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	<description>&#34;Ogni vera storia è storia contemporanea&#34;. B. Croce, 1938.</description>
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		<title>Berlusconi, storicamente parlando</title>
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		<pubDate>Thu, 04 Mar 2010 10:01:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ennio Passalia</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ida Dominijanni
il manifesto 23/2/10

«Una corte è una corte, e i cortigiani sono vil razza dannata, lo si sa dal melodramma. Ma dietro il fumo divisivo, l’avvelenamento dell’aria, la guerra di tutti contro tutti, c’è sempre un difetto di conduzione che risale al principe. Berlusconi non va in parlamento da quando presentò alle camere il governo, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><em><a href="http://www.blogstoria.it/wp-content/uploads/2010/03/silvio-berlusconi1.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1132" src="http://www.blogstoria.it/wp-content/uploads/2010/03/silvio-berlusconi1-300x246.jpg" alt="" width="300" height="246" /></a>Ida Dominijanni</em></strong></p>
<p><em>il manifesto 23/2/10</em><strong><em><br />
</em></strong></p>
<p>«Una corte è una corte, e i cortigiani sono vil razza dannata, lo si sa dal melodramma. Ma dietro il fumo divisivo, l’avvelenamento dell’aria, la guerra di tutti contro tutti, c’è sempre un difetto di conduzione che risale al principe. Berlusconi non va in parlamento da quando presentò alle camere il governo, e sono quasi due anni. Non fa un discorso impegnativo da mesi e mesi. Non tiene ferma la barra e non la fissa con chiarezza su una rotta di iniziative e di riforme discernibile, che sia il segno esterno chiaro del significato del suo comando, della sua leadership». Non è un giornale di quelli che il premier definisce «disfattisti» a stilare questi giudizi ma «il Foglio», per la penna dell’Elefantino Giuliano Ferrara, preoccupato del rischio di una ingloriosa decadenza della leadership del cavaliere. Dunque ci si può credere, la fine dell’era berlusconiana sta entrando nell’ordine di idee dei collaboratori più prossimi del premier, non solo nei desiderata degli avversari più lontani. Quanto però a intuire, di questa fine, le modalità possibili, o a delineare gli scenari del dopo, qui l’immaginazione politica difetta, a destra e a manca. E a destra e a manca azzarda più la previsione di un’erosione interna che quella di una spallata esterna: una corte è una corte, e in linea con la regressione dell’Italia da democrazia costituzionale a monarchia assoluta sarà utile rispolverare le reminescenze shakespeariane sul marcio, il verminaio, la decomposizione che implacabilmente maturano sotto l’apparente splendore delle corti, attaccando prima prima o poi il corpo del re e il corpo del popolo nella loro unità mistica e nella loro identificazione speculare.<br />
Anche la saggistica d’opposizione la pensa così. A immaginare la fine dell’era berlusconiana si spingono due libri recenti, «Berlusconi passato alla storia. L’Italia nell’era della democrazia autoritaria» di Antonio Gibelli, appena uscito da Donzelli, e «La bolla. La pericolosa fine del sogno berluisconiano» di Curzio Maltese (Feltrinelli). Tutti e due, con maggiori cautele il primo e con maggior sicurezza il secondo, leggono i segni e i segnali del tramonto seminati dai cosiddetti «scandali» dell’ultimo anno (Maltese: «La favola nera di Silvio Berlusconi è finita con la regina che grida al re nudo»), tutti e due lo immaginano venato delle stesse tinte fosche che hanno caratterizzato l’alba e il mezzogiorno del berlusconismo, tutti e due lo affidano più a una consunzione o autoimplosione interna che a una riscossa della sinistra. Per Gibelli, «quel che si può intravedere è una maggiore scollamento della maggioranza», e «quel che si può prevedere è il declino biologico del leader», inesorabile contrappasso rispetto all’investimento da lui compito sulla propria persona e la sua vitalità: «esattamente come accadde nel caso di Mussolini, quando i segni del suo declino corporeo furono interpretati come indizi del suo tramonto politico». E come nel caso di Mussolini, «è assai probabile che gli italiani diventino in maggioranza antiberlusconiani non prima ma dopo che il leader sarà tramontato». Prospettiva deprimente, che non solo riporta a galla il carattere nazionale del conformismo, ma dice quanto profonda sia l’impronta dell’egemonia berlusconiana sul ventennio, e quanto complicato sia disfarsene: «Chi si illude che tutto si risolverà con la fine di Berlusconi, magari accelerata dagli scandali, commette – scrive Maltese – lo stesso errore di chi alla fine della prima Repubblica si illudeva che bastasse mandare in galera o a Hammamet qualche leader corrotto. Dimostra di non capire quanto e come ha agito il berlusconismo nella società. Non è stato il fascismo, ma ha svuotato la democrazia, nei palazzi delle istituzioni come nelle teste dei cittadini. Non è stato facile arrivare a tanto e non sarà semplice uscirne». Maltese ricorda del resto, e fa bene, quanta incredulità suscitasse nel ‘93-’94, fra i politici e i commentatori di sinistra, l’ipotesi della scesa in campo prima, e poi della vittoria di Berlusconi; e quando scrive che ancora oggi, per quanto possa sembrare assurdo, «Berlusconi resta un oggetto misterioso per i leader della sinistra», mette il dito sulla piaga di un’opposizione che per vent’anni, oscillando fra demonizzazione e compromesso, non ha mai saputo prendere la misura giusta del fenomeno e la mira giusta del contrattacco.<br />
Vent’anni però, per quanto si possano contrarre nella memoria di noi che li abbiamo vissuti e patiti quotidianamente, dal punto di vista dell’analisi storica sono un tempo sufficiente a delineare un’epoca. Vent’anni durò il fascismo, dodici il nazismo, e in molti meno si sono decisi processi storici di pari entità. Dunque, non solo dal punto di vista politico ma anche dal punto di vista storiografico, il berlusconismo, scrive Gibelli, «è venuto il momento di prenderlo sul serio»: non meno dell’«età giolittiana», l’«Italia berlusconiana» appare ormai compiutamente definita da un insieme compatto di coordinate riconoscibili.<br />
Quali? Galoppando fra la genesi (negli anni 80 di Craxi), l’esordio (il dopo-Tangentopoli), il successo, gli alleati (Lega e cattolicesimo tradizionalista in primo luogo), Gibelli le riassume in modo essenziale, con il linguaggio e la sintesi di una lezione di storia rivolta a chi verrà, o a chi nell’Italia berlusconiana è nato e cresciuto e non ne ricorda o non ne immagina un’altra. Personalizzazione e spettacolarizzazione della politica, ridimensionamento del ruolo dei partiti tradizionali a vantaggio di movimenti a leadership carismatica, affermazione di tendenze antipolitiche «più durature e tenaci» di quelle affiorate in precedenza nella storia nazionale, primato della televisione nella formazione del costume e dell’opinione pubblica: qui sta la fenomenologia di quello che può a buon diritto definirsi «la manifestazione per ora più compiuta della politica post moderna» nell’Occidente democratico. Un – triste – primato in cui l’Italia torna a rivelarsi il laboratorio sintomatico di una tendenza più ampia, occidentale appunto, alla de-formazione della democrazia liberale costituzionale. Deformazione che passa sotanzialmente per l’abbattimento della divisione dei poteri, il loro accentramento in una persona sola, il ritorno di una sovranità assoluta, cioè affrancata dal controllo dei contropoteri, la magistratura in primo luogo. E’ quello che sappiamo dalla cronaca. L’occhio dello storico è d’aiuto però su un punto cruciale, sul quale l’occhio dei politici e degli osservatori invece indigia e oscilla da anni: la congruità del termine «regime» per definire il berlusconismo, la legittimità del paragone con il fascismo, l’autoritarismo, il totalitarismo. Con precisione, scrive Gibelli che se è «improprio parlare di una dittatura in senso classico, è insostenibile la tesi che ci si muova nella normalità democratica»: trattandosi ormai piuttosto di una «democrazia illiberale». E ancora: «L’uso di termini come autoritarismo e totalitarismo viene spesso boillato come manifestazione di un allarmismo ingiustificato e controproducente. Quando non è frutto di conformismo, questo atteggiamento discende da un equivoco. E’ chiaro che i due termini possono essere applicati solo a patto di mettere l’accento sulle forti differenze di significato rispetto ai loro usi classici. Autoritarismo non può significare in questo caso uso prevalente della forza repressiva dello Stato». Ma nel discorso politico berlusconiano «è possibile cogliere una vocazione in senso lato totalitaria»: ad esempio nella fobia per il contraddittorio, o nella sostituzione del «popolo – il tutto – al partito – la parte. Così come, se è evidente che «Berlusconi non è né Hitler né Mussolini», comuni ai tre sono elementi inquetanti di uso del carisma, dell’immagine, della fascinazione personale. Quanto basta per tentare di uscire dal ventennio prima che imploda da sé.</p>
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		<title>Dicono di noi. Le Monde: “Craxi, o la memoria corta degli italiani” (di Philippe Ridet)</title>
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		<pubDate>Wed, 27 Jan 2010 21:56:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ilaria M. P. Barzaghi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[A 420 euro, trasporto e pernottamento in hotel compresi, i tre aerei che sono partiti, venerdì 15 gennaio, da Milano, Roma e Palermo con destinazione Hammamet (Tunisia) si sono riempiti rapidamente. A bordo, alcuni fedeli, alcuni nostalgici di Benedetto Craxi, detto “Bettino”. Per niente al mondo, si sarebbero persi una visita al cimitero cristiano ai [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_1106" class="wp-caption alignright" style="width: 310px"><a href="http://www.blogstoria.it/wp-content/uploads/2010/01/tunisia-hammamet-craxi.jpg"><img class="size-medium wp-image-1106" src="http://www.blogstoria.it/wp-content/uploads/2010/01/tunisia-hammamet-craxi-300x199.jpg" alt="" width="300" height="199" /></a><p class="wp-caption-text">La tomba di Bettino Craxi ad Hammamet</p></div>
<p>A 420 euro, trasporto e pernottamento in hotel compresi, i tre aerei che sono partiti, venerdì 15 gennaio, da Milano, Roma e Palermo con destinazione Hammamet (Tunisia) si sono riempiti rapidamente. A bordo, alcuni fedeli, alcuni nostalgici di Benedetto Craxi, detto “Bettino”. Per niente al mondo, si sarebbero persi una visita al cimitero cristiano ai piedi delle mura della medina. Qui riposa colui che è stato il Presidente del Consiglio dal 1983 al 1987, condannato a parecchi  anni di prigione per finanziamento illecito del Partito socialista italiano. Per sottrarsi alla prigione, ha scelto l’esilio in Tunisia, dove è morto, dieci anni fa, il 19 gennaio 2000.</p>
<p>Ma ai compagni che non hanno mai dubitato delle virtù di colui che ha incarnato la corruzione della classe politica alla fine degli anni ottanta e all’inizio degli anni novanta si sono aggiunti quest’anno tre ministri. Avendo mosso i loro primi passi accanto a Bettino Craxi, Franco Frattini (Affari esteri), Renato Brunetta (Pubblica amministrazione) e Maurizio Sacconi (Lavoro) hanno scelto questa  volta di ostentare la loro fedeltà alla luce del sole.</p>
<div id="attachment_1107" class="wp-caption alignleft" style="width: 218px"><a href="http://www.blogstoria.it/wp-content/uploads/2010/01/bettino-craxi-partito-socialista.jpg"><img class="size-medium wp-image-1107" src="http://www.blogstoria.it/wp-content/uploads/2010/01/bettino-craxi-partito-socialista-208x300.jpg" alt="Bettino Craxi" width="208" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Bettino Craxi</p></div>
<p>Dieci anni sono un lasso di tempo troppo breve per fare il bilancio del craxismo, ma abbastanza  lungo per dimenticare le sue peregrinazioni. Le commissionisui lavori pubblici incassate per finanziare il partito? Bettino Craxi passa al giorno d’oggi per essere il solo ad aver pagato per un sistema di corruzione praticato da tutti. “Lo sguardo degli italiani sull’opera di Craxi è cambiato” spiega la figlia dell’ex proscritto, Stefania, sottosegretario di Stato agli Affari esteri e presidente dell’Associazione a cui sono affidati gli archivi di suo padre. “Le riflessioni di mio padre sulla riorganizzazione del potere, sulla trasformazione dello stato in repubblica presidenziale,  sulla riforma del lavoro, o ancora sul dialogo Nord-Sud hanno prevalso sui suoi problemi giudiziari. Ci si rende conto che le sue esigenze di allora sono ancora quelle del giorno d’oggi.”</p>
<p>Poco a poco emerge l’uomo di Stato. Il giovane politico che prende le redini del partito socialista a meno di quarant’anni, e gli ritaglia un posto tra i due colossi che sono allora il Partito comunista e la Democrazia cristiana, che insieme totalizzano il 70% dei suffragi. Il cinquantenne chiamato alla Presidenza del Consiglio. Il capo del governo che ridusse l’inflazione e affermò la potenza dell’Italia.</p>
<p>Alla Fondazione Craxi, nell’elegante quartiere dei Parioli, a Roma, Andrea Spiri, il giovane storico che amministra il patrimonio degli archivi, tiene i conti. Nel 2008 sono state scritte settantacinque tesi di dottorato su Bettino Craxi, e senza dubbio un numero maggiore nel 2009. Allo stesso modo le domande dei ricercatori per accedere ai 500.000 documenti sono in crescita. “Più che di un interesse storico, si tratta anche di un interesse politico”, assicura. “Tutte le problematiche di oggi sono già presenti, segnatamente quelle del rapporto tra la politica e la giustizia”.</p>
<div id="attachment_1108" class="wp-caption alignright" style="width: 160px"><a href="http://www.blogstoria.it/wp-content/uploads/2010/01/craxi-berlusconi_lang.jpg"><img class="size-thumbnail wp-image-1108" src="http://www.blogstoria.it/wp-content/uploads/2010/01/craxi-berlusconi_lang-150x150.jpg" alt="Bettino Craxi con Silvio Berlusconi" width="150" height="150" /></a><p class="wp-caption-text">Bettino Craxi con Silvio Berlusconi</p></div>
<p>Silvio Berlusconi, che Craxi molto aiutò a costruire il suo impero mediatico grazie ad alcune leggi su misura, non si è sbagliato, a non voler vedere nella figura di Bettino Craxi altro che un “perseguitato”. “Si vede bene l’interesse di Berlusconi, lui stesso perseguito dalla giustizia, a strumentalizzare la figura di Craxi”, ritiene lo storico Andrea Gervasoni, autore di numerose opere sul leader socialista. “Ma, per la destra, recuperare la figura di Craxi significa anche dotarsi di tutto un sostrato ideologico, liberale e sociale, che il berlusconismo non ha saputo creare”.</p>
<p>I nemici di ieri, soprattutto gli ex comunisti, di cui Craxi ha minacciato l’egemonia senza poterla ridurre, si dicono pronti anche loro a dargli un posto nel pantheon della sinistra.</p>
<p>Anche la decisione del sindaco di Milano Letizia Moratti, di intitolare una piazza o una via della città all’ex Presidente del Consiglio non ha provocato la polemica che ci si aspettava. Certamente la Lega Nord e l’Italia dei valori dell’ex magistrato Antonio di Pietro, che hanno costruito il loro successo sulla denincia della corruzione, hanno protestato. Continuano a fustigare il “demonio Craxi”, “il ladro”, “il fuggiasco”. Ma la manifestazione organizzata il 9 gennaio a Milano contro “una riabilitazione che è una violenza fatta alla Storia” non ha radunato che trecento persone.</p>
<p>Per Antimo Farro, sociologo all’università La Sapienza di Roma, “una parte dell’opinione pubblica italiana vede ormai Craxi come un punto di riferimento&#8221;.  &#8220;C’è una nostalgia del periodo in cui Craxi era al potere&#8221;  sostiene Andrea Gervasoni. “Nostalgia della crescita, degli inizi della televisione  privata, dei consumi facili. Ma soprattutto” insiste lo storico “d’un periodo in cui la politica era considerata come più serena”. Perché l’operazione riabilitazione implica che si rimettano in discussione le inchieste del <em>pool</em> di magistrati anticorruzione che mise fine alla carriera politica di Craxi, portò alla sparizione all’inizio degli anni novanta di cinque partiti politici, aprendo un’era di incertezza nella quale l’Italia vive ancora.</p>
<p>“Nell’epoca di Craxi” aggiunge Alessandro Campi, direttore scientifico della Fondazione Farefuturo, vicina al presidente della Camera Gianfranco Fini, “c’è una classe politica certamente corrotta, ma di valore. Quindici anni dopo, cosa resta? Dei politici eletti e dei responsabili mediocri. Accanto a loro, Craxi resta un gigante”.</p>
<p><strong><a title="Craxi, ou la mémoire courte des Italiens " href="http://www.lemonde.fr/opinions/article/2010/01/18/craxi-ou-la-memoire-courte-des-italiens-par-philippe-ridet_1293217_3232.html" target="_blank">Craxi, ou la mémoire courte des Italiens</a> </strong>di Philippe Ridet (“Le Monde”, 19 gennaio 2010)</p>
<p>(traduzione di Ilaria M.P. Barzaghi)</p>
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		<title>Corpo e potere tra presente e passato</title>
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		<pubDate>Sun, 17 Jan 2010 22:18:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ilaria M. P. Barzaghi</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_1083" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><em><a href="http://www.blogstoria.it/wp-content/uploads/2010/01/Henri_IV_touche_les_escrouelles.jpg"><img class="size-medium wp-image-1083" src="http://www.blogstoria.it/wp-content/uploads/2010/01/Henri_IV_touche_les_escrouelles-300x247.jpg" alt="" width="300" height="247" /></a></em><p class="wp-caption-text">Re Enrico IV di Francia tocca le scrofole</p></div>
<p><em>Come scrive Marino Niola, </em><em>recensendo il volume dell&#8217;antropologo belga Luc de Heusch </em>Con gli spiriti in corpo. Transe, estasi, follia d&#8217; amore <em>(Bollati Boringhieri)</em><em>,</em> &#8220;Se il potere è una sorta di possessione allora la politica è una specie di transe. Un cortocircuito estatico fra il carisma di un leader e l’esaltazione di una folla uscita fuori di sé. Questa è la forma elementare della politica, in cui il potere scaturisce direttamente dal corpo del capo, dagli spiriti animali del dominio. Che nelle società tradizionali si rivelano nel rituale remoto della transe, dove il leader incarna quella potenza irresistibile che lo rende altro, diverso dai comuni mortali e gli fa oltrepassare la soglia dell&#8217; umanità collocandolo tra la ferocia della bestia e l’onnipotenza del dio. Questo paesaggio antropologico così arcaico sembrerebbe appartenere a un passato ormai lontano eppure, a sorpresa, torna a fare irruzione nelle nostre democrazie mature. In forme nuove, naturalmente, ma che conservano tuttavia un legame stretto fra potere e transe, retaggio di una storia sociale e biologica dimenticata che resta nonostante tutto iscritta nel nostro genoma politico. Con la differenza che un tempo i riti del potere avevano a che fare con il corpo fisico del capo mentre oggi ad essere in primo piano è il suo simulacro mediatico&#8221;.<br />
(<a href="http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2010/01/13/esperienza-mistica-tra-estasi-transe.html" target="_blank">L’esperienza mistica tra estasi e transe</a> <em>di Marino Niola, </em><em>“La Repubblica”, 13 gennaio 2010).</em></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><em>Un tema di grande attualità nel nostro paese, dove il dibattito intorno al ruolo del corpo del capo nell’esercizio del potere, nella rappresentazione e nella comunicazione politica si è intensificato in seguito all’aggressione subita da Silvio Berlusconi il 13 dicembre 2009 a Milano, ad opera di uno psicolabile che gli ha scagliato addosso una miniatura del Duomo di Milano, durante un bagno di folla.  Si è occupato degli aspetti rappresentativi e simbolici di questo episodio Marco Belpoliti, già autore del volume </em>Il corpo del capo<em> (Parma, Guanda, 2009), in un testo di grande interesse </em>(<a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/12/14/il-corpo-ferito-del-capo" target="_blank">Il corpo ferito del Capo</a>)<em> </em><em>pubblicato da “<a href="http://www.nazioneindiana.com/" target="_blank">Nazione indiana</a>” che qui riproponiamo, segnalando al contempo altri contributi stimolanti sullo stesso tema:<br />
</em><a href="http://www.repubblica.it/2009/12/sezioni/politica/giustizia-21/corpo-bersaglio/corpo-bersaglio.html" target="_blank">Quando il corpo del capo diventa un bersaglio</a><em> di Filippo Ceccarelli (“La Repubblica”, 15 dicembre 2009)<br />
</em><a href="http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/grubrica.asp?ID_blog=41&amp;ID_articolo=731&amp;ID_sezione=56&amp;sezione=" target="_blank">Perché mi odiano?</a><em> di Massimo Gramellini (“La Stampa”, 15 dicembre 2009) </em></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">
<p><span id="more-1081"></span></p>
<h1><strong>Il corpo ferito del Capo</strong></h1>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">di Marco Belpoliti</p>
<div id="attachment_1086" class="wp-caption alignright" style="width: 310px"><a href="http://www.blogstoria.it/wp-content/uploads/2010/01/lemonde-sb_300x200_1353341_0_99cf_ill-1280494-19eb-0777241.jpg"><img class="size-full wp-image-1086" src="http://www.blogstoria.it/wp-content/uploads/2010/01/lemonde-sb_300x200_1353341_0_99cf_ill-1280494-19eb-0777241.jpg" alt="" width="300" height="200" /></a><p class="wp-caption-text">Silvio Berlusconi subito dopo l&#39;aggressione del 13 dicembre 2009 a Milano</p></div>
<p>Che cosa suggerisce la visione del viso insanguinato del Presidente del Consiglio? Quello di un uomo che ha subito un&#8217;incidente, che si è rotto il labbro, che si è fratturato il naso, che sanguina copiosamente. Un accidente casalingo, un incidente d’auto, un’effrazione improvvisa e inattesa. Qualcosa di fortuito e casuale. In realtà, come sappiamo tutti per averlo visto nei telegiornali, o su You Tube, Silvio Berlusconi è stato colpito da un oggetto scagliato con forza da un uomo.<br />
Un attentato dissennato, dato l’oggetto usato per ferirlo – un souvenir, un simbolo della città di Milano in miniatura –, e vista la situazione. Un gesto folle, eclatante, assurdo. Un attentato in miniatura, si dovrebbe dire, perché non mortale, nonostante la situazione e il contesto, simile a quello di mille altri attentati a uomini politici negli ultimi due secoli: all’aperto, tra la folla, all’inizio o alla fine di un comizio. Qualcuno si sporge tra la massa dei sostenitori e compie l’atto fatale. Ma qui non accade.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">La follia ha sempre metodo, e più di una ragione. Chi ha scagliato l’oggetto contro il Presidente del Consiglio, Massimo Tartaglia, voleva violare il corpo del Re, un corpo sacro, che diventa tale attraverso l’investitura del potere, i rituali della vestizione, le cerimonie della proclamazione, il culto che lo circonda. In queste settimane Silvio Berlusconi ha spesso parlato dell’investitura che avrebbe ricevuto dal Popolo; ha parlato, seppure con metodi mediatici da telegiornale e tele-spot, del proprio potere in termini sacrali, simili a quelli dei sovrani medievali e rinascimentali. Ha caricato di segni e simboli la sua stessa persona.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">Si tratta di un processo che va avanti da tempo, in modo postmoderno, e non più medievale, attraverso tecniche che tendono a rendere giovane e quasi eterno il suo corpo: fitness, lifting, liposuzioni, trapianti dei capelli, cure di vario tipo e grado. L’eternità del corpo di Berlusconi sfida la mortalità stessa del corpo tradizionale del Re, destinato, alla pari di tutti i corpi, a invecchiare e morire. Nella tradizione medievale e moderna la regalità, il corpo immortale del Re, è trasmessa ai discendenti: “Il Re è morto, viva il Re”, si proclama quando muore il vecchio re e gli succede il nuovo.<br />
Nel caso di Berlusconi il corpo vivo coincide con la regalità. Il corpo del Capo è diventato il corpo politico stesso, la sua regalità riposa sul suo stesso corpo che egli cerca di sottrarre al passare del tempo, al suo naturale logoramento, per renderlo, e qui sta il paradosso, eterno nel tempo: “una giovinezza eterna senza passato”.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">È una mescolanza di aspetti antichi e moderni, medievali e postmoderni. L’aver posto tutta l’attenzione sul proprio corpo, in sintonia con quello che accade all’intera società occidentale, fondata sul “narcisismo di massa” e sulla cura ossessiva del corpo, è l’elemento centrale della sua politica. Abbiamo un solo corpo, ci dice continuamente la pubblicità, bisogna curarlo. Si tratta dell’unico bene di cui disponiamo, per questo va conservato, modellato, ringiovanito. Berlusconi si trova al culmine di questo processo, lo incarna e lo orienta con i suoi stessi comportamenti.<br />
Ma la sacralizzazione del corpo mortale del Capo ha sempre messo in moto meccanismi opposti di desacralizzazione, come è accaduto molte volte nella storia. Nel 1990 a Sofia, la folla inferocita assaltò il mausoleo del Capo, Gheorghi Dimitrov, fondatore del Partito comunista bulgaro, e cercò di bruciare la sua mummia. Nel 1945 il corpo morto di Benito Mussolini fu gettato sul selciato di Piazzale Loreto, e dissacrato mediante una sconcia impiccagione a testa in giù. La folla l’aveva acclamato, ora la folla l’ha deturpato. Sono tanti i gesti del genere che traggono la loro motivazione nel rovesciamento della sacralità stessa del leader.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">Il messaggio sacrale della ritualità moderna, ci spiegano gli antropologi, fa a meno della sfera religiosa tradizionale, e non ha più bisogno di ricorrere alle magie e alle superstizioni del medioevo, quando ai Re di Francia veniva attribuito il potere taumaturgico del tocco che guariva dalle malattie perniciose della pelle. Tuttavia il sacro non è scomparso, si è solo trasformato. Meglio: si è travestito, è entrato a far parte della nostra vita quotidiana attraverso gli schermi televisivi, le riviste patinate, i messaggi pubblicitari, i personal computer. Che lo sappia o no, che sia studiato o meno, Silvio Berlusconi mette in moto meccanismi che funzionano per gli attori come per i santi, per Marylin Monroe e per Padre Pio. Il corpo è sacro nella sua stessa materialità, in quanto corpo che muore, per questo viene investito di una significato totale e totalizzante.<br />
Due gesti compiuti da Silvio Berlusconi ferito dall’atto del folle di ieri colpiscono. Col primo egli si china, si copre il viso con un pezzo di stoffa. Qui c’è il gesto umano, della persona ferita, che cerca riparo, che è stordita, che non capisce cosa gli è accaduto, e vacilla. Col secondo il Capo ritorna tale: dopo essere entrato nell’auto, spinto dai suoi guardiaspalle, esce di nuovo. Si mostra alla folla. Vuole far vedere che è vivo, certo, rassicurare i suoi sostenitori, ma vuole anche compiere un gesto di ostensione. Una sorta di Sacra Sindone al vivo: viva e sanguinolenta.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">Si mostra perché è nell’ostensione che il suo potere corporale esiste e prospera. Ha compiuto tutto questo in modo istintivo, senza ripensamenti. Fossimo stati negli Stati Uniti, la sicurezza lo avrebbe caricato in auto e sarebbe partita a tutta velocità. Poteva esserci ancora pericolo. No, Silvio Berlusconi sfida il pericolo, si espone di nuovo, seppur dolorante, col sangue sul viso, atterrito ma vivo, allo sguardo dei fedeli, perché questo è la natura stessa del patto che ha stretto con loro.<br />
La politica dell’immagine di Silvio Berlusconi, che passa sempre più attraverso la politica del proprio corpo, mostra qui qualcosa d’inquietante: il suo legame con la vita e insieme con la morte.</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;">Il folle gesto simbolico di Tartaglia rivela quel lato in ombra che la sacralizzazione quotidiana delle immagini televisive e fotografiche nasconde, e che al tempo stesso ne è il rovescio: l’inconscio desiderio di desacralizzazione. Lo sfregio, l’abrasione, il colpo al viso sono antropologicamente – sacralmente, si dovrebbe dire – parte stessa di quella politica d’incentivazione del corpo. L’ostensione chiama implacabilmente la violazione. Il gesto di ieri a Milano è stato compiuto da un folle, che nella sua follia ci manifesta qualcosa di terribile. Il potere del sacro non perdona.</p>
<p><a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/12/14/il-corpo-ferito-del-capo" target="_blank">Il corpo ferito del Capo</a> <em>di Marco Belpoliti (</em><em>“Nazione indiana”, 14 dicembre 2009)</em></p>
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		<title>Daniele Menozzi: si beatifica Pio XII per santificare il Papato</title>
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		<pubDate>Wed, 30 Dec 2009 13:26:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ennio Passalia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cattolici]]></category>
		<category><![CDATA[Storia d'Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Storia della Chiesa]]></category>
		<category><![CDATA[Daniele Menozzi]]></category>
		<category><![CDATA[Pio XII]]></category>

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		<description><![CDATA[Da adistaonline.it
“Non si intende disconoscere lo sforzo compiuto dalle istituzioni ecclesiastiche o da singoli cattolici per sottrarre, con tutti rischi del caso, moltissimi ebrei ad una barbarica persecuzione, offrendo una via di scampo a chi probabilmente era destinato alla morte. Ma va affermato con altrettanta chiarezza, senza con questo voler dare un giudizio morale che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_1070" class="wp-caption alignleft" style="width: 210px"><a href="http://www.blogstoria.it/wp-content/uploads/2009/12/piusxiifanonvo8.jpg"><img class="size-medium wp-image-1070" title="Daniele Menozzi: si beatifica Pio XII per santificare il Papato" src="http://www.blogstoria.it/wp-content/uploads/2009/12/piusxiifanonvo8-200x300.jpg" alt="Daniele Menozzi: si beatifica Pio XII per santificare il Papato" width="200" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Pio XII</p></div>
<p><em>Da adistaonline.it</em></p>
<p>“Non si intende disconoscere lo sforzo compiuto dalle istituzioni ecclesiastiche o da singoli cattolici per sottrarre, con tutti rischi del caso, moltissimi ebrei ad una barbarica persecuzione, offrendo una via di scampo a chi probabilmente era destinato alla morte. Ma va affermato con altrettanta chiarezza, senza con questo voler dare un giudizio morale che non è compito dello storico, che non ci fu alcun intervento pubblico di Pio XII contro la Shoah”. Daniele Menozzi, docente di Storia contemporanea alla Scuola normale superiore di Pisa ed in particolare esperto del papato del ‘900, spiega ad Adista i rapporti fra papa Pacelli e le dittature nazi-fasciste e dà un’interpretazione delle beatificazioni, realizzate o solo annunciate, dei pontefici dell’ultimo secolo.<strong> </strong></p>
<p><span id="more-1071"></span><strong>I “silenzi” di Pio XII sulla Shoah sono presunti o reali? Cosa dice la ricerca storica?</strong></p>
<p>Pio XII è intervenuto solo a livello diplomatico, facendo presente al governo di Hitler che la Santa Sede non condivideva le persecuzioni contro gli ebrei, ma non ha mai assunto una posizione pubblica di condanna durante la guerra. Nel magistero pontificio del periodo bellico la parola “ebreo” non viene mai usata. Pio XII la pronuncerà solo molti anni dopo, a guerra finita, per dire che non si poteva fare nulla di più di quello che è stato fatto, in una sorta di autoassoluzione. Non è esatto affermare, come alcuni fanno, che fu l’opera teatrale di Rolf Hochhuth, Il Vicario, a dare inizio alla “leggenda nera” circa i silenzi del papa: di questi silenzi si aveva la consapevolezza, anche in Vaticano, già a partire dal periodo bellico. Faccio due esempi: c’è una testimonianza di Angelo Roncalli, futuro Giovanni XXIII, che nei suoi Diari, scrive: “Papa Pacelli mi chiede che impressione facciano i suoi silenzi”. Inoltre, negli anni ‘50, quando vengono ripubblicati i discorsi di Pio XII, l’allocuzione tenuta al Sacro Collegio nel dicembre 1940 subisce una significativa modificazione: il termine “non ariani” presente nel testo originale viene sostituito con l’espressione “di stirpe ebraica”. Non mi pare solo la manifestazione della volontà di eliminare una testimonianza di acquiescenza al linguaggio del razzismo fascista dell’epoca, ma l’espressione della consapevolezza di un “silenzio” cui si voleva retrospettivamente rimediare.<strong> </strong></p>
<p><strong>Ma che tipo di informazione aveva Pio XII di quello che stava avvenendo in Europa?</strong></p>
<p>Fino a quando gli archivi di Pacelli non saranno resi disponibili, non si potrà avere una conoscenza esatta di quanto è accaduto in quegli anni. Tuttavia abbiamo già ora degli elementi che è difficile mettere in discussione, perché sono ricavabili dalla pubblicazione voluta da Paolo VI degli Actes et documents du Saint Siège relatifs à la Seconde Guerre Mondiale proprio in reazione alla rappresentazione de Il Vicario. Alcuni storici gesuiti sono potuti entrare negli archivi e hanno reso noti una serie di documenti per dimostrare quello che aveva fatto la Santa Sede. E proprio da questi documenti, pubblicati nell’ottica di difendere Pacelli, emerge che già dalla fine del 1942 in Vaticano arrivarono testimonianze di privati cittadini, sacerdoti e anche rappresentanti diplomatici, soprattutto dei Paesi dell’Est, che parlavano dei treni carichi di ebrei in partenza verso una “destinazione di morte”. La Santa Sede quindi era informata ma, come sembra emergere da qualche notazione a margine, queste informazioni sono state sottovalutate. La ragione pare abbastanza evidente: l’antisemitismo presente nella cultura cattolica dell’epoca portava a minimizzare tali notizie perché, in fondo, quello che riguardava gli ebrei era meno importante di quello che riguardava i cristiani.</p>
<p><strong>Poi c’è la questione dell’enciclica sul razzismo che Pio XI non riuscì a pubblicare e che fu accantonata da Pacelli…</strong></p>
<p>Pio XI, circondato da una certa diffidenza e sospetto da parte della Curia romana, a partire dal 1937, prende posizioni che sempre di più vanno nella direzione di mostrare che il razzismo e l’antisemitismo sono direttamente contrari alla fede cristiana, assumendo anche espressioni molto dure. In questo quadro affida ad un gesuita, che aveva condotto una battaglia contro la segregazione razziale negli Stati Uniti, p. La Farge, la redazione di un’enciclica. Si arriva ad una serie di testi preparatori, fra cui uno che conosciamo, perché è stato pubblicato, in cui si legge un’esplicita condanna dell’antisemitismo, in termini assolutamente nuovi per il magistero. Mettere nelle mani dei vescovi, dei sacerdoti, dei religiosi e dei fedeli un documento in cui esplicitamente si diceva che non era ammissibile per un cattolico l’antisemitismo, avrebbe significato dare uno strumento di analisi e di giudizio che la Chiesa di Roma non aveva ancora fornito e che in quel frangente avrebbe potuto scuotere le coscienze di fronte alla tragedia in atto. Ma Pio XI muore senza fare in tempo a pubblicare l’enciclica, e il suo successore decide di non riprendere quel testo. Nella sua prima enciclica, la Summi Pontificatus, Pacelli non fa nessun riferimento al problema dell’antisemitismo, del razzismo e del nazionalismo, ma ripropone semplicemente e genericamente il tema della “unità del genere umano”, che non era altro che il titolo dell’enciclica mancata di Pio XI (Humani generis unitas).</p>
<p><strong>Alcuni storici maggiormente vicini alle posizioni della Santa Sede sostengono che il silenzio di Pio XII fosse tattico, per consentire alla Chiesa di poter aiutare gli ebrei in segreto, per esempio nascondendoli nei conventi. Cosa ne pensa?</strong></p>
<p>È la stessa spiegazione che Pio XII, dopo la fine della guerra, ha dato del suo atteggiamento nel periodo bellico. La ricerca non può però assumere le categorie con cui gli attori giustificano i loro comportamenti, perché il giudizio storico può tenere conto delle intenzioni, ma deve basarsi sui fatti e sui risultati. E i risultati sono che i silenzi di Pio XII non hanno evitato lo sterminio degli ebrei, anzi hanno fatto parte del contesto storico in cui esso si è verificato e che in fondo l’ha permesso. Senza dubbio constatare il silenzio di Pacelli sulla Shoah non vuol dire che non ne fosse intimamente inorridito, né che non la condannasse e nemmeno che non cercasse di limitarne, tramite la via diplomatica, le spaventose conseguenze. Significa solo che non prese pubblica posizione su di essa. E ovviamente la cosa non è irrilevante: la guida di una istituzione avviene con atti pubblici.</p>
<p><strong>Nel 2000 sono stati beatificati Pio IX e Giovanni XXIII, ora si riconoscono le “virtù eroiche” di Pio XII e Giovanni Paolo II: quattro papi in dieci anni. Come mai?</strong></p>
<p>Per secoli la Chiesa di Roma non ha santificato dei papi. Poi, a partire dalla seconda metà del ‘900, proprio con Pio XII, si è iniziato a canonizzare pontefici, soprattutto quelli del XX secolo, avviando una prassi, interrotta solo da Giovanni XXIII e Paolo VI, per cui i papi vengono fatti santi. Mi pare si possa dare una spiegazione: un papato che si sente in difficoltà in una società contemporanea che sfugge al suo controllo tende a rafforzarsi santificando se stesso, in modo da rispondere all’indebolimento sociale con una richiesta di venerazione interna.</p>
<p><strong>Fra l’altro, in questi casi, sono state proposte delle coppie di “opposti”: Pio IX, il papa anti-moderno e Giovanni XXIII, il papa dell’apertura alla modernità; ora Pio XII e Giovanni Paolo II, il primo inviso, il secondo molto amato dagli ebrei. C’è una logica?</strong></p>
<p>Si possono cercare le ragioni di questo atteggiamento nella volontà di risolvere i contrasti che emergono nella storia della Chiesa attraverso l’imposizione di un atto di ossequio. Ciò che nella storia è contraddizione viene risolto nella misura in cui si impone di affidare al papato romano e alla sua autorità la soluzione di questa contraddizione. Mi pare che decidere l’onore degli altari per pontefici che sono stati portatori di linee diverse ed anche contrastanti implichi affermare che tali scontri sono irrilevanti ai fini della venerazione che i fedeli debbono ad essi prestare. Significa quindi esigere un atto di sottomissione a quel potere papale in cui risiede in ultima analisi il potere della canonizzazione.</p>
<p><strong>Se Pio XII è così controverso e riapre le ferite con il mondo ebraico, perché il Vaticano vuole comunque andare avanti?</strong></p>
<p>Si possono trovare risposte su due piani. Il primo è politico e riguarda la questione dei rapporti con lo Stato di Israele: il governo di Gerusalemme pone l’eventuale canonizzazione di Pio XII come un elemento che ostacola la messa in pratica degli accordi diplomatici raggiunti con Roma a tutela delle minoranze cattoliche in Israele. Se la Santa Sede non procede sulla via della canonizzazione dimostra, nel gioco diplomatico, di cedere alla richiesta israeliana, mostrandosi così in una posizione di debolezza. Il Vaticano non vuole avvalorare tale debolezza, e quindi promuove la canonizzazione per mostrare che non intende accettare le condizioni poste da Israele per poter realizzare quello che del resto lo stesso Stato di Israele ha già sottoscritto.</p>
<p>Il secondo piano è ecclesiastico. Il papato romano vuole santificare se stesso e quindi deve santificare tutti i pontefici che si sono succeduti. E può raggiungere questo obiettivo nella misura in cui si presenta come sottratto alle dinamiche della storia: il papato romano è santo proprio perché è al di sopra e al di fuori della storia. O meglio agisce, e con determinazione, dentro la storia per poter influire sui suoi processi, ma nello stesso tempo vuole presentarsi agli occhi dei fedeli al di sopra della storia per poter poi chiedere di essere venerato senza essere macchiato dalle contingenti vicende in cui pure è implicato. <em>(luca kocci)<a href="http://www.blogstoria.it/wp-content/uploads/2009/12/piusxiifanonvo8.jpg"><br />
</a></em></p>
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		<title>Il 2009 per immagini</title>
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		<pubDate>Sat, 26 Dec 2009 20:55:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ilaria M. P. Barzaghi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Ricorrenze]]></category>
		<category><![CDATA[Storia contemporanea]]></category>
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		<description><![CDATA[Com’è ormai tradizione, il “New York Times” ci aiuta a riflettere sull’anno che sta per chiudersi con una ricchissima galleria fotografica.
Sono ottantasette immagini (molte delle quali collegate da una piccola e discreta icona agli articoli relativi), che insieme costituiscono una carrellata densa e serrata: un viaggio per ripercorrrere, fissandoli, molti degli avvenimenti e delle situazioni [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Com’è ormai tradizione, il “<a href="http://www.nytimes.com/" target="_blank">New York Times</a>” ci aiuta a riflettere sull’anno che sta per chiudersi con una ricchissima galleria fotografica.</p>
<div id="attachment_1058" class="wp-caption aligncenter" style="width: 610px"><a href="http://www.blogstoria.it/wp-content/uploads/2009/12/20swearing_6004.jpg"><img class="size-full wp-image-1058" src="http://www.blogstoria.it/wp-content/uploads/2009/12/20swearing_6004.jpg" alt="Il giuramento di Barack Obama" width="600" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Il giuramento di Barack Obama</p></div>
<p>Sono ottantasette immagini (molte delle quali collegate da una piccola e discreta icona agli articoli relativi), che insieme costituiscono una carrellata densa e serrata: un viaggio per ripercorrrere, fissandoli, molti degli avvenimenti e delle situazioni più rilevanti del 2009, teoricamente in tutto il mondo e in ogni campo, anche se di fatto è uno sguardo che privilegia gli USA e la loro politica estera.</p>
<p><span id="more-1025"></span><strong>» </strong><a href="http://www.nytimes.com/packages/html/photo/2009-year-in-pictures/#/0" target="_blank"><strong>2009: The Year in Pictures</strong></a></p>
<div id="attachment_1041" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><a href="http://www.blogstoria.it/wp-content/uploads/2009/12/16iran_600a3.jpg"><img class="size-medium wp-image-1041 " src="http://www.blogstoria.it/wp-content/uploads/2009/12/16iran_600a3-300x165.jpg" alt="Il leader dell'opposizione iraniana Hussein Moussavi " width="300" height="165" /></a><p class="wp-caption-text">Il leader dell&#39;opposizione iraniana Hussein Moussavi </p></div>
<div id="attachment_1037" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><a href="http://www.blogstoria.it/wp-content/uploads/2009/12/uomoboxerrosa11.jpg"><img class="size-medium wp-image-1037 " src="http://www.blogstoria.it/wp-content/uploads/2009/12/uomoboxerrosa11-300x200.jpg" alt="Il soldato USA Zachary Boyd, in boxer rosa, combatte in Afghanistan" width="300" height="200" /></a><p class="wp-caption-text">Il soldato USA Zachary Boyd, in boxer rosa, combatte in Afghanistan</p></div>
<div id="attachment_1055" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><a href="http://www.blogstoria.it/wp-content/uploads/2009/12/12fluA_xl4.jpg"><img class="size-medium wp-image-1055 " src="http://www.blogstoria.it/wp-content/uploads/2009/12/12fluA_xl4-300x175.jpg" alt="Bambine di Hong Kong prevengono l'influenza H1N1" width="300" height="175" /></a><p class="wp-caption-text">Bambine di Hong Kong prevengono l&#39;influenza H1N1</p></div>
<div class="mceTemp mceIEcenter">
<div id="attachment_1047" class="wp-caption aligncenter" style="width: 280px"><a href="http://www.blogstoria.it/wp-content/uploads/2009/12/02afghan_600.jpg"><img class="size-medium wp-image-1047 " src="http://www.blogstoria.it/wp-content/uploads/2009/12/02afghan_600-300x194.jpg" alt="Il presidente afghano Hamid Karzai " width="270" height="175" /></a><p class="wp-caption-text">Il presidente afghano Hamid Karzai </p></div>
</div>
<p style="text-align: center;">Da tutta la redazione di Blogstoria i migliori auguri di Buon Anno:</p>
<p style="text-align: center;"><em>For last year’s words belong to last year’s language<br />
and next year’s words await another voice.<br />
</em>Thomas Stearns Eliot, <em>Four Quartets<br />
</em></p>
<p style="text-align: center;">[Perchè le parole dell’anno trascorso appartengono alla lingua dell’anno trascorso<br />
e le parole dell’anno venturo aspettano un’altra voce]</p>
<p style="text-align: center;">
<p style="text-align: center;">
<p style="text-align: center;">
<p style="text-align: center;">
]]></content:encoded>
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		<title>Mussolini era razzista dal 1921 di Nicola Tranfaglia</title>
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		<pubDate>Tue, 01 Dec 2009 12:19:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ennio Passalia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Mascolinità]]></category>
		<category><![CDATA[Storia contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[Storia di genere]]></category>
		<category><![CDATA[Benito Mussolini]]></category>
		<category><![CDATA[Claretta Petacci]]></category>
		<category><![CDATA[Fascismo]]></category>

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		<description><![CDATA[Pubblicati i diari segreti di Claretta Petacci. Emergono particolari inediti sul maschilismo del Duce.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Da &#8220;L&#8217;Unità.it&#8221;</em></p>
<p><img class="size-full wp-image-1014 alignleft" src="http://www.blogstoria.it/wp-content/uploads/2009/12/mussolini_petacci.jpg" alt="mussolini_petacci" width="304" height="254" />L’Italia, dopo la sua tardiva unificazione nazionale, ha avuto (possiamo dirlo con sicurezza, almeno fino a questo momento) un solo dittatore ed è stato il romagnolo Benito Mussolini. Certo uomini politici dell’età liberale, come Crispi e Giolitti, hanno dominato per alcuni anni l’orizzonte politico nazionale ma non si può parlare di dittatori, nell’uno come nell’altro caso. L’unico che ha fissato la sua egemonia personale in maniera stabile, per più di vent’anni, abrogando di fatto lo Statuto Albertino e chiudendo parlamento, sindacati e giornali di opposizione, è stato Mussolini. Di qui il grande mito nato nell’immaginario collettivo degli italiani, le numerose biografie che sono state scritte, nonché l’esaltazione smisurata che anche uomini che venivano dalla sinistra hanno coltivato del caposupremo del regime e del partito unico, fondato per sostenerlo. Ora, a distanza di70 anni dalla catastrofe del regime fascista nell’aprile 1945, vengono pubblicati presso Rizzoli i Diari 1932-38 (a cura di Mauro Suttora, Mussolini segreto, pp. 522.euro 21) di Claretta Petacci che di Mussolini fu la giovanissima (20 anni nel 1932) e poco segreta amante per tutti gli anni trenta e quaranta fino alla morte per fucilazione con il suo uomo presso Dongo. Sono diari conservati prima nel giardino della villa della contessa Rina Cervis, poi nel 1950 confiscati dai carabinieri e conservati nell’Archivio Centrale dello Stato, con il vincolo del segreto di Stato. Soltanto quest’anno sono stati resi accessibili ai ricercatori fino al fatidico anno 1938.</p>
<p><span id="more-1012"></span>Ma quale è l’aspetto più interessante dei Diari emersi dopo tanto tempo dai nostri archivi? Ce ne sono almeno due che guidano il lettore interessato al passato del nostro paese, ai suoi costumi, alla sua cultura, a personaggi (parlo di Mussolini anzitutto) che hanno contato per molto tempo nella mentalità media degli italiani. Il primo aspetto evidente è la disparità tra l’uomo e la donna che emerge con grande evidenza nelle pagine di Claretta Petacci. I due amanti sono molto gelosi l’uno dell’altra ma c’è una differenza fondamentale: Mussolini fa di continuo “scappatelle” con altre donne (la ex favorita del Duce Romilda Ruspi Mingardi che alloggia addirittura a villa Torlonia dove il suo amante vive con la moglie Rachele e i figli ma anche altre amanti del passato che ogni tanto tornano da lui e lo sollecitano a riprendere il rapporto); Claretta, invece, non ha altre avventure ma viene di continuo sospettata da Benito e minacciata di essere lasciata per sempre. Emerge con chiarezza il diverso significato dei tradimenti di lui e di quelli, peraltro inesistenti, di lei: Claretta lo rimprovera e si arrabbia per le “scappatelle” ma non pensa mai di lasciarlo. E lo stesso Mussolini si scusa, chiede perdono ma in più occasioni dice che non ha potuto far diversamente. Come se alle donne fosse possibile e richiesto di non lasciarsi andare ad altri amori e lo stesso non dovesse valere per gli uomini. Miviene inmente di fronte a queste pagine dei Diari una delle prime sentenze della Corte Costituzionale, appena dopo il suo tardivo insediamento a metà degli anni cinquanta, quando i giudici, dovendo stabilire, su richiesta di un tribunale, se la norma del codice penale che fissava un diverso trattamento per l’adulterio se compiuto dall’uomorispetto a quello compiuto dalla donna, si arrampicavano sugli specchi per differenziare i due adulteri invocando l’allarme sociale. L’intento era quello di salvare la norma del codice Rocco e non dichiararla incostituzionale, malgrado il contrasto evidente con l’articolo 3 della Carta sull’eguaglianza dei cittadini di fronte ad ogni differenza. Dovettero passare alcuni anni prima che la Corte riconoscesse quella incostituzionalità. L’altro elemento che emerge con chiarezza dai Diari riguarda le posizioni politiche e culturali che assume Mussolini nel dialogo quasi quotidiano con la giovane amante.</p>
<p>L’aspetto più interessante riguarda l’atteggiamento del dittatore rispetto al razzismo che appare, moderato, nei primi anni nel regime e frutto piuttosto del fanatismo di alcuni personaggi come Preziosi e Interlandi ma diventa nella seconda metà degli anni trenta la dottrina ufficiale sancita da leggi apposite e persino più precoci di quelle naziste nell’autunno 1938. «Ero razzista dal 1921. Non so come possano pensare che imito Hitler, non era ancora nato. Mi fanno ridere. La razza deve essere difesa».(4 agosto 1938). Simili affermazioni contrastano, evidentemente, con quella visione storica di cui Renzo De Felice è stato iniziatore e caposcuola, che dipinge il razzismo fascista come subalterno e di qualità diversa, culturale piuttosto che biologica, rispetto a quello nazionalsocialista costitutivo dell’ideologia tedesca.</p>
<p><em>01 dicembre 2009</em></p>
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		<title>Simulazioni di passato: l’archeologia sperimentale</title>
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		<pubDate>Sat, 21 Nov 2009 00:15:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ilaria M. P. Barzaghi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Archeologia]]></category>
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		<category><![CDATA[Storia romana]]></category>
		<category><![CDATA[Archeologia sperimentale]]></category>
		<category><![CDATA[Josef Löffl]]></category>
		<category><![CDATA[legioni romane]]></category>

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		<description><![CDATA[&#8220;Ricostruzione storica&#8221; è un&#8217;espressione che fa pensare al cinema e alle fiction televisive  (in questi ultimi anni, per esempio, sta riscuotendo grande successo anche in Italia la serie Roma), come alle grandi trasmissioni di divulgazione storica e,  prima ancora, alle complesse messinscene rievocative di battaglie e altri fatti storici (per non parlare dei romanzi storici). [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>&#8220;Ricostruzione storica&#8221; è un&#8217;espressione che fa pensare al cinema e alle </em><em>fiction televisive  (in questi ultimi anni, per esempio, sta riscuotendo grande successo anche in Italia la serie </em>Roma<em>), come alle grandi trasmissioni di divulgazione storica e,  prima ancora, alle complesse messinscene rievocative di battaglie e altri fatti storici (per non parlare dei romanzi storici). &#8220;Simulazione storica&#8221; può addirittura evocare </em>videogames<em>, giochi di ruolo e realtà virtuale. Nel complesso, fenomeni che fanno variamente parte della sfera dell&#8217;</em>infotainment<em>. </em></p>
<p><em>Ma esiste una disciplina storica, poco nota ai non specialisti, che si prefigge di ricostruire, adottando il metodo sperimentale ovvero per mezzo di esperimenti, le circostanze concrete e le condizioni materiali relative ad un determinato momento o evento storico: è l&#8217;archeologia sperimentale. Le sue ricostruzioni non sono spettacoli, ma progetti scientifici sperimentali. Di notevole utilità per la comprensione della cultura materiale e per la storia della tecnologia, l&#8217;archeologia sperimentale è preziosa per la ricostruzione delle condizioni di vita delle più svariate epoche storiche e civiltà, a partire da preistoria e antichità.</em></p>
<div id="attachment_999" class="wp-caption alignright" style="width: 354px"><img class="size-full wp-image-999" src="http://www.blogstoria.it/wp-content/uploads/2009/11/Copia-di-http___legion-regensburg3.bmp" alt="Marcia Trans Alpes (progetto di Josef Löffl), da Regensburg a Trento, 2004" width="344" height="292" /><p class="wp-caption-text">Marcia Trans Alpes (progetto di Josef Löffl), da Regensburg a Trento, 2004</p></div>
<p><em>Traduciamo qui di seguito l’interessante testimonianza di <strong>Josef Löffl</strong>, archeologo sperimentale dell’Università di Ratisbona, pubblicata su “FT Weekend Magazine” &#8211; </em>The Europe Issue<em>,  rotocalco del “Financial Times”, il 31 ottobre 2009 (</em><a href="http://www.ft.com/cms/s/2/e38bbb36-c20b-11de-be3a-00144feab49a.html" target="_blank">First Person: Josef Löffl. As told to Serge Debrebant</a><em>). Lo studioso racconta la recente riproduzione della marcia di un drappello di legionari romani del III secolo d.C.: 350 miglia dall&#8217;Austria a Ratisbona, lungo il Danubio.</em></p>
<p><strong>Sapevo che la  spedizione non sarebbe stata facile.</strong> Secondo i miei calcoli, c’era un ottanta per cento di possibilità che non ce la facessimo.</p>
<p>Con otto studenti e un ricercatore, volevo ricostruire una marcia di 350 miglia di un’unità militare romana del terzo secolo.</p>
<p><span id="more-972"></span>Volevamo indossare le uniformi dei legionari, mangiare il cibo dei legionari e dormire in tende romane. Il nostro itinerario ci avrebbe guidato lungo il Danubio dall’Austria a Regensburg (Ratisbona), la città della  Baviera dove io sto scrivendo la mia dissertazione in storia romana.</p>
<blockquote><p>Ci siamo preparati per quattordici mesi. Ciascuno di noi ha dovuto confezionare una <em>tunica</em> (una veste di lana), un <em>subarmalis</em> (un indumento da indossare sotto l’armatura) e altri abiti. Abbiamo dovuto anche forgiare armi, elmi, scudi e armature per il corpo e fare dei calzari “Ramshaw” &#8211; calzari piatti, senza tacco, con suole chiodate.</p></blockquote>
<p>Questi calzari sono stati la prima cosa a cui abbiamo dovuto adattarci. Sembrava di camminare con gli zoccoli, senza alcuna sospensione. Prima ci sono venute le vesciche. Ben presto, ci hanno fatto male le caviglie e le ginocchia. Quando attraversavamo le strade d’asfalto, dovevamo fare i passi con attenzione per evitare di scivolare e cadere.</p>
<div id="attachment_985" class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><img class="size-thumbnail wp-image-985" src="http://www.blogstoria.it/wp-content/uploads/2009/11/ramshaw-boots-150x150.jpg" alt="Calzature romane tipo Ramshaw" width="150" height="150" /><p class="wp-caption-text">Calzature romane tipo Ramshaw</p></div>
<p>La seconda difficoltà è stata trasportare l’equipaggiamento. Ognuno di noi aveva più di 70 libbre [<em>=circa 32 kg, n.d.t.</em>] di dotazione. Le cinghie di pelle del nostro bagaglio ci strozzavano anche se indossavamo grosse pezze di lana per proteggerci il collo. Alcuni studenti non hanno indossato l’armamentario in modo appropriato e si sono lacerati la pelle fino a sanguinare.</p>
<p>Nessuno era preparato fisicamente – eravamo tutti dei pantofolai. Il primo giorno, ci abbiamo messo quattro ore più del previsto. Era frustrante, ma sapevo che a un certo punto avremmo vinto queste difficoltà. È andata così quando, nel 2004, ho attraversato le Alpi con undici studenti e quando, nel 2006, ho disceso il Danubio fino a Budapest in una galea a remi fatta alla maniera romana.</p>
<p>Questo tipo di ricerca si chiama “archeologia sperimentale”. Ci sono altri gruppi impegnati in ricostruzioni storiche, ma il nostro esperimento era su scala molto più ampia. Uno scopo era capire in che modo l’alimentazione influenza le nostre capacità fisiche.</p>
<blockquote><p>Ci siamo attenuti a una dieta romana, con zuppa di cereali, stufato di piselli, carne salata, <em>panis militaris</em> (una sorta di pane) o <em>moretum</em> (un piatto romano a base di formaggio). Abbiamo bevuto acqua e <em>posta</em>, un misto di acqua e aceto. All’inizio mi sembrava avesse uno strano sapore, ma dopo un po’ l’ho trovato rinfrescante.</p></blockquote>
<div id="attachment_977" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><img class="size-medium wp-image-977" src="http://www.blogstoria.it/wp-content/uploads/2009/11/Copia-di-Moretum3-300x220.jpg" alt="Copia di Moretum" width="300" height="220" /><p class="wp-caption-text">Moretum (pietanza romana a base di formaggio con erbe, pestata in un mortaio)</p></div>
<p>Bevevamo una media di sei litri di liquidi al giorno. Sudavamo continuamente, ma avevamo un solo cambio d’abiti. Iniziarono lentamente a cadere a pezzi, e noi puzzavamo. Poiché dovevamo usare grasso e cera per mantenere il pellame e lubrificare l’armatura, gli abiti si sporcarono rapidamente – non era molto piacevole metterseli la mattina. I passanti erano solitamente amichevoli, ma una volta sentito il nostro odore, ci tenevano a distanza.</p>
<p>Le nostre giornate cominciavano alle tre e mezzo del mattino. Smontavamo le tende, impacchettavamo il nostro bagaglio e cominciavamo la nostra marcia. Dopo due o tre ore, facevamo una pausa, poi camminavamo per altre due o tre ore, poi riposavamo, e così via. La nostra giornata di marcia generalmente finiva a mezzogiorno.</p>
<p>Dopo la prima settimana, uno studente ha dovuto rinunciare, ma il resto di noi è riuscito ad adattarsi. Abbiamo marciato con il temporale, la grandine e la canicola estiva. Il cibo era ricco di sostanze nutrienti e ci ha aiutato a resistere. Alcuni soldati austriaci che abbiamo incontrato lungo il percorso ci hanno detto che la nostra marcia era molto più dura di qualunque cosa avessero dovuto sopportare.</p>
<p>Quando, dopo un mese, siamo arrivati a Regensburg, ognuno di noi aveva perso circa 8 chili di peso. Eravamo esausti, ma mentalmente rinvigoriti. In un certo senso, è stata una specie di vacanza. Non avevamo telefoni cellulari o alcun appuntamento da rispettare. Ci eravamo presi una pausa dalla vita moderna.</p>
<p>Io sono convinto che una spedizione come questa permetta di capire della vita di un legionario molto più di cinque anni di ricerche in biblioteca. Entro due o tre anni, voglio dare inizio al mio prossimo esperimento. Voglio vestirmi da gladiatore e combattere.</p>
<p>(traduzione di Ilaria M.P. Barzaghi)</p>
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		<title>Lucio Villari: il Risorgimento &#8220;una felice congiunzione astrale sotto il segno della modernizzazione&#8221;</title>
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		<pubDate>Sat, 14 Nov 2009 22:33:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ilaria M. P. Barzaghi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Culture politiche]]></category>
		<category><![CDATA[Il dibattito sull'Unità d'Italia]]></category>
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		<category><![CDATA[Uso pubblico della storia]]></category>
		<category><![CDATA[Benedetto Croce]]></category>
		<category><![CDATA[Lucio Villari]]></category>
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			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_963" class="wp-caption alignright" style="width: 310px"><img class="size-medium wp-image-963" src="http://www.blogstoria.it/wp-content/uploads/2009/11/arte114a-300x222.jpg" alt="Gerolamo Induno, L’imbarco di Garibaldi" width="300" height="222" /><p class="wp-caption-text">Gerolamo Induno, L’imbarco di Garibaldi</p></div>
<p>In un&#8217;intervista apparsa oggi su &#8220;Tuttolibri&#8221; della &#8220;Stampa&#8221;,  lo  storico Lucio Villari aggiunge la sua autorevole voce all&#8217;ormai rovente dibattito di queste settimane su Risorgimento e Unità d&#8217;Italia, in occasione dell&#8217;uscita del suo libro<em> Bella e perduta. L’Italia del Risorgimento</em> (Laterza). Nella conversazione Villari definisce il Risorgimento &#8220;<em>humus </em>fondamentale delle nostre origini&#8221;, sottolineandone il valore di processo modernizzatore del paese. E riguardo al presente cita Croce: “Ci sono popoli, come ci sono individui che hanno tratto forza di rinnovamento dalla nausea di se stessi, cioè del loro passato”.</p>
<h1><strong>Come sapeva Croce, ci salverà la nausea</strong></h1>
<p>di Mirella Serri</p>
<p>Le dame di corte piemontesi lo avevano ribattezzato <em>sporcaciun</em>. Più lieve, Francesco De Sanctis discettava di «un certo amabile folleggiare… pieno di buon umore ». E così a volte la fama di <em>bon vivant </em>e donnaiolo, o tutt&#8217; al più quella di scrittore e pittore, ha oscurato l&#8217;abile politico. Massimo D’Azeglio, il grande bardo liberale moderato &#8211; dopo una fugace simpatia e vicinanza alle sette mazziniane e segrete – diventerà dal 1849 al 1852 un presidente del Consiglio del Regno di Sardegna pronto a giocare tutte le sue carte a favore della pace e delle riforme costituzionali.  Insomma sarà un grande e sottovalutato tessitore dell&#8217;unità della Penisola, questo scrittore nelle cui  opere lo storico Lucio Villari s&#8217;imbatté da ragazzino.</p>
<p><span id="more-957"></span>Andando a frugare tra gli scaffali della biblioteca paterna, a Reggio Calabria, troverà <em>I miei ricordi</em>. «E&#8217; uno degli esempi migliori di memorialistica risorgimentale, di gentiluomo piemontese legato alle sue tradizioni e tuttavia aperto alle esigenze del liberalismo ottocentesco, capace di cimentarsi nella difficile impresa di “fare gli italiani” una volta “fatta l&#8217;Italia”», commenta Villari. Lo studioso, formatosi alla scuola di Federico Chabod e Rosario Romeo nel tempio degli «Studi storici italiani», l&#8217;istituto fondato da Benedetto Croce, oggi, in controtendenza con le rivisitazioni critiche del Risorgimento come culla dei tanti  mali dell&#8217;Italia postunitaria, ha utilizzato proprio D&#8217;Azeglio come nume tutelare per dare vita al suo ultimo saggio, <em>Bella e perduta. L&#8217;Italia del Risorgimento </em>(Laterza, pp. 345, e 18). Un libro di storia che si legge come un romanzo e che fa la sua apparizione in un momento assai caldo.</p>
<p><strong>Professor Villari, come valuta le polemiche intorno alle celebrazioni del 2011 per il 150° anniversario dell&#8217;unità d&#8217;Italia. </strong></p>
<p>«Il Risorgimento è stato spesso soffocato dalla retorica. Adesso invece accade il contrario: ricorrenze e festeggiamenti ne coprono il senso più vero, di <em>humus </em>fondamentale delle nostre origini, mentre le vicende risorgimentali si presentano sempre più come reperti d&#8217;antiquariato. Con Berchet, Carducci, Mameli, Ippolito Nievo, ma anche con Carlo Cattaneo e Vincenzo Gioberti, questo momento della nostra storia fu epico e combattivo. Altro che le interpretazioni di quei ricercatori come Angela Pellicciari &#8211; il cui libro è stato addirittura consigliato dal premier &#8211; dell’“altro” Risorgimento ovvero dell&#8217;imperialismo piemontese e sabaudo che perseguitò i cattolici e si impossessò delle terre della Chiesa.</p>
<blockquote><p>Il Risorgimento fu invece una felice congiunzione astrale sotto il segno della modernizzazione. Per dirla con una battuta: la strada ferrata appena impiantata faceva da volano alla rivoluzione.</p></blockquote>
<p>Un momento memorabile anche per la giovinezza dei protagonisti, da Mazzini a Garibaldi a Mameli – che compone l&#8217;inno d&#8217;Italia a 20 anni e muore durante la repubblica romana del 1849 a soli 22 anni -, a Ippolito Nievo che a 17 anni partecipa al primo tentativo insurrezionale. Uno spirito unitario che nulla ha a che fare con i nazionalismi e torna ciclicamente a dare impulso alla nostra storia».</p>
<p><strong>Come la guerra di liberazione, ribattezzata Secondo Risorgimento?</strong></p>
<p>«Io all&#8217;epoca ero molto giovane ma percepivo uno sgomento esistenziale, reale e condiviso da tanti. Era il timore che la “patria” fosse “sì bella e perduta” come si canta nel <em>Nabucco </em>di Verdi. Bisognava agire e reagire. Nel 1943, quando l&#8217;Italia fu tagliata in due e percorsa da eserciti stranieri, affamata e stremata, fu protetta anche dalla sua tenuta culturale, dall&#8217;eredità degli entusiasmi unitari».</p>
<p><strong>Quale fu il suo libro-guida alla fine della guerra?</strong></p>
<p>«Spaziavo dalla letteratura francese a quella tedesca alle opere di Gramsci. Il <em>Politecnico</em>, rivista fondata nel 1945 da Elio Vittorini, pubblicò a puntate <em>Per chi suonano le campane </em>di Ernst Hemingway, tradotto curiosamente con questo titolo. Un racconto non solo d&#8217;amore ma anche d&#8217;avventura, ambientato durante la guerra di Spagna. Era esaltante».</p>
<p><strong>E successivamente la sua educazione cultural-sentimentale quali sentieri ha battuto?</strong></p>
<p>«Quelli tracciati da professori indimenticabili, come il classicista Santo Mazzarino, il filosofo Galvano Della Volpe e il critico letterario Giacomo Debenedetti. Ci coinvolgevano in lezioni e in grandi passioni. Il cinema, per esempio. Si andava al secondo spettacolo &#8211; rigorosamente di pomeriggio &#8211; a vedere tanto la produzione sovietica quanto una favolosa Marilyn in <em>Giungla d’asfalto </em>di John Huston o <em>La foresta pietrificata </em>o i capolavori di Marcel Carné, da <em>Gli amanti perduti </em>a <em>Mentre Parigi dorme </em>a <em>La vergine scaltra</em>».</p>
<p><strong>Narrativa e cinema dialettale, che in periodo neorealista erano molto à la page?</strong></p>
<p>«Non ho mai apprezzato nemmeno <em>La terra trema </em>di Luchino Visconti.Eneppure l&#8217;egemonia del romanesco portato alla ribalta da tante commedie degli Anni Cinquanta-Sessanta che hanno segnato il degrado del cinema italiano. Oggi la rivendicazione da parte della Lega di Umberto Bossi dell&#8217;insegnamento dei dialetti la considero strumentale per menar bastonate all&#8217;unità faticosamente conquistata. Ai leghisti del maggior poeta in dialetto meneghino, Carlo Porta, o del Goldoni delle <em>Baruffe chiozzotte</em>, chiaramente non interessa nulla».</p>
<p><strong>Delusioni del passato?</strong></p>
<p>«Un <em>vulnus </em>fu inflitto all&#8217;eredità risorgimentale dal voto dato dai comunisti all&#8217;articolo 7 della Costituzione che riconosceva un regime privilegiato alla Chiesa cattolica. Nell&#8217;Italia nata dalla Resistenza si abdicava a una politica laica».</p>
<p><strong>Lei ha formato generazioni di studenti con le sue lezioni: come giudicò il rinnovamento del ‘68?</strong></p>
<p>«Da un punto di vista culturale il Sessantotto mi appassionò. Soprattutto per la prospettiva internazionale. Mi ero formato sui testi di Karl Kautsky e di Rudolf Hilferding, ministro delle Finanze nella Repubblica di Weimar, fuggito nel 1933  in Francia e arrestato dai nazisti. Auspicavo anche in Italia una svolta socialdemocratica. In quel periodo mi dedicavo al <em>Capitale </em>di Marx. E, mentre tutte le lezioni erano bloccate dall’ ”onda” della contestazione, le mie erano seguitissime. Poi arrivarono gli anni bui del terrorismo e anche quell&#8217;aria da “primavera culturale” esaurì il suo slancio».</p>
<p><strong>Un terzo Risorgimento, c&#8217;è stato?</strong></p>
<p>«Grandi aspettative erano state prospettate dall&#8217;operazione Mani pulite. Si percepiva la necessità di agire, di tagliare i ponti».</p>
<p><strong>Alle rivoluzioni seguono poi le restaurazioni.</strong></p>
<p>«Ascolti questa affermazione: “Ci sono popoli, come ci sono individui che hanno tratto forza di rinnovamento dalla nausea di se stessi, cioè del loro passato”. Chi le sembra? Nietzsche? Macché. E&#8217; Benedetto Croce nel 1924.Ancora prima D&#8217;Azeglio aveva spiegato come la restaurazione postnapoleonica avesse interrotto modernizzazione e civilizzazione. Oggi viviamo in tempi molto bui ma sarà la nausea a farci da motore e a farci uscir fuori. “Quando un popolo è politicamente malato di solito ringiovanisce se stesso”». E questa volta è veramente Nietzsche.</p>
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		<title>Le immagini di Istanbul di Ara Güler e Orhan Pamuk</title>
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		<pubDate>Sat, 31 Oct 2009 18:31:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ilaria M. P. Barzaghi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Storia contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[Storia dell'arte]]></category>
		<category><![CDATA[Ara Güler]]></category>
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		<description><![CDATA[Thames &#38; Hudson ha da poco pubblicato Ara Güler&#8217;s Istanbul, volume in cui sono raccolte oltre centocinquanta immagini del grande fotografo, nato nel 1928 e soprannominato “l’occhio di Istanbul”, introdotte da una prefazione di Orhan Pamuk. I due celebri concittadini condividono un amore profondo e viscerale per Istanbul, per la sua identità molto complessa, storicamente [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_935" class="wp-caption alignleft" style="width: 180px"><img class="size-full wp-image-935" src="http://www.blogstoria.it/wp-content/uploads/2009/10/212641.jpg" alt="Ara Güler's Istanbul" width="170" height="220" /><p class="wp-caption-text">Ara Güler&#39;s Istanbul</p></div>
<p>Thames &amp; Hudson ha da poco pubblicato <em>Ara Güler&#8217;s Istanbul</em>, volume in cui sono raccolte oltre centocinquanta immagini del grande fotografo, nato nel 1928 e soprannominato “l’occhio di Istanbul”, introdotte da una prefazione di Orhan Pamuk. I due celebri concittadini condividono un amore profondo e viscerale per Istanbul, per la sua identità molto complessa, storicamente stratificata e ricca di contraddizioni: non solo tra Oriente e Occidente, ma anche tra tradizione e modernità, tra memoria dei fasti passati e povertà, resistenza ai cambiamenti e vertiginose trasformazioni.</p>
<p>Nella sua autobiografia <em>Istanbul. I ricordi e la città</em> (2003), Pamuk aveva scelto di affiancare al suo  testo numerosi scatti, che non hanno mai una funzione meramente decorativa, di fatto attribuendo alla fotografia come linguaggio dignità pari alla parola scritta. Molte delle immagini presenti in questo libro, in cui le memorie personali e familiari si confondono con quelle della città di Istanbul sino a diventare una cosa sola, sono fotografie di Ara Güler, a cui lo scrittore tributa un omaggio devoto.</p>
<p>Pubblichiamo qui la traduzione del testo di Orhan Pamuk (Premio Nobel nel 2006) dedicato all’arte di Ara Güler, apparso sul “Financial Times” di sabato 17 ottobre 2009: <a href="http://www.ft.com/cms/s/2/703e6e8a-b860-11de-8ca9-00144feab49a.html" target="_blank"><em>Images of Istanbul</em></a>.</p>
<p><span id="more-931"></span></p>
<h1><strong>Immagini di Istanbul<br />
</strong></h1>
<p>di <strong>Orhan Pamuk</strong></p>
<p>Non ero ancora nato quando Ara Güler ha fatto le sue prime fotografie, nel 1947 [<em>Orhan Pamuk è nato nel 1952, n.d.t.</em>]. Ho notato il suo nome per la prima volta quando le sue fotografie sono apparse nel settimanale &#8220;Hayat&#8221; negli anni sessanta. Ogniqualvolta i giornali degli anni settanta avessero bisogno di un fotografo che realisticamente riflettesse lo spirito della città che lavora, sapevano che Güler avrebbe fornito loro le immagini migliori.</p>
<div id="attachment_942" class="wp-caption alignright" style="width: 310px"><img class="size-medium wp-image-942" src="http://www.blogstoria.it/wp-content/uploads/2009/10/cafe-de-kartal.asp51274img1-300x300.jpg" alt="Ara Güler - Café de Kartal, 1956" width="300" height="300" /><p class="wp-caption-text">Ara Güler - Café de Kartal, 1956</p></div>
<p>Poichè Güler era conosciuto anche come fotografo ritrattista di famosi scrittori e artisti, è stato quando mi ha fotografato per la prima volta nel 1994 che ho sentito di aver finalmente raggiunto il riconoscimento come scrittore. Ma sono realmente arrivato a conoscerlo come persona quando ho lavorato nei suoi archivi nel 2003, facendo ricerche per il mio libro <em>Istanbul</em>. Quello che volevo non erano le immagini famose di Güler che chiunque avrebbe riconosciuto: stavo cercando le scene di periferia che avrebbero rispecchiato l’<em>hüzün</em>, o melancolia, che io stavo descrivendo, e lo stato d’animo in bianco e nero della mia infanzia.</p>
<div id="attachment_937" class="wp-caption alignleft" style="width: 309px"><img class="size-full wp-image-937" src="http://www.blogstoria.it/wp-content/uploads/2009/10/sur-le-pont-de-galata.asp51266img1.jpg" alt="Ara Güler - Sur le pont de Galata, 1956  " width="299" height="448" /><p class="wp-caption-text">Ara Güler - Sur le pont de Galata, 1956  </p></div>
<p>A quel punto avevo già scritto la maggior parte di <em>Istanbul.</em> Ma continuavo a trovare dettagli che avrei dovuto mettere nel mio libro. Ciò di cui mi resi conto – ciò che ho imparato, in modo straziante, mentre lavoravo al libro – è che scrivere un’autobiografia non significa passare in rassegna tutti i propri ricordi, preservandoli uno ad uno, ma dimenticarne la maggior parte, creando invece una storia fatta di quei ricordi che rifiutano di andarsene via.</p>
<p>Mentre lavoravo in archivio, ho visto l’attenzione che Güler rivolgeva ai suoi soggetti – pescatori che rammendano le loro reti nei caffè, disoccupati che bevono nelle osterie, bambini che rattoppano pneumatici davanti alle mura cadenti della città, spazzini, facchini, pellettieri e stradini, apprendisti avviati a forza a un lavoro pesante quando erano ancora ragazzini, fruttivendoli che spingono le loro carrette nelle strade alla ricerca di clienti, barcaioli che remando traghettano gli abitanti di Istanbul da una sponda all’altra del Corno d’Oro, pendolari che all’alba aspettano l’apertura del Ponte di Galata e quelli che guidano i primi taxi collettivi della giornata. E mi sono ricordato che Güler esprime sempre il suo legame con la città attraverso la sua gente.</p>
<p>La città non fa semplicemente da sfondo, né è presente per evocare strane immagini, poetiche o esotiche: Istanbul resta una parte inalienabile della gente che Güler ha  immortalato. Ho visto alcune delle fotografie di Ara Güler così tante volte che adesso le confondo con i miei stessi ricordi di Istanbul.</p>
<div id="attachment_940" class="wp-caption alignright" style="width: 221px"><img class="size-thumbnail wp-image-940" src="http://www.blogstoria.it/wp-content/uploads/2009/10/galatasaray-1960.asp51278img11-150x150.jpg" alt="Ara Güler - Galatasaray, 1960" width="211" height="211" /><p class="wp-caption-text">Ara Güler - Galatasaray, 1960</p></div>
<p>Spesso mi sorprendo a dire “Anch’io sono passato da questo posto, ho visto queste cose; sono stato là; sì, era esattamente così” – questi sentimenti non indicano tanto il riconoscimento che l’Istanbul di Ara Güler è una Istanbul del passato, quanto una lotta personale per ricongiungermi con i miei stessi ricordi, per convincermi che quello che vedo non è l’“arte” del fotografo ma la vita stessa.</p>
<p>(traduzione di Ilaria M.P. Barzaghi)</p>
<p>per le fotografie © Ara Güler</p>
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		<title>Assalto al Risorgimento</title>
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		<pubDate>Thu, 01 Oct 2009 09:42:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ennio Passalia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Culture politiche]]></category>
		<category><![CDATA[Il dibattito sull'Unità d'Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Risorgimento]]></category>
		<category><![CDATA[Storia d'Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Claudio Pavone]]></category>

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		<description><![CDATA[Claudio Pavone
in Repubblica — 30 settembre 2009, p. 60
All&#8217;uscita dal fascismo e dalla guerra ci si chiedeva: povera Italia, chi ti ridusse a tale? Oggi di fronte al potere del berlusconismo e della Lega molti italiani si pongono analoga domanda, ma risposte adeguate stentano ad arrivare. Naturalmente le differenze fra le due situazioni sono tante, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="size-medium wp-image-924 alignleft" src="http://www.blogstoria.it/wp-content/uploads/2009/10/GaribaldiTav211-300x207.jpg" alt="_GaribaldiTav21" width="300" height="207" />Claudio Pavone</p>
<p><em>in Repubblica — 30 settembre 2009, p. 60</em></p>
<p>All&#8217;uscita dal fascismo e dalla guerra ci si chiedeva: povera Italia, chi ti ridusse a tale? Oggi di fronte al potere del berlusconismo e della Lega molti italiani si pongono analoga domanda, ma risposte adeguate stentano ad arrivare. Naturalmente le differenze fra le due situazioni sono tante, grandi ed evidenti. Ma il timore, sacrosanto, di appiattire il nuovo sul vecchio, precludendosi così la possibilità di comprenderlo, non deve impedire di porre a confronto le due esperienze più negative attraversate dall&#8217; Italia dopo l&#8217;unità.</p>
<p><span id="more-920"></span>Il 150° anniversario di quest&#8217;ultima potrebbe offrire l&#8217;occasione di una riflessione di medio e lungo periodo che collochi in un più ampio orizzonte le iniziative in corso per ricordare l&#8217;evento. Per quello che se ne sa, sembra invece che si oscilli fra affermazioni generiche e derive localistiche (si vedano le osservazioni critiche di Simona Colarizi nel suo commento alla riunione degli storici garanti delle celebrazioni pubblicato su Repubblica del 17 settembre). Subito dopo la guerra si manifestò la spinta, non solo fra gli addetti ai lavori, a ri-considerare la storia d&#8217;Italia partendo dal Risorgimento, dalle dominazioni straniere, dalla Controriforma. Molti avvertivano che fra quel passato piùo meno remotoe il presente un nesso c&#8217;era, che poteva proiettarsi anche sul futuro, e che andava indagato per amore di conoscenza, amore di patria e amore di libertà.</p>
<p>Il migliore pensiero antifascista si era sempre affaticato attorno a questi problemi, da Gramsci a Rosselli, da Croce a Salvemini. Allora la riflessione, dopo le dure esperienze patite e l&#8217;albeggiare di nuove speranze, circolava in una più vasta area di coscienza pubblica. Essa peraltro aveva in sé il rischio, che esiste anche oggi provocato da un malessere che sembra senza via d&#8217; uscita, di sboccare in un rassegnato pessimismo: e se l&#8217;Italia fosse davvero incapace di diventare un paese libero e democratico? Il fascismo affermava di essere il provvidenziale punto di arrivo della intera storia d&#8217;Italia da Augustoa Mussolini, passando per la Roma onde Cristo è romano. Ma la interpretazione di questo cammino poteva essere rovesciata. Tre libri che ebbero allora una notevole eco potrebbero essere raggruppati, invertendo la formula vichiana, sotto il titolo di De antiquissima Italorum insipientia: Golia. Marcia del fascismo, di Giuseppe Antonio Borgese; Antistoria d&#8217;Italia, di Fabio Cusin; Storia degli Italieschi dalle origini ai giorni nostri, di Giorgio Fenoaltea. La classe dirigente impegnata a costruire un&#8217; Italia democratica non poteva accettare questo malinconico punto di vista. La Resistenza e la Costituzione apertamente lo sfidavano.</p>
<p>La politica, la storiografia e un vasto settore della pubblica opinione si sentirono impegnati a collocarsi entro una visione di ampio respiro e non catastrofica della storia d&#8217;Italia. Le differenze di interpretazione erano molte, ma un presupposto condiviso rimase comunque, al contrario di oggi, il giudizio positivo sull&#8217; unità d&#8217;Italia. Era un comune sentire, prima ancora che un comune pensare. Gli eredi della grande tradizione liberale &#8211; penso soprattutto ad Adolfo Omodeo, Federico Chabod, Rosario Romeo &#8211; difesero non dogmaticamente l&#8217;Italia del Risorgimento e lo Stato allora creato. Omodeo attribuì a Cavour il grande merito di non aver voluto fare dell&#8217;Italia &#8220;un grasso Belgio della Valle padana&#8221;. Chabod scrisse che non si dovevano scambiare i germi di una malattia, il fascismo, con il pieno divampare della malattia stessa. Si cominciarono contemporaneamente a studiare le forze rimaste fuori dai governi prefascisti, i socialisti e i cattolici, e a vedere in questa esclusione la tara principale dell&#8217;Italia unita. Divenne corrente la formula che era venuto il momento di inserire finalmente quelle forze nello Stato, dopo il disastroso tentativo fascista di inserirle per via autoritaria.</p>
<p>Sotto la spinta della Resistenza, della Costituzione, di una acquisita coscienza delle proprie manchevolezze e di una nuova fiducia nel futuro l&#8217;Italia cominciò allora a fare grandi passi avanti sulla strada della democrazia e della modernizzazione. Peraltro gli anni di sviluppoe di euforia fecero troppo frettolosamente considerare risolti problemi che l&#8217; Italia si trascinava dietro fin dall&#8217; unificazione e che affondavano le loro radici ancora più lontano. Oggi quei problemi sono più che mai presenti. Si pensi innanzi tutto al Mezzogiorno, nonostante gli evidenti passi avanti compiuti e i ripetuti allarmi dei meridionalisti e dei loro sempre meno ascoltati eredi.</p>
<p>Si pensi alla anomalia della &#8220;capitale morale&#8221; oltre che economica d&#8217; Italia dalla quale invece sono nati, a distanza di settant&#8217; anni, i due movimenti più retrivi che abbia conosciuto l&#8217;Italia contemporanea. Che avesse avuto ragione Gramsci, quando considerava la borghesia italiana non ancora pienamente uscita dalla fase corporativa, come anche il successo della Lega induce a pensare? Nella storia dell&#8217; Italia repubblicana i partiti, in particolare quelli di massa, socialisti, comunisti e democristiani, pur nelle loro aspre contesee nei loro limiti, avevano svolto un importante ruolo di educazione alla democrazia del popolo italiano. Le recenti vicende del nostro paese mostrano peraltro che essa è stata meno profonda e diffusa di quanto fosse lecito sperare. Una parte notevole del popolo italiano &#8211; non tutto, non va mai dimenticato &#8211; sembra essersi rapidamente adeguata alla volontà berlusconiana e leghista di scardinare, come è sempre più chiaro, i fondamenti istituzionali ed etici della libertà e della democrazia.</p>
<p>L&#8217;involgarirsi del costume pubblico, che di quello scardinamento costituisce a un tempo il prodottoe il sottofondo, va dall&#8217; altra metà degli italiani combattuto con particolare risolutezza. Se berlusconismo e leghismo vanno analizzati sia sul breve che sul lungo periodo, i rapporti fra Stato e Chiesa non possono rimanere fuori del nostro discorso. Dopo l&#8217; avvento del berlusconismo essi sono notevolmente cambiati. Va ricordato che il carattere degli italiani, sul quale le pagine di Leopardi sono sempre illuminanti, si è formato soprattutto con la Controriforma ed è stato una pur duttile costante della storia d&#8217; Italia trapassando da epoca a epoca e da regime a regime. Molti dei liberali, cattolici e laici, che presero a cannonate la capitale del papa auspicavano che la scomparsa del potere temporale avrebbe finalmente favorito, con giovamento per l&#8217; intero paese, una renovatio Ecclesiae liberata dagli impacci mondani. Come sappiamo le cose non sono andate in questo modo. La saggia Legge delle Guarentigie, emanata dopo la breccia di Porta Pia e che il papa non volle mai riconoscere preferendo fingersi prigioniero in Vaticano, verrà dal fascismo sostituita dal Concordato che negava il principio della eguale libertà di tutte le coscienze di fronte allo Stato.</p>
<p>L&#8217; articolo 7 della Costituzione ribadirà quella negazione, ma lo stesso partito cattolico che lo aveva fortemente voluto e l&#8217; aveva ottenuto con l&#8217; appoggio dei comunisti, praticherà una politica di mediazione fra potere vaticano e potere statale. Scomparsa la Dc e trovatisi fronte a fronte i due poteri, quello ecclesiastico ha alzato il tiro e ha preteso e vieppiù pretende nuovi spazi non già per la libertà religiosa, che mai sono stati alla Chiesa negati nell&#8217; ambito della libertà di tutti, ma di poteri pubblici, cioè esercitabili nei confronti anche dei non cattolici: insomma, dei privilegi. Tutto questo avviene mentre la società va sempre più scristianizzandosi, ed è una riprova della crescente distanza che corre fra la coscienza religiosa e la Chiesa come istituzione. Il berlusconismo dà un sostanzioso contributo a questo processo. Assistiamo così a un costante arretramento rispetto alle aperture conciliari, suscitatrici di tante speranze fra i cattolici democratici che auspicavano &#8211; basti pensare a Scoppola &#8211; rapporti fra Stato e Chiesa ben diversi da quelli attuali. Molti sono oggi i cittadini che patiscono per le umiliazioni che debbono subire e perché non vedono una chiara e decisa azione politicae culturale voltaa scrollarsele di dosso.</p>
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