non è detto che la laicità reclami un muro nudo. Non è detto che la difenderà un divieto, come nella Francia che nel 2004 ha proibito il velo in classe, nel 2010 il burqa. Possiamo aggiungere, anziché togliere. Possiamo allestire un muro colorato, dove campeggiano i simboli d&#8217;ogni religione, e anche lo stemma di chi non ha religione. Quanto a noi laici, ci basterebbe il faccione corrugato di Voltaire.</p></blockquote>
<p>Al posto di un muro bianco, dunque, una tappezzeria effetto patchwork in grado di cucire insieme tutte le diverse posizioni? Ma non è possibile: il «faccione corrugato di Voltaire» non è per un laico, quello che il crocifisso è per un cattolico! Perchè si teme di lasciare quel muro bianco o di &#8220;riempirlo&#8221; semplicemente con i simboli nazionali? Negli Stati Uniti, ma non solo, anche nella cattolica Francia, la bandiera svolge il compito di riassumere l&#8217;identità nazionale, non il crocifisso.</p>
<p>Sempre il 27 febbraio su &#8220;Il Sole 24 Ore&#8221; Davide Ronconi scrive nell&#8217;articolo <a href="http://www.ilsole24ore.com/art/cultura/2011-02-27/civilta-senza-segni-priva-150706.shtml" target="_blank"><strong><em>Ma una civiltà senza segni è priva di vita </em></strong></a> a sostegno del crocifisso nelle aule e nei luoghi pubblici dello Stato:</p>
<blockquote><p>Per la mia fede, stracciata e semplice che ci sia o no, Gesù esposto nelle aule di scuola non cambia niente. So dove inginocchiarmi di fronte a Lui. Ma a me, come italiano, fa piacere: significa che questo paese, dove da tutto il mondo vengono a vedere luoghi in buona parte legati alla storia e all&#8217;arte nate e sviluppate con il cristianesimo, è fatto non solo di istituzioni ma anche di anima e storia, di vita.</p></blockquote>
<p>Anche un cristiano, come lui stesso si definisce in apertura del pezzo, non avverte alcun imbarazzo riguardo al fatto che il crocifisso venga utilizzato ben al di fuori del suo valore religioso di simbolo della Resurrezione, ma come un generico richiamo a una matrice culturale comune.</p>
<div id="attachment_3806" class="wp-caption alignleft" style="width: 344px"><a href="http://www.blogstoria.it/wp-content/uploads/2011/03/Chiesa.jpg"><img class="size-medium wp-image-3806" title="L'allestimento dedicato alla Chiesa Cattolica della mostra &quot;Fare gli Italiani&quot; Torino, 17 marzo-20 novembre 2011" src="http://www.blogstoria.it/wp-content/uploads/2011/03/Chiesa-300x217.jpg" alt="L'allestimento dedicato alla Chiesa Cattolica della mostra &quot;Fare gli Italiani&quot; Torino, 17 marzo-20 novembre 2011" width="334" height="241" /></a><p class="wp-caption-text">L&#39;allestimento dedicato alla Chiesa Cattolica della mostra &quot;Fare gli Italiani&quot; Torino, 17 marzo-20 novembre 2011</p></div>
<p>Ma che compito ha dunque svolto la Chiesa nella storia d&#8217;Italia? Giovanni De Luna e Walter Barberis, curatori della mostra &#8220;<strong><a href="http://www.facebook.com/FareGliItaliani" target="_blank">Fare gli italiani</a>&#8220;</strong> in corso a Torino dal prossimo 17 marzo e che costituisce uno degli appuntamenti più importanti di questo centocinquantenario hanno scritto in proposito:</p>
<blockquote><p>Con i suoi riti e le sue liturgie pubbliche, le forme della devozione intima e domestica, attraverso i suoi esponenti più amati, riconosciuti e carismatici, la Chiesa è stata &#8211; non senza contraddizioni &#8211; un elemento fondamentale di unità e coesione.</p></blockquote>
<p>E infatti la mostra dedica uno dei suoi tredici allestimenti alla ricostruzione di una processione virtuale a cui il visitatore è invitato a partecipare, una processione che attraversa una pagina importante della storia e della cultura italiana, del patrimonio artistico nazionale e regionale, che il volume di Sergio Luzzatto non nega in alcun modo.</p>
<p>Per il momento ci fermiamo qui, ma troviamo il percorso di riflessione suggerito da Luzzatto molto interessante da seguire e alla luce anche di questo pamphlet, che consigliamo di leggere, continueremo a monitorare il dibattito attorno a Italia150,  condividendo con voi le nostre impressioni.</p>
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		<title>Un&#8217;Italia da melodramma? Il Teatro d&#8217;Opera luogo dell&#8217;identità nazionale</title>
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		<pubDate>Mon, 07 Mar 2011 14:30:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Claudia Covelli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Esperienza Italia 150]]></category>
		<category><![CDATA[Risorgimento]]></category>
		<category><![CDATA[Fare gli Italiani]]></category>
		<category><![CDATA[Giorgio Napolitano]]></category>
		<category><![CDATA[Giovanni De Luna]]></category>
		<category><![CDATA[Giuseppe Verdi]]></category>
		<category><![CDATA[Italia150]]></category>
		<category><![CDATA[Walter Barberis]]></category>

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		<description><![CDATA[È il "Va' pensiero" di Giuseppe Verdi il vero inno dell'Italia unita? Probabilmente no, ma il teatro d'opera è senza dubbio uno dei luoghi dove si sono "fatti gli italiani", anche secondo la mostra in corso a Torino dal 17 marzo...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_3779" class="wp-caption alignleft" style="width: 195px"><a href="http://www.blogstoria.it/wp-content/uploads/2011/03/nabucco.jpg"><img class="size-full wp-image-3779" title="Il libretto del &quot;Nabucco&quot; di Giuseppe Verdi, anni '30" src="http://www.blogstoria.it/wp-content/uploads/2011/03/nabucco.jpg" alt="Il libretto del &quot;Nabucco&quot; di Giuseppe Verdi, anni '30" width="185" height="276" /></a><p class="wp-caption-text">Il libretto del &quot;Nabucco&quot; di Giuseppe Verdi, anni &#39;30</p></div>
<p>Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano è intervenuto domenica 6 marzo sul &#8220;Il Messaggero&#8221;, firmando l&#8217;editoriale <strong><em>Musica nella storia del Paese</em></strong> per lo speciale che il quotidiano romano ha dedicato al &#8220;Nabucco&#8221;, in scena, sotto la direzione di Riccardo Muti, al <a href="http://www.operaroma.it/" target="_blank">Teatro dell&#8217;Opera di Roma</a> dal 12 al 24 marzo, cioè nelle giornate che segnano temporalmente il cuore delle celebrazioni del 150° anniversario dell&#8217;Unità.</p>
<p>È naturale, dunque, che i quotidiani nazionali si siano dedicati con tanta attenzione al tema del legame tra teatro d&#8217;opera &#8211; Risorgimento &#8211; identità italiana, nodo che ha già suscitato diverse polemiche nei mesi passati e che potremmo simbolicamente riassumere nella contrapposizione tra la celebre <em>Va&#8217;, pensiero </em>scritta da Giuseppe Verdi proprio per il &#8220;Nabucco&#8221; &#8211; e indicato di recente dalla Lega Nord come inno &#8220;padano&#8221; &#8211; e la riscoperta dell&#8217;inno di Goffredo Mameli <em>Fratelli d&#8217;Italia</em>, recuperato anche da Roberto Benigni in occasione del Festival di Sanremo 2011.</p>
<p>Proponiamo come di consueto la formula di una breve rassegna stampa di quelli che abbiamo ritenuto gli interventi più interessanti sul tema, cercando di trarne qualche spunto di riflessione storiografica e concludendo, come stiamo facendo da un paio di settimane, con un&#8217;incursione nella mostra <a href="http://www.facebook.com/?ref=home#!/FareGliItaliani" target="_blank"><em><strong>Fare gli italiani. 150 anni di storia nazionale</strong></em></a><em> </em>che ci offre un contributo importante sulla valorizzazione del patrimonio del teatro d&#8217;opera quale pagina fondamentale della <em>storia </em>nazionale e quale elemento centrale per il processo di creazione dell&#8217;<em>identità</em> italiana.</p>
<p>E proprio la parola &#8220;storia&#8221; utilizza Giorgio Napolitano nel titolo del suo intervento pubblicato su &#8220;Il Messaggero&#8221;:</p>
<blockquote><p>Anche nel ripercorrere di recente in Quirinale, con il contributo di eminenti studiosi, il percorso della lingua italiana come fattore portante di unificazione nazionale, abbiamo sottolineato il ruolo del melodramma dell&#8217;Ottocento, quale si incarnò nei capolavori verdiani e segnatamente nel &#8220;Nabucco&#8221;. Quella musica e quei testi rimangono nobili veicoli di trasmissione degli ideali del Risorgimento. Ed è significativo e importante che si impegni a far rivivere questo messaggio un grande protagonista della vita musicale italiana come il Maestro Riccardo Muti [...]</p></blockquote>
<p>Il melodramma e il teatro d&#8217;opera come elemento di diffusione della lingua italiana, primo fattore unificante della nazione, ma anche come <em>fonte documentale </em>per la storia del Risorgimento, una fonte interessante e allo stesso tempo difficile da &#8220;maneggiare&#8221; in quanto non ha esaurito il proprio compito di mezzo di comunicazione &#8211; e anzi la sua funzione pedagogizzante è richiamata con forza ancora oggi &#8211; attraverso il quale consentire agli italiani di riconoscersi nel patrimonio storico e culturale della nazione.</p>
<p>Sotto questo profilo, è importante un passaggio dell&#8217;intervento che proprio Riccardo Muti ha firmato sempre per lo speciale de &#8220;Il Messaggero&#8221; del 6 marzo, <strong><em>Un titolo che dice Italia</em></strong>:</p>
<blockquote><p>Io penso che il <em>Nabucco</em> si identifichi, in fondo, con l&#8217;Italia. E questo senza voler fare del patriottismo per forza. Si sa che lo stesso Verdi, scrivendo l&#8217;opera, non pensava all&#8217;Italia, ma alla Bibbia. Quando però si rese conto di cosa avesse scatenato in teatro <em>Va&#8217;, pensiero</em>, compose le opere successive in chiave sicuramente patriottica.</p>
<p>Per tornare al <em>Nabucco, </em>Verdi può senz&#8217;altro avere avuto, anche inizialmente, una spinta &#8220;italiana&#8221;, ma a livello inconscio, spinta che la tradizione, la letteratura, il cinema hanno poi pensato a codificare, a rendere risorgimentale in senso palese e pieno.</p></blockquote>
<p>Riccardo Muti sintetizza quindi in pochi passaggi uno dei nodi più difficili della storia del Risorgimento: l&#8217;apporto culturale alla causa dell&#8217;unità nazionale da parte degli artisti e degli intellettuali ottocenteschi, un contributo che oscilla tra due posizioni, quella della totale e consapevole adesione al motto risorgimentale del &#8220;risveglio&#8221;  dell&#8217;identità nazionale &#8211; ad esempio l&#8217;Alessandro Manzoni dei &#8220;Promessi sposi&#8221; -, e quella &#8211; più difficile da individuare &#8211; della <em>percezione</em> e della conseguente <em>rappresentazione </em>dell&#8217;opera artistica quale strumento per la mobilitazione della &#8220;coscienza italiana&#8221;. Nel momento che l&#8217;opera esce dalla penna del suo autore e raggiunge il pubblico, questo se ne appropria, la interpreta, in un certo senso la manipola. In storiografia si parlerebbe di <em>circolo ermeneutico</em>: l&#8217;opera viene prodotta sotto le istanze del contesto storico in cui è inserita, contesto che a sua volta contribuisce a trasformare. È questo il caso del <em>Nabucco</em>, come chiarito da Muti, che torna anche sull&#8217;impossibilità di rendere il <em>Va&#8217;, pensiero</em> inno nazionale:</p>
<blockquote><p>Il <em>Va&#8217;, pensiero</em> è un canto di perdenti. Chi lo invoca ad inno non ha ascoltato bene le parole, e cade in equivoco. Il <em>Va&#8217;, pensiero</em>, dentro un contesto ispirato alla Bibbia, si riferisce a un episodio carico di dramma in cui gli ebrei piangono la loro sconfitta. Non nato per fomentare lo spirito rivoluzionario che serpeggiava nel Nord dell&#8217;Italia contro gli austriaci, infiammò i cuori dei patrioti perché quel canto accorato di un popolo esule, schiavo e perdente rispecchia il loro stato d&#8217;animo e le loro istanze di riscatto.</p></blockquote>

<p>Un &#8220;equivoco&#8221; dunque che segna quella distanza tra intenzioni dell&#8217;autore e percezione da parte del pubblico e che costituisce spesso lo scoglio per la corretta interpretazione storica dell&#8217;opera. Il 4 marzo sul &#8220;Corriere della sera&#8221; Gian Antonio Stella nel suo articolo <strong><em>Il 17 marzo ricordiamoci «Va&#8217; pensiero» è italiano </em></strong>offre un quadro di Verdi e della sua opera come ritratti a tutto tondo dello spirito risorgimentale. È evidente l&#8217;urgenza di &#8220;strappare&#8221; la figura e l&#8217;opera di Verdi alla strumentalizzazione leghista, urgenza che tradisce, però, in parte la linea interpretativa proposta da Riccardo Muti:</p>
<blockquote><p>Riprendiamoci il «Va&#8217; pensiero». È il messaggio che per primo esce dal trailer de «Le unità degli italiani», un documentario del Comitato dei garanti per i 150 anni che dovrebbe essere proiettato la notte fra il 16 e il 17 marzo in tutte le piazze d&#8217;Italia. [...] Quando lo storico Alberto Melloni [...] si è trovato a scegliere la colonna sonora dell&#8217;anteprima montata per spiegare ai sindaci il progetto di questa storia per immagini del nostro Paese, però, non ha avuto dubbi. La musica giusta, senza nulla togliere all&#8217;Inno di Mameli utilizzato da altre parti [...] era il «Va&#8217; pensiero».</p></blockquote>
<div id="attachment_3780" class="wp-caption alignright" style="width: 327px"><a href="http://www.blogstoria.it/wp-content/uploads/2011/03/LItalia_delle_Città.jpg"><img class="size-medium wp-image-3780 " title="La suggestiva installazione &quot;L'Italia delle Città&quot; della mostra &quot;Fare gli italiani. 150 anni di storia nazionale&quot; riproduce un teatro ottocentesco dove scorrono i fondali delle più importanti città italiane" src="http://www.blogstoria.it/wp-content/uploads/2011/03/LItalia_delle_Città-300x225.jpg" alt="La suggestiva installazione &quot;L'Italia delle Città&quot; della mostra &quot;Fare gli italiani. 150 anni di storia nazionale&quot; riproduce un teatro ottocentesco dove scorrono i fondali delle più importanti città italiane" width="317" height="237" /></a><p class="wp-caption-text">La suggestiva installazione &quot;L&#39;Italia delle Città&quot; della mostra &quot;Fare gli italiani. 150 anni di storia nazionale&quot; riproduce un teatro ottocentesco dove scorrono i fondali delle più importanti città italiane</p></div>
<p>La riflessione attorno a Giussepe Verdi e in generale riguardo al melodramma e al teatro dell&#8217;opera si muove dunque su due direzioni distinte che è necessario non confondere: quella dell&#8217;interpretazione filologica dell&#8217;opera e della biografia del suo autore, quella della funzione e dell&#8217;immaginario nazionale che si sono costruiti attorno alle opere liriche e ai suoi luoghi di diffusione. È questa seconda linea interpretativa che hanno seguito Walter Barberis e Giovanni De Luna, curatori della mostra <em><a href="http://www.facebook.com/?ref=home#!/FareGliItaliani" target="_blank"><strong>Fare gli Italiani. 150 anni di storia nazionale</strong></a>, </em>quando hanno identificato proprio nel teatro lo scenario ideale per l&#8217;allestimento della prima delle tredici isole che compongono la mostra, dedicata alle città italiane.</p>
<blockquote><p>In quegli anni alcuni aspetti della vita culturale travalicano l&#8217;ambito ristretto del territorio cittadino o regionale: in particolare il Teatro dell&#8217;Opera e il melodramma sono capaci di parlare a tutta la penisola e alle sue diverse realtà con un linguaggio comune e potenzialmente nazionale: a Torino, a Milano, a Roma, a Napoli, a Firenze, a Genova, Palermo e Venezia.</p>
<p>La metafora visiva e narrativa utilizzata per connotare l&#8217;isola dedicata alle città italiane durante il periodo risorgimentale è il teatro dell&#8217;opera e del melodramma. Il teatro dell&#8217;opera è in questo momento storico un elemento che unisce le diverse realtà cittadine in quanto fenomeno di natura transregionale.</p></blockquote>
<p>Per questo il visitatore sarà introdotto in un immaginario teatro ottocentesco, connotato dalla presenza di due grandi fondali originali, sul cui palcoscenico si alterneranno otto fondali dipinti, dedicati ciascuno a una città diversa, alternati da una macchina a scena a vista, che scandiranno il ritmo della narrazione.</p>
<p>Se i profili biografici e l&#8217;analisi filologica delle singole opere sfuggono alla forzata lettura risorgimentale a loro attribuita dalle esigenze della retorica celebrativa è impossibile d&#8217;altra parte negare l&#8217;importanza dei teatri d&#8217;opera cittadini quali luoghi privilegiati per l&#8217;elaborazione e la divulgazione dell&#8217;identità e dell&#8217;immaginario nazionali. Da questa lettura <em>spaziale </em>della storia d&#8217;Italia e delle sue identità emerge la funzione del teatro quale luogo simbolo del Risorgimento e tappa obbligata del processo di <em>nation-building</em> italiano.</p>
<p>Il teatro fu infatti, prima di tutto, luogo di diffusione della lingua italiana e a questo proposito chiudiamo il nostro articolo con una citazione dall&#8217;intervista di Pietro Piovani a Luca Serianni, uno dei maggiori italianisti viventi, pubblicata sempre su &#8220;Il Messaggero&#8221; del 6 marzo dal titolo <strong><em>In quei libretti surreali l&#8217;Italia trovava un&#8217;identità</em></strong>. Serianni torna sulla questione dell&#8217;intenzione dell&#8217;autore e della sua interpretazione da parte del pubblico facendo un&#8217;analisi linguistica dei testi che compongono le più importanti opere teatrali e spiega chiaramente l&#8217;artificio retorico alla base della loro stessa composizione:</p>
<blockquote><p>PIOVANI. Professor Serianni, come mai l&#8217;italiano ottocentesco dei libretti d&#8217;opera ci sembra più lontano dell&#8217;italiano trecentesco di Petrarca?</p>
<p>SERIANNI. Quei libretti condensano una serie di tratti tipici dell&#8217;italiano aulico [...] Per esempio, i librettisti amavano adottare una tecnica che potemmo definire &#8220;fuga dalla realtà&#8221; [....]</p>
<p>PIOVANI. Ma aldilà del gusto poetico quantomeno dubbio, non andrebbe riconosciuto il valore drammaturgico di certi libretti? [...]</p>
<p>SERIANNI. È quello che sosteneva lo stesso Giuseppe Verdi, quando in una lettera del 1856 scriveva la frase solo in apparenza ironica: &#8220;Io ho la debolezza di credere che il <em>Rigoletto</em> sia uno dei più bei libretti, salvo i versi, che vi siano&#8221;. In effetti è vero che questi libretti vanno valutati sulla base della funzionalità drammaturgica. La forza teatrale però è spesso, diciamo così, preterintenzionale.[...]</p>
<p>PIOVANI. E ovviamente si potrebbe fare l&#8217;esempio degli ebrei che cantano &#8220;Va&#8217; pensiero&#8221; nel Nabucco.</p>
<p>SERIANNI. Certo. Insomma le parole di quei libretti hanno la capacità di essere interpretabili secondo le intenzioni che il pubblico vi trasferisce.</p></blockquote>
<div id="attachment_3781" class="wp-caption alignleft" style="width: 200px"><a href="http://www.blogstoria.it/wp-content/uploads/2011/03/va-pensiero.jpg"><img class="size-full wp-image-3781" title="Un'edizione di &quot;Va', pensiero&quot; tratta dal Nabucco di Giuseppe Verdi" src="http://www.blogstoria.it/wp-content/uploads/2011/03/va-pensiero.jpg" alt="Un'edizione di &quot;Va', pensiero&quot; tratta dal Nabucco di Giuseppe Verdi" width="190" height="190" /></a><p class="wp-caption-text">Un&#39;edizione di &quot;Va&#39;, pensiero&quot; tratta dal Nabucco di Giuseppe Verdi</p></div>
<p>Ritorniamo dunque al nodo della &#8220;retorica&#8221; risorgimentale, sulla quale aveva tirato l&#8217;attenzione lo storico Alberto Mario Banti qualche mese fa. Un nodo che è anche e prima di tutto stilistico e linguistico: l&#8217;opera ottocentesca e il melodramma scelsero apertamente una lingua &#8220;falsa&#8221;, mistificatoria, la cui funzione principale era quella della suggestione comunicativa e dell&#8217;impatto emotivo. Una lingua basata, come dice lo stesso Serianni nel corso dell&#8217;intervista sull&#8217;«intenzione comunicativa» e che diviene a sua volta interpretabile secondo le intenzioni del pubblico.</p>
<p>Ecco perché la coordinata spaziale che rende il teatro luogo privilegiato della creazione dell&#8217;identità nazionale, diviene anche efficace chiave interpretativa del complesso fenomeno del melodramma: il teatro d&#8217;opera è lo spazio che racchiude tutte queste istanze, quelle dell&#8217;autore, delle sue intenzioni e dei suoi artifici letterari, quelle del pubblico, delle sue interpretazioni e delle sue aspettative. Una dinamica complessa e articolata come tutte quelle proprie dell&#8217;identità e della storia italiane che riflette in maniera efficace il complesso panorama di intenzioni e aspettative, artifici retorici e istanze spontanee che stanno alla base del processo di <em>nation-building </em>italiano.</p>
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		<title>Cronache di ragazze (tutt&#8217;altro che) perbene. Riflessione storiografica sul dibattito riguardo a ruolo e immagine della donna in Italia</title>
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		<pubDate>Mon, 21 Feb 2011 17:14:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Claudia Covelli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Mascolinità]]></category>
		<category><![CDATA[Storia contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[Storia d'Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Storia delle donne]]></category>
		<category><![CDATA[Storia di genere]]></category>
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		<category><![CDATA[femminilità]]></category>
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		<category><![CDATA[Legge Merlin]]></category>
		<category><![CDATA[manifestazione 13 febbraio 2011]]></category>
		<category><![CDATA[prostituzione in Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Sandro Bellassai]]></category>

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		<description><![CDATA[Dopo la manifestazione del 13 febbraio il primo di una serie di approfondimenti sul tema delle rappresentazioni di genere in Italia...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_3576" class="wp-caption alignleft" style="width: 245px"><a href="http://www.blogstoria.it/wp-content/uploads/2011/02/13-febbraio.jpg"><img class="size-full wp-image-3576" title="Donne in manifestazione il 13 febbraio 2011" src="http://www.blogstoria.it/wp-content/uploads/2011/02/13-febbraio.jpg" alt="Donne in manifestazione il 13 febbraio 2011" width="235" height="176" /></a><p class="wp-caption-text">Donne in manifestazione il 13 febbraio 2011</p></div>
<p>La manifestazione del 13 febbraio scorso promossa dal comitato &#8220;<a href="http://senonoraquando13febbraio2011.wordpress.com/" target="_blank">Se non ora quando?</a>&#8220;, che ha registrato un&#8217;ampia partecipazione popolare, ha alimentato un dibattito che ha coinvolto anche alcuni studiosi di storia contemporanea e di genere. &#8220;Il Manifesto&#8221; è forse il quotidiano che ha raccolto il maggior numero di interventi sul tema (si veda la sezione &#8220;<a href="http://www.ilmanifesto.it/?id=347" target="_blank">13 febbraio. Prima e dopo</a>&#8220;), interventi tra i quali spiccano quelli di due storici: Anna Bravo e Sandro Bellassai. La prima ha alle spalle una consolidata bibliografia virata sulla &#8220;storia delle donne&#8221;, il secondo, ricercatore a Bologna, ha prodotto alcuni interessanti lavori sul tema della mascolinità e una ricerca sulla legge Merlin (Sandro Bellassai, La Legge del desiderio. Il progetto Merlin e l&#8217;Italia degli anni Cinquanta, Carocci, 2006 &#8211; <a href="http://www.amazon.it/gp/product/8843038060?ie=UTF8&amp;tag=blogstorasseg-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=3370&amp;creative=23322&amp;creativeASIN=8843038060" target="_blank">» compralo su Amazon.it a 15,93 euro</a>).</p>
<p>Nel delirio (l&#8217;utilizzo di questa espressione abusata è voluto) nazional-popolare che abita l&#8217;Italia da molte (probabilmente troppe) settimane riguardo al noto &#8220;sexgate&#8221; è emerso seppur in maniera quanto più approssimativa il nodo delle rappresentazioni di genere. Se il contesto e il modo in cui la problematica è emersa possono apparire alquanto discutibili (non da un punto di vista morale ma da un punto di vista scientifico) e hanno manifestato palesemente il peso ideologico che continua a gravare sulle rappresentazioni di genere in Italia, la redazione di BlogStoria ha deciso di non perdere l&#8217;occasione per &#8220;fare il punto&#8221; sulla storiografia che si occupa delle tematiche di genere. Lo fa a una settimana di distanza dalla manifestazione del 13, lo fa ritenendo necessario concentrare, nell&#8217;estrema confusione in cui è stato trattato il tema, l&#8217;attenzione su temi che provengono dalla storiografia italiana contemporanea che, pur essendosi avvicinata ai <em>gender studies </em>solo in epoca abbastanza recente e in modo piuttosto parziale, ha maturato una serie di riflessioni sull&#8217;argomento.</p>
<p>La riflessione sul nodo delle rappresentazioni di genere sarà articolata in tre post differenti: uno, quello di oggi, che intende affrontare il tema delle rappresentazioni femminili, un secondo che affronterà invece il tema della mascolinità, un terzo, successivo, che tenterà di delineare un profilo degli stereotipi di genere nazionali alle porte del 150° anniversario dell&#8217;Unità. Dato il variegato panorama di studi sull&#8217;argomento provenienti da più ambiti disciplinari (antropologia, sociologia, biologia, psicologia, etc.), questo approfondimento non intende essere esaustivo ma semplicemente orientare il dibattito in un ambito interpretativo e culturale più dettagliato rispetto a quello affrontato durante la campagna di mobilitazione (e di contromobilitazione) alimentata da quotidiani, forze politiche, gruppi di pressione e associazioni cittadine in occasione del 13 febbraio.</p><em><p><a href="http://www.blogstoria.it/2011/02/21/cronache-di-ragazze-tuttaltro-che-perbene-una-riflessione-storiografica-sul-dibattito-riguardo-al-ruolo-e-allimmagine-della-donna-in-italia/">» Continua la lettura...  Cronache di ragazze (tutt&#8217;altro che) perbene. Riflessione storiografica sul dibattito riguardo a ruolo e immagine della donna in Italia</a></p></em>]]></content:encoded>
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		<title>La Giornata del Ricordo delle vittime delle Foibe: una biografia collettiva scavata nel territorio</title>
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		<pubDate>Thu, 10 Feb 2011 15:34:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Claudia Covelli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Storia contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[Storia d'Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Esuli istriani]]></category>
		<category><![CDATA[Foibe]]></category>
		<category><![CDATA[Giorno del Ricordo]]></category>
		<category><![CDATA[Questione di Trieste]]></category>

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		<description><![CDATA[Nella Giornata del Ricordo delle vittime delle foibe alcune riflessioni sul rapporto tra memoria e territorio di una delle pagine più difficili della storia italiana...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_3414" class="wp-caption alignleft" style="width: 254px"><a href="http://www.blogstoria.it/wp-content/uploads/2011/02/foibe.jpg"><img class="size-full wp-image-3414" title="Un pompiere si cala in una Foiba alla ricerca di resti umani da portare alla luce, agosto 1945 (Fonte: Mostra fotografica dedicata alla tragedia delle Foibe presso il Vittoriano, Roma, febbraio 2009)" src="http://www.blogstoria.it/wp-content/uploads/2011/02/foibe.jpg" alt="Un pompiere si cala in una Foiba alla ricerca di resti umani da portare alla luce, agosto 1945 (Fonte: Mostra fotografica dedicata alla tragedia delle Foibe presso il Vittoriano, Roma, febbraio 2009)" width="244" height="179" /></a><p class="wp-caption-text">Un pompiere si cala in una Foiba alla ricerca di resti umani da portare alla luce, agosto 1945 (Fonte: Mostra fotografica dedicata alla tragedia delle Foibe presso il Vittoriano, Roma, febbraio 2009)</p></div>
<p>Il 10 febbraio ricorre la giornata del Ricordo delle vittime delle Foibe. Alle ore 11.00 il Presidente della Repubblica Napolitano e le più alte istituzioni dello Stato si sono raccolte al Quirinale per celebrare il ricordo delle migliaia di italiani uccisi dalle milizie partigiane titine tra il 1943 e il 1945 i cui corpi furono gettati in quei particolari inghiottitoi tipici del territorio carsico, noti con il nome di &#8220;foibe&#8221;. Il giorno del Ricordo istituito nel 2004 sotto la presidenza di Carlo Azeglio Ciampi, particolarmente sensibile al tema del calendario liturgico delle feste nazionali, stenta a trovare un proprio spazio simbolico all&#8217;interno del panorama italiano. Sono diverse le ragioni di quella che Napolitano oggi ha definito, riprendendo una sua espressione del 2007, la «congiura del silenzio» che avvolge il ricordo di quanto avvenuto nei territori dell&#8217;Istria e della Dalmazia tra il 1943 e il 1945:</p>
<ul>
<li>è una ricorrenza istituita solo sessant&#8217;anni dopo lo svolgersi dei fatti storici;</li>
<li>non è una &#8220;memoria condivisa&#8221; perché pone il problema della contrapposizione ideologica tra cultura comunista e passato fascista: ancora oggi Dino Messina in chiusura del post dedicato alla giornata del 10 febbraio <a href="http://lanostrastoria.corriere.it/2011/02/porzus-quel-patriottismo-che-a.html" target="_blank"><strong><em>Porzus, quel patriottismo che ancora divide</em></strong></a>, riporta la notizia che il circolo Arci di Camerata Cornello in Val Brembana ha deciso di celebrare il Giorno del Ricordo con una mostra sui crimini fascisti in Jugoslavia tra il &#8217;41 e il &#8217;45;</li>
<li>è una memoria fortemente connotata sotto il profilo regionale: racconta fatti accaduti in una regione, ora solo in parte italiana, che per anni è stata &#8220;dimenticata&#8221; come estremo confine orientale di un&#8217;Italia rivolta perennemente verso Occidente. Una memoria &#8220;regionale&#8221; recuperata in un contesto &#8211; e le cronache di questi giorni ne sono ancora una volta testimoni &#8211; nel quale è in corso un totale sfaldamento di idea di storia unitaria, non solo sotto il profilo politico, ma anche &#8211; e soprattutto &#8211; sotto quello di un&#8217;identità nazionale comune.</li>
</ul>

<p>Può essere interessante soffermarsi proprio sul simbolo &#8211; quelle stesse foibe &#8211; nel quale si identifica la memoria dei massacri della polazione italiana compiuti nella regione dell&#8217;Istria e della Dalmazia dalle truppe partigiane jugoslave. Il primo elemento che appare evidente è quello del ricorso a un luogo simbolico per trasmettere il ricordo di fatti storici. Questo aspetto accomuna il Giorno del Ricordo delle vittime delle foibe alla Giornata della memoria delle vittime dell&#8217;Olocausto ma anche ai rituali in memoria delle vittime di Srebrenica, la cui data simbolica ricorre l&#8217;11 luglio. I rituali della memoria del nuovo millennio che commemorano i massacri novecenteschi caratterizzati dalla morte di massa di individui resi anonimi non solo dalle strategie dell&#8217;omicidio collettivo, ma anche e soprattutto dai tentativi di occultamento/eliminazione/dissoluzione dei corpi trasformano il luogo dell&#8217;omicidio, Auschwitz, il villaggio di Potocari, le stesse foibe in &#8220;monumento&#8221; atto alla conservazione della memoria dei fatti storici.<em><p><a href="http://www.blogstoria.it/2011/02/10/la-giornata-del-ricordo-delle-vittime-delle-foibe-una-biografia-collettiva-scavata-nel-territorio/">» Continua la lettura...  La Giornata del Ricordo delle vittime delle Foibe: una biografia collettiva scavata nel territorio</a></p></em>]]></content:encoded>
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		<title>Un&#8217;&#8221;altra&#8221; Caporetto? Opportunità (perduta) dalla Slovenia</title>
		<link>http://www.blogstoria.it/2011/02/02/unaltra-caporetto-opportunita-perduta-dalla-slovenia/</link>
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		<pubDate>Wed, 02 Feb 2011 17:38:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Claudia Covelli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Prima guerra mondiale]]></category>
		<category><![CDATA[Storia contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[Storia d'Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Caporetto]]></category>
		<category><![CDATA[Carso]]></category>
		<category><![CDATA[Foibe]]></category>
		<category><![CDATA[Joze Pirjevic]]></category>
		<category><![CDATA[Slovenia]]></category>

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		<description><![CDATA[Riflessioni sul volume di Ljudevit Pivko "Abbiamo vinto l'Austria-Ungheria.La Grande Guerra dei legionari slavi sul fronte italiano": la storia dimenticata di un'alleanza militare tra italiani e sloveni contro l'oppressore austriaco...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_3260" class="wp-caption alignleft" style="width: 195px"><a href="http://www.blogstoria.it/wp-content/uploads/2011/02/Ljudevit-Pivko.jpg"><img class="size-full wp-image-3260" title="Ljudevit Pivko (1880-1937)" src="http://www.blogstoria.it/wp-content/uploads/2011/02/Ljudevit-Pivko.jpg" alt="Ljudevit Pivko (1880-1937)" width="185" height="272" /></a><p class="wp-caption-text">Ljudevit Pivko (1880-1937)</p></div>
<p>È uscito da pochi giorni per Libreria Editrice Goriziana il volume <em>Abbiamo vinto l&#8217;Austria-Ungheria. La Grande Guerra dei legionari slavi sul fronte italiano</em> di Ljudevit Pivko (<a href="http://www.amazon.it/gp/product/8861020925?ie=UTF8&amp;tag=blogstorasseg-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=3370&amp;creative=23322&amp;creativeASIN=8861020925" target="_blank">» compralo su Amazon.it a 31,50 euro</a>), ufficiale sloveno dell&#8217;esercito austro-ungarico durante la Grande Guerra. Il volume ha suscitato l&#8217;interesse della stampa nazionale e, in particolare, di Matteo Sacchi che ha firmato su &#8220;Il Giornale&#8221; l&#8217;articolo <strong><em>Fu una Caporetto ma avrebbe potuto essere un trionfo</em> </strong>del 30 gennaio, mentre &#8220;La Stampa&#8221; ha lasciato il commento a Demetrio Volcic nell&#8217;articolo pubblicato lunedì 31, <strong><em>1917, dalla Slovenia con ardore</em></strong>.</p>
<p>Il motivo dell&#8217;interesse per la pubblicazione è già esplicitato nel titolo: ad &#8220;aver vinto l&#8217;Austria-Ungheria&#8221; non sono infatti gli italiani, ma gli irredentisti sloveni impegnati sul fronte italiano come soldati e ufficiali dell&#8217;esercito austro-ungarico e di fatto coinvolti in operazioni segrete di spionaggio e di fiancheggiamento all&#8217;esercito italiano. Il quadro è quello accennato più volte, ma raramente approfondito, dello scenario multietnico dell&#8217;esercito austro-ungarico impegnato nella Grande Guerra, fucina dei movimenti nazionalisti che fermentano da anni all&#8217;interno del corpus imperiale. Esercito che si trova costretto ad affidare le operazioni militari a ufficiali di diversa etnia e con ambizioni nazionali antagoniste alla tenuta della stessa corona per la quale ufficialmente combattono.</p><em><p><a href="http://www.blogstoria.it/2011/02/02/unaltra-caporetto-opportunita-perduta-dalla-slovenia/">» Continua la lettura...  Un&#8217;&#8221;altra&#8221; Caporetto? Opportunità (perduta) dalla Slovenia</a></p></em>]]></content:encoded>
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		<title>L&#8217;Unità d&#8217;Italia? Questione di&#8230; cultura!</title>
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		<pubDate>Thu, 20 Jan 2011 19:32:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Claudia Covelli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Il dibattito sull'Unità d'Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Risorgimento]]></category>
		<category><![CDATA[Storia d'Italia]]></category>
		<category><![CDATA[150 anniversario]]></category>
		<category><![CDATA[Alberto Mario Banti]]></category>
		<category><![CDATA[Dibattito sull'Unità d'Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Italia150]]></category>

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		<description><![CDATA[All'uscita della collana "Romanzi d'Italia" alcune riflessioni sul rapporto tra Stato, Nazione e letteratura in Italia...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_3067" class="wp-caption alignleft" style="width: 231px"><a href="http://www.blogstoria.it/wp-content/uploads/2011/01/francesco_hayez_027_alessandro_manzoni_1841.jpg"><img class="size-full wp-image-3067 " title="Francesco Hayez, Alessandro Manzoni - 1841" src="http://www.blogstoria.it/wp-content/uploads/2011/01/francesco_hayez_027_alessandro_manzoni_1841.jpg" alt="Francesco Hayez, Alessandro Manzoni - 1841" width="221" height="165" /></a><p class="wp-caption-text">Francesco Hayez, Alessandro Manzoni - 1841</p></div>

<p>E se l&#8217;Unità di Italia imperfetta, incompleta e discussa sotto il profilo politico, fosse da celebrare dal punto di vista delle letteratura? Il 19 gennaio sono usciti i primi cinque volumi della collana &#8220;Romanzi d&#8217;Italia&#8221; curata da Paolo Mieli e pubblicata da Rizzoli che per festeggiare i 150 anni dell&#8217;Italia unita rimanda in stampa in edizione speciale dieci classici del Risorgimento, con prefazione di storici e studiosi importanti del panorama nazionale attuale. Dieci romanzi che sono serviti (e dovrebbero continuare a servire) a fare quegli italiani che la classe politica e l&#8217;amministrazione dello stato non sono ancora riusciti a fare. Si torna all&#8217;antico paradigma dell&#8217;Italia unita in nome di una cultura comune, di Dante e di Petrarca, interpretazione i cui limiti sono stati sottolineati anche di recente e dei quali abbiamo parlato nel post <a href="http://www.blogstoria.it/2010/10/13/lingua-e-nazione-tra-filologia-e-identita/" target="_self">Lingua e nazione. Tra filologia e identità</a> del 13 ottobre 2010.</p>
<p>Questa la collana completa:</p>
<ol>
<li>Ugo Foscolo, <em>Ultime lettere di Jacopo Ortis,</em> prefazione di Paolo Mieli</li>
<li>Alessandro Manzoni, <em>I Promessi Sposi</em>, prefazione di Andrea Riccardi</li>
<li>Giovanni Verga, <em>I Malavoglia</em>, prefazione di Gustavo Zagrebelskj</li>
<li>Edmondo De Amicis, <em>Cuore</em>, prefazione di Pierluigi Battista</li>
<li>Federico De Roberto, <em>I Viceré</em>, prefazione di Giovanni Sabbatucci</li>
<li>Silvio Pellico, <em>Le mie prigioni</em>, prefazione di Luciano Canfora</li>
<li>Ippolito Nievo, <em>Le confessioni di un italiano</em>, prefazione di Sergio Romano</li>
<li> Carlo Collodi, <em>Le avventure di Pinocchio</em>, prefazione di Giovanni Belardelli</li>
<li>Antonio Fogazzaro, <em>Piccolo mondo antico</em>, prefazione di Ernesto Galli della Loggia</li>
<li>Gabriele d’Annunzio, <em>Il Piacere</em>, prefazione di Angelo Panebianco</li>
</ol>
<p>Molto Romanticismo, il grande classico del verismo, la dannunziana Italia della <em>belle epoque</em>, pedagogia per gli italiani giovinetti (anagraficamente e non solo) con il capolavoro di Collodi e il sempreverde &#8220;Cuore&#8221;. Certo non si è tradita la tradizione in questo elenco che scorso di sfuggita potrebbe sembrare l&#8217;elenco delle letture per le vacanze di qualche studente delle scuole medie e superiori. Letture certo da non dimenticare e che si cerca di attualizzare con la prefazione dell&#8217;intellettuale di punta, ma il progetto così come è presentato non perde il sapore stucchevole di un&#8217;iniziativa schiacciata dall&#8217;intento celebrativo, e soprattutto sospesa nel tempo: non poteva forse essere intrapresa pari pari (fatta eccezione forse solo per il romanzo di De Roberto ritornato in voga di recente) per Italia &#8217;61? A quale target è rivolta l&#8217;iniziativa? Alle generazioni più mature? Ma sono coloro per i quali questi romanzi sono alla base della loro formazione culturale e li hanno certamente letti (magari proprio negli anni &#8217;60) a scuola. Alle nuove generazioni? Per la maggior parte dei giovanissimi &#8211; i cosiddetti &#8220;nativi di internet&#8221; -  questi romanzi fanno parte dei &#8220;mattoni&#8221; da smaltire durante la carriera scolastica: raro che ne siano legati dall&#8217;affetto che dovrebbe suscitare in loro in quanto italiani. Già la nostra generazione &#8211; quella dei nati a cavallo degli anni &#8217;70 e &#8217;80 &#8211; nel panorama luccicante dell&#8217;enterteinment anni &#8217;80 ricorda meglio il &#8220;Cuore&#8221; versione cartone animato che il romanzo di De Amicis, mentre &#8220;Pinocchio&#8221;, volenti o nolenti, è legato indissolubilmente all&#8217;immagine disneyana.</p>

<p>Antiquariato librario low-cost dunque? Sfida estrema alla tecnologia dell&#8217;ebook, per cui l&#8217;acquisto di una nuova (ennesima) versione de &#8220;I promessi sposi&#8221; dovrebbe essere giustificata dalla prefazione che tenta di attualizzarlo e soprattutto dall&#8217;occasione celebrativa? Sembra davvero che questo 150° anniversario si stia traducendo nella raccolta di reliquie, oggetti, anticaglie da affastellare su scaffali stracolmi d&#8217;oggetti come memento di un&#8217;identità che appare sempre più fragile. Operazione ricordo, nostalgia, nessuna capacità di ripensare e di rielaborare i temi del Risorgimento, immagine di un&#8217;Italia immobile non certo solo sotto il profilo politico ma anche e soprattutto sotto quello della cosiddetta &#8220;cultura di massa&#8221;.</p>
<p>E Alessandro Gnocchi nell&#8217;articolo <em><strong>I libri che avrebbero dovuto fare l&#8217;Italia</strong></em>, pubblicato su &#8220;Il Giornale&#8221; lo scorso 16 gennaio lancia una provocazione interessante:</p>
<blockquote><p>Quali sono i libri che, invece, avrebbero dovuto fare (o rifare) l&#8217;Italia ma non ci sono riusciti perché, pur raggiungendo un pubblico ampio e una certa notorietà, si sono scontrati con resistenze culturali, politiche, editoriali?</p></blockquote>
<p>E ne cita alcuni: da Sergio Ricossa a Bruno Leoni a Curzio Malaparte, la cui opera completa è andata in ristampa ad ottobre per iniziativa di Adelphi e particolare interesse di Giorgio Pinotti (<a href="http://www.amazon.it/gp/product/8845925285?ie=UTF8&amp;tag=blogstorasseg-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=3370&amp;creative=23322&amp;creativeASIN=8845925285" target="_blank">compra su Amazon.it la nuova edizione Adelphi de &#8220;La Pelle&#8221; a 14 euro</a>), oltre a Carlo Mazzantini, Prezzolini, Volpe, Romero e Roberto Vivarelli tra gli storici.</p>
<p>L&#8217;occasione, in effetti, a parte i nomi citati da Gnocchi poteva essere meglio sfruttata non allo scopo &#8220;di fare&#8221; gli italiani secondo le istanze tradite del Risorgimento, ma per &#8220;fare&#8221; quella parte di storia che ancora non è stata fatta. Il trascorrere dei decenni potrebbe diventare utile per ritrovare quei passaggi, quelle opere, quei personaggi lasciati finora in secondo piano. E la questione si sta rivelando tutt&#8217;altro che secondaria se si pensa alle dinamiche innescatesi attorno alle figure di Sciascia e di Pasolini in questi mesi. In fondo, come ha ricordato Alberto Banti in un&#8217;intervista di Pino Di Blasio &#8211; <em><strong>Famiglia, onore, martirio: ecco l&#8217;Italia</strong></em> &#8211; pubblicata su &#8220;Il Giorno&#8221; lo stesso 16 gennaio:</p>
<blockquote><p>L&#8217;identità italiana non è  una condanna, non è un dato di natura, non è il concretizzarsi di un destino manifesto. È un processo storico, articolato e complesso, una costruzione concettuale storicamente determinata.</p></blockquote>
<p>Nel suo essere processo storico dovrebbe proporre un andamento dinamico, vivace, di rielaborazione e ridiscussione e non una retorica ripetizione<em> ad infinitum</em> di contenuti noti, operazione tanto più anacronistica quanto più inserita in un contesto culturale in cui sfumano le possibilità di pedagogizzazione degli individui.</p>
<p>E il discorso vale, come sottolinea Banti, sia per chi vede nell&#8217;identità «il concretizzarsi di un destino manifesto» di cui ribadire la legittimità, sia di quanti vivano quest&#8217;identità come una «condanna».</p>
<p>Chiudiamo citando la bella critica che Errico Buonanno fa sulle pagine de &#8220;Il Riformista&#8221; nell&#8217;articolo <em><strong>Il sangue del Sud. Revisionismo antistatale</strong></em> al nuovo romanzo di Giordano Bruno Guerri edito per Mondadori:</p>
<blockquote><p>Il revisionismo di cui è sempre gran campione (perché «uno storico, come qualsiasi altro studioso, non può che essere revisionista»), non punta alla sorpresa, ma a una delle visioni più serene, equlibrate e generose attorno all&#8217;Unità d&#8217;Italia degli ultimi tempi. «Un atto fondamentale, necessario e benigno», la cui memoria è stata inficiata  solo dalla confusione di due termini opposti: «patriottico» e «patriottardo».</p>
<p>Raccontando degli eccidi, della durezza e della cecità &#8220;piemontese&#8221;, Guerri stavolta ha deciso di regalarci un libro niente affatto scandaloso, ma (sia detto senza retorica) profondamente filoitaliano. Un trattato machiavellico, o idealista, sulla Ragion di Stato, che resta giusta nonostante la sua congenita indifferenza per i singoli. Un atto d&#8217;amore per il popolo reale, inghiottito dall&#8217;immagine roboante del Popolo Italiano. E filotaliano, in ultimo, perché, pur essendo italianamente antistatale, restituisce dignità e verità a qualcosa di importante: la nazione.</p></blockquote>

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		<title>La classe operaia andrà in paradiso? Riflessioni sulle rappresentazioni della fabbrica in Italia, luogo di lavoro e di creazione di identità</title>
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		<pubDate>Fri, 14 Jan 2011 11:33:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Claudia Covelli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Storia culturale]]></category>
		<category><![CDATA[Storia d'Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Costituzione italiana]]></category>
		<category><![CDATA[Emilio Gentile]]></category>
		<category><![CDATA[Referendum Mirafiori]]></category>
		<category><![CDATA[storia del socialismo]]></category>
		<category><![CDATA[storia dell'industria italiana]]></category>
		<category><![CDATA[storia della classe operaia]]></category>
		<category><![CDATA[Storia della Fiat]]></category>

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		<description><![CDATA[Voto operaio a Mirafiori: un'occasione per riflettere sulla storia delle rappresentazioni dell'industria e dei suoi lavoratori in Italia e sul tema dell'identità italiana nel 150° anniversario dell'Unità...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.blogstoria.it/wp-content/uploads/2011/01/voto.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-2969" title="Voto operai a Mirafiori" src="http://www.blogstoria.it/wp-content/uploads/2011/01/voto.jpg" alt="Voto operai a Mirafiori" width="253" height="152" /></a></p>
<p>In queste ore gli operai di Mirafiori stanno votando a favore o contro l&#8217;accordo siglato il 23 dicembre scorso, un accordo destinato  a definire non solo il futuro dell&#8217;azienda più discussa d&#8217;Italia, ma a inaugurare un nuovo modello di rapporto tra operai, sindacati e imprenditori. Della vicenda si sono occupati a lungo tutti i quotidiani e gli operai sono tornati di nuovo sugli schermi delle tv e sulle pagine dei giornali. &#8220;Operai&#8221;: espressione generica per definire una variegata serie di lavoratori, tanto più variegata nel mondo post-industriale in cui i contratti di lavoro sono quasi delineati ad personam, ma che eccheggia con forza evocando il mito di una &#8220;classe operaia&#8221; rimasta finora nell&#8217;immaginario collettivo l&#8217;ultimo baluardo di unità tra cittadini, in un&#8217;Italia che appare sempre più politicamente, geograficamente, economicamente disgregata.</p>
<p>Mito, dunque, o realtà? A definirlo sarà l&#8217;esito stesso del referendum. Esiste ancora una condivisione di obiettivi tra lavoratori che pur condividendo lo stesso luogo di lavoro e lo stesso ciclo produttivo, entrano in fabbrica con ruoli, posizioni, contratti diversi? Ma, soprattutto, permane un&#8217;auto-rappresentazione comune di classe operaia? Qualche decennio fa si era &#8220;operai&#8221; per sempre: la condivisione di un destino lavorativo comune creava un&#8217;identità condivisa spesso più efficace di altre, trasversale alla geografia, capace anche di assimilare le distanze politiche. Un&#8217;Italia operaia che dava corpo a quel primo articolo  della costituzione di matrice evidentemente socialista che recita che l&#8217;Italia è una repubblica fondata sul lavoro. Un aspetto interessante questo dell&#8217;autorappresentazione dell&#8217;Italia lavoratrice come elemento di condivisione di un&#8217;identità comune che curiosamente è stato poco dibattuto in questi mesi di riflessione sulla crisi dell&#8217;identità italiana. Eppure la vicenda Fiat ci riporta proprio a questo nodo. La Fiat, di cui si ribadisce il suo ruolo di prestigio nel panorama italiano, è la &#8220;prima industria del paese&#8221; non solo sotto il profilo economico, ma soprattutto sotto il profilo dell&#8217;immaginario nazionale.</p>
<p>La Fiat è l&#8217;Italia? Certo la questione legata agli stabilimenti Fiat è stata una delle poche a porsi trasversalmente a tutta la penisola: Mirafiori, Pomigliano, Termini Imerese. Il lungo dibattito tra l&#8217;azienda della famiglia Agnelli, il suo amministratore delegato e gli operai che vi lavorano ha riportato a una dimensione unitaria del paese in cui ciò che avviene in Piemonte è ancora legato a doppio filo con ciò che avviene in Calabria. La classe operaia è dunque ancora omogenea dal Piemonte alla Sicilia? Essere operai significa ancora avere un&#8217;identità che scavalca differenze regionali e identità locali? Gli operai di Pomigliano sono gli stessi di Mirafiori? O quello che permane è il mito di un&#8217;Italia operaia unita mentre gli stessi operai si disgregano in una miriade di posizioni differenti che si frammentano in base a differenze generazionali, regionali, contrattuali? Il dato interessante sotto il profilo culturale della vicenda Marchionne è proprio il bagaglio di miti e immagini cui si è fatto ricorso e su questo ci sentiamo di riflettere. Eppure proprio su questa retorica nessuno si è sentito di intervenire<em><p><a href="http://www.blogstoria.it/2011/01/14/la-classe-operaia-andra-in-paradiso-riflessioni-sulle-rappresentazioni-della-fabbrica-in-italia-luogo-di-lavoro-e-di-creazione-di-identita/">» Continua la lettura...  La classe operaia andrà in paradiso? Riflessioni sulle rappresentazioni della fabbrica in Italia, luogo di lavoro e di creazione di identità</a></p></em>]]></content:encoded>
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		<title>L&#8217;Italia della Belle Epoque attraverso lo sguardo di Emilio Salgari nel centenario della sua scomparsa</title>
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		<pubDate>Mon, 10 Jan 2011 15:51:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Claudia Covelli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Storia culturale]]></category>
		<category><![CDATA[Storia d'Italia]]></category>
		<category><![CDATA[centenario]]></category>
		<category><![CDATA[Emilio Salgari]]></category>
		<category><![CDATA[esotismo]]></category>
		<category><![CDATA[Paco Ignazio Taibo II]]></category>
		<category><![CDATA[Pino Cacucci]]></category>
		<category><![CDATA[tropicalismo]]></category>

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		<description><![CDATA[Nel centenario della morte di Emilio Salgari un'occasione per riflettere sull'attualità o meno dell'autore della saga dei pirati di Mompracem...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_2890" class="wp-caption alignleft" style="width: 148px"><a href="http://www.blogstoria.it/wp-content/uploads/2011/01/Emilio_Salgari_ritratto.jpg"><img class="size-full wp-image-2890" title="Emilio Salgàri (1862-1911)" src="http://www.blogstoria.it/wp-content/uploads/2011/01/Emilio_Salgari_ritratto.jpg" alt="Emilio Salgàri (1862-1911)" width="138" height="198" /></a><p class="wp-caption-text">Emilio Salgàri (1862-1911)</p></div>

<p>In queste ultime settimane BlogStoria si è occupato del rapporto tra storia e letteratura, soffermandosi soprattutto sugli autori dei romanzi di formazione d&#8217;oltreoceano. Ne è emerso un interessante parallelismo tra l&#8217;idea di formazione culturale dei giovani nella seconda metà dell&#8217;Ottocento e il contemporaneo processo di formazione degli stati nazionali in Occidente. A portarci a riflettere sul tema gli anniversari che ricorreranno in questo 2011. L&#8217;attenzione al periodo di transizione tra Ottocento e Novecento, gli autori di letteratura di formazione e le ricorrenze ci portano oggi ad affrontare un personaggio interessante del panorama letterario italiano: Emilio Salgàri, autore di una sterminata letteratura per ragazzi nella seconda metà dell&#8217;Ottocento, del quale quest&#8217;anno ricorrerà il centenario della morte. Emilio Salgàri muore infatti suicida, oppresso dai debiti e dal dolore per l&#8217;internamento in manicomio della moglie Ida, il 25 aprile del 1911 a Torino. Ad attirare l&#8217;attenzione sul tema, l&#8217;articolo di Pino Cacucci, <em><strong>L&#8217;eroe dell&#8217;anti-colonialismo che morì suicida in povertà</strong></em>, pubblicato sul &#8220;Corriere della sera&#8221;, il 3 gennaio scorso.</p>
<p>Nell&#8217;articolo Cacucci, oltre a ricordare le traversie dell&#8217;autore, segnala l&#8217;iniziativa che si svolgerà il 28 gennaio prossimo presso la Biblioteca civica di Verona, città natale dello scrittore, e che apre significativamente il calendario degli eventi legati al centenario della morte dell&#8217;autore: la presentazione del volume di Paco Ignazio Taibo II, <em>Ritornano le tigri della Malesia </em>(<a href="http://www.amazon.it/gp/product/8855801554?ie=UTF8&amp;tag=blogstorasseg-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=3370&amp;creative=23322&amp;creativeASIN=8855801554">compralo in anteprima su Amazon a soli 11,90 euro!</a>)<em>, </em>nel quale il celebre scrittore spagnolo definisce quella di Salgàri «letteratura antimperialista». Scrive Pino Cacucci, che presenterà il libro di Taibo a Verona:</p>
<blockquote><p>O almeno così ritiene Paco Taibo II, che gli attribuisce persino un alto valore educativo: «Un ragazzo che legge Salgàri, da adulto non potrà essere razzista».</p></blockquote>
<p>Anacronismo temporale (e geografico) questa attuale rilettura centro-sudamericana di Paco Taibo II (spagnolo ma risiedente in Messico dal 1958, quando la sua famiglia di tradizione socialista fu costretta a fuggire dal regime franchista)? Oppure davvero, lo scrittore veronese trapiantato nel 1892 in quella Torino fucina dell&#8217;élite dirigente dell&#8217;Italia delle tentate imprese coloniali fu un antimperialista ante-litteram?</p><em><p><a href="http://www.blogstoria.it/2011/01/10/litalia-della-belle-epoque-attraverso-lo-sguardo-di-emilio-salgari-nel-centenario-della-sua-scomparsa/">» Continua la lettura...  L&#8217;Italia della Belle Epoque attraverso lo sguardo di Emilio Salgari nel centenario della sua scomparsa</a></p></em>]]></content:encoded>
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		<title>Gli storici e il Risorgimento. Parte III &#8211; Interventi di Alberto Banti e Giuseppe Galasso</title>
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		<pubDate>Tue, 14 Dec 2010 15:22:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Claudia Covelli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Il dibattito sull'Unità d'Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Risorgimento]]></category>
		<category><![CDATA[150 anniversario]]></category>
		<category><![CDATA[Alberto Mario Banti]]></category>
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		<description><![CDATA[Chiudiamo la rassegna dedicata al dibattito sul Risorgimento, segnalando l'uscita di due articoli che ritornano sull'attuale strumentalizzazione dei suoi personaggi nel panorama politico attuale...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.blogstoria.it/wp-content/uploads/2010/12/risorgimento.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-2551" title="Risorgimento" src="http://www.blogstoria.it/wp-content/uploads/2010/12/risorgimento.jpg" alt="Risorgimento" width="254" height="187" /></a></p>
<p>Chiudiamo la rassegna dedicata al dibattito sul Risorgimento, segnalando l&#8217;uscita di due articoli che ritornano sull&#8217;attuale strumentalizzazione dei suoi personaggi nel panorama politico attuale. Il primo è l&#8217;articolo pubblicato da Giuseppe Galasso sul &#8220;Corriere della sera&#8221; il 10 dicembre dal titolo <strong><em>Se il Paese smarrisce l&#8217;identità non si può accusare Mazzini</em></strong>; il secondo è quello di Alberto Mario Banti uscito su &#8220;Il Foglio&#8221; l&#8217;11 dicembre intitolato <strong><em>Risorgimento addio</em></strong>, risposta dello storico alla polemica scaturita in seguito al suo intervento su &#8220;Repubblica&#8221; il 16 novembre scorso e<a href="http://www.blogstoria.it/2010/12/07/gli-storici-e-il-risorgimento-ii/" target="_self"> seguita con attenzione da Marina Valensise</a> per il quotidiano di Giuliano Ferrara.</p>
<p>I due articoli affrontano da due punti di vista diversi lo stesso tema: quello della riscoperta di alcuni personaggi del Risorgimento in occasione del biennio di celebrazioni per il 150° anniversario dell&#8217;Unità, riscoperta che &#8211; come abbiamo visto &#8211; ha spesso assunto il tono di un vero e proprio &#8220;recupero&#8221; &#8211; nella speculare accezione della nobilitazione e, a dire il vero più spesso, della demolizione &#8211; finalizzato a sostenere, suffragare, legittimare posizioni politiche e riforme istituzionali attuali.</p><em><p><a href="http://www.blogstoria.it/2010/12/14/gli-storici-e-il-risorgimento-iii-interventi-di-alberto-banti-e-giuseppe-galasso/">» Continua la lettura...  Gli storici e il Risorgimento. Parte III &#8211; Interventi di Alberto Banti e Giuseppe Galasso</a></p></em>]]></content:encoded>
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		<title>Chiesa e Risorgimento. Manuel Borutta e la kulturkampf italiana</title>
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		<pubDate>Thu, 09 Dec 2010 15:43:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Claudia Covelli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cattolici]]></category>
		<category><![CDATA[Storia culturale]]></category>
		<category><![CDATA[Storia d'Europa]]></category>
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		<category><![CDATA[Chiesa Cattolica]]></category>
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		<description><![CDATA[Continuiamo la riflessione sul Risorgimento presentando il volume "Antikatholizismus. Deutschland und Italien im Zeitalter der europäischen Kulturkämpfe" (Anticattolicesimo. Germania e Italia ai tempi dei Kulturkampf europei) di Manuel Borutta...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_2524" class="wp-caption alignleft" style="width: 210px"><a href="http://www.blogstoria.it/wp-content/uploads/2010/12/Borutta.jpg"><img class="size-full wp-image-2524" title="La copertina del volume di Manuel Borutta" src="http://www.blogstoria.it/wp-content/uploads/2010/12/Borutta.jpg" alt="La copertina del volume di Manuel Borutta" width="200" height="299" /></a><p class="wp-caption-text">La copertina del volume di Manuel Borutta</p></div>

<p>Continuiamo la riflessione sul Risorgimento presentando il volume <em><strong>Antikatholizismus. Deutschland und Italien im Zeitalter der europäischen  Kulturkämpfe</strong></em> (&#8220;Anticattolicesimo. Germania e Italia ai tempi dei  Kulturkampf europei&#8221;, Vandenhoeck &amp; Ruprecht, 2010) di Manuel Borutta, giovane studioso dell&#8217;Università di Colonia. Ne ha parlato ieri &#8220;Avvenire&#8221; nell&#8217;articolo-intervista  di Andrea Galli <em>Kulturkampf all’italiana</em>. In Germania il volume è stato recensito tra gli altri da Harm Klueting sulla rivista scientifica <a href="http://www.sehepunkte.de/2010/05/17713.html" target="_blank">Sehepunkte</a>.</p>
<p>Il libro di Borutta fa un interessante parallelismo tra l&#8217;operazione di kulturkampf compiuta dalla Germania bismarckiana e l&#8217;attacco alla Chiesa cattolica compiuto dalle forze progressive italiane all&#8217;indomani dell&#8217;unificazione. La simmetria cronologica tra il processo di unificazione tedesco e quello italiano torna ad essere una interessante prospettiva per una riflessione comparata tra i due processi di <em>nation-building</em> e il volume di Manuel Borutta ne mette a fuoco uno dei nodi più interessanti: il rapporto tra le classi dirigenti, protagoniste del processo di unificazione e di organizzazione istituzionale degli stati nascenti, e la Chiesa cattolica. Parallelismo quello italo/tedesco sul tema del rapporto tra chiesa cattolica e potere politico che ha trovato ampio spazio all&#8217;interno degli studi sui regimi totalitari degli anni &#8217;20/&#8217;30 del novecento, ma che raramente è stato utilizzato per analizzare il periodo precedente, quello della nascita quasi simultanea dei due stati nazionali europei.</p>
<p>Lo fa Manuel Borutta introducendo la categoria &#8211; apparentemente tutta tedesca &#8211; di <strong>kulturkampf</strong>. Vi fu, dunque, una guerra culturale contro la chiesa cattolica anche in Italia? La risposta che Borutta dà ad Andrea Galli in proposito è chiara:</p>
<blockquote><p>Sì, lo fu. Quello del Kulturkampf è stato un fenomeno globale che ha interessato ampie zone dell’Europa e dell’America Latina. In ultimo si è trattato di uno scontro sul ruolo e il significato della religione nella modernità.</p></blockquote>
<p>La kulturkampf si inserisce, dunque, nel contesto della secolarizzazione, fenomeno che caratterizza il mondo Occidentale nell&#8217;età contemporanea e che si coniuga con quello complementare della modernizzazione. E su questo punto il processo italiano e quello tedesco divergono:</p>
<blockquote><p>In Germania ha giocato un ruolo importante l’identificazione del protestantesimo con la nazione e la modernità [...] In Italia la maggior parte dei liberali mirava invece a una riforma del cattolicesimo più che alla sua abolizione.[...] Con la Sinistra storica tuttavia guadagnarono un influsso sul governo e le sue politiche anche forze più radicali e antireligiose, soprattutto di matrice positivista. E nel complesso i passaggi dall’anticlericalismo all’anticattolicesimo furono continui.</p></blockquote>
<div id="attachment_2523" class="wp-caption alignright" style="width: 384px"><a href="http://www.blogstoria.it/wp-content/uploads/2010/12/1875KulturkampfBismarckPiusIXChess.jpg"><img class="size-full wp-image-2523" title="Vignetta satirica: Bismarck e Pio IX si giocano a scacchi la kulturkampf" src="http://www.blogstoria.it/wp-content/uploads/2010/12/1875KulturkampfBismarckPiusIXChess.jpg" alt="Vignetta satirica: Bismarck e Pio IX si giocano a scacchi la kulturkampf" width="374" height="294" /></a><p class="wp-caption-text">Vignetta satirica: Bismarck e Pio IX si giocano a scacchi la kulturkampf</p></div><em><p><a href="http://www.blogstoria.it/2010/12/09/chiesa-e-risorgimento-manuel-borutta-e-la-kulturkampf-italiana/">» Continua la lettura...  Chiesa e Risorgimento. Manuel Borutta e la kulturkampf italiana</a></p></em>]]></content:encoded>
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