Archive for category Uso pubblico della storia

Dicono di noi. Le Monde: “Craxi, o la memoria corta degli italiani” (di Philippe Ridet)

La tomba di Bettino Craxi ad Hammamet

A 420 euro, trasporto e pernottamento in hotel compresi, i tre aerei che sono partiti, venerdì 15 gennaio, da Milano, Roma e Palermo con destinazione Hammamet (Tunisia) si sono riempiti rapidamente. A bordo, alcuni fedeli, alcuni nostalgici di Benedetto Craxi, detto “Bettino”. Per niente al mondo, si sarebbero persi una visita al cimitero cristiano ai piedi delle mura della medina. Qui riposa colui che è stato il Presidente del Consiglio dal 1983 al 1987, condannato a parecchi  anni di prigione per finanziamento illecito del Partito socialista italiano. Per sottrarsi alla prigione, ha scelto l’esilio in Tunisia, dove è morto, dieci anni fa, il 19 gennaio 2000.

Ma ai compagni che non hanno mai dubitato delle virtù di colui che ha incarnato la corruzione della classe politica alla fine degli anni ottanta e all’inizio degli anni novanta si sono aggiunti quest’anno tre ministri. Avendo mosso i loro primi passi accanto a Bettino Craxi, Franco Frattini (Affari esteri), Renato Brunetta (Pubblica amministrazione) e Maurizio Sacconi (Lavoro) hanno scelto questa  volta di ostentare la loro fedeltà alla luce del sole.

Bettino Craxi

Bettino Craxi

Dieci anni sono un lasso di tempo troppo breve per fare il bilancio del craxismo, ma abbastanza  lungo per dimenticare le sue peregrinazioni. Le commissionisui lavori pubblici incassate per finanziare il partito? Bettino Craxi passa al giorno d’oggi per essere il solo ad aver pagato per un sistema di corruzione praticato da tutti. “Lo sguardo degli italiani sull’opera di Craxi è cambiato” spiega la figlia dell’ex proscritto, Stefania, sottosegretario di Stato agli Affari esteri e presidente dell’Associazione a cui sono affidati gli archivi di suo padre. “Le riflessioni di mio padre sulla riorganizzazione del potere, sulla trasformazione dello stato in repubblica presidenziale,  sulla riforma del lavoro, o ancora sul dialogo Nord-Sud hanno prevalso sui suoi problemi giudiziari. Ci si rende conto che le sue esigenze di allora sono ancora quelle del giorno d’oggi.”

Poco a poco emerge l’uomo di Stato. Il giovane politico che prende le redini del partito socialista a meno di quarant’anni, e gli ritaglia un posto tra i due colossi che sono allora il Partito comunista e la Democrazia cristiana, che insieme totalizzano il 70% dei suffragi. Il cinquantenne chiamato alla Presidenza del Consiglio. Il capo del governo che ridusse l’inflazione e affermò la potenza dell’Italia.

Alla Fondazione Craxi, nell’elegante quartiere dei Parioli, a Roma, Andrea Spiri, il giovane storico che amministra il patrimonio degli archivi, tiene i conti. Nel 2008 sono state scritte settantacinque tesi di dottorato su Bettino Craxi, e senza dubbio un numero maggiore nel 2009. Allo stesso modo le domande dei ricercatori per accedere ai 500.000 documenti sono in crescita. “Più che di un interesse storico, si tratta anche di un interesse politico”, assicura. “Tutte le problematiche di oggi sono già presenti, segnatamente quelle del rapporto tra la politica e la giustizia”.

Bettino Craxi con Silvio Berlusconi

Bettino Craxi con Silvio Berlusconi

Silvio Berlusconi, che Craxi molto aiutò a costruire il suo impero mediatico grazie ad alcune leggi su misura, non si è sbagliato, a non voler vedere nella figura di Bettino Craxi altro che un “perseguitato”. “Si vede bene l’interesse di Berlusconi, lui stesso perseguito dalla giustizia, a strumentalizzare la figura di Craxi”, ritiene lo storico Andrea Gervasoni, autore di numerose opere sul leader socialista. “Ma, per la destra, recuperare la figura di Craxi significa anche dotarsi di tutto un sostrato ideologico, liberale e sociale, che il berlusconismo non ha saputo creare”.

I nemici di ieri, soprattutto gli ex comunisti, di cui Craxi ha minacciato l’egemonia senza poterla ridurre, si dicono pronti anche loro a dargli un posto nel pantheon della sinistra.

Anche la decisione del sindaco di Milano Letizia Moratti, di intitolare una piazza o una via della città all’ex Presidente del Consiglio non ha provocato la polemica che ci si aspettava. Certamente la Lega Nord e l’Italia dei valori dell’ex magistrato Antonio di Pietro, che hanno costruito il loro successo sulla denincia della corruzione, hanno protestato. Continuano a fustigare il “demonio Craxi”, “il ladro”, “il fuggiasco”. Ma la manifestazione organizzata il 9 gennaio a Milano contro “una riabilitazione che è una violenza fatta alla Storia” non ha radunato che trecento persone.

Per Antimo Farro, sociologo all’università La Sapienza di Roma, “una parte dell’opinione pubblica italiana vede ormai Craxi come un punto di riferimento”.  “C’è una nostalgia del periodo in cui Craxi era al potere”  sostiene Andrea Gervasoni. “Nostalgia della crescita, degli inizi della televisione  privata, dei consumi facili. Ma soprattutto” insiste lo storico “d’un periodo in cui la politica era considerata come più serena”. Perché l’operazione riabilitazione implica che si rimettano in discussione le inchieste del pool di magistrati anticorruzione che mise fine alla carriera politica di Craxi, portò alla sparizione all’inizio degli anni novanta di cinque partiti politici, aprendo un’era di incertezza nella quale l’Italia vive ancora.

“Nell’epoca di Craxi” aggiunge Alessandro Campi, direttore scientifico della Fondazione Farefuturo, vicina al presidente della Camera Gianfranco Fini, “c’è una classe politica certamente corrotta, ma di valore. Quindici anni dopo, cosa resta? Dei politici eletti e dei responsabili mediocri. Accanto a loro, Craxi resta un gigante”.

Craxi, ou la mémoire courte des Italiens di Philippe Ridet (“Le Monde”, 19 gennaio 2010)

(traduzione di Ilaria M.P. Barzaghi)

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Lucio Villari: il Risorgimento “una felice congiunzione astrale sotto il segno della modernizzazione”

Gerolamo Induno, L’imbarco di Garibaldi

Gerolamo Induno, L’imbarco di Garibaldi

In un’intervista apparsa oggi su “Tuttolibri” della “Stampa”,  lo  storico Lucio Villari aggiunge la sua autorevole voce all’ormai rovente dibattito di queste settimane su Risorgimento e Unità d’Italia, in occasione dell’uscita del suo libro Bella e perduta. L’Italia del Risorgimento (Laterza). Nella conversazione Villari definisce il Risorgimento “humus fondamentale delle nostre origini”, sottolineandone il valore di processo modernizzatore del paese. E riguardo al presente cita Croce: “Ci sono popoli, come ci sono individui che hanno tratto forza di rinnovamento dalla nausea di se stessi, cioè del loro passato”.

Come sapeva Croce, ci salverà la nausea

di Mirella Serri

Le dame di corte piemontesi lo avevano ribattezzato sporcaciun. Più lieve, Francesco De Sanctis discettava di «un certo amabile folleggiare… pieno di buon umore ». E così a volte la fama di bon vivant e donnaiolo, o tutt’ al più quella di scrittore e pittore, ha oscurato l’abile politico. Massimo D’Azeglio, il grande bardo liberale moderato – dopo una fugace simpatia e vicinanza alle sette mazziniane e segrete – diventerà dal 1849 al 1852 un presidente del Consiglio del Regno di Sardegna pronto a giocare tutte le sue carte a favore della pace e delle riforme costituzionali.  Insomma sarà un grande e sottovalutato tessitore dell’unità della Penisola, questo scrittore nelle cui  opere lo storico Lucio Villari s’imbatté da ragazzino.

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Storia e Comunicazione: le sfide della contemporaneità

la_comunicazionePubblichiamo l’interessante articolo di Alfonso Berardinelli, uscito su “Il Foglio” lo scorso 19 settembre. Berardinelli recensisce il nuovo libro di Mario Perniola “Miracoli e traumi della comunicazione” in uscita per Einaudi (pp.153, euro 10). Al centro del saggio il tema dell’”ontologia della fattualità”, ossia della costruzione di fatti reali ed eventi storici.

Un tema, a nostro parere, di profondo interesse per lo storico e soprattutto per lo studioso di storia contemporanea. Un’occasione per fare il punto sul complesso rapporto tra Storia e Comunicazione.

Ecco perchè gli storici hanno iniziato a farsi dare lezione pure dai filosofi.

[...] Che cosa è successo in questi ultimi decenni? Come è successo? In quale “epoca storica” ci è capitato di vivere? E ancora: non abbiamo avvertito tutti che negli avvenimenti accaduti c’era fin dall’inizio qualcosa di misteriosamente eppure percettibilmente irreale? Non abbiamo avvertito una certa inconsistenza e “ineffettualità” dell’effettuale, di ciò che avveniva ed era avvenuto?

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Memoria di una nazione: intervista a Mario Isnenghi

La Memoria - René Magritte, 1945

La Memoria - René Magritte, 1945

Riportiamo l’intervista completa di Paolo Mereghetti allo storico Mario Isnenghi pubblicata il primo agosto sul “Corriere della Sera”, sul rapporto tra storia, memoria collettiva e ricordo individuale.

Il tema, fondamentale per gli studiosi di storia, ma anche essenziale per la costruzione di un’identità nazionale, ci pare particolarmente interessante per cercare di comprendere il dibattito culturale e politico sviluppatosi in questi giorni attorno alla celebreazioni per 150° anniversario dell’Unità d’Italia.

Un paese di ricordi personali, mai condivisi

Mario Isnenghi è lo storico italiano che forse più di tutti ha lavorato sul tema della memoria rispetto alla storia dell’Italia.

A lui, abbiamo rivolto alcune domande sulla voglia di «ricordare poco» degli italiani.

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Via Rasella tra abuso pubblico della storia e uso storico di una sentenza

Rastrellamento di via Rasella

Rastrellamento di via Rasella

L’altro ieri molti giornali italiani (in particolare Il Sole 24 ore, La Stampa, Il Corriere della sera, L’Unità e Il Manifesto), hanno riportato la notizia che,  secondo la Cassazione (sentenza 1691),

I partigiani che, il 23 marzo 1944, condussero l’attacco di via Rasella nei confronti dei soldati nazisti non furono dei «massacratori civili», ma fecero una «legittima azione di guerra». Commette pertanto diffamazione, ed è tenuto a risarcire il danno, chi li apostrofa in questo modo (Il Sole 24 ore).

La sentenza accoglie il ricorso presentato da Elena, figlia dei gappisti Rosario Bencivenga e Carla Capponi, contro il quotidiano Il Tempo che parlò di “massacratori civili” ritenendo che tra i caduti del reggimento Bozen delle SS ci potesse essere qualche passante.

La “domanda più tormentosa” che la vicenda solleva in Jacopo Jacobini sulla Stampa è:

cosa spinge il confronto pubblico italiano (storiografico, ma anche politico e giudiziario) a tornare di continuo su quella giornata in cui furono uccisi 33 tedeschi, che precede la rappresaglia alle Fosse Ardeatine, con 335 civili assassinati?

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Dell’uso pubblico della storia

Dangerous gamesPubblichiamo la traduzione dell’interessante recensione del libro di Margaret MacMillan, Dangerous games. The Uses and Abuses of History, pubblicata a cura di David M. Kennedy, storico della Stanford University, il 16 luglio scorso sul New York Times.

A cosa serve la storia

Viviamo tutti nella storia. Alcuni la fanno, altri sono fatti – o dis-fatti – da essa. Molti di noi la leggono. Un po’ la scrivono. La maggior parte di noi tenta, almeno di tanto in tanto, di farne uso, generalmente rovistando nel passato in cerca di analogie per spiegare il presente e predire il futuro.  E ben più di un po’ di noi, secondo la documentata opinione di Margaret MacMillan, in genere la rattoppano malamente.

La MacMillan, canadese di nascita e rettore del St. Antony’s College di Oxford, è un’esperta storica che ha scritto del British Raj, delle paci di Parigi del 1919 e delle relazioni di Richard Nixon con la Cina. “Dangerous games” è un atto d’accusa frequentemente sarcastico e coerentemente provocatorio degli innumerevoli modi in cui la storia, come modo per comprendere il mondo, è troppo spesso distorta, politicizzata e duramente maltrattata.

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