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	<title>Blogstoria - Rassegne stampa storiche, articoli e recensioni</title>
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<itunes:summary>Approfondimento storico e culturale sulle sfide della contemporaneità: notizie di oggi alla luce della storia di ieri nella rassegna stampa storica di blogstoria.it che copre - in modo sintetico, ma attraverso un esteso insieme di fonti - il dibattito storiografico che prende forma sulla stampa nazionale e internazionale.</itunes:summary>
	<itunes:subtitle>Rassegne stampa storiche, articoli e recensioni by Blogstoria.it</itunes:subtitle>
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		<title>L&#8217;Egitto verso la transizione democratica &#8211; Parte II: i Fratelli Musulmani</title>
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		<pubDate>Tue, 15 Feb 2011 13:46:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Claudia Covelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Terza puntata dello speciale dedicato alla crisi egiziana. Storia e ruolo del partito islamico dei Fratelli Musulmani...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_3448" class="wp-caption alignleft" style="width: 361px"><a href="http://www.blogstoria.it/wp-content/uploads/2011/02/Dimissioni-Mubarak.jpg"><img class="size-full wp-image-3448" title="Manifestazioni in Piazza Tahrir alla notizia delle dimissioni Mubarak, 11/02/2011" src="http://www.blogstoria.it/wp-content/uploads/2011/02/Dimissioni-Mubarak.jpg" alt="Manifestazioni in Piazza Tahrir alla notizia delle dimissioni Mubarak, 11/02/2011" width="351" height="263" /></a><p class="wp-caption-text">Manifestazioni in Piazza Tahrir alla notizia delle dimissioni di Mubarak, 11/02/2011</p></div>
<p>Venerdì 11 febbraio il presidente Hosni Mubarak ha finalmente scelto di dimettersi e di affidare la gestione dei poteri in Egitto al governo alle forze militari. Inizia ora la fase di preparazione alle nuove elezioni e la transizione verso un nuovo sistema politico. Noi chiudiamo il nostro approfondimento sulle forze che animano il panorama dell&#8217;opposizione a Mubarak affrontando il tema della Fratellanza Musulmana [leggi le puntate precedenti: <a href="http://www.blogstoria.it/2011/02/04/cosa-sta-succedendo-in-egitto-una-rivolta-compressa-tra-i-miti-delliran-di-khomeini-e-quello-della-caduta-del-muro-di-berlino/" target="_self">Cosa sta succedendo in Egitto? Una rivolta compressa tra i miti dell’Iran di Khomeini e quello della caduta del muro di Berlino</a> e <a href="http://www.blogstoria.it/2011/02/08/cosa-sta-succedendo-in-egitto-prospettive-per-una-transizione-democratica-parte-i-il-fronte-laico/" target="_self">Prospettive per una transizione democratica in Egitto – Parte I: il fronte laico</a>]. Uno dei quesiti più importanti che saranno affrontati nei prossimi mesi è infatti se può esistere una via islamica al processo di democratizzazione avviato in Egitto e quale potrebbe essere il ruolo dei Fratelli Musulmani nel nuovo scenario politico.</p>
<p>Per riflettere ci siamo documentati e per prima cosa abbiamo rilevato che in Italia e in Europa, anche sotto la spinta dell&#8217;11 settembre 2001, il tema della Fratellanza Musulmana è stato maggiormente affrontato. Per averne un quadro il più esauriente e soprattutto il più attuale possibile tra le varie letture  abbiamo dedicato ampio spazio al volume curato da Massimo Campanini e Karim Mezran <strong><em>I fratelli musulmani nel mondo contemporaneo</em></strong> uscito per Utet nell&#8217;ottobre 2010 (<a href="http://www.amazon.it/gp/product/8802081921?ie=UTF8&amp;tag=blogstorasseg-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=3370&amp;creative=23322&amp;creativeASIN=8802081921" target="_blank">» compralo su Amazon.it a 14,30 euro</a>), ossia proprio in concomitanza con l&#8217;apertura di quella che si sarebbe rivelata l&#8217;ultima campagna elettorale di Mubarak. E la contingenza con i fatti di queste ultime settimane si avverte nelle parole di Anthony Santilli, autore del capitolo <em>I Fratelli Musulmani d&#8217;Egitto: frammenti di un progetto egemonico</em> che parla di una &#8220;cultura della protesta&#8221; animata dal Movimento egiziano per il cambiamento, <em>Kifaya </em>(Basta!), che dal 2005  veicola una serie di manifestazioni contro l&#8217;autoritarismo del regime e a favore del riconoscimento dei diritti civili. Un Egitto che appare dunque meno stabile rispetto al quadro tratteggiato fino a poche settimane fa dall&#8217;<em>establishment</em> occidentale, che aveva evidentemente trascurato le pressioni trasversali che provenivano dalla società civile e che si erano già palesate nell&#8217;ondata di manifestazioni del 2005.</p>

<p>Il volume curato da Campanini e Mezran ricostruisce non solo la storia della nascita della Fratellanza Musulmana e del diverso ruolo giocato nelle tre presidenze che si sono succedute dopo la rivoluzione del &#8217;52 ma, nel mantenere fede al ruolo transnazionale svolto dall&#8217;organizzazione, ricostruisce le vicende delle cellule dei Fratelli Musulmani nei diversi paesi arabi (dal Sudan alla Giordania, dal Maghreb alla Palestina), negli Stati Uniti e in Europa. L&#8217;approccio è multidisciplinare &#8211; storico, politologico, sociologico &#8211; indispensabile per affrontare un argomento così complesso. Non è però un lavoro caotico e, cosa che accade raramente nelle curatele, si struttura metodologicamente sull&#8217;utilizzo di un concetto definito, quello di <em>egemonia</em> di origine gramsciana riscoperto come «categoria euristica» attraverso la quale valutare il potenziale politico della Fratellanza Musulmana nello scenario egiziano e non solo. Il nodo da sciogliere è infatti quello della politicizzazione delle masse nel mondo arabo e musulmano e il ruolo che la Fratellanza può svolgere sotto questo profilo. Il ritratto dei Fratelli Musulmani che emerge dal testo scardina molti luoghi comuni diffusi in Occidente e raggiunge l&#8217;obiettivo che i due curatori dichiarano nell&#8217;introduzione, quello di affrontare il tema al di fuori di qualsiasi «pregiudizio ideologico».</p><em><p><a href="http://www.blogstoria.it/2011/02/15/verso-la-transizione-democratica-parte-ii-i-fratelli-musulmani/">» Continua la lettura...  L&#8217;Egitto verso la transizione democratica &#8211; Parte II: i Fratelli Musulmani</a></p></em>]]></content:encoded>
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	<itunes:summary>Manifestazioni in Piazza Tahrir alla notizia delle dimissioni di Mubarak, 11/02/2011
Venerdì 11 febbraio il presidente Hosni Mubarak ha finalmente scelto di dimettersi e di affidare la gestione dei poteri in Egitto al governo alle forze militari. Inizia ora la fase di preparazione alle nuove elezioni e la transizione verso un nuovo sistema politico. Noi chiudiamo il nostro approfondimento sulle forze che animano il panorama dell’opposizione a Mubarak affrontando il tema della Fratellanza Musulmana [leggi le puntate precedenti: Cosa sta succedendo in Egitto? Una rivolta compressa tra i miti dell’Iran di Khomeini e quello della caduta del muro di Berlino e Prospettive per una transizione democratica in Egitto – Parte I: il fronte laico]. Uno dei quesiti più importanti che saranno affrontati nei prossimi mesi è infatti se può esistere una via islamica al processo di democratizzazione avviato in Egitto e quale potrebbe essere il ruolo dei Fratelli Musulmani nel nuovo scenario politico.
Per riflettere ci siamo documentati e per prima cosa abbiamo rilevato che in Italia e in Europa, anche sotto la spinta dell’11 settembre 2001, il tema della Fratellanza Musulmana è stato maggiormente affrontato. Per averne un quadro il più esauriente e soprattutto il più attuale possibile tra le varie letture  abbiamo dedicato ampio spazio al volume curato da Massimo Campanini e Karim Mezran I fratelli musulmani nel mondo contemporaneo uscito per Utet nell’ottobre 2010 (» compralo su Amazon.it a 14,30 euro), ossia proprio in concomitanza con l’apertura di quella che si sarebbe rivelata l’ultima campagna elettorale di Mubarak. E la contingenza con i fatti di queste ultime settimane si avverte nelle parole di Anthony Santilli, autore del capitolo I Fratelli Musulmani d’Egitto: frammenti di un progetto egemonico che parla di una “cultura della protesta” animata dal Movimento egiziano per il cambiamento, Kifaya (Basta!), che dal 2005  veicola una serie di manifestazioni contro l’autoritarismo del regime e a favore del riconoscimento dei diritti civili. Un Egitto che appare dunque meno stabile rispetto al quadro tratteggiato fino a poche settimane fa dall’establishment occidentale, che aveva evidentemente trascurato le pressioni trasversali che provenivano dalla società civile e che si erano già palesate nell’ondata di manifestazioni del 2005.

Il volume curato da Campanini e Mezran ricostruisce non solo la storia della nascita della Fratellanza Musulmana e del diverso ruolo giocato nelle tre presidenze che si sono succedute dopo la rivoluzione del ’52 ma, nel mantenere fede al ruolo transnazionale svolto dall’organizzazione, ricostruisce le vicende delle cellule dei Fratelli Musulmani nei diversi paesi arabi (dal Sudan alla Giordania, dal Maghreb alla Palestina), negli Stati Uniti e in Europa. L’approccio è multidisciplinare – storico, politologico, sociologico – indispensabile per affrontare un argomento così complesso. Non è però un lavoro caotico e, cosa che accade raramente nelle curatele, si struttura metodologicamente sull’utilizzo di un concetto definito, quello di egemonia di origine gramsciana riscoperto come «categoria euristica» attraverso la quale valutare il potenziale politico della Fratellanza Musulmana nello scenario egiziano e non solo. Il nodo da sciogliere è infatti quello della politicizzazione delle masse nel mondo arabo e musulmano e il ruolo che la Fratellanza può svolgere sotto questo profilo. Il ritratto dei Fratelli Musulmani che emerge dal testo scardina molti luoghi comuni diffusi in Occidente e raggiunge l’obiettivo che i due curatori dichiarano nell’introduzione, quello di affrontare il tema al di fuori di qualsiasi «pregiudizio ideologico».» Continua la lettura...  L’Egitto verso la transizione democratica – Parte II: i Fratelli Musulmani</itunes:summary>
<itunes:subtitle>Terza puntata dello speciale dedicato alla crisi egiziana. Storia e ruolo del partito islamico dei Fratelli Musulmani...</itunes:subtitle>
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		<title>Prospettive per una transizione democratica in Egitto &#8211; Parte I: il fronte laico</title>
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		<pubDate>Tue, 08 Feb 2011 11:02:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Claudia Covelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Seconda parte dello speciale dedicato alla crisi egiziana. Storia delle forze politiche laiche in Egitto: ruolo e opportunita nella transizione democratica...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-3373" title="Egitto-bandiera" src="http://www.blogstoria.it/wp-content/uploads/2011/02/Egitto1.png" alt="Egitto-bandiera" width="174" height="116" />Domenica 6 febbraio il vice-presidente Omar Suleiman ha incontrato i leader dei partiti dell&#8217;&#8221;opposizione&#8221; con i quali ha raggiunto l&#8217;accordo di costituire un comitato per le riforme costituzionali in Egitto (vedi &#8220;Il Corriere della sera&#8221;<strong><em> <a href="http://www.corriere.it/esteri/11_febbraio_06/egitto-negoziati-telefonata_34635a5e-31dd-11e0-a054-00144f486ba6.shtml?fr=correlati" target="_blank">Egitto: accordo governo-opposizione. Suleiman: non avrò il posto di Mubarak</a></em></strong>, 6 febbraio 2011). Vale la pena passare in rassegna i partiti che oggi costituiscono l&#8217;opposizione alla presidenza di Mubarak, per rendersi conto di quanto sia variegato il fronte di chi chiede una svolta radicale nella gestione del potere in Egitto:</p>
<ul>
<li>il partito liberale <em><strong>wafd</strong>. </em>Fondato nel 1919 da Saad Zaghlul è stato il primo partito nazionale egiziano. È stato il principale partito dell&#8217;Egitto dal 1922 fino alla rivoluzione nasseriana del 1952. Partito interconfessionale, laico (nelle sue file militeranno le prime femministe egiziane), esponente della borghesia colta, ha alternato nel corso della storia dell&#8217;Egitto contemporaneo posizioni anti-occidentali in chiave patriottica e momenti di apertura verso l&#8217;Occidente che rimane il riferimento culturale e politico in materia di modernità e sviluppo. Abolito da Nasser negli anni del processo di accentratamento autoritario, il <em>wafd</em> si è ricomposto nel 1978, durante la presidenza di Sadat.</li>
<li>I <strong>Fratelli Musulmani</strong>. Fondato nel 1928 da al-Ḥasan al-Bannā, è la più importante organizzazione islamica con approccio di tipo politico. Obiettivo del suo fondatore era infatti la fondazione di uno stato islamico, basato su una profonda riforma dei costumi in grado di riavvicinare i credenti all&#8217;autentico Islam. Prevede la rifondazione dello stato egiziano sul Corano e sull&#8217;esempio dei <em>salaf </em>(gli &#8220;antichi&#8221;). Dal punto di vista istituzionale predilige un ritorno al califfato. Il progetto dei Fratelli Musulmani radicato nella più antica tradizione islamica e richiamandosi direttamente alla <em>sunna</em> ha forte connotazione sovranazionale, l&#8217;organizzazione è infatti trasversale a tutto il mondo islamico e attiva anche con frange estremiste armate, ufficialmente ripudiate dall&#8217;organizzazione che esclude fin dalla sua fondazione la possibilità del ricorso alla lotta armata. Presenta fin dalle origini una forte connotazione sociale orientata al supporto delle fasce  più povere della popolazione. Benchè il primo presidente della futura Repubblica nasseriana Najib avesse stretti legami con i Fratelli Musulmani, Nasser perseguitò duramente l&#8217;organizzazione a causa della loro ostilità nei confronti del suo progetto di cambiamento politico e sociale. Sadat, nel 1970, inaugurerà una politica di apertura nei confronti dei Fratelli Musulmani essenzialmente allo scopo di contrastare i movimenti studenteschi di sinistra. Nonostante questo sarà proprio un esponente del gruppo <em>El-Jihad</em> collaterale all&#8217;organizzazione ad ucciderlo in un attentato il 6 ottobre 1981. Nel 1984, sotto la presidenza Mubarak, l&#8217;organizzazione torna alla vita politica potendo ufficialmente partecipare alle elezioni (ma solo in coalizione con altri partiti laici d&#8217;opposizione).</li>
<li><strong>Tagammu</strong>, è il Partito Unionista Progressista nazionale, nato durante la presidenza Sadat, partecipa per la prima volta alle elezioni nel 1979. Accreditato nell&#8217;ala della sinistra egiziana è un partito di ispirazione socialista, che raccoglie scarsi consensi nella popolazione a causa dell&#8217;eccessiva vicinanza alla politica del presidente Mubarak. Il Tagammu raccoglie infatti parte delle istanze e dell&#8217;ideologia del movimento degli Ufficiali liberi che diedero vita alla Rivoluzione nasseriana del 1952 a cui sovrappone elementi marxisti e strettamente nasseriani. È di fatto un partito estremamente eterogeneo che raccoglie esponenti dell&#8217;élite politica egiziana con orientamento laico.</li>
</ul>

<p>Chi non ha incontrato Omar Suleiman è invece Muhammad al-Baradei, direttore dell&#8217;Agenzia Internazionale dell&#8217;Energia Atomica, premio Nobel per la pace nel 2005, che nonostante le sue origini, il suo esordio di carriera come diplomatico durante la presidenta Sadat (1974) e il prestigio (e la fiducia) di cui gode presso il mondo occidentale, non vive in Egitto da più di venti anni, dove è tornato solo in occasione delle manifestazioni di queste settimane a sostegno dell&#8217;opposizione anti-Mubarak.</p>
<p>Dopo questo rapido excursus nelle forze politiche che costituiscono oggi il fronte dell&#8217;opposizione a Mubarak &#8211; cui si aggiungono movimenti giovanili pro-democrazia e esponenti del mondo della finanza e dell&#8217;economia &#8211; riproponiamo la domanda con la quale abbiamo concluso <a href="http://www.blogstoria.it/2011/02/04/cosa-sta-succedendo-in-egitto-una-rivolta-compressa-tra-i-miti-delliran-di-khomeini-e-quello-della-caduta-del-muro-di-berlino/" target="_self">il precedente articolo dedicato alla crisi egiziana</a>: quale connotazione assumerà il processo di transizione democratica in Egitto? Sarà una transizione che trasformerà l&#8217;Egitto in una repubblica democratica laica secondo il modello occidentale, oppure ne scaturirà un modello democratico ibrido segnato dall&#8217;egemonia politica dei Fratelli Musulmani, insomma una sorta di &#8220;democrazia islamica&#8221;?</p><em><p><a href="http://www.blogstoria.it/2011/02/08/cosa-sta-succedendo-in-egitto-prospettive-per-una-transizione-democratica-parte-i-il-fronte-laico/">» Continua la lettura...  Prospettive per una transizione democratica in Egitto &#8211; Parte I: il fronte laico</a></p></em>]]></content:encoded>
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	<itunes:summary>Domenica 6 febbraio il vice-presidente Omar Suleiman ha incontrato i leader dei partiti dell’”opposizione” con i quali ha raggiunto l’accordo di costituire un comitato per le riforme costituzionali in Egitto (vedi “Il Corriere della sera” Egitto: accordo governo-opposizione. Suleiman: non avrò il posto di Mubarak, 6 febbraio 2011). Vale la pena passare in rassegna i partiti che oggi costituiscono l’opposizione alla presidenza di Mubarak, per rendersi conto di quanto sia variegato il fronte di chi chiede una svolta radicale nella gestione del potere in Egitto:

il partito liberale wafd. Fondato nel 1919 da Saad Zaghlul è stato il primo partito nazionale egiziano. È stato il principale partito dell’Egitto dal 1922 fino alla rivoluzione nasseriana del 1952. Partito interconfessionale, laico (nelle sue file militeranno le prime femministe egiziane), esponente della borghesia colta, ha alternato nel corso della storia dell’Egitto contemporaneo posizioni anti-occidentali in chiave patriottica e momenti di apertura verso l’Occidente che rimane il riferimento culturale e politico in materia di modernità e sviluppo. Abolito da Nasser negli anni del processo di accentratamento autoritario, il wafd si è ricomposto nel 1978, durante la presidenza di Sadat.
I Fratelli Musulmani. Fondato nel 1928 da al-Ḥasan al-Bannā, è la più importante organizzazione islamica con approccio di tipo politico. Obiettivo del suo fondatore era infatti la fondazione di uno stato islamico, basato su una profonda riforma dei costumi in grado di riavvicinare i credenti all’autentico Islam. Prevede la rifondazione dello stato egiziano sul Corano e sull’esempio dei salaf (gli “antichi”). Dal punto di vista istituzionale predilige un ritorno al califfato. Il progetto dei Fratelli Musulmani radicato nella più antica tradizione islamica e richiamandosi direttamente alla sunna ha forte connotazione sovranazionale, l’organizzazione è infatti trasversale a tutto il mondo islamico e attiva anche con frange estremiste armate, ufficialmente ripudiate dall’organizzazione che esclude fin dalla sua fondazione la possibilità del ricorso alla lotta armata. Presenta fin dalle origini una forte connotazione sociale orientata al supporto delle fasce  più povere della popolazione. Benchè il primo presidente della futura Repubblica nasseriana Najib avesse stretti legami con i Fratelli Musulmani, Nasser perseguitò duramente l’organizzazione a causa della loro ostilità nei confronti del suo progetto di cambiamento politico e sociale. Sadat, nel 1970, inaugurerà una politica di apertura nei confronti dei Fratelli Musulmani essenzialmente allo scopo di contrastare i movimenti studenteschi di sinistra. Nonostante questo sarà proprio un esponente del gruppo El-Jihad collaterale all’organizzazione ad ucciderlo in un attentato il 6 ottobre 1981. Nel 1984, sotto la presidenza Mubarak, l’organizzazione torna alla vita politica potendo ufficialmente partecipare alle elezioni (ma solo in coalizione con altri partiti laici d’opposizione).
Tagammu, è il Partito Unionista Progressista nazionale, nato durante la presidenza Sadat, partecipa per la prima volta alle elezioni nel 1979. Accreditato nell’ala della sinistra egiziana è un partito di ispirazione socialista, che raccoglie scarsi consensi nella popolazione a causa dell’eccessiva vicinanza alla politica del presidente Mubarak. Il Tagammu raccoglie infatti parte delle istanze e dell’ideologia del movimento degli Ufficiali liberi che diedero vita alla Rivoluzione nasseriana del 1952 a cui sovrappone elementi marxisti e strettamente nasseriani. È di fatto un partito estremamente eterogeneo che raccoglie esponenti dell’élite politica egiziana con orientamento laico.


Chi non ha incontrato Omar Suleiman è invece Muhammad al-Baradei, direttore dell’Agenzia Internazionale dell’Energia Atomica, premio Nobel per la pace nel 2005, che nonostante le sue origini, il suo [...]</itunes:summary>
<itunes:subtitle>Seconda parte dello speciale dedicato alla crisi egiziana. Storia delle forze politiche laiche in Egitto: ruolo e opportunita nella transizione democratica...</itunes:subtitle>
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		<title>Cosa sta succedendo in Egitto? Una rivolta compressa tra i miti dell&#8217;Iran di Khomeini e quello della caduta del muro di Berlino</title>
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		<pubDate>Fri, 04 Feb 2011 17:00:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Claudia Covelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il punto di vista storico sulla questione delle rivolte del gennaio 2011 in Egitto, alla luce della (poca) bibliografia disponibile...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_3310" class="wp-caption alignleft" style="width: 303px"><a href="http://www.blogstoria.it/wp-content/uploads/2011/02/egitto-rivolta-1.jpg"><img class="size-full wp-image-3310" title="Immagini dalla Rivolta in Egitto - 31 gennaio 2011" src="http://www.blogstoria.it/wp-content/uploads/2011/02/egitto-rivolta-1.jpg" alt="Immagini dalla Rivolta in Egitto - 31 gennaio 2011" width="293" height="189" /></a><p class="wp-caption-text">Immagini dalla Rivolta in Egitto - 31 gennaio 2011</p></div>
<p>Oggi, così almeno si augurano migliaia di manifestanti egiziani, potrebbe essere il giorno della &#8220;cacciata&#8221; del presidente egiziano Mubarak in carica da quasi trent&#8217;anni, ossia dall&#8217;ottobre del 1981. Questo significa che per molti lettori &#8211; me compresa &#8211; la parola &#8220;stabilità&#8221; che è ricorsa negli editoriali pubblicati sulla rivolta in Egitto di questi giorni identifica senza soluzione di continuità l&#8217;Egitto con la figura del presidente Mubarak, volto unico ed esclusivo del grande paese nord-africano dal quale provengono un ampio numero degli stranieri residenti in Italia. Il CESTIM che si occupa di fornire i dati per il Ministero degli Interni ha stimato la presenza di 56.834 cittadini egiziani risiedenti sul territorio italiano al 31 dicembre 2009, pertanto la comunità egiziana risulta essere al 6° posto delle comunità straniere più popolose preceduta da quella indiana e tunisina nonché la terza comunità numericamente più importante proveniente dal nord africa (al primo posto si trova la comunità marocchina che conta 245.198 presenze seguita da quella tunisina con 66.153 cittadini residenti sul territorio italiano) [<a href="http://demo.istat.it/str2009/index.html" target="_blank">fonte: Cestim</a>]</p>
<p>I quotidiani che si sono occupati di quanto sta avvenendo al Cairo in questi giorni hanno di fatto illustrato due posizioni contrapposte, che danno una connotazione profondamente diversa alle previsioni di evoluzione delle manifestazioni egiziane in corso contro il presidente Mubarak:</p>
<ul>
<li>la prima, per la quale potremmo indicare come riferimento l&#8217;editoriale di Giovanni Sartori <a href="http://www.corriere.it/editoriali/11_gennaio_31/sartori-illusioni-e-delusioni-editoriale_b5e8e43c-2cff-11e0-becd-00144f02aabc.shtml" target="_blank"><strong><em>Illusioni e delusioni</em></strong></a> pubblicato su il &#8220;Corriere&#8221; il 31 gennaio scorso e dedicato principalmente al ruolo degli Usa nella crisi, vede nelle rivolte in corso in Egitto e che hanno investito nelle prime settimane dell&#8217;anno Tunisia e Algeria una polveriera pericolosa dalla quale potrebbe emergere una ristrutturazione dello stato egiziano in chiave fondamentalista. Il riferimento storico richiamato da Sartori è quello della rivoluzione khomeinista del &#8217;78/&#8217;79 che segna un altro episodio di politica di <em>laissez-faire</em> (ma Sartori lo definisce &#8220;missionarismo&#8221;) da parte degli Stati Uniti. Riferimento che risulta molto gradito anche a Fiamma Nirenstein che su &#8220;Il Giornale&#8221; del primo febbraio firma l&#8217;articolo <a href="http://www.fiammanirenstein.com/articoli.asp?Categoria=3&amp;Id=2513" target="_blank"><strong><em>Obama elefante nella cristalleria mediorientale</em></strong></a>. Per Nirenstein il rischio dei movimenti di protesta in Egitto e del conseguente cambio alla guida del paese sono le possibili ripercussioni sui rapporti con Israele. Ad accumunare le due posizioni che sintetizzano gran parte dell&#8217;opinione della destra italiana è la convinzione che l&#8217;unica &#8220;svolta&#8221; che potrebbe essere intrapresa dall&#8217;Egitto, sebbene la protesta si ancori in minima parte a un (legittimo?) malcontento sociale, sarebbe in chiave islamista e in particolare nella formula fondamentalista dei Fratelli Musulmani che sarebbero pronti a manipolare la protesta.</li>
<li>la seconda interpretazione che si avvale meno delle penne dei commentatori e si affida maggiormente alle cronache degli inviati dal Cairo dipinge la rivolta in corso come un fenomeno tutt&#8217;altro che inaspettato e che affonda le radici nel clima di fermento che da anni anima le principali città egiziane in merito a una crescente richiesta di riconoscimento dei diritti civili da parte delle nuove generazioni. In questa interpretazione, i soggetti promotori delle manifestazioni sarebbero i giovani e le donne, come emerge dall&#8217;articolo di Massimo Nava <a href="http://www.corriere.it/editoriali/11_febbraio_01/nava-ragazzi-cairo-egitto_775c98ca-2dcd-11e0-8740-00144f02aabc.shtml" target="_blank"><em><strong>Quei ragazzi del Cairo</strong></em></a> e dall&#8217;intervista di Cecilia Zecchinelli a Emma Bonino <a href="http://www.emmabonino.it/press/about_emma_bonino/9030" target="_blank"><em><strong>L&#8217;Occidente parla di democrazia ma appoggia i regimi autoritari</strong></em></a>, entrambi pubblicati sul &#8220;Corriere della sera&#8221; del primo febbraio, mentre la &#8220;svolta&#8221; possibile per l&#8217;Egitto, una volta allontanato Mubarak, sarebbe quella orientata a una rinascita democratica del paese. Il riferimento storico richiamato è dunque non quello della Rivoluzione khomeinista in Iran, ma quello, con ben altra connotazione, della caduta del muro di Berlino dieci anni più tardi.</li>
</ul>

<p>Come sappiamo essere abitudine dei commentatori italiani, la Storia, con il suo bagaglio che si presta allo stravolgimento mitografico e immaginifico, è stata ancora una volta saccheggiata allo scopo di suffragare interpretazioni e aspettative su un fenomeno attuale, talmente attuale da apparire, perlomeno a buona parte dell&#8217;Europa e degli Stati Uniti, del tutto inaspettato. Possono essere le rivolte in corso in Egitto oggi una replica della rivoluzione khomeinista del &#8217;79 (vale la pena sottolineare che sono più di trent&#8217;anni, ossia dagli accordi di Camp David del &#8217;78 che ufficialmente Iran ed Egitto non hanno relazioni diplomatiche a segnare una distanza non solo geografica ma anche politica tra i due paesi) o rieccheggiare l&#8217;ondata di democratizzazione in Europa seguita alla caduta del muro di Berlino? Evidentemente no.</p>
<div id="attachment_3311" class="wp-caption alignright" style="width: 348px"><a href="http://www.blogstoria.it/wp-content/uploads/2011/02/el-baradei.jpg"><img class="size-full wp-image-3311" title="Il candidato dell'opposizione El-Baradei" src="http://www.blogstoria.it/wp-content/uploads/2011/02/el-baradei.jpg" alt="Il candidato dell'opposizione El-Baradei" width="338" height="185" /></a><p class="wp-caption-text">Il candidato dell&#39;opposizione El-Baradei</p></div><em><p><a href="http://www.blogstoria.it/2011/02/04/cosa-sta-succedendo-in-egitto-una-rivolta-compressa-tra-i-miti-delliran-di-khomeini-e-quello-della-caduta-del-muro-di-berlino/">» Continua la lettura...  Cosa sta succedendo in Egitto? Una rivolta compressa tra i miti dell&#8217;Iran di Khomeini e quello della caduta del muro di Berlino</a></p></em>]]></content:encoded>
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	<itunes:summary>Immagini dalla Rivolta in Egitto - 31 gennaio 2011
Oggi, così almeno si augurano migliaia di manifestanti egiziani, potrebbe essere il giorno della “cacciata” del presidente egiziano Mubarak in carica da quasi trent’anni, ossia dall’ottobre del 1981. Questo significa che per molti lettori – me compresa – la parola “stabilità” che è ricorsa negli editoriali pubblicati sulla rivolta in Egitto di questi giorni identifica senza soluzione di continuità l’Egitto con la figura del presidente Mubarak, volto unico ed esclusivo del grande paese nord-africano dal quale provengono un ampio numero degli stranieri residenti in Italia. Il CESTIM che si occupa di fornire i dati per il Ministero degli Interni ha stimato la presenza di 56.834 cittadini egiziani risiedenti sul territorio italiano al 31 dicembre 2009, pertanto la comunità egiziana risulta essere al 6° posto delle comunità straniere più popolose preceduta da quella indiana e tunisina nonché la terza comunità numericamente più importante proveniente dal nord africa (al primo posto si trova la comunità marocchina che conta 245.198 presenze seguita da quella tunisina con 66.153 cittadini residenti sul territorio italiano) [fonte: Cestim]
I quotidiani che si sono occupati di quanto sta avvenendo al Cairo in questi giorni hanno di fatto illustrato due posizioni contrapposte, che danno una connotazione profondamente diversa alle previsioni di evoluzione delle manifestazioni egiziane in corso contro il presidente Mubarak:

la prima, per la quale potremmo indicare come riferimento l’editoriale di Giovanni Sartori Illusioni e delusioni pubblicato su il “Corriere” il 31 gennaio scorso e dedicato principalmente al ruolo degli Usa nella crisi, vede nelle rivolte in corso in Egitto e che hanno investito nelle prime settimane dell’anno Tunisia e Algeria una polveriera pericolosa dalla quale potrebbe emergere una ristrutturazione dello stato egiziano in chiave fondamentalista. Il riferimento storico richiamato da Sartori è quello della rivoluzione khomeinista del ’78/’79 che segna un altro episodio di politica di laissez-faire (ma Sartori lo definisce “missionarismo”) da parte degli Stati Uniti. Riferimento che risulta molto gradito anche a Fiamma Nirenstein che su “Il Giornale” del primo febbraio firma l’articolo Obama elefante nella cristalleria mediorientale. Per Nirenstein il rischio dei movimenti di protesta in Egitto e del conseguente cambio alla guida del paese sono le possibili ripercussioni sui rapporti con Israele. Ad accumunare le due posizioni che sintetizzano gran parte dell’opinione della destra italiana è la convinzione che l’unica “svolta” che potrebbe essere intrapresa dall’Egitto, sebbene la protesta si ancori in minima parte a un (legittimo?) malcontento sociale, sarebbe in chiave islamista e in particolare nella formula fondamentalista dei Fratelli Musulmani che sarebbero pronti a manipolare la protesta.
la seconda interpretazione che si avvale meno delle penne dei commentatori e si affida maggiormente alle cronache degli inviati dal Cairo dipinge la rivolta in corso come un fenomeno tutt’altro che inaspettato e che affonda le radici nel clima di fermento che da anni anima le principali città egiziane in merito a una crescente richiesta di riconoscimento dei diritti civili da parte delle nuove generazioni. In questa interpretazione, i soggetti promotori delle manifestazioni sarebbero i giovani e le donne, come emerge dall’articolo di Massimo Nava Quei ragazzi del Cairo e dall’intervista di Cecilia Zecchinelli a Emma Bonino L’Occidente parla di democrazia ma appoggia i regimi autoritari, entrambi pubblicati sul “Corriere della sera” del primo febbraio, mentre la “svolta” possibile per l’Egitto, una volta allontanato Mubarak, sarebbe quella orientata a una rinascita democratica del paese. Il riferimento storico richiamato è dunque non quello della Rivoluzione khomeinista in Iran, ma [...]</itunes:summary>
<itunes:subtitle>Il punto di vista storico sulla questione delle rivolte del gennaio 2011 in Egitto, alla luce della (poca) bibliografia disponibile...</itunes:subtitle>
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		<title>Un&#8217;&#8221;altra&#8221; Caporetto? Opportunità (perduta) dalla Slovenia</title>
		<link>http://www.blogstoria.it/2011/02/02/unaltra-caporetto-opportunita-perduta-dalla-slovenia/</link>
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		<pubDate>Wed, 02 Feb 2011 17:38:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Claudia Covelli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Prima guerra mondiale]]></category>
		<category><![CDATA[Storia contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[Storia d'Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Caporetto]]></category>
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		<category><![CDATA[Foibe]]></category>
		<category><![CDATA[Joze Pirjevic]]></category>
		<category><![CDATA[Slovenia]]></category>

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		<description><![CDATA[Riflessioni sul volume di Ljudevit Pivko "Abbiamo vinto l'Austria-Ungheria.La Grande Guerra dei legionari slavi sul fronte italiano": la storia dimenticata di un'alleanza militare tra italiani e sloveni contro l'oppressore austriaco...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_3260" class="wp-caption alignleft" style="width: 195px"><a href="http://www.blogstoria.it/wp-content/uploads/2011/02/Ljudevit-Pivko.jpg"><img class="size-full wp-image-3260" title="Ljudevit Pivko (1880-1937)" src="http://www.blogstoria.it/wp-content/uploads/2011/02/Ljudevit-Pivko.jpg" alt="Ljudevit Pivko (1880-1937)" width="185" height="272" /></a><p class="wp-caption-text">Ljudevit Pivko (1880-1937)</p></div>
<p>È uscito da pochi giorni per Libreria Editrice Goriziana il volume <em>Abbiamo vinto l&#8217;Austria-Ungheria. La Grande Guerra dei legionari slavi sul fronte italiano</em> di Ljudevit Pivko (<a href="http://www.amazon.it/gp/product/8861020925?ie=UTF8&amp;tag=blogstorasseg-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=3370&amp;creative=23322&amp;creativeASIN=8861020925" target="_blank">» compralo su Amazon.it a 31,50 euro</a>), ufficiale sloveno dell&#8217;esercito austro-ungarico durante la Grande Guerra. Il volume ha suscitato l&#8217;interesse della stampa nazionale e, in particolare, di Matteo Sacchi che ha firmato su &#8220;Il Giornale&#8221; l&#8217;articolo <strong><em>Fu una Caporetto ma avrebbe potuto essere un trionfo</em> </strong>del 30 gennaio, mentre &#8220;La Stampa&#8221; ha lasciato il commento a Demetrio Volcic nell&#8217;articolo pubblicato lunedì 31, <strong><em>1917, dalla Slovenia con ardore</em></strong>.</p>
<p>Il motivo dell&#8217;interesse per la pubblicazione è già esplicitato nel titolo: ad &#8220;aver vinto l&#8217;Austria-Ungheria&#8221; non sono infatti gli italiani, ma gli irredentisti sloveni impegnati sul fronte italiano come soldati e ufficiali dell&#8217;esercito austro-ungarico e di fatto coinvolti in operazioni segrete di spionaggio e di fiancheggiamento all&#8217;esercito italiano. Il quadro è quello accennato più volte, ma raramente approfondito, dello scenario multietnico dell&#8217;esercito austro-ungarico impegnato nella Grande Guerra, fucina dei movimenti nazionalisti che fermentano da anni all&#8217;interno del corpus imperiale. Esercito che si trova costretto ad affidare le operazioni militari a ufficiali di diversa etnia e con ambizioni nazionali antagoniste alla tenuta della stessa corona per la quale ufficialmente combattono.</p><em><p><a href="http://www.blogstoria.it/2011/02/02/unaltra-caporetto-opportunita-perduta-dalla-slovenia/">» Continua la lettura...  Un&#8217;&#8221;altra&#8221; Caporetto? Opportunità (perduta) dalla Slovenia</a></p></em>]]></content:encoded>
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	<itunes:summary>Ljudevit Pivko (1880-1937)
È uscito da pochi giorni per Libreria Editrice Goriziana il volume Abbiamo vinto l’Austria-Ungheria. La Grande Guerra dei legionari slavi sul fronte italiano di Ljudevit Pivko (» compralo su Amazon.it a 31,50 euro), ufficiale sloveno dell’esercito austro-ungarico durante la Grande Guerra. Il volume ha suscitato l’interesse della stampa nazionale e, in particolare, di Matteo Sacchi che ha firmato su “Il Giornale” l’articolo Fu una Caporetto ma avrebbe potuto essere un trionfo del 30 gennaio, mentre “La Stampa” ha lasciato il commento a Demetrio Volcic nell’articolo pubblicato lunedì 31, 1917, dalla Slovenia con ardore.
Il motivo dell’interesse per la pubblicazione è già esplicitato nel titolo: ad “aver vinto l’Austria-Ungheria” non sono infatti gli italiani, ma gli irredentisti sloveni impegnati sul fronte italiano come soldati e ufficiali dell’esercito austro-ungarico e di fatto coinvolti in operazioni segrete di spionaggio e di fiancheggiamento all’esercito italiano. Il quadro è quello accennato più volte, ma raramente approfondito, dello scenario multietnico dell’esercito austro-ungarico impegnato nella Grande Guerra, fucina dei movimenti nazionalisti che fermentano da anni all’interno del corpus imperiale. Esercito che si trova costretto ad affidare le operazioni militari a ufficiali di diversa etnia e con ambizioni nazionali antagoniste alla tenuta della stessa corona per la quale ufficialmente combattono.» Continua la lettura...  Un’”altra” Caporetto? Opportunità (perduta) dalla Slovenia</itunes:summary>
<itunes:subtitle>Riflessioni sul volume di Ljudevit Pivko &quot;Abbiamo vinto l&#039;Austria-Ungheria.La Grande Guerra dei legionari slavi sul fronte italiano&quot;: la storia dimenticata di un&#039;alleanza militare tra italiani e sloveni contro l&#039;oppressore [...]</itunes:subtitle>
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		<title>La &#8220;damnatio memoriae&#8221; di Céline</title>
		<link>http://www.blogstoria.it/2011/01/27/la-damnatio-memoriae-di-celine/</link>
		<comments>http://www.blogstoria.it/2011/01/27/la-damnatio-memoriae-di-celine/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 27 Jan 2011 13:18:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Claudia Covelli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Ricorrenze]]></category>
		<category><![CDATA[Shoah]]></category>
		<category><![CDATA[Storia contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[Storia culturale]]></category>
		<category><![CDATA[antisemitismo]]></category>
		<category><![CDATA[Guido Ceronetti]]></category>
		<category><![CDATA[Louis-Ferdinand Celine]]></category>
		<category><![CDATA[Negazionismo]]></category>
		<category><![CDATA[Uso pubblico della storia]]></category>

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		<description><![CDATA[Il cinquantenario della morte dello scrittore Louis-Ferdinand Céline è stato tolto dal calendario delle celebrazioni in Francia a causa delle sue derive antisemite. Operazione di pulizia culturale o legittima presa di distanza dal discusso scrittore di "Viaggio al termine della notte"?]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_3220" class="wp-caption alignleft" style="width: 168px"><a href="http://www.blogstoria.it/wp-content/uploads/2011/01/louis-ferdinand-celine.jpg"><img class="size-full wp-image-3220" title="Louis-Ferdinand Céline" src="http://www.blogstoria.it/wp-content/uploads/2011/01/louis-ferdinand-celine.jpg" alt="Louis-Ferdinand Céline" width="158" height="204" /></a><p class="wp-caption-text">Louis-Ferdinand Céline</p></div>

<p>Guido Ceronetti su il &#8220;Corriere della sera&#8221; del 26 gennaio è tornato a parlare del caso che ha coinvolto lo scrittore e medico francese Louis-Ferdinand Céline, il cui cinquantenario della scomparsa avrebbe dovuto essere ricordato all&#8217;interno del programma di celebrazioni organizzato dal ministro della cultura francese Frédéric Mitterand per il 2011, nell&#8217;articolo <em><strong>Ma io filosemita, celebro Céline</strong></em><strong>.</strong></p>
<p>Riassumiamo le tappe della polemica:</p>
<ul>
<li>il 19 gennaio viene pubblicato dal Ministro della Cultura Francese del governo Sarkozy,  Frédéric Mitterand, il programma di celebrazioni previste per il 2011. All&#8217;interno del programma figura la data del 1 luglio, cinquantesimo anniversario della morte di Céline, autore nel &#8217;32 del capolavoro letterario <em>Voyage au bout de la nuit &#8211; Viaggio al termine della notte</em> (edito in Italia da Tea nel 2002 e da Corbaccio nel 2003. <a href="http://www.amazon.it/gp/product/8879720171?ie=UTF8&amp;tag=blogstorasseg-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=3370&amp;creative=23322&amp;creativeASIN=8879720171" target="_blank">Compralo su Amazon.it a 16,80 euro</a>), racconto semi autobiografico delle traversie di Ferdinand Bardamu: la vita di soldato in trincea durante la Prima Guerra Mondiale, l&#8217;esperienza nelle colonie francesi in Africa, la fuga negli Stati Uniti e quindi il ritorno nella banlieu parigina come medico dei poveri.</li>
<li>Le note posizioni anti-semite e filo-naziste di Céline, autore di tre pamphlet sull&#8217;argomento (<em>Bagatelles pour un massacre</em> (1937), <em>L&#8217;École des cadavres</em> (1938) e <em>Les Beaux draps </em>(1941)) scatenano immediatamente la polemica, cui segue la richiesta della revoca della celebrazione del 1 luglio da parte dell&#8217;avvocato Serge Klarsfeld, presidente dell&#8217;<em>Association des Fils et Filles de déportés juifs de France </em>(FFDJF) il quale 19 gennaio dichiara:</li>
</ul>
<blockquote><p>La République doit maintenir ses valeurs: Frédéric Mitterrand doit renoncer à jeter des fleurs sur la mémoire de Céline, comme François Mitterrand a été obligé à ne plus déposer de gerbe sur la tombe de Pétain. [...]</p>
<p>Célébrer n&#8217;est pas innocent. L&#8217;antisémitisme de Céline le discrédite en tant qu&#8217;homme et tant qu&#8217;écrivain. Notre exigence me paraît tout à fait naturelle vu les écrits antisémites de Céline. Son talent ne doit pas faire oublier l&#8217;homme qui lançait des appels aux meurtres des juifs sous l&#8217;Occupation. Que la République le célèbre, c&#8217;est indigne. [<a href="http://www.lefigaro.fr/livres/2011/01/21/03005-20110121ARTFIG00385-celebrer-celine-serge-klarsfeld-en-appelle-a-sarkozy.php" target="_blank">fonte "Le Figaro"<em>, Célébrer Céline ? Serge Klarsfeld en appelle à Sarkozy, </em>21 gennaio 2011</a>]</p></blockquote>
<ul>
<li>Il 22 gennaio il Ministro Mitterand ritira il cinquantenario della morte di Céline dal programma delle celebrazioni del 2011 e dichiarando di aver giudicato incompatibile la figura dello scrittore e medico francese con i «valeurs fondamentales de la nation et de la République». E aggiungendo che la decisione era stata presa in un primo tempo «sous le coup de l&#8217;émotion ou de pressions contradictoires» e che necessitava di essere riveduta «après mûre réflexion». Vittoria dunque per l&#8217;avvocato Serge Klarsfeld, mentre viene sancito l&#8217;oblio sulla figura del celebre scrittore francese. [fonte: "Le Monde", <em>Frédéric Mitterrand fait volte-face et écarte Céline des célébrations de 2011, </em>22 gennaio 2011]</li>
</ul><em><p><a href="http://www.blogstoria.it/2011/01/27/la-damnatio-memoriae-di-celine/">» Continua la lettura...  La &#8220;damnatio memoriae&#8221; di Céline</a></p></em>]]></content:encoded>
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	<itunes:summary>Louis-Ferdinand Céline

Guido Ceronetti su il “Corriere della sera” del 26 gennaio è tornato a parlare del caso che ha coinvolto lo scrittore e medico francese Louis-Ferdinand Céline, il cui cinquantenario della scomparsa avrebbe dovuto essere ricordato all’interno del programma di celebrazioni organizzato dal ministro della cultura francese Frédéric Mitterand per il 2011, nell’articolo Ma io filosemita, celebro Céline.
Riassumiamo le tappe della polemica:

il 19 gennaio viene pubblicato dal Ministro della Cultura Francese del governo Sarkozy,  Frédéric Mitterand, il programma di celebrazioni previste per il 2011. All’interno del programma figura la data del 1 luglio, cinquantesimo anniversario della morte di Céline, autore nel ’32 del capolavoro letterario Voyage au bout de la nuit – Viaggio al termine della notte (edito in Italia da Tea nel 2002 e da Corbaccio nel 2003. Compralo su Amazon.it a 16,80 euro), racconto semi autobiografico delle traversie di Ferdinand Bardamu: la vita di soldato in trincea durante la Prima Guerra Mondiale, l’esperienza nelle colonie francesi in Africa, la fuga negli Stati Uniti e quindi il ritorno nella banlieu parigina come medico dei poveri.
Le note posizioni anti-semite e filo-naziste di Céline, autore di tre pamphlet sull’argomento (Bagatelles pour un massacre (1937), L’École des cadavres (1938) e Les Beaux draps (1941)) scatenano immediatamente la polemica, cui segue la richiesta della revoca della celebrazione del 1 luglio da parte dell’avvocato Serge Klarsfeld, presidente dell’Association des Fils et Filles de déportés juifs de France (FFDJF) il quale 19 gennaio dichiara:

La République doit maintenir ses valeurs: Frédéric Mitterrand doit renoncer à jeter des fleurs sur la mémoire de Céline, comme François Mitterrand a été obligé à ne plus déposer de gerbe sur la tombe de Pétain. [...]
Célébrer n’est pas innocent. L’antisémitisme de Céline le discrédite en tant qu’homme et tant qu’écrivain. Notre exigence me paraît tout à fait naturelle vu les écrits antisémites de Céline. Son talent ne doit pas faire oublier l’homme qui lançait des appels aux meurtres des juifs sous l’Occupation. Que la République le célèbre, c’est indigne. [fonte &quot;Le Figaro&quot;, Célébrer Céline ? Serge Klarsfeld en appelle à Sarkozy, 21 gennaio 2011]

Il 22 gennaio il Ministro Mitterand ritira il cinquantenario della morte di Céline dal programma delle celebrazioni del 2011 e dichiarando di aver giudicato incompatibile la figura dello scrittore e medico francese con i «valeurs fondamentales de la nation et de la République». E aggiungendo che la decisione era stata presa in un primo tempo «sous le coup de l’émotion ou de pressions contradictoires» e che necessitava di essere riveduta «après mûre réflexion». Vittoria dunque per l’avvocato Serge Klarsfeld, mentre viene sancito l’oblio sulla figura del celebre scrittore francese. [fonte: &quot;Le Monde&quot;, Frédéric Mitterrand fait volte-face et écarte Céline des célébrations de 2011, 22 gennaio 2011]
» Continua la lettura...  La “damnatio memoriae” di Céline</itunes:summary>
<itunes:subtitle>Il cinquantenario della morte dello scrittore Louis-Ferdinand Céline è stato tolto dal calendario delle celebrazioni in Francia a causa delle sue derive antisemite. Operazione di pulizia culturale o legittima presa di distanza dal discusso [...]</itunes:subtitle>
	</item>
		<item>
		<title>Rassegna stampa dedicata a Tullia Zevi. Riflessioni sulla Giornata della Memoria 2011</title>
		<link>http://www.blogstoria.it/2011/01/24/rassegna-stampa-dedicata-a-tullia-zevi-riflessioni-sulla-giornata-della-memoria-2011/</link>
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		<pubDate>Mon, 24 Jan 2011 12:07:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Claudia Covelli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Negazionismo]]></category>
		<category><![CDATA[Shoah]]></category>
		<category><![CDATA[Storia contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA["Doppio Stato"]]></category>
		<category><![CDATA[Comunità ebraica]]></category>
		<category><![CDATA[Giornata della Memoria]]></category>
		<category><![CDATA[Miriam Mafai]]></category>
		<category><![CDATA[Olocausto]]></category>
		<category><![CDATA[Tullia Zevi]]></category>

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		<description><![CDATA[In ricordo di Tullia Zevi. Rassegna stampa dedicata alla sua figura e riflessioni sulla Giornata della Memoria 2011...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_3167" class="wp-caption alignleft" style="width: 163px"><a href="http://www.blogstoria.it/wp-content/uploads/2011/01/Tullia-Zevi.jpg"><img class="size-full wp-image-3167" title="Tullia Zevi" src="http://www.blogstoria.it/wp-content/uploads/2011/01/Tullia-Zevi.jpg" alt="Tullia Zevi" width="153" height="218" /></a><p class="wp-caption-text">Tullia Zevi</p></div>

<p>Tullia Zevi, leader dell&#8217;ebraismo italiano, si è spenta sabato 22 gennaio a Roma all&#8217;età di 91 anni. Nel ricordarla e nel mettere a fuoco quelli che riteniamo gli elementi-chiave della sua biografia, proponiamo una rassegna degli articoli pubblicati ieri dai quotidiani nazionali.</p>
<p>Iniziamo con l&#8217;articolo che Anna Foa pubblica su &#8220;Avvenire&#8221; dal titolo <em><strong>Addio a Tullia Zevi, voce storica dell&#8217;ebraismo italiano</strong>.</em> L&#8217;articolo della Foa si concentra soprattutto sul contesto storico cui è legata la biografia di Tullia Zevi, suggerendo come attraverso la sua biografia sia possibile ripercorrere le tappe più importanti della storia dell&#8217;ebraismo italiano. Nata a Milano nel 1919 dalla famiglia di origine ebraica Calabi, repubblicana e liberale legata alla massoneria, nel 1938, al momento della promulgazione delle leggi razziali, si trasferisce prima a Ginevra quindi a Parigi dove frequenta la Sorbona e infine nel &#8217;39 negli Stati Uniti, dove vive tra New York e Boston. Qui inizia a scrivere il primo capitolo della sua biografia che la distingue dai molti esuli ebrei fuggiti oltreoceano allo scoppio del conflitto. Tullia Zevi, infatti</p>
<blockquote><p>frequenta i circoli antifascisti di «Giustizia e Libertà» il cui personaggio principale era Gaetano Salvemini, in cui riconoscerà l&#8217;unico vero maestro della sua vita. [...] Sposa l&#8217;architetto critico d&#8217;arte Bruno Zevi, e insieme a lui svolge un&#8217;intensa attività politica: stampano i <em>Quaderni </em>di «Giustizia e Libertà», fanno propaganda nelle comunità italo-americane, cercano di presentare agli americani un&#8217;immagine dell&#8217;Italia diversa da quella fascista. Nel 1946, tornò con suo marito in Italia, a differenza di tanti ebrei emigrati in quegli anni. Sentiva forte il bisogno di partecipare alla ricostruzione del Paese e delle comunità ebraiche.</p></blockquote><em><p><a href="http://www.blogstoria.it/2011/01/24/rassegna-stampa-dedicata-a-tullia-zevi-riflessioni-sulla-giornata-della-memoria-2011/">» Continua la lettura...  Rassegna stampa dedicata a Tullia Zevi. Riflessioni sulla Giornata della Memoria 2011</a></p></em>]]></content:encoded>
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	<itunes:summary>Tullia Zevi

Tullia Zevi, leader dell’ebraismo italiano, si è spenta sabato 22 gennaio a Roma all’età di 91 anni. Nel ricordarla e nel mettere a fuoco quelli che riteniamo gli elementi-chiave della sua biografia, proponiamo una rassegna degli articoli pubblicati ieri dai quotidiani nazionali.
Iniziamo con l’articolo che Anna Foa pubblica su “Avvenire” dal titolo Addio a Tullia Zevi, voce storica dell’ebraismo italiano. L’articolo della Foa si concentra soprattutto sul contesto storico cui è legata la biografia di Tullia Zevi, suggerendo come attraverso la sua biografia sia possibile ripercorrere le tappe più importanti della storia dell’ebraismo italiano. Nata a Milano nel 1919 dalla famiglia di origine ebraica Calabi, repubblicana e liberale legata alla massoneria, nel 1938, al momento della promulgazione delle leggi razziali, si trasferisce prima a Ginevra quindi a Parigi dove frequenta la Sorbona e infine nel ’39 negli Stati Uniti, dove vive tra New York e Boston. Qui inizia a scrivere il primo capitolo della sua biografia che la distingue dai molti esuli ebrei fuggiti oltreoceano allo scoppio del conflitto. Tullia Zevi, infatti
frequenta i circoli antifascisti di «Giustizia e Libertà» il cui personaggio principale era Gaetano Salvemini, in cui riconoscerà l’unico vero maestro della sua vita. [...] Sposa l’architetto critico d’arte Bruno Zevi, e insieme a lui svolge un’intensa attività politica: stampano i Quaderni di «Giustizia e Libertà», fanno propaganda nelle comunità italo-americane, cercano di presentare agli americani un’immagine dell’Italia diversa da quella fascista. Nel 1946, tornò con suo marito in Italia, a differenza di tanti ebrei emigrati in quegli anni. Sentiva forte il bisogno di partecipare alla ricostruzione del Paese e delle comunità ebraiche.» Continua la lettura...  Rassegna stampa dedicata a Tullia Zevi. Riflessioni sulla Giornata della Memoria 2011</itunes:summary>
<itunes:subtitle>In ricordo di Tullia Zevi. Rassegna stampa dedicata alla sua figura e riflessioni sulla Giornata della Memoria 2011...</itunes:subtitle>
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		<title>L&#8217;Unità d&#8217;Italia? Questione di&#8230; cultura!</title>
		<link>http://www.blogstoria.it/2011/01/20/lunita-ditalia-questione-di-cultura/</link>
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		<pubDate>Thu, 20 Jan 2011 19:32:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Claudia Covelli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Il dibattito sull'Unità d'Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Risorgimento]]></category>
		<category><![CDATA[Storia d'Italia]]></category>
		<category><![CDATA[150 anniversario]]></category>
		<category><![CDATA[Alberto Mario Banti]]></category>
		<category><![CDATA[Dibattito sull'Unità d'Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Italia150]]></category>

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		<description><![CDATA[All'uscita della collana "Romanzi d'Italia" alcune riflessioni sul rapporto tra Stato, Nazione e letteratura in Italia...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_3067" class="wp-caption alignleft" style="width: 231px"><a href="http://www.blogstoria.it/wp-content/uploads/2011/01/francesco_hayez_027_alessandro_manzoni_1841.jpg"><img class="size-full wp-image-3067 " title="Francesco Hayez, Alessandro Manzoni - 1841" src="http://www.blogstoria.it/wp-content/uploads/2011/01/francesco_hayez_027_alessandro_manzoni_1841.jpg" alt="Francesco Hayez, Alessandro Manzoni - 1841" width="221" height="165" /></a><p class="wp-caption-text">Francesco Hayez, Alessandro Manzoni - 1841</p></div>

<p>E se l&#8217;Unità di Italia imperfetta, incompleta e discussa sotto il profilo politico, fosse da celebrare dal punto di vista delle letteratura? Il 19 gennaio sono usciti i primi cinque volumi della collana &#8220;Romanzi d&#8217;Italia&#8221; curata da Paolo Mieli e pubblicata da Rizzoli che per festeggiare i 150 anni dell&#8217;Italia unita rimanda in stampa in edizione speciale dieci classici del Risorgimento, con prefazione di storici e studiosi importanti del panorama nazionale attuale. Dieci romanzi che sono serviti (e dovrebbero continuare a servire) a fare quegli italiani che la classe politica e l&#8217;amministrazione dello stato non sono ancora riusciti a fare. Si torna all&#8217;antico paradigma dell&#8217;Italia unita in nome di una cultura comune, di Dante e di Petrarca, interpretazione i cui limiti sono stati sottolineati anche di recente e dei quali abbiamo parlato nel post <a href="http://www.blogstoria.it/2010/10/13/lingua-e-nazione-tra-filologia-e-identita/" target="_self">Lingua e nazione. Tra filologia e identità</a> del 13 ottobre 2010.</p>
<p>Questa la collana completa:</p>
<ol>
<li>Ugo Foscolo, <em>Ultime lettere di Jacopo Ortis,</em> prefazione di Paolo Mieli</li>
<li>Alessandro Manzoni, <em>I Promessi Sposi</em>, prefazione di Andrea Riccardi</li>
<li>Giovanni Verga, <em>I Malavoglia</em>, prefazione di Gustavo Zagrebelskj</li>
<li>Edmondo De Amicis, <em>Cuore</em>, prefazione di Pierluigi Battista</li>
<li>Federico De Roberto, <em>I Viceré</em>, prefazione di Giovanni Sabbatucci</li>
<li>Silvio Pellico, <em>Le mie prigioni</em>, prefazione di Luciano Canfora</li>
<li>Ippolito Nievo, <em>Le confessioni di un italiano</em>, prefazione di Sergio Romano</li>
<li> Carlo Collodi, <em>Le avventure di Pinocchio</em>, prefazione di Giovanni Belardelli</li>
<li>Antonio Fogazzaro, <em>Piccolo mondo antico</em>, prefazione di Ernesto Galli della Loggia</li>
<li>Gabriele d’Annunzio, <em>Il Piacere</em>, prefazione di Angelo Panebianco</li>
</ol>
<p>Molto Romanticismo, il grande classico del verismo, la dannunziana Italia della <em>belle epoque</em>, pedagogia per gli italiani giovinetti (anagraficamente e non solo) con il capolavoro di Collodi e il sempreverde &#8220;Cuore&#8221;. Certo non si è tradita la tradizione in questo elenco che scorso di sfuggita potrebbe sembrare l&#8217;elenco delle letture per le vacanze di qualche studente delle scuole medie e superiori. Letture certo da non dimenticare e che si cerca di attualizzare con la prefazione dell&#8217;intellettuale di punta, ma il progetto così come è presentato non perde il sapore stucchevole di un&#8217;iniziativa schiacciata dall&#8217;intento celebrativo, e soprattutto sospesa nel tempo: non poteva forse essere intrapresa pari pari (fatta eccezione forse solo per il romanzo di De Roberto ritornato in voga di recente) per Italia &#8217;61? A quale target è rivolta l&#8217;iniziativa? Alle generazioni più mature? Ma sono coloro per i quali questi romanzi sono alla base della loro formazione culturale e li hanno certamente letti (magari proprio negli anni &#8217;60) a scuola. Alle nuove generazioni? Per la maggior parte dei giovanissimi &#8211; i cosiddetti &#8220;nativi di internet&#8221; -  questi romanzi fanno parte dei &#8220;mattoni&#8221; da smaltire durante la carriera scolastica: raro che ne siano legati dall&#8217;affetto che dovrebbe suscitare in loro in quanto italiani. Già la nostra generazione &#8211; quella dei nati a cavallo degli anni &#8217;70 e &#8217;80 &#8211; nel panorama luccicante dell&#8217;enterteinment anni &#8217;80 ricorda meglio il &#8220;Cuore&#8221; versione cartone animato che il romanzo di De Amicis, mentre &#8220;Pinocchio&#8221;, volenti o nolenti, è legato indissolubilmente all&#8217;immagine disneyana.</p>

<p>Antiquariato librario low-cost dunque? Sfida estrema alla tecnologia dell&#8217;ebook, per cui l&#8217;acquisto di una nuova (ennesima) versione de &#8220;I promessi sposi&#8221; dovrebbe essere giustificata dalla prefazione che tenta di attualizzarlo e soprattutto dall&#8217;occasione celebrativa? Sembra davvero che questo 150° anniversario si stia traducendo nella raccolta di reliquie, oggetti, anticaglie da affastellare su scaffali stracolmi d&#8217;oggetti come memento di un&#8217;identità che appare sempre più fragile. Operazione ricordo, nostalgia, nessuna capacità di ripensare e di rielaborare i temi del Risorgimento, immagine di un&#8217;Italia immobile non certo solo sotto il profilo politico ma anche e soprattutto sotto quello della cosiddetta &#8220;cultura di massa&#8221;.</p>
<p>E Alessandro Gnocchi nell&#8217;articolo <em><strong>I libri che avrebbero dovuto fare l&#8217;Italia</strong></em>, pubblicato su &#8220;Il Giornale&#8221; lo scorso 16 gennaio lancia una provocazione interessante:</p>
<blockquote><p>Quali sono i libri che, invece, avrebbero dovuto fare (o rifare) l&#8217;Italia ma non ci sono riusciti perché, pur raggiungendo un pubblico ampio e una certa notorietà, si sono scontrati con resistenze culturali, politiche, editoriali?</p></blockquote>
<p>E ne cita alcuni: da Sergio Ricossa a Bruno Leoni a Curzio Malaparte, la cui opera completa è andata in ristampa ad ottobre per iniziativa di Adelphi e particolare interesse di Giorgio Pinotti (<a href="http://www.amazon.it/gp/product/8845925285?ie=UTF8&amp;tag=blogstorasseg-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=3370&amp;creative=23322&amp;creativeASIN=8845925285" target="_blank">compra su Amazon.it la nuova edizione Adelphi de &#8220;La Pelle&#8221; a 14 euro</a>), oltre a Carlo Mazzantini, Prezzolini, Volpe, Romero e Roberto Vivarelli tra gli storici.</p>
<p>L&#8217;occasione, in effetti, a parte i nomi citati da Gnocchi poteva essere meglio sfruttata non allo scopo &#8220;di fare&#8221; gli italiani secondo le istanze tradite del Risorgimento, ma per &#8220;fare&#8221; quella parte di storia che ancora non è stata fatta. Il trascorrere dei decenni potrebbe diventare utile per ritrovare quei passaggi, quelle opere, quei personaggi lasciati finora in secondo piano. E la questione si sta rivelando tutt&#8217;altro che secondaria se si pensa alle dinamiche innescatesi attorno alle figure di Sciascia e di Pasolini in questi mesi. In fondo, come ha ricordato Alberto Banti in un&#8217;intervista di Pino Di Blasio &#8211; <em><strong>Famiglia, onore, martirio: ecco l&#8217;Italia</strong></em> &#8211; pubblicata su &#8220;Il Giorno&#8221; lo stesso 16 gennaio:</p>
<blockquote><p>L&#8217;identità italiana non è  una condanna, non è un dato di natura, non è il concretizzarsi di un destino manifesto. È un processo storico, articolato e complesso, una costruzione concettuale storicamente determinata.</p></blockquote>
<p>Nel suo essere processo storico dovrebbe proporre un andamento dinamico, vivace, di rielaborazione e ridiscussione e non una retorica ripetizione<em> ad infinitum</em> di contenuti noti, operazione tanto più anacronistica quanto più inserita in un contesto culturale in cui sfumano le possibilità di pedagogizzazione degli individui.</p>
<p>E il discorso vale, come sottolinea Banti, sia per chi vede nell&#8217;identità «il concretizzarsi di un destino manifesto» di cui ribadire la legittimità, sia di quanti vivano quest&#8217;identità come una «condanna».</p>
<p>Chiudiamo citando la bella critica che Errico Buonanno fa sulle pagine de &#8220;Il Riformista&#8221; nell&#8217;articolo <em><strong>Il sangue del Sud. Revisionismo antistatale</strong></em> al nuovo romanzo di Giordano Bruno Guerri edito per Mondadori:</p>
<blockquote><p>Il revisionismo di cui è sempre gran campione (perché «uno storico, come qualsiasi altro studioso, non può che essere revisionista»), non punta alla sorpresa, ma a una delle visioni più serene, equlibrate e generose attorno all&#8217;Unità d&#8217;Italia degli ultimi tempi. «Un atto fondamentale, necessario e benigno», la cui memoria è stata inficiata  solo dalla confusione di due termini opposti: «patriottico» e «patriottardo».</p>
<p>Raccontando degli eccidi, della durezza e della cecità &#8220;piemontese&#8221;, Guerri stavolta ha deciso di regalarci un libro niente affatto scandaloso, ma (sia detto senza retorica) profondamente filoitaliano. Un trattato machiavellico, o idealista, sulla Ragion di Stato, che resta giusta nonostante la sua congenita indifferenza per i singoli. Un atto d&#8217;amore per il popolo reale, inghiottito dall&#8217;immagine roboante del Popolo Italiano. E filotaliano, in ultimo, perché, pur essendo italianamente antistatale, restituisce dignità e verità a qualcosa di importante: la nazione.</p></blockquote>

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	<itunes:summary>Francesco Hayez, Alessandro Manzoni - 1841

E se l’Unità di Italia imperfetta, incompleta e discussa sotto il profilo politico, fosse da celebrare dal punto di vista delle letteratura? Il 19 gennaio sono usciti i primi cinque volumi della collana “Romanzi d’Italia” curata da Paolo Mieli e pubblicata da Rizzoli che per festeggiare i 150 anni dell’Italia unita rimanda in stampa in edizione speciale dieci classici del Risorgimento, con prefazione di storici e studiosi importanti del panorama nazionale attuale. Dieci romanzi che sono serviti (e dovrebbero continuare a servire) a fare quegli italiani che la classe politica e l’amministrazione dello stato non sono ancora riusciti a fare. Si torna all’antico paradigma dell’Italia unita in nome di una cultura comune, di Dante e di Petrarca, interpretazione i cui limiti sono stati sottolineati anche di recente e dei quali abbiamo parlato nel post Lingua e nazione. Tra filologia e identità del 13 ottobre 2010.
Questa la collana completa:

Ugo Foscolo, Ultime lettere di Jacopo Ortis, prefazione di Paolo Mieli
Alessandro Manzoni, I Promessi Sposi, prefazione di Andrea Riccardi
Giovanni Verga, I Malavoglia, prefazione di Gustavo Zagrebelskj
Edmondo De Amicis, Cuore, prefazione di Pierluigi Battista
Federico De Roberto, I Viceré, prefazione di Giovanni Sabbatucci
Silvio Pellico, Le mie prigioni, prefazione di Luciano Canfora
Ippolito Nievo, Le confessioni di un italiano, prefazione di Sergio Romano
 Carlo Collodi, Le avventure di Pinocchio, prefazione di Giovanni Belardelli
Antonio Fogazzaro, Piccolo mondo antico, prefazione di Ernesto Galli della Loggia
Gabriele d’Annunzio, Il Piacere, prefazione di Angelo Panebianco

Molto Romanticismo, il grande classico del verismo, la dannunziana Italia della belle epoque, pedagogia per gli italiani giovinetti (anagraficamente e non solo) con il capolavoro di Collodi e il sempreverde “Cuore”. Certo non si è tradita la tradizione in questo elenco che scorso di sfuggita potrebbe sembrare l’elenco delle letture per le vacanze di qualche studente delle scuole medie e superiori. Letture certo da non dimenticare e che si cerca di attualizzare con la prefazione dell’intellettuale di punta, ma il progetto così come è presentato non perde il sapore stucchevole di un’iniziativa schiacciata dall’intento celebrativo, e soprattutto sospesa nel tempo: non poteva forse essere intrapresa pari pari (fatta eccezione forse solo per il romanzo di De Roberto ritornato in voga di recente) per Italia ’61? A quale target è rivolta l’iniziativa? Alle generazioni più mature? Ma sono coloro per i quali questi romanzi sono alla base della loro formazione culturale e li hanno certamente letti (magari proprio negli anni ’60) a scuola. Alle nuove generazioni? Per la maggior parte dei giovanissimi – i cosiddetti “nativi di internet” -  questi romanzi fanno parte dei “mattoni” da smaltire durante la carriera scolastica: raro che ne siano legati dall’affetto che dovrebbe suscitare in loro in quanto italiani. Già la nostra generazione – quella dei nati a cavallo degli anni ’70 e ’80 – nel panorama luccicante dell’enterteinment anni ’80 ricorda meglio il “Cuore” versione cartone animato che il romanzo di De Amicis, mentre “Pinocchio”, volenti o nolenti, è legato indissolubilmente all’immagine disneyana.

Antiquariato librario low-cost dunque? Sfida estrema alla tecnologia dell’ebook, per cui l’acquisto di una nuova (ennesima) versione de “I promessi sposi” dovrebbe essere giustificata dalla prefazione che tenta di attualizzarlo e soprattutto dall’occasione celebrativa? Sembra davvero che questo 150° anniversario si stia traducendo nella raccolta di reliquie, oggetti, anticaglie da affastellare su scaffali stracolmi d’oggetti come memento di un’identità che appare sempre più fragile. Operazione ricordo, nostalgia, nessuna capacità di ripensare e di rielaborare i temi del Risorgimento, [...]</itunes:summary>
<itunes:subtitle>All&#039;uscita della collana &quot;Romanzi d&#039;Italia&quot; alcune riflessioni sul rapporto tra Stato, Nazione e letteratura in Italia...</itunes:subtitle>
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		<title>La classe operaia andrà in paradiso? Riflessioni sulle rappresentazioni della fabbrica in Italia, luogo di lavoro e di creazione di identità</title>
		<link>http://www.blogstoria.it/2011/01/14/la-classe-operaia-andra-in-paradiso-riflessioni-sulle-rappresentazioni-della-fabbrica-in-italia-luogo-di-lavoro-e-di-creazione-di-identita/</link>
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		<pubDate>Fri, 14 Jan 2011 11:33:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Claudia Covelli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Storia culturale]]></category>
		<category><![CDATA[Storia d'Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Costituzione italiana]]></category>
		<category><![CDATA[Emilio Gentile]]></category>
		<category><![CDATA[Referendum Mirafiori]]></category>
		<category><![CDATA[storia del socialismo]]></category>
		<category><![CDATA[storia dell'industria italiana]]></category>
		<category><![CDATA[storia della classe operaia]]></category>
		<category><![CDATA[Storia della Fiat]]></category>

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		<description><![CDATA[Voto operaio a Mirafiori: un'occasione per riflettere sulla storia delle rappresentazioni dell'industria e dei suoi lavoratori in Italia e sul tema dell'identità italiana nel 150° anniversario dell'Unità...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.blogstoria.it/wp-content/uploads/2011/01/voto.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-2969" title="Voto operai a Mirafiori" src="http://www.blogstoria.it/wp-content/uploads/2011/01/voto.jpg" alt="Voto operai a Mirafiori" width="253" height="152" /></a></p>
<p>In queste ore gli operai di Mirafiori stanno votando a favore o contro l&#8217;accordo siglato il 23 dicembre scorso, un accordo destinato  a definire non solo il futuro dell&#8217;azienda più discussa d&#8217;Italia, ma a inaugurare un nuovo modello di rapporto tra operai, sindacati e imprenditori. Della vicenda si sono occupati a lungo tutti i quotidiani e gli operai sono tornati di nuovo sugli schermi delle tv e sulle pagine dei giornali. &#8220;Operai&#8221;: espressione generica per definire una variegata serie di lavoratori, tanto più variegata nel mondo post-industriale in cui i contratti di lavoro sono quasi delineati ad personam, ma che eccheggia con forza evocando il mito di una &#8220;classe operaia&#8221; rimasta finora nell&#8217;immaginario collettivo l&#8217;ultimo baluardo di unità tra cittadini, in un&#8217;Italia che appare sempre più politicamente, geograficamente, economicamente disgregata.</p>
<p>Mito, dunque, o realtà? A definirlo sarà l&#8217;esito stesso del referendum. Esiste ancora una condivisione di obiettivi tra lavoratori che pur condividendo lo stesso luogo di lavoro e lo stesso ciclo produttivo, entrano in fabbrica con ruoli, posizioni, contratti diversi? Ma, soprattutto, permane un&#8217;auto-rappresentazione comune di classe operaia? Qualche decennio fa si era &#8220;operai&#8221; per sempre: la condivisione di un destino lavorativo comune creava un&#8217;identità condivisa spesso più efficace di altre, trasversale alla geografia, capace anche di assimilare le distanze politiche. Un&#8217;Italia operaia che dava corpo a quel primo articolo  della costituzione di matrice evidentemente socialista che recita che l&#8217;Italia è una repubblica fondata sul lavoro. Un aspetto interessante questo dell&#8217;autorappresentazione dell&#8217;Italia lavoratrice come elemento di condivisione di un&#8217;identità comune che curiosamente è stato poco dibattuto in questi mesi di riflessione sulla crisi dell&#8217;identità italiana. Eppure la vicenda Fiat ci riporta proprio a questo nodo. La Fiat, di cui si ribadisce il suo ruolo di prestigio nel panorama italiano, è la &#8220;prima industria del paese&#8221; non solo sotto il profilo economico, ma soprattutto sotto il profilo dell&#8217;immaginario nazionale.</p>
<p>La Fiat è l&#8217;Italia? Certo la questione legata agli stabilimenti Fiat è stata una delle poche a porsi trasversalmente a tutta la penisola: Mirafiori, Pomigliano, Termini Imerese. Il lungo dibattito tra l&#8217;azienda della famiglia Agnelli, il suo amministratore delegato e gli operai che vi lavorano ha riportato a una dimensione unitaria del paese in cui ciò che avviene in Piemonte è ancora legato a doppio filo con ciò che avviene in Calabria. La classe operaia è dunque ancora omogenea dal Piemonte alla Sicilia? Essere operai significa ancora avere un&#8217;identità che scavalca differenze regionali e identità locali? Gli operai di Pomigliano sono gli stessi di Mirafiori? O quello che permane è il mito di un&#8217;Italia operaia unita mentre gli stessi operai si disgregano in una miriade di posizioni differenti che si frammentano in base a differenze generazionali, regionali, contrattuali? Il dato interessante sotto il profilo culturale della vicenda Marchionne è proprio il bagaglio di miti e immagini cui si è fatto ricorso e su questo ci sentiamo di riflettere. Eppure proprio su questa retorica nessuno si è sentito di intervenire<em><p><a href="http://www.blogstoria.it/2011/01/14/la-classe-operaia-andra-in-paradiso-riflessioni-sulle-rappresentazioni-della-fabbrica-in-italia-luogo-di-lavoro-e-di-creazione-di-identita/">» Continua la lettura...  La classe operaia andrà in paradiso? Riflessioni sulle rappresentazioni della fabbrica in Italia, luogo di lavoro e di creazione di identità</a></p></em>]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.blogstoria.it/2011/01/14/la-classe-operaia-andra-in-paradiso-riflessioni-sulle-rappresentazioni-della-fabbrica-in-italia-luogo-di-lavoro-e-di-creazione-di-identita/feed/</wfw:commentRss>
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In queste ore gli operai di Mirafiori stanno votando a favore o contro l’accordo siglato il 23 dicembre scorso, un accordo destinato  a definire non solo il futuro dell’azienda più discussa d’Italia, ma a inaugurare un nuovo modello di rapporto tra operai, sindacati e imprenditori. Della vicenda si sono occupati a lungo tutti i quotidiani e gli operai sono tornati di nuovo sugli schermi delle tv e sulle pagine dei giornali. “Operai”: espressione generica per definire una variegata serie di lavoratori, tanto più variegata nel mondo post-industriale in cui i contratti di lavoro sono quasi delineati ad personam, ma che eccheggia con forza evocando il mito di una “classe operaia” rimasta finora nell’immaginario collettivo l’ultimo baluardo di unità tra cittadini, in un’Italia che appare sempre più politicamente, geograficamente, economicamente disgregata.
Mito, dunque, o realtà? A definirlo sarà l’esito stesso del referendum. Esiste ancora una condivisione di obiettivi tra lavoratori che pur condividendo lo stesso luogo di lavoro e lo stesso ciclo produttivo, entrano in fabbrica con ruoli, posizioni, contratti diversi? Ma, soprattutto, permane un’auto-rappresentazione comune di classe operaia? Qualche decennio fa si era “operai” per sempre: la condivisione di un destino lavorativo comune creava un’identità condivisa spesso più efficace di altre, trasversale alla geografia, capace anche di assimilare le distanze politiche. Un’Italia operaia che dava corpo a quel primo articolo  della costituzione di matrice evidentemente socialista che recita che l’Italia è una repubblica fondata sul lavoro. Un aspetto interessante questo dell’autorappresentazione dell’Italia lavoratrice come elemento di condivisione di un’identità comune che curiosamente è stato poco dibattuto in questi mesi di riflessione sulla crisi dell’identità italiana. Eppure la vicenda Fiat ci riporta proprio a questo nodo. La Fiat, di cui si ribadisce il suo ruolo di prestigio nel panorama italiano, è la “prima industria del paese” non solo sotto il profilo economico, ma soprattutto sotto il profilo dell’immaginario nazionale.
La Fiat è l’Italia? Certo la questione legata agli stabilimenti Fiat è stata una delle poche a porsi trasversalmente a tutta la penisola: Mirafiori, Pomigliano, Termini Imerese. Il lungo dibattito tra l’azienda della famiglia Agnelli, il suo amministratore delegato e gli operai che vi lavorano ha riportato a una dimensione unitaria del paese in cui ciò che avviene in Piemonte è ancora legato a doppio filo con ciò che avviene in Calabria. La classe operaia è dunque ancora omogenea dal Piemonte alla Sicilia? Essere operai significa ancora avere un’identità che scavalca differenze regionali e identità locali? Gli operai di Pomigliano sono gli stessi di Mirafiori? O quello che permane è il mito di un’Italia operaia unita mentre gli stessi operai si disgregano in una miriade di posizioni differenti che si frammentano in base a differenze generazionali, regionali, contrattuali? Il dato interessante sotto il profilo culturale della vicenda Marchionne è proprio il bagaglio di miti e immagini cui si è fatto ricorso e su questo ci sentiamo di riflettere. Eppure proprio su questa retorica nessuno si è sentito di intervenire» Continua la lettura...  La classe operaia andrà in paradiso? Riflessioni sulle rappresentazioni della fabbrica in Italia, luogo di lavoro e di creazione di identità</itunes:summary>
<itunes:subtitle>Voto operaio a Mirafiori: un&#039;occasione per riflettere sulla storia delle rappresentazioni dell&#039;industria e dei suoi lavoratori in Italia e sul tema dell&#039;identità italiana nel 150° anniversario dell&#039;Unità...</itunes:subtitle>
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		<title>L&#8217;Italia della Belle Epoque attraverso lo sguardo di Emilio Salgari nel centenario della sua scomparsa</title>
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		<pubDate>Mon, 10 Jan 2011 15:51:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Claudia Covelli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Storia culturale]]></category>
		<category><![CDATA[Storia d'Italia]]></category>
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		<description><![CDATA[Nel centenario della morte di Emilio Salgari un'occasione per riflettere sull'attualità o meno dell'autore della saga dei pirati di Mompracem...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_2890" class="wp-caption alignleft" style="width: 148px"><a href="http://www.blogstoria.it/wp-content/uploads/2011/01/Emilio_Salgari_ritratto.jpg"><img class="size-full wp-image-2890" title="Emilio Salgàri (1862-1911)" src="http://www.blogstoria.it/wp-content/uploads/2011/01/Emilio_Salgari_ritratto.jpg" alt="Emilio Salgàri (1862-1911)" width="138" height="198" /></a><p class="wp-caption-text">Emilio Salgàri (1862-1911)</p></div>

<p>In queste ultime settimane BlogStoria si è occupato del rapporto tra storia e letteratura, soffermandosi soprattutto sugli autori dei romanzi di formazione d&#8217;oltreoceano. Ne è emerso un interessante parallelismo tra l&#8217;idea di formazione culturale dei giovani nella seconda metà dell&#8217;Ottocento e il contemporaneo processo di formazione degli stati nazionali in Occidente. A portarci a riflettere sul tema gli anniversari che ricorreranno in questo 2011. L&#8217;attenzione al periodo di transizione tra Ottocento e Novecento, gli autori di letteratura di formazione e le ricorrenze ci portano oggi ad affrontare un personaggio interessante del panorama letterario italiano: Emilio Salgàri, autore di una sterminata letteratura per ragazzi nella seconda metà dell&#8217;Ottocento, del quale quest&#8217;anno ricorrerà il centenario della morte. Emilio Salgàri muore infatti suicida, oppresso dai debiti e dal dolore per l&#8217;internamento in manicomio della moglie Ida, il 25 aprile del 1911 a Torino. Ad attirare l&#8217;attenzione sul tema, l&#8217;articolo di Pino Cacucci, <em><strong>L&#8217;eroe dell&#8217;anti-colonialismo che morì suicida in povertà</strong></em>, pubblicato sul &#8220;Corriere della sera&#8221;, il 3 gennaio scorso.</p>
<p>Nell&#8217;articolo Cacucci, oltre a ricordare le traversie dell&#8217;autore, segnala l&#8217;iniziativa che si svolgerà il 28 gennaio prossimo presso la Biblioteca civica di Verona, città natale dello scrittore, e che apre significativamente il calendario degli eventi legati al centenario della morte dell&#8217;autore: la presentazione del volume di Paco Ignazio Taibo II, <em>Ritornano le tigri della Malesia </em>(<a href="http://www.amazon.it/gp/product/8855801554?ie=UTF8&amp;tag=blogstorasseg-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=3370&amp;creative=23322&amp;creativeASIN=8855801554">compralo in anteprima su Amazon a soli 11,90 euro!</a>)<em>, </em>nel quale il celebre scrittore spagnolo definisce quella di Salgàri «letteratura antimperialista». Scrive Pino Cacucci, che presenterà il libro di Taibo a Verona:</p>
<blockquote><p>O almeno così ritiene Paco Taibo II, che gli attribuisce persino un alto valore educativo: «Un ragazzo che legge Salgàri, da adulto non potrà essere razzista».</p></blockquote>
<p>Anacronismo temporale (e geografico) questa attuale rilettura centro-sudamericana di Paco Taibo II (spagnolo ma risiedente in Messico dal 1958, quando la sua famiglia di tradizione socialista fu costretta a fuggire dal regime franchista)? Oppure davvero, lo scrittore veronese trapiantato nel 1892 in quella Torino fucina dell&#8217;élite dirigente dell&#8217;Italia delle tentate imprese coloniali fu un antimperialista ante-litteram?</p><em><p><a href="http://www.blogstoria.it/2011/01/10/litalia-della-belle-epoque-attraverso-lo-sguardo-di-emilio-salgari-nel-centenario-della-sua-scomparsa/">» Continua la lettura...  L&#8217;Italia della Belle Epoque attraverso lo sguardo di Emilio Salgari nel centenario della sua scomparsa</a></p></em>]]></content:encoded>
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	<itunes:summary>Emilio Salgàri (1862-1911)

In queste ultime settimane BlogStoria si è occupato del rapporto tra storia e letteratura, soffermandosi soprattutto sugli autori dei romanzi di formazione d’oltreoceano. Ne è emerso un interessante parallelismo tra l’idea di formazione culturale dei giovani nella seconda metà dell’Ottocento e il contemporaneo processo di formazione degli stati nazionali in Occidente. A portarci a riflettere sul tema gli anniversari che ricorreranno in questo 2011. L’attenzione al periodo di transizione tra Ottocento e Novecento, gli autori di letteratura di formazione e le ricorrenze ci portano oggi ad affrontare un personaggio interessante del panorama letterario italiano: Emilio Salgàri, autore di una sterminata letteratura per ragazzi nella seconda metà dell’Ottocento, del quale quest’anno ricorrerà il centenario della morte. Emilio Salgàri muore infatti suicida, oppresso dai debiti e dal dolore per l’internamento in manicomio della moglie Ida, il 25 aprile del 1911 a Torino. Ad attirare l’attenzione sul tema, l’articolo di Pino Cacucci, L’eroe dell’anti-colonialismo che morì suicida in povertà, pubblicato sul “Corriere della sera”, il 3 gennaio scorso.
Nell’articolo Cacucci, oltre a ricordare le traversie dell’autore, segnala l’iniziativa che si svolgerà il 28 gennaio prossimo presso la Biblioteca civica di Verona, città natale dello scrittore, e che apre significativamente il calendario degli eventi legati al centenario della morte dell’autore: la presentazione del volume di Paco Ignazio Taibo II, Ritornano le tigri della Malesia (compralo in anteprima su Amazon a soli 11,90 euro!), nel quale il celebre scrittore spagnolo definisce quella di Salgàri «letteratura antimperialista». Scrive Pino Cacucci, che presenterà il libro di Taibo a Verona:
O almeno così ritiene Paco Taibo II, che gli attribuisce persino un alto valore educativo: «Un ragazzo che legge Salgàri, da adulto non potrà essere razzista».
Anacronismo temporale (e geografico) questa attuale rilettura centro-sudamericana di Paco Taibo II (spagnolo ma risiedente in Messico dal 1958, quando la sua famiglia di tradizione socialista fu costretta a fuggire dal regime franchista)? Oppure davvero, lo scrittore veronese trapiantato nel 1892 in quella Torino fucina dell’élite dirigente dell’Italia delle tentate imprese coloniali fu un antimperialista ante-litteram?» Continua la lettura...  L’Italia della Belle Epoque attraverso lo sguardo di Emilio Salgari nel centenario della sua scomparsa</itunes:summary>
<itunes:subtitle>Nel centenario della morte di Emilio Salgari un&#039;occasione per riflettere sull&#039;attualità o meno dell&#039;autore della saga dei pirati di Mompracem...</itunes:subtitle>
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		<title>Nel cimitero di Praga con Umberto Eco</title>
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		<pubDate>Tue, 04 Jan 2011 14:39:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Claudia Covelli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Leggiamo]]></category>
		<category><![CDATA[Negazionismo]]></category>
		<category><![CDATA[Shoah]]></category>
		<category><![CDATA[antisemitismo]]></category>
		<category><![CDATA[Il cimitero di Praga]]></category>
		<category><![CDATA[Lucetta Scaraffia]]></category>
		<category><![CDATA[Umberto Eco]]></category>

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		<description><![CDATA[Blogstoria ha letto "Il cimitero di Praga" di Umberto Eco e alla luce del dibattito scaturito ha maturato una riflessione sul rapporto tra storia, narrazione e cultura antisemita in Europa...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.blogstoria.it/wp-content/uploads/2010/11/Eco-libro.jpg"><img class="size-full wp-image-1683 alignright" title="Umberto Eco - Il Cimitero di Praga" src="http://www.blogstoria.it/wp-content/uploads/2010/11/Eco-libro.jpg" alt="Umberto Eco - Il Cimitero di Praga" width="180" height="241" /></a></p>
<p>Tra i temi che hanno animato il dibattito storiografico nei mesi autunnali, centrale è stato quello del rapporto tra antisemitismo e negazionismo in Europa. A ravvivare un dibattito mai del tutto sopito la convergenza di tre fattori:</p>
<ul>
<li>la diffusione delle <a href="http://www.blogstoria.it/2010/10/18/negazionismo-gli-assassini-della-memoria-davanti-al-tribunale-della-storia-o-della-giustizia/" target="_self">tesi negazioniste di Claudio Moffa</a> con conseguente scoppio del dibattito storico-giuridico sulla possibilità di rendere il negazionismo un reato penale;</li>
<li>l&#8217;uscita del saggio  dello storico Michele Battini <em>Il socialismo degli imbecilli. Propaganda,  falsificazione, persecuzione degli ebrei</em> (<a href="http://www.amazon.it/gp/product/8833921581?ie=UTF8&amp;tag=blogstorasseg-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=3370&amp;creative=23322&amp;creativeASIN=8833921581" target="_blank">compralo su Amazon.it a 12,60 euro</a>);</li>
<li>la pubblicazione del romanzo di Umberto Eco, <em>Il cimitero di Praga</em> (<a href="http://www.amazon.it/gp/product/8845266222?ie=UTF8&amp;tag=blogstorasseg-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=3370&amp;creative=23322&amp;creativeASIN=8845266222" target="_blank">compralo su Amazon.it a 12,48 euro</a>).</li>
</ul>
<p>Le stroncature al romanzo di Eco sono arrivate subito: la prima, la più nota, la più dibattuta, quella pubblicata dalla<a href="http://www.blogstoria.it/2010/11/01/umberto-eco-alle-origini-dellantisemitismo/" target="_self"> storica Lucetta Scaraffia sulle pagine dell&#8217;&#8221;Osservatore Romano&#8221;</a> pochissimi giorni dopo l&#8217;uscita del volume. Una stroncatura inappellabile sia sotto il profilo del valore letterario dell&#8217;opera sia dal punto di vista della ricostruzione storica. Ne riassumiamo rapidamente i punti principali riportando alcune considerazioni proposte dalla storica:</p>
<ol>
<blockquote>
<li>Il romanzo che Eco ha appena pubblicato è noioso, ferraginoso, di difficilissima lettura.</li>
<li>Eco saccheggia il bel libro di Norman Cohn [...] che ricostruisce minuziosamente la storia della fabbricazione dei <em>Protocolli</em>. Che senso ha allora, questa ricostruzione che è già stata fatta?</li>
<li>Non si può negare, invece, che le continue descrizioni della perfidia degli ebrei facciano nascere un  sospetto di ambiguità, certo non voluta da Eco ma aleggiante in tutte le  pagine del libro. A forza di leggere cose disgustose sugli ebrei, il  lettore rimane come sporcato da questo vaneggiare antisemita, ed è  perfino possibile che qualcuno pensi che forse c’è qualcosa di vero se  tutti, proprio tutti, i personaggi paiono certi di queste nefandezze.</li>
</blockquote>
</ol>
<p>Alla scarsa efficacia narrativa e alla ridondante narrazione storiografica che &#8220;saccheggia&#8221; bibliografia (più?) pregevole e già ampliamente conosciuta, si aggiunge il &#8220;sospetto morale&#8221; che l&#8217;autore &#8211; certo involontariamente &#8211; nel soffermarsi ad osservare la cultura antisemita scada in semplice voyerismo (&#8220;voyeur&#8221; è il termine utilizzato da Scaraffia) il cui esito più che l&#8217;indignazione potrebbe essere lo stimolare un&#8217;ambigua curiosità nel lettore, che potrebbe &#8220;uscire&#8221; dalla lettura del romanzo più antisemita di quando vi è &#8220;entrato&#8221;. Noi il libro lo abbiamo letto con attenzione e ci siamo fatti una nostra idea in proposito.</p>
<div id="attachment_2681" class="wp-caption alignleft" style="width: 174px"><a href="http://www.blogstoria.it/wp-content/uploads/2011/01/I-misteri-di-Parigi1.jpg"><img class="size-full wp-image-2681  " title="Eugéne Sue - I misteri di Parigi (1842-1843)" src="http://www.blogstoria.it/wp-content/uploads/2011/01/I-misteri-di-Parigi1.jpg" alt="Eugéne Sue - I misteri di Parigi (1842-1843)" width="164" height="258" /></a><p class="wp-caption-text">Eugéne Sue - I misteri di Parigi (1842-1843)</p></div>
<p>Il libro di Eco, come sa qualsiasi lettore che si sia già confrontato con l&#8217;autore, non è un romanzetto di facile lettura, pertanto se ci si  aspetta la scrittura giornalistica snella e asciutta che imperversa anche nella migliore narrativa italiana contemporanea si va fuori strada. Eco è un autore &#8220;vecchio stile&#8221; di quelli che uniformano argomento, stile e linguaggio compiendo scelte ben precise. L&#8217;opzione prediletta in questo caso è quella del feuilleton ottocentesco: la dichiarazione dello stesso autore di ispirarsi a <em>I Misteri di Parigi </em>di Eugéne Sue (<a href="http://www.amazon.it/gp/product/8817014621?ie=UTF8&amp;tag=blogstorasseg-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=3370&amp;creative=23322&amp;creativeASIN=8817014621" target="_blank">compralo su Amazon.it a 9,66 euro</a>) non è affatto tradita. Dalla prima pagina si entra nel modello della narrativa europea tardo ottocentesca. La maggior parte del romanzo si sviluppa secondo tre linee narrative: una di un anonimo narratore esterno cui spetta il compito di &#8220;tenere le fila&#8221; del racconto, le altre due, contrapposte, seguono le cronache dei diari paralleli di due personaggi speculari, Simone Simonini e l&#8217;abate Dalla Piccola. C&#8217;è l&#8217;artificio manzoniamo del narratore che ritrova i manoscritti &#8211; quella che al cinema si chiamerebbe un&#8217;evidente &#8220;citazione&#8221;- c&#8217;è sicuramente il riferimento a Sue e alla letteratura d&#8217;appendice, c&#8217;è il sapore tardo gotico, intriso di noir e psicanalisi (Freud compare direttamente nel romanzo) dello Stevenson di <em>Dottor Jekyll e Mr Hide </em>(<a href="http://www.amazon.it/gp/product/8804508469?ie=UTF8&amp;tag=blogstorasseg-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=3370&amp;creative=23322&amp;creativeASIN=8804508469" target="_blank">compralo su Amazon.it a 5,67 euro</a>), soprattutto nella struttura della casa del protagonista con un &#8220;fronte&#8221; rispettabile e un &#8220;retro&#8221; oscuro. Da <em>I misteri di Parigi </em>vengono certamente recuperati la fosca ambientazione parigina, il turbinio di personaggi spesso vorticoso, la caratterizzazione di alcuni protagonisti. Del romanzo d&#8217;appendice mancano, invece, come notato da Lucetta Scaraffia, i personaggi &#8220;positivi&#8221;: nessuna Fleur-de-Marie da salvare, nessun valoroso Rodolphe. Eco cassa tutti quei personaggi &#8220;buoni&#8221;, che ritiene &#8211; a nostro parere a ragione &#8211; risultino indigesti al lettore contemporaneo. Chi ha letto recentemente il poderoso romanzo di Sue probabilmente avrà &#8220;digerito&#8221; la corposità della narrazione grazie alle vicende e ai personaggi più &#8220;sinistri&#8221;: la Chouette, il MaÎtre-d&#8217;Ecole, il medico Radamanti, personaggi malvagi fino al parossismo che proprio nel loro essere caricaturali nascondono la capacità di intrattenere e divertire il lettore.</p><em><p><a href="http://www.blogstoria.it/2011/01/04/nel-cimitero-di-praga-con-umberto-eco/">» Continua la lettura...  Nel cimitero di Praga con Umberto Eco</a></p></em>]]></content:encoded>
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Tra i temi che hanno animato il dibattito storiografico nei mesi autunnali, centrale è stato quello del rapporto tra antisemitismo e negazionismo in Europa. A ravvivare un dibattito mai del tutto sopito la convergenza di tre fattori:

la diffusione delle tesi negazioniste di Claudio Moffa con conseguente scoppio del dibattito storico-giuridico sulla possibilità di rendere il negazionismo un reato penale;
l’uscita del saggio  dello storico Michele Battini Il socialismo degli imbecilli. Propaganda,  falsificazione, persecuzione degli ebrei (compralo su Amazon.it a 12,60 euro);
la pubblicazione del romanzo di Umberto Eco, Il cimitero di Praga (compralo su Amazon.it a 12,48 euro).

Le stroncature al romanzo di Eco sono arrivate subito: la prima, la più nota, la più dibattuta, quella pubblicata dalla storica Lucetta Scaraffia sulle pagine dell’”Osservatore Romano” pochissimi giorni dopo l’uscita del volume. Una stroncatura inappellabile sia sotto il profilo del valore letterario dell’opera sia dal punto di vista della ricostruzione storica. Ne riassumiamo rapidamente i punti principali riportando alcune considerazioni proposte dalla storica:


Il romanzo che Eco ha appena pubblicato è noioso, ferraginoso, di difficilissima lettura.
Eco saccheggia il bel libro di Norman Cohn [...] che ricostruisce minuziosamente la storia della fabbricazione dei Protocolli. Che senso ha allora, questa ricostruzione che è già stata fatta?
Non si può negare, invece, che le continue descrizioni della perfidia degli ebrei facciano nascere un  sospetto di ambiguità, certo non voluta da Eco ma aleggiante in tutte le  pagine del libro. A forza di leggere cose disgustose sugli ebrei, il  lettore rimane come sporcato da questo vaneggiare antisemita, ed è  perfino possibile che qualcuno pensi che forse c’è qualcosa di vero se  tutti, proprio tutti, i personaggi paiono certi di queste nefandezze.


Alla scarsa efficacia narrativa e alla ridondante narrazione storiografica che “saccheggia” bibliografia (più?) pregevole e già ampliamente conosciuta, si aggiunge il “sospetto morale” che l’autore – certo involontariamente – nel soffermarsi ad osservare la cultura antisemita scada in semplice voyerismo (“voyeur” è il termine utilizzato da Scaraffia) il cui esito più che l’indignazione potrebbe essere lo stimolare un’ambigua curiosità nel lettore, che potrebbe “uscire” dalla lettura del romanzo più antisemita di quando vi è “entrato”. Noi il libro lo abbiamo letto con attenzione e ci siamo fatti una nostra idea in proposito.
Eugéne Sue - I misteri di Parigi (1842-1843)
Il libro di Eco, come sa qualsiasi lettore che si sia già confrontato con l’autore, non è un romanzetto di facile lettura, pertanto se ci si  aspetta la scrittura giornalistica snella e asciutta che imperversa anche nella migliore narrativa italiana contemporanea si va fuori strada. Eco è un autore “vecchio stile” di quelli che uniformano argomento, stile e linguaggio compiendo scelte ben precise. L’opzione prediletta in questo caso è quella del feuilleton ottocentesco: la dichiarazione dello stesso autore di ispirarsi a I Misteri di Parigi di Eugéne Sue (compralo su Amazon.it a 9,66 euro) non è affatto tradita. Dalla prima pagina si entra nel modello della narrativa europea tardo ottocentesca. La maggior parte del romanzo si sviluppa secondo tre linee narrative: una di un anonimo narratore esterno cui spetta il compito di “tenere le fila” del racconto, le altre due, contrapposte, seguono le cronache dei diari paralleli di due personaggi speculari, Simone Simonini e l’abate Dalla Piccola. C’è l’artificio manzoniamo del narratore che ritrova i manoscritti – quella che al cinema si chiamerebbe un’evidente “citazione”- c’è sicuramente il riferimento a Sue e alla letteratura d’appendice, c’è il sapore tardo gotico, intriso di noir e psicanalisi (Freud compare direttamente nel romanzo) dello [...]</itunes:summary>
<itunes:subtitle>Blogstoria ha letto &quot;Il cimitero di Praga&quot; di Umberto Eco e alla luce del dibattito scaturito ha maturato una riflessione sul rapporto tra storia, narrazione e cultura antisemita in Europa...</itunes:subtitle>
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