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	<title>Blogstoria &#187; Italia150</title>
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	<description>&#34;Ogni vera storia è storia contemporanea&#34;. B. Croce, 1938.</description>
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		<title>In visita all&#8217;ultima isola di &#8220;Fare gli Italiani&#8221; &#8211; La partecipazione politica</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Dec 2011 12:28:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Claudia Covelli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Esperienza Italia 150]]></category>
		<category><![CDATA[Identità italiana]]></category>
		<category><![CDATA[Italia150]]></category>
		<category><![CDATA[Storia dei partiti politici]]></category>

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		<description><![CDATA[Concludiamo il nostro compito di opinion leader della mostra "Fare gli Italiani" parlandovi dell'isola dedicata alla partecipazione politica. E lo facciamo consapevoli che forse è proprio quest'ultima, l'isola che può aiutarci meglio a confrontarci con il presente...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_4823" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><a href="http://www.blogstoria.it/wp-content/uploads/2011/12/partecipazione-politica4.jpg"><img class="size-medium wp-image-4823" title="OGR, Fare gli Italiani, Partecipazione Politica" src="http://www.blogstoria.it/wp-content/uploads/2011/12/partecipazione-politica4-300x199.jpg" alt="OGR, Fare gli Italiani, Partecipazione Politica" width="300" height="199" /></a><p class="wp-caption-text">Manifesti elettorali</p></div>
<p>Concludiamo il nostro viaggio all&#8217;interno della mostra <em><strong>Fare gli Italiani</strong></em> che è terminata lo scorso 20 novembre parlando dell&#8217;isola dedicata alla <strong>partecipazione politica</strong>. E ci sembra interessante farlo proprio in questi giorni difficili per il panorama italiano, nei quali proprio il tema della <em>partecipazione</em> degli Italiani alla vita e alle scelte della politica è così fortemente dibattuto.</p>
<p>Il ricorso a un &#8220;governo tecnico&#8221; avvenuto nelle ultime settimane per portare l&#8217;Italia fuori da una delle più gravi crisi economiche, istituzionali e politiche della sua storia repubblicana, ha riportato al centro della discussione pubblica uno dei nodi problematici più importanti dei 150 anni di storia nazionale di un paese che ha sempre vissuto lo scontro politico in maniera così radicale da renderlo di frequente motivo di paralisi istituzionale. Può essere interessante, dunque, partire proprio dalle suggestioni del <em>presente</em> per affrontare l&#8217;ultima isola della mostra  dedicata alla partecipazione politica. Sono due, infatti, gli elementi che hanno caratterizzato l&#8217;allestimento dell&#8217;isola tematica assurti a simbolo dei 150 di storia della vita politica nazionale: il <strong>muro</strong> e la <strong>piazza</strong>, quegli stessi muri e quelle stesse piazze che in questi giorni di cambio politico si ambisce a riempire di simboli e slogan, a dimostrazione che, anche se di fatto esclusi dalla natura stessa del governo -  legittima emanazione delle scelte del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano &#8211; gli Italiani desiderano continuare ad essere parte attiva della vita politica nazionale.</p>
<div id="attachment_4824" class="wp-caption alignright" style="width: 310px"><a href="http://www.blogstoria.it/wp-content/uploads/2011/12/partecipazione-politica2.jpg"><img class="size-medium wp-image-4824" title="OGR, Fare gli Italiani, Partecipazione Politica" src="http://www.blogstoria.it/wp-content/uploads/2011/12/partecipazione-politica2-300x199.jpg" alt="OGR, Fare gli Italiani, Partecipazione Politica" width="300" height="199" /></a><p class="wp-caption-text">Lo spazio della partecipazione politica</p></div>
<p>Se si volesse tracciare attraverso i luoghi - e diversi ed efficaci tentativi storiografici sotto questo profilo sono stati fatti &#8211; la storia della partecipazione degli Italiani alla vita politica dello Stato sarebbero probabilmente questi due i luoghi prescelti per la ricchezza di suggestioni che forniscono. Non deve stupire quindi che Giovanni De Luna e Walter Barberis abbiano scelto come elementi basilari del loro allestimento un variopinto muro con affissi i manifesti più significativi di oltre sessant&#8217;anni di lotta politica italiana e la riproduzione attraverso maxischermo delle immagini e delle voci di tante manifestazioni che hanno attraversato le strade e le piazze italiane dall&#8217;inizio della sua storia contemporanea. La stessa isola prevedeva uno spazio costituito da un gruppo di sedie di legno sparpagliate che oltre ad invitare metaforicamente il visitatore a soffermarsi e a scambiare opinioni davanti all&#8217;ondata di simboli che lo investiva dai muri e dagli schermi, richiamava alla memoria dei meno giovani le stanze anguste delle sedi di partito, ma anche le salette oratoriane o quelle dei centri civici o delle &#8220;case del popolo&#8221; dove per anni si è concretizzata la <em>partecipazione politica </em>di tanti italiani.</p>

<div id="attachment_4825" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><a href="http://www.blogstoria.it/wp-content/uploads/2011/12/partecipazione-politica3.jpg"><img class="size-medium wp-image-4825" title="OGR, Fare gli Italiani, Partecipazione Politica" src="http://www.blogstoria.it/wp-content/uploads/2011/12/partecipazione-politica3-300x199.jpg" alt="OGR, Fare gli Italiani, Partecipazione Politica" width="300" height="199" /></a><p class="wp-caption-text">Le formule della comunicazione politica</p></div>
<p>Una suggestione ancora più importante emerge dall&#8217;allestimento dell&#8217;isola che lascia intravvedere in maniera forse mai così evidente nel resto della mostra, la prospettiva dei curatori: la percezione che la partecipazione politica degli italiani sia stata vissuta <strong><em>fuori </em></strong>dai palazzi del potere, lontano dalle Camere del Parlamento e dalle sedi istituzionali della democrazia, in quello spazio liminare tra il pubblico e il privato che sono  le piazze e i muri delle città italiane. Non si poteva immaginare luogo più simbolico per dare lettura di tante costanti che attraversano la storia politica nazionale. Prima di tutto, quella della perenne d<strong>iscrasia fra vita istituzionale e paese reale</strong>, tra Stato e cittadinanza, tra politica di palazzo e lettura, interpretazione e mobilitazione politica della gente comune. In secondo luogo, la <strong>caratteristica formula comunicativa che assume la politica vissuta al di fuori dei luoghi istituzionali</strong> deputati alla gestione del potere politico: una comunicazione che, ricorrendo in maniera costante a slogan, simboli e rappresentazioni caricaricaturali del nemico/avversario politico, si propone di raggiungere e mobilitare il maggior numero di italiani attorno a temi generali e interpretazioni generaliste della complessità politica e adopera sempre con forza l&#8217;immagine della crociata e della &#8220;chiamata a raccolta contro&#8221; le storture del sistema politico. Una vita politica basata dunque solo in minima parte sull&#8217;autentica analisi e il dibattito delle problematiche politiche, economiche e sociali e totalmente orientata alla <em>mobilitazione, </em>o meglio alla <em>marcia di massa</em> per adoperare una espressione cara a aElias Canetti. Infine una <strong>partecipazione politica spesso occasionale</strong>, che vive e si alimenta durante le campagne elettorali o le grandi manifestazioni nazionali, ma pare assopirsi nelle settimane &#8211; ma spesso parliamo di mesi e di anni &#8211; che intervallano questi eventi rituali. Che immagine della democrazia italiana esce da una lettura di questo genere della partecipazione politica? Certo l&#8217;immagine di una democrazia fragile, orientata più alla comunicazione che all&#8217;analisi delle problematiche contemporanee, vittima e allo stesso semplice carnefice di una dittatura della maggioranza a cavallo tra cittadinanza e sudditanza ideologica sul quale è necessario agire al più presto. Ma soprattutto emerge il volto di un <em>paese immobile</em> che fatica a trovare la via politica delle riforme, costringendosi ciclicamente a ricorrere alla strada insidiosa dei governi tecnici per compiere le riforme necessarie, minando inevitabilmente alla base il concetto stesso di <em>partecipazione collettiva</em>.</p>
<div id="attachment_4826" class="wp-caption alignright" style="width: 310px"><a href="http://www.blogstoria.it/wp-content/uploads/2011/12/partecipazione-politica1.jpg"><img class="size-medium wp-image-4826" title="OGR, Fare gli Italiani, Partecipazione Politica" src="http://www.blogstoria.it/wp-content/uploads/2011/12/partecipazione-politica1-300x200.jpg" alt="OGR, Fare gli Italiani, Partecipazione Politica" width="300" height="200" /></a><p class="wp-caption-text">Una prospettiva sulla partecipazione politica</p></div>
<p>Crediamo che il merito principale della mostra <em><strong>Fare gli Italiani</strong></em> sia stato quello di mettere in luce attraverso immagini &#8220;forti&#8221;, evocative ed efficaci i nodi che attraversano i 150 anni di storia nazionale e che risultano ancora oggi in gran parte irrisolti. <strong>Giovanni De Luna</strong> e <strong>Walter Barberis </strong>sono perfettamente riusciti a trasmettere l&#8217;idea della <strong>storia come un flusso di eventi correlati ma incostante</strong>, ricco di momenti di rottura e di episodi di continuità, nel quale le sfere del pubblico e del privato sopravvivono intersecandosi tra loro in modo sempre inedito. Ma soprattutto <strong><em>Fare gli Italiani</em> </strong>è stata un&#8217;occasione per riconoscersi in un&#8217;identità nazionale, per quanto <em>minima </em>ed <em>essenziale</em> essa sia e per riflettere sulle tante domande che gravitano ancora nella società italiana contemporanea. In questo modo non solo la mostra ha dato una importante opportunità ai visitatori e a quanti vi hanno lavorato, ma ha restituito dignità al lavoro dello storico e alla narrazione storica stessa, quale irrinunciabile occasione per continuare a dibattere e riflettere in maniera sempre più seria e approfondita sulle istanze della contemporaneità. Un &#8220;lavoro&#8221; ancora troppo poco svolto nel nostro Paese, ma del quale, paradossalmente, se ne avverte sempre più il bisogno.</p>
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		<title>In visita alla dodicesima isola di &#8220;Fare gli Italiani&#8221; &#8211; I mezzi di comunicazione</title>
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		<pubDate>Mon, 05 Dec 2011 12:16:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Claudia Covelli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Esperienza Italia 150]]></category>
		<category><![CDATA[Esperienza Italia150]]></category>
		<category><![CDATA[Italia150]]></category>
		<category><![CDATA[Storia dei mezzi di comunicazione]]></category>
		<category><![CDATA[storia della tv]]></category>

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		<description><![CDATA[Ci avviamo alla conclusione del nostro tour virtuale della mostra "Fare gli Italiani" visitando l'isola dedicata ai mezzi di comunicazione di massa che ci conduce all'interno di uno studio televisivo degli anni Sessanta per raccontarci come l'Italia si è raccontata ed è stata vista dagli italiani...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.blogstoria.it/wp-content/uploads/2011/12/mezzi-comunicazione-massa.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-4810" title="OGR, Fare gli Italiani, I mezzi di comunicazione di massa" src="http://www.blogstoria.it/wp-content/uploads/2011/12/mezzi-comunicazione-massa-300x199.jpg" alt="OGR, Fare gli Italiani, I mezzi di comunicazione di massa" width="300" height="199" /></a>La mostra si è ormai conclusa da una decina di giorni, ma noi portamo a termine il nostro lavoro di commentatori, invitando chi ha avuto modo di visitarla e chi invece si è limitato a &#8220;visitarla&#8221; virtualmente insieme a noi a riflettere  sulle molte tematiche proposte dall&#8217;esposizione torinese. Il dato sicuramente più interessante di <em><strong>Fare gli Italiani</strong></em> e l&#8217;elemento che l&#8217;ha resa a nostro parere una mostra <em>unica</em> nel panorama delle manifestazioni commemorative che attraversano la storia contemporanea italiana, è stato sicuramente l&#8217;approccio per grandi <em>nodi tematici</em> che ha consentito di tenere le fila dei diversi piani temporali del passato e del presente, rendendo le <em>trasformazioni</em> la parola-chiave della ricostruzione storiografica. E ora che sta volgendo al termine, non possiamo che constatare quanto l&#8217;idea di <em>trasformazione </em>sia stata davvero centrale in questo 2011 scandito dall&#8217;importante anniversario dei 150 anni dell&#8217;Unità d&#8217;Italia.</p>
<p>La dodicesima isola dell&#8217;esposizione <strong><em>Fare gli Italiani</em></strong> è stata dedicata ai mezzi di comunicazione. Scelta obbligata da un lato &#8211; quale storia di un paese moderno si può fare senza prestare attenzione al mondo dei media, quando la Storia stessa <em>è racconto e comunicazione</em> essendo nata con il concetto stesso di scrittura? -, opzione ricca di suggestioni e significati da un altro, dato il peculiare rapporto tra storia dell&#8217;Italia contemporanea e mondo della comunicazione. Suggestioni che si fanno ancora più interessanti se si tiene conto dell&#8217;approccio fortemente mediatico della mostra stessa, che si propone come un luogo di riflessione sull&#8217;utilizzo e le potenzialità dei nuovi mezzi di comunicazione multimediale nel <em>racconto storiografico</em> e soprattutto nell&#8217;<em>elaborazione di un&#8217;identità collettiva. </em></p>
<p>L&#8217;isola dedicata ai mezzi di comunicazione è stata pensata come la ricostruzione di uno <strong>studio televisivo degli anni Sessanta</strong> quasi fluttuante su un grande limbo trasparente  reso dai sottolissimi maxi schermi che la circondano e sui quali scorrono immagini e volti noti della tv italiana. Emerge in maniera evidente l&#8217;intento degli allestitori e dei curatori di invitare il visitatore a riflettere sulla progressiva <em>perdita di materialità</em> del mondo della comunicazione (e potremmo forse dire del racconto storiografico in sé) che nel corso dei millenni si è spostato dai primi abbozzi di scrittura su tavole di pietra all&#8217;assoluta immaterialità e istantaneità dei mezzi di comunicazione contemporanei che attraverso immagini, parole e suoni catturano eventi, emozioni e racconti di durata infinitesimale. D&#8217;altra parte, l&#8217;impressione di entrare nel&#8221;dietro le quinte&#8221; dello studio televisivo, nel <em>backstage</em> di uno dei luoghi simbolo &#8211; e certamente più &#8220;popolari&#8221; &#8211; della comunicazione di massa suggerisce nel visitatore il grande artificio della comunicazione pubblica, gli racconta una pagina della storia del <strong><em>quarto potere</em></strong>, lo investe di suggestioni riguardo la capacità dei mezzi di comunicazione di alimentare sogni, raccontare storie, canonizzare stereotipi e soprattutto creare <em>immaginari identitari</em> in cui riconoscersi.</p>

<p>La tv è stata, infatti, in Italia un potentissimo strumento non solo di comunicazione ma di creazione stessa dell&#8217;identità nazionale: dalla funzione più strettamente didattica dei primissimi anni quando si propose di insegnare agli italiani  la lingua nazionale con il celebre programma <em>Non è mai troppo tardi</em>, andato in onda dal &#8217;60 al &#8217;68, alla diffusione di immaginari condivisi che, parlando la lingua dei consumi, dal tradizionale Carosello alle pubblicità di oggi, raccontano le trasformazioni del Paese attraverso i suoi sogni di benessere, gli &#8220;oggetti di culto&#8221; delle generazioni che si sono susseguite, gli stereotipi di genere. Ma anche la tv dell&#8217;informazione e del dibattito politico &#8211; da <em>Tribuna politica</em> ai talk show di oggi- e dei grandi eventi nazionali che hanno trasmesso a tutti gli italiani l&#8217;impressione di appartenere a una stessa comunità nazionale, dai grandi eventi sportivi alle tragedie condivise della nuova real tv degli anni &#8217;80, drammaticamente inaugurata dalla tragedia di Vermicino del 1981.</p>
<p>Un&#8217;isola quindi che, come e forse più di quelle che l&#8217;hanno preceduta, più che <em>mostrare</em> al visitatore, lo guida in un&#8217;esperienza che lo aiuta a riflettere ben oltre l&#8217;esperienza della visita, intersecando storia collettiva, ricordi e vissuti personali, costituendo un ottimo punto di partenza sul quale continuare a lavorare nei prossimi anni.</p>

<a href='http://www.blogstoria.it/2011/12/05/in-visita-alla-dodicesima-isola-di-fare-gli-italiani-i-mezzi-di-comunicazione/ogr-fare-gli-italiani-28/' title='OGR, Fare gli Italiani, I mezzi di comunicazione di massa'><img width="150" height="150" src="http://www.blogstoria.it/wp-content/uploads/2011/12/mezzi-comunicazione-massa2-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="OGR, Fare gli Italiani, I mezzi di comunicazione di massa" title="OGR, Fare gli Italiani, I mezzi di comunicazione di massa" /></a>
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		<title>In visita alla decima isola di &#8220;Fare gli Italiani&#8221; &#8211; I Trasporti</title>
		<link>http://www.blogstoria.it/2011/11/14/in-visita-alla-decima-isola-di-fare-gli-italiani-i-trasporti/</link>
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		<pubDate>Mon, 14 Nov 2011 17:16:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Claudia Covelli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Esperienza Italia 150]]></category>
		<category><![CDATA[Fare gli Italiani]]></category>
		<category><![CDATA[Italia150]]></category>
		<category><![CDATA[storia dei trasporti in Italia]]></category>

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		<description><![CDATA["Fare rete". Parola d'ordine della società contemporanea, ha significato anche per i 150 anni della storia italiana qualcosa di più concreto: creare vie di comunicazione in grado di unire i diversi scenari del territorio nazionale. Ne parliamo visitando la decima isola della mostra "Fare gli italiani"...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.blogstoria.it/wp-content/uploads/2011/11/trasporti4.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-4783" title="OGR, Fare gli Italiani - I Trasporti" src="http://www.blogstoria.it/wp-content/uploads/2011/11/trasporti4-300x206.jpg" alt="OGR, Fare gli Italiani - I Trasporti" width="300" height="206" /></a><em>Unire l&#8217;Italia</em>. Fu questo il motto del Risorgimento. Unire che significa non solo unificare politicamente ma collegare quegli oltre 300.000 km² che costituiscono la penisola italiana. Unire il Nord al Sud, il Tirreno all&#8217;Adriatico, il &#8220;continente&#8221; alle due isole maggiori del Mediterraneo. L&#8217;unificazione italiana fu (ed è tuttora) prima di tutto un problema geografico, di <strong>territorio</strong>. Quella che ancora di recente è stata definita da alcune forze politiche in amore di secessionismi come una <em>mera espressione geografica</em>, parafrasando lo stesso Metternich, in realtà nel 1861 racchiudeva, anche nella sua conformazione geofisica, parte del suo problema politico.</p>
<p>L&#8217;unico sistema di collegamento stradale nazionale risaliva infatti all&#8217;epoca romana con le sue famose vie: Aurelia, Emilia, Appia e Popilia attraversavano la penisola da nord a sud e da est a ovest. Durante i secoli del Medio Evo e dell&#8217;Età Moderna si era invece sviluppata una rete di comunicazioni a livello locale, all&#8217;interno dei singoli feudi prima, a collegamento dei vari comuni e signorie poi e, infine, all&#8217;interno dei singoli stati moderni del XVIII  e XIX secolo che spesso avevano favorito (come nel caso del Lombardo Veneto e della Savoia) collegamenti transnazionali con gli stati dominatori dell&#8217;Europa centrale piuttosto che con il resto del territorio che diverrà l&#8217;Italia.</p>
<p>Un&#8217;assenza di collegamenti e dunque di vie di comunicazione che influenzerà in maniera importante le possibilità di creazione di un&#8217;identità nazionale e di riconoscimento degli italiani gli uni negli altri. Un ostacolo  di non secondaria importanza se si pensa che gli italiani stessi del 1861 in gran parte non conoscono il proprio territorio e faticano a trovare una rappresentazione iconografica di quella <em>&#8220;mera espressione geografica&#8221;</em> che si è trasformata nel loro stato nazionale. E quanto fosse urgente il problema è dimostrato dalla nascita di un&#8217;associazione nel 1894, il <strong>Touring Club Italiano</strong> che per  assolverà il compito di mappatura del territorio fornendo ai suoi iscritti il primo strumento di conoscenza dei confini e della morfologia dello Stato Italiano.</p>
<p>Conoscere il territorio non significa, però, solo leggerlo sulle mappe e sulle guide turistiche, ma anche poterlo visitare: ecco la bicicletta, la &#8220;novità&#8221; della Belle Époque divenire il mezzo di trasporto, <strong>individuale </strong>e <strong>accessibile </strong>ai più, che simboleggia la prima scoperta degli italiani del proprio territorio. Sarà, infatti, uno dei primi ciclisti italiani, Luigi Vittorio Bertarelli a fondare il Touring Club Italiano, allora con il nome di TCCI (Touring Club Ciclistico Italiano) e a dare avvio a una prima idea di movimento (seppur limitato data la natura stessa del mezzo) sul territorio italiano con un mezzo di trasporto che si coniugherà in maniera esclusiva con l&#8217;identità italiana almeno fino agli anni &#8217;60 del secondo dopoguerra: la <strong>bicicletta</strong> e il suo sport &#8220;nazionale&#8221; per eccellenza il <strong>ciclismo</strong>, con i suoi grandi eroi nazional-popolari, Fausto Coppi e Gino Bartali.</p>

<p>Sempre di territorio e vie di comunicazione si occuperanno le élite politiche post Risorgimentale prima e fascista poi, la prima &#8220;muovendosi&#8221; soprattutto su rotaia (con lo sviluppo e la statalizzazione delle linee ferroviarie) e la realizzazione di grandi opere pubbliche indirizzate a rafforzare il legame dell&#8217;Italia settentrionale con l&#8217;Europa centrale, come il <strong>traforo ferroviario del Frejus</strong> aperto nel 1871, la seconda occupandosi soprattutto della bonifica del territorio e, all&#8217;interno della politica culturale orientata a organizzare il tempo libero degli italiani, introducendo i primi fenomeni di turismo di massa con l&#8217;apertura delle colonie estive e il sorgere delle prime località turistiche per le vacanze della piccola e media borghesia.</p>
<p>Bisognerà attendere il boom economico del secondo dopoguerra per ridisegnare la  mappa dei trasporti in Italia non solo con l&#8217;espansione delle ferrovie , ma soprattutto con lo sviluppo delle rete autostradale &#8211; le cui base erano state poste durante il ventennio fascista -, con la realizzazione dei trafori del Monte Bianco e del Gran San Bernardo e lo sviluppo degli aeroporti per voli civili. L&#8217;<strong>automobile</strong> e le lunghe code estive degli italiani verso le località balneari sono il ricordo e il simbolo di quest&#8217;Italia in trasformazione, sempre più unita, conosciuta e visitata anche attraverso il turismo di massa. Uno sviluppo, però, tutt&#8217;altro che omogeneo, che &#8220;avvicina&#8221; Nord e Centro Italia ma lascia ancora una volta escluso il Mezzogiorno e le Isole, la cui carenza in termini di infrastrutture e vie di comunicazione è ancora oggi all&#8217;ordine del giorno e tristemente rappresentata dalle vicissitudini del tratto autostradale Salerno-Reggio Calabria, i cui lavori iniziati nel lontano 1964 non possono ancora dichiararsi conclusi. Questo, nonostante, la forte percorrenza della tratta che per decenni ha riportato i lavoratori del Nord Italia ai loro paesi d&#8217;origine durante il periodo estivo e a discapito del forte interesse turistico che ha investito le regioni del Sud Italia nei decenni più recenti.</p>
<p>Utilizzando l&#8217;immagine suggestiva di un filo luminoso che traccia lungo tutta la penisola la rete dei trasporti nazionali, la mostra <strong><em><a href="http://www.italia150.it/Officine-Grandi-Riparazioni/Fare-gli-Italiani" target="_blank">Fare gli Italiani</a> </em></strong>utilizza proprio la metafora del viaggio e dei mezzi di trasporto che l&#8217;hanno attraversata per raccontare questa pagina di storia al visitatore. I paesaggi più suggestivi del <em>Bel Paese </em>scorrono sugli schermi sospesi sopra la riproduzione in scala della penisola italiana. Sono paesaggi immortalati da mezzi di trasporto differenti: un treno a vapore, un&#8217;automobile, un aereo per raccontare attraverso l&#8217;evoluzione dei mezzi di trasporto la storia delle trasformazioni fisiche, ma anche e soprattutto delle rappresentazioni culturali e dell&#8217;immaginario collettivo che ne sono derivate.</p>

<a href='http://www.blogstoria.it/2011/11/14/in-visita-alla-decima-isola-di-fare-gli-italiani-i-trasporti/ogr-fare-gli-italiani-20/' title='OGR, Fare gli Italiani - I Trasporti'><img width="150" height="150" src="http://www.blogstoria.it/wp-content/uploads/2011/11/trasporti-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="OGR, Fare gli Italiani - I Trasporti" title="OGR, Fare gli Italiani - I Trasporti" /></a>
<a href='http://www.blogstoria.it/2011/11/14/in-visita-alla-decima-isola-di-fare-gli-italiani-i-trasporti/ogr-fare-gli-italiani-22/' title='OGR, Fare gli Italiani - I Trasporti'><img width="150" height="150" src="http://www.blogstoria.it/wp-content/uploads/2011/11/trasporti3-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="OGR, Fare gli Italiani - I Trasporti" title="OGR, Fare gli Italiani - I Trasporti" /></a>
<a href='http://www.blogstoria.it/2011/11/14/in-visita-alla-decima-isola-di-fare-gli-italiani-i-trasporti/ogr-fare-gli-italiani-21/' title='OGR, Fare gli Italiani - I Trasporti'><img width="150" height="150" src="http://www.blogstoria.it/wp-content/uploads/2011/11/trasporti2-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="OGR, Fare gli Italiani - I Trasporti" title="OGR, Fare gli Italiani - I Trasporti" /></a>
<a href='http://www.blogstoria.it/2011/11/14/in-visita-alla-decima-isola-di-fare-gli-italiani-i-trasporti/trasporti5/' title='OGR, Fare gli Italiani - I Trasporti'><img width="150" height="150" src="http://www.blogstoria.it/wp-content/uploads/2011/11/trasporti5-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="OGR, Fare gli Italiani - I Trasporti" title="OGR, Fare gli Italiani - I Trasporti" /></a>
<a href='http://www.blogstoria.it/2011/11/14/in-visita-alla-decima-isola-di-fare-gli-italiani-i-trasporti/ogr-officine-grandi-riparazioni-7/' title='OGR, Fare gli Italiani - I Trasporti'><img width="150" height="150" src="http://www.blogstoria.it/wp-content/uploads/2011/11/trasporti4-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="OGR, Fare gli Italiani - I Trasporti" title="OGR, Fare gli Italiani - I Trasporti" /></a>

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		<title>In visita alla mostra “Fare gli Italiani”. La Seconda Isola: le campagne</title>
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		<pubDate>Wed, 15 Jun 2011 13:48:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Claudia Covelli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Esperienza Italia 150]]></category>
		<category><![CDATA[Brigantaggio]]></category>
		<category><![CDATA[Bronte]]></category>
		<category><![CDATA[Esperienza Italia150]]></category>
		<category><![CDATA[Italia150]]></category>
		<category><![CDATA[la questione della terra]]></category>
		<category><![CDATA[Questione Meridionale]]></category>
		<category><![CDATA[riforma agraria]]></category>
		<category><![CDATA[Storia dell'Italia rurale]]></category>

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		<description><![CDATA[Continua la visita alla mostra "Fare gli Italiani". Seconda tappa: l'Italia delle campagne...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_4597" class="wp-caption alignleft" style="width: 284px"><a href="http://www.blogstoria.it/wp-content/uploads/2011/06/Campagne-1.jpg"><img class="size-full wp-image-4597" title="Una vecchia foto di gruppo e una macchina per dagherrotipi per raccontare la storia dell'Italia rurale alla mostra &quot;Fare gli italiani&quot;" src="http://www.blogstoria.it/wp-content/uploads/2011/06/Campagne-1.jpg" alt="Una vecchia foto di gruppo e una macchina per dagherrotipi per raccontare la storia dell'Italia rurale alla mostra &quot;Fare gli italiani&quot;" width="274" height="172" /></a><p class="wp-caption-text">Una vecchia foto di gruppo e una macchina per dagherrotipi per raccontare la storia dell&#39;Italia rurale alla mostra &quot;Fare gli italiani&quot;</p></div>
<p>Continuiamo il viaggio all&#8217;interno della mostra <a href="http://www.italia150.it/Officine-Grandi-Riparazioni/Fare-gli-Italiani" target="_blank"><strong><em>Fare gli Italiani</em></strong></a> e della nostra storia nazionale. Dopo <a href="http://www.blogstoria.it/2011/05/20/in-visita-alla-mostra-fare-gli-italiani-la-prima-isola-litalia-delle-citta/"><strong>l’Italia delle città</strong></a> approdiamo all&#8217;isola tematica dedicata al mondo delle Campagne. I contadini italiani hanno infatti svolto un ruolo altalenante nel processo di unificazione nazionale e profondamente diverso nelle singole aree geografiche della penisola.</p>
<p>Nel XIX secolo, alla nascita del processo risorgimentale, il mondo rurale si presenta in gran parte come un universo chiuso, culturalmente e socialmente legato a tradizioni antiche e a sistemi di potere che si radicano nei primi secoli dell&#8217;età moderna. Un mondo immobile e in gran parte isolato che sembra riprodurre nel lungo periodo lo stesso schema ciclico che regola i lavori nei campi. Quasi del tutto assente l&#8217;idea di progresso e di sviluppo non solo dal punto di vista dell&#8217;innovazione tecnologica ma soprattutto sotto il profilo concettuale, il mondo delle campagne riproduce se stesso sul modello del passato e mostra poco interesse &#8211; anche a causa della difficoltà di accedervi materialmente dati gli elevatissimi tassi di analfabetismo &#8211; nei confronti della cultura risorgimentale e della politica unitaria dalla quale viene investito.</p>
<p>Naturalmente permangono importanti differenze tra il modello agricolo delle Langhe piemontesi e della Pianura Padana, che vivono i primordi di una cultura imprenditoriale applicata all&#8217;economia agricola, quello del centro Italia regolato in gran parte dalla mezzadria, e il modello agricolo del Meridione in cui permane la struttura del latifondo. In ogni caso quello rurale si presenta come un contesto fortemente conservatore, nel quale emergono &#8211; in maniera più esasperata al sud &#8211; istanze di cambiamento e di giustizia sociale. Soprattutto dove prevale il sistema del latifondo, l&#8217;urgente richiesta di una ripartizione più equa delle terre, la cosiddetta richiesta di &#8220;terra ai contadini&#8221;, diverrà il tema che attraverserà un secolo di storia nazionale. Dalle illusioni/delusioni portate dallo sbarco dei Mille in Sicilia e dalla repressiva amministrazione piemontese (l&#8217;episodio di Bronte rimane il più emblematico), alla soluzione giolittiana dell&#8217;impresa coloniale in Libia per trovare un illusorio sbocco agli ingenti flussi migratori che muovono milioni di braccianti agricoli italiani verso lidi lontanissimi, la storia dell&#8217;Italia liberale sarà scandita dal problema della gestione di un mondo rurale, spesso arretrato e di sovente ostile alla classe dirigente che gestisce il potere politico dai grandi centri urbani. Brigantaggio, analfabetismo, rivolte e migrazioni costituiranno i principali problemi di politica interna del nuovo Stato italiano.</p>
<p>Solo la Prima Guerra Mondiale, e il reclutamento forzato di migliaia di giovani dalle campagne di tutta la penisola, segnò il primo drammatico passo verso la creazione davvero condivisa di un&#8217;idea nazionale. La tragica esperienza comune della lotta contro il nemico della Patria e della morte di massa, enfatizzata tramite i meccanismi di una propaganda attenta e capillare, costituirono il passaggio obbligato affinché il sentimento di appartenenza nazionale uscisse dai confini della classe borghese urbana e raggiungesse gli isolati borghi agricoli di tutta Italia. Fu anche un modo per conoscersi tra italiani, e in molti casi costituì l&#8217;unica occasione per farsi un&#8217;idea, seppur assolutamente parziale, dell&#8217;estensione del territorio nazionale.</p>
<p>La Prima Guerra mondiale continuò a investire questo capitale emozionale di riscoperta identità nazionale anche negli anni dell&#8217;immediato dopoguerra quando la retorica del lutto collettivo per le centinaia di migliaia di morti, presto monopolizzata dal fascismo, si trasformò nel principale strumento di pedagogizzazione delle masse contadine. In ogni comune d&#8217;Italia anche il più piccolo e sperduto furono eretti monumenti e lapidi in commemorazione dei soldati caduti appartenenti alla comunità locale. Fu la più importante opera di monumentalizzazione attuata dallo stato italiano che contribuì ad assimilare attraverso la dinamica del lutto condiviso quelle larghe frange di popolazione rurale più distanti, e spesso più ostili allo Stato.</p>
<p>Il Fascismo non si limitò a questo. In nome delle ambizioni di autarchia economica e di trasformazione dell&#8217;Italia in una potente nazione europea investì in importanti opere pubbliche di bonifica del territorio, come accadde nell&#8217;Agro Pontino e nella zona di Comacchio. Il territorio agricolo sfruttabile andò quindi estendendosi per iniziativa dello Stato inaugurando un nuovo modello di rapporto tra potere centrale e comunità agricola locale. Attore fondamentale del mondo agricolo e sovente anche più efficace delle istituzioni stesse fu sicuramente la Chiesa Cattolica che estendendo la sua struttura parrocchiale in una sorta di opera missionaria all&#8217;interno dello stesso territorio nazionale, costituì per decenni il vero riferimento per le povere comunità bracciantili che popolavano le spesso impervie campagne italiane. Un riferimento non solo spirituale ma anche e soprattutto amministrativo e politico che spaziava dall&#8217;opera di alfabetizzazione dei giovani e dei bambini al ruolo di istituto per dirimere le frequenti contese tra proprietari terrieri. Un compito che porterà la Chiesa cattolica ad assumere quel ruolo fondamentale nella società italiana che permarrà per tutto il secondo dopoguerra e che contribuirrà a fare della Democrazia Cristiana, partito politico dichiaratamente ispirato ai valori della società contadina, la forza politica predominante nel panorama della Prima Repubblica.</p>

<p>Lo stesso movimento resistenziale, e la connessa mitografia, risultano fortemente radicate nel contesto rurale. Dalle campagne italiane provengono gran parte degli eroi della Resistenza, nei territori incolti che circondano le grandi città si combattono gli episodi più importanti della lotta contro il nazifascismo. Il contesto rurale cambia nuovamente aspetto nella retorica resistenziale e recuperando l&#8217;istanza ugualitaria della lotta per la terra ai contadini si connota ideologicamente segnando profondamente il ruolo politico che i partiti della sinistra &#8211; e soprattutto i movimenti sindacali &#8211; svolgeranno nell&#8217;immediato dopoguerra in alcune zone d&#8217;Italia (si pensi ad esempio alla figura di Giuseppe di Vittorio nelle Puglie). E non a caso la questione agraria e la connessa questione meridionale esploderanno con forza negli anni &#8217;50, quando due riforme promosse dai governi della Democrazia Cristiana tenteranno di fonteggiare il grande nodo irrisolto ereditato dall&#8217;Italia fascista e da quella liberale. Sarà un parziale fallimento e prova ne sarà l&#8217;ondata migratoria che renderà ancora una volta protagonisti i contadini italiani trasformati nell&#8217;Italia degli anni &#8217;60 in operai delle nascenti metropoli del Nord: Milano, Torino e Genova.</p>
<p>Racconta tutto questo l&#8217;isola dedicata alle campagne? Sì e anche molto di più approdando nella contemporaneità nella quale le campagne italiane da terra di emigrazione si sono trasformate in terra di nuova immigrazione, sempre più popolate da lavoratori provenienti dall&#8217;estero. Lo fa con la formula consueta dell&#8217;esposizione di oggetti appartenenti alla vita comune degli italiani: dai vecchi trattori agli utensili per il duro lavoro manuale. A noi quello che è piaciuto di più è la riproduzione di una vecchia macchina per dagherrotipi: ogni visitatore potrà scegliere una delle fotografie scattate dal mondo delle campagne di ieri e di oggi e inserirla nel macchinario. Partirà un racconto che dal ricordo richiamato dall&#8217;immagine &#8211; si va dalle mondine delle campagne piemontesi alla tradizionale foto di gruppo di una famiglia bracciantile del primo Novecento &#8211; svilupperà attraverso documenti e testimonianze uno dei tanti temi connessi alla storia del mondo rurale italiano. Un racconto a cui tutti noi apparteniamo e che è indispensabile conoscere.</p>

<a href='http://www.blogstoria.it/2011/06/15/in-visita-alla-mostra-%e2%80%9cfare-gli-italiani%e2%80%9d-%e2%80%93-la-seconda-isola-le-campagne/campagne5/' title='macchinari agricoli'><img width="150" height="150" src="http://www.blogstoria.it/wp-content/uploads/2011/06/campagne5-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="macchinari agricoli" title="macchinari agricoli" /></a>
<a href='http://www.blogstoria.it/2011/06/15/in-visita-alla-mostra-%e2%80%9cfare-gli-italiani%e2%80%9d-%e2%80%93-la-seconda-isola-le-campagne/campagne2/' title='Attrezzi agricoli 1'><img width="150" height="150" src="http://www.blogstoria.it/wp-content/uploads/2011/06/Campagne2-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="Attrezzi agricoli 1" title="Attrezzi agricoli 1" /></a>
<a href='http://www.blogstoria.it/2011/06/15/in-visita-alla-mostra-%e2%80%9cfare-gli-italiani%e2%80%9d-%e2%80%93-la-seconda-isola-le-campagne/campagne4/' title='Un trattore degli anni &#039;40'><img width="150" height="150" src="http://www.blogstoria.it/wp-content/uploads/2011/06/campagne4-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="Un trattore degli anni &#039;40" title="Un trattore degli anni &#039;40" /></a>
<a href='http://www.blogstoria.it/2011/06/15/in-visita-alla-mostra-%e2%80%9cfare-gli-italiani%e2%80%9d-%e2%80%93-la-seconda-isola-le-campagne/campagne3/' title='Attrezzi agricoli 2'><img width="150" height="150" src="http://www.blogstoria.it/wp-content/uploads/2011/06/campagne3-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="Attrezzi agricoli 2" title="Attrezzi agricoli 2" /></a>
<a href='http://www.blogstoria.it/2011/06/15/in-visita-alla-mostra-%e2%80%9cfare-gli-italiani%e2%80%9d-%e2%80%93-la-seconda-isola-le-campagne/ogr-officine-grandi-riparazioni/' title='Un vecchio trattore'><img width="150" height="150" src="http://www.blogstoria.it/wp-content/uploads/2011/06/campagne8-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="Un vecchio trattore" title="Un vecchio trattore" /></a>
<a href='http://www.blogstoria.it/2011/06/15/in-visita-alla-mostra-%e2%80%9cfare-gli-italiani%e2%80%9d-%e2%80%93-la-seconda-isola-le-campagne/campagne7/' title='Uno scorcio dell&#039;isola dedicata alle campagne'><img width="150" height="150" src="http://www.blogstoria.it/wp-content/uploads/2011/06/campagne7-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="Uno scorcio dell&#039;isola dedicata alle campagne" title="Uno scorcio dell&#039;isola dedicata alle campagne" /></a>
<a href='http://www.blogstoria.it/2011/06/15/in-visita-alla-mostra-%e2%80%9cfare-gli-italiani%e2%80%9d-%e2%80%93-la-seconda-isola-le-campagne/campagne6/' title='Rendering dell&#039;isola &quot;Le Campagne&quot; copyright @ StudioAzzurro per &quot;Fare gli Italiani&quot;'><img width="150" height="150" src="http://www.blogstoria.it/wp-content/uploads/2011/06/campagne6-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="Rendering dell&#039;isola &quot;Le Campagne&quot; copyright @ StudioAzzurro per &quot;Fare gli Italiani&quot;" title="Rendering dell&#039;isola &quot;Le Campagne&quot; copyright @ StudioAzzurro per &quot;Fare gli Italiani&quot;" /></a>
<a href='http://www.blogstoria.it/2011/06/15/in-visita-alla-mostra-%e2%80%9cfare-gli-italiani%e2%80%9d-%e2%80%93-la-seconda-isola-le-campagne/campagne-1/' title='Una vecchia foto di gruppo e una macchina per dagherrotipi per raccontare la storia dell&#039;Italia rurale alla mostra &quot;Fare gli italiani&quot;'><img width="150" height="150" src="http://www.blogstoria.it/wp-content/uploads/2011/06/Campagne-1-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="Una vecchia foto di gruppo e una macchina per dagherrotipi per raccontare la storia dell&#039;Italia rurale alla mostra &quot;Fare gli italiani&quot;" title="Una vecchia foto di gruppo e una macchina per dagherrotipi per raccontare la storia dell&#039;Italia rurale alla mostra &quot;Fare gli italiani&quot;" /></a>

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		<title>Al cinema! Tra Italia &#8217;61 e Italia 2011: viaggio attraverso le trasformazioni del paese</title>
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		<pubDate>Mon, 18 Apr 2011 13:23:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Claudia Covelli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Esperienza Italia 150]]></category>
		<category><![CDATA[150 anniversario]]></category>
		<category><![CDATA[Fonti cinematografiche]]></category>
		<category><![CDATA[fonti Rai]]></category>
		<category><![CDATA[Italia '61]]></category>
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		<category><![CDATA[Uso pubblico della storia]]></category>
		<category><![CDATA[Yuri Guaiana]]></category>

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		<description><![CDATA[Qual è il contributo che le fonti televisive e cinematografiche forniscono per la riflessione sull'identità italiana nelle occasioni celebrative? La mostra "fare gli Italiani" ha detto la sua, mentre Yuri Guaiana ci racconta come andarono le cose nel 1961, primo centenario dell'Unità...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_4081" class="wp-caption alignleft" style="width: 235px"><a href="http://www.blogstoria.it/wp-content/uploads/2011/04/cinema.jpg"><img class="size-medium wp-image-4081" title="Lo spazio dedicato al cinema alla mostra &quot;Fare gli Italiani&quot;, Torino 2011" src="http://www.blogstoria.it/wp-content/uploads/2011/04/cinema-225x300.jpg" alt="Lo spazio dedicato al cinema alla mostra &quot;Fare gli Italiani&quot;, Torino 2011" width="225" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Lo spazio dedicato al cinema alla mostra &quot;Fare gli Italiani&quot;, Torino 2011</p></div>
<p>La mostra <a href="http://www.italia150.it/Officine-Grandi-Riparazioni/Fare-gli-Italiani" target="_blank"><strong><em>Fare Gli Italiani</em></strong></a> in corso a Torino dal 17 marzo al 20 novembre 2011, ha fatto della multimedialità il &#8220;punto forte&#8221; dell&#8217;esposizione. Giovanni De Luna e Walter Barberis hanno ritenuto infatti che la riflessione sull&#8217;identità italiana in questa occasione celebrativa dovesse correre lungo un doppio binario, quello tradizionale della divulgazione della conoscenza degli eventi e dei personaggi che &#8220;fecero&#8221; l&#8217;Italia, e quello più complesso, ma anche più affascinante, della conoscenza emozionale. Configurandosi in primo luogo come <em>esperienza</em> (come efficacemente sottolineato dal nome di <em>Esperienza Italia </em>scelto per racchiudere le varie iniziative in corso a Torino per il centocinquantenario), l&#8217;esposizione punta evidentemente sul coinvolgimento emozionale dello spettatore che si trova assorbito in un percorso in cui le sollecitazioni a riflettere sull&#8217;identità italiana (e a riconoscervisi o meno)  giungono essenzialmente attraverso il canale emotivo grazie alla presenza di immagini, filmati, suoni e organizzazione scenografica degli spazi.</p>
<p>Non stupisce dunque che un&#8217;area della mostra sia dedicata al cinema, il cui contesto è ricreato non solo tramite la formula classica del maxischermo che proietta spezzoni di capolavori del patrimonio cinematografico italiano, ma anche, poichè la mostra punta ad essere anche un&#8217;esposizione di oggetti che hanno fatto la vita degli italiani, attraverso l&#8217;esposizione dell&#8217;unico esempio rimasto di furgone itinerante che nell&#8217;immediato dopoguerra circolava nelle vie e nelle piazze di città e paesi di provincia creando una  sorta di &#8220;cinema ambulante&#8221; (non si può non pensare all&#8217;<em>Uomo delle stelle </em>di Giuseppe Tornatore del 1955), e che documenta come il cinema entrò nella vita quotidiana degli italiani, divenendo canale esclusivo non solo per il riconoscimento di un&#8217;identità comune ma per l&#8217;elaborazione di un immaginario -- fatto di sogni, illusioni, sentimenti -- condiviso.</p>
<p>Un ruolo che fu poi in parte svolto anche dalla televisione, elemento che non è sfuggito ai curatori che significativamente hanno concluso l&#8217;esposizione con la ricostruzione di un virtuale studio televisivo. Su questi temi  lavora da alcuni anni la storiografia contemporanea e le fonti cinematografiche e televisive sono alla base di alcuni degli studi più interessanti che approfondiscono quel ramo della storia culturale che riflette sulla creazione dell&#8217;immaginario e sulla costruzione dell&#8217;identità.</p>

<p>Proprio per il suo lavoro su questi temi, Yuri Guaiana, nostro &#8220;storico&#8221; collaboratore che da anni si occupa  dell&#8217;argomento (vedi, Yuri Guaiana, <em>Il Tempo della Repubblica</em>, Unicopli, 2007), ha partecipato alla conferenza internazionale <strong><a href="http://www.nemla.org/convention/2011/index.html" target="_blank">NeMLA 2011 Convention</a> </strong>che si è tenuta dal 7 al 10 aprile 2011 presso la Rutgers University a New Brunswick, New Jersey, con un intervento in videoconferenza dal titolo <em><strong>Italia ‘61: The Public Use of History in Movies and TV Shows</strong>, </em>del quale postiamo il video. Yuri Guaiana analizza le pellicole cinematografiche e i prodotti per la TV elaborati in occasione di Italia &#8217;61, prestando particolare attenzione al rapporto con il cinema neorealista, alle biografie dei grandi registri e sceneggiatori, da Visconti a Mario Soldati, alle tematiche di maggior rilevanza all&#8217;epoca, in particolare in relazione all&#8217;idea di progresso economico, ai problemi (e alle rappresentazioni) del mondo del lavoro e alla retorica del sacrificio in nome della patria, che documentano il clima in cui si andò celebrando il centenario dell&#8217;Unità italiana, compresso tra boom economico e l&#8217;emergere di fondamentali trasformazioni sociali. In occasione di Italia &#8217;61 furono realizzati molti prodotti interessanti, da <em>Viva l&#8217;Italia</em> di Roberto Rossellini, al ciclo <em>Il nostro Risorgimento</em> pensato per la tv nazionale -- per la regia tra gli altri di Vittorio De Sica -, da <em>Senso </em>di Luchino Visconti alla trasmissione televisiva dedicata ai <em>Mille</em>.</p>
<p>Yuri Guaiana ci propone non solo un&#8217;articolata analisi dei film e dei programmi televisivi ma il loro dialogo con il mondo politico, gli intellettuali, i gruppi di pressione all&#8217;interno del mondo della tv e del cinema italiani.<br />
Buona visione! [Durata totale del video 20 minuti]</p>
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		<title>L’Unità d’Italia in mostra – A Milano, a Torino, a New York</title>
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		<pubDate>Thu, 14 Apr 2011 14:34:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Claudia Covelli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Esperienza Italia 150]]></category>
		<category><![CDATA[Cinque Giornate di Milano]]></category>
		<category><![CDATA[Fare gli Italiani]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Hayez]]></category>
		<category><![CDATA[i giovani ribelli del Risorgimento]]></category>
		<category><![CDATA[Italia150]]></category>
		<category><![CDATA[Un'ita]]></category>

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		<description><![CDATA[Tre mostre per raccontare l'Italia e la sua Identità, a Milano, Torino, New York. Seguiteci in questo viaggio nelle esposizioni più convenzionali (o meno) di questo 150° anniversario...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_4055" class="wp-caption alignleft" style="width: 148px"><a href="http://www.blogstoria.it/wp-content/uploads/2011/04/Logo.jpg"><img class="size-medium wp-image-4055 " title="Logo di Un'Ita 2011" src="http://www.blogstoria.it/wp-content/uploads/2011/04/Logo-202x300.jpg" alt="Logo di Un'Ita 2011" width="138" height="206" /></a><p class="wp-caption-text">Logo di Un&#39;Ita 2011</p></div>
<p>C&#8217;è una pagina di questo centocinquantenario dell&#8217;Unità d&#8217;Italia che abbiamo finora volutamente trascurato. È la pagina per definizione più &#8220;bella&#8221; ma anche per molti versi apparentemente più scontata: quella dell&#8217;immenso patrimonio artistico nazionale, che già di per sé oggi come ieri è stato letto, vissuto, interpretato come elemento indiscutibile quanto esclusivo di &#8220;italianità&#8221;. Se dal punto di vista della storia politica e istituzionale l&#8217;Unità che si celebra in questo 2011 appare come un percorso accidentato, frammentario, scandito da forzate accelerazioni e drammatiche botte d&#8217;arresto, dal punto di vista del patrimonio culturale l&#8217;Italia si presenta e si è autorappresentata come un territorio unito, anche se eterogeneo, in nome dell&#8217;eccellenza artistica. Quella dell&#8217;identità italiana condivisa in nome dell&#8217;arte e della cultura fu anche uno dei grandi motti del Risorgimento e proprio per raccontare il momento fondativo dello Stato italiano anche in questo centocinquantesimo anniversario si è ricorsi ai grandi capolavori nazionali.</p>
<div id="attachment_1369" class="wp-caption alignright" style="width: 187px"><a href="http://www.blogstoria.it/wp-content/uploads/2010/10/hayez.jpg"><img class="size-full wp-image-1369 " title="Hayez - La meditazione (Italia 1848)" src="http://www.blogstoria.it/wp-content/uploads/2010/10/hayez.jpg" alt="Hayez - La meditazione (Italia 1848)" width="177" height="221" /></a><p class="wp-caption-text">Hayez - La meditazione (Italia 1848)</p></div>
<p>A <strong>Torino</strong>, la mostra <a href="http://www.italia150.it/Officine-Grandi-Riparazioni/Fare-gli-Italiani" target="_blank"><strong><em>Fare gli Italiani</em></strong></a><strong><em> </em></strong>si apre con una sala dedicata al «linguaggio della pittura». Nell&#8217;esposizione torinese orientata a valorizzare al massimo i mezzi di comunicazione visuali come tramite per il riconoscimento dell&#8217;identità nazionale, l&#8217;opera d&#8217;arte non assume solo il valore di veicolo espressivo di emozioni e sentimenti, ma viene letta &#8211; nella rigorosa metodologia dei curatori &#8211; come fonte storica. Ci ricordano, infatti, Giovanni De Luna e Walter Barberis che:</p>
<blockquote><p>L&#8217;arte, in quanto <em>interpretazione</em>, è dunque sempre contemporanea, anche quando guarda a episodi e personaggi del passato.</p>
<p>Nel Risorgimento era vivissima negli ambienti artistici, a partire dalle accademie, la convinzione secondo cui dalle lotte e dalle guerre sarebbe scaturita non solo l&#8217;Unità politica nazionale, ma anche un&#8217;arte italiana unita [...].</p>
<p>&#8220;Come una la patria, una sarà l&#8217;arte italiana&#8221;: questo fu il principio ispiratore delle prime esposizioni di belle arti, fin dal 1861. Le istituzioni pubbliche della cultura e delle arti ebbero quindi un ruolo centrale e consapevole nel percorso di costruzione dell&#8217;unità nazionale.</p></blockquote>
<div id="attachment_4056" class="wp-caption alignleft" style="width: 207px"><a href="http://www.blogstoria.it/wp-content/uploads/2011/04/ritrato_pietro_micca.jpg"><img class="size-full wp-image-4056" title="Andrea Gastaldi - Pietro Micca, 1858" src="http://www.blogstoria.it/wp-content/uploads/2011/04/ritrato_pietro_micca.jpg" alt="Andrea Gastaldi - Pietro Micca, 1858" width="197" height="226" /></a><p class="wp-caption-text">Andrea Gastaldi - Pietro Micca, 1858</p></div>
<p>La mostra torinese mette in luce i diversi ruoli di quella che viene definita la «traduzione iconica» della Storia: quelli di cronaca, di epica, di allegoria. A questo proposito a fianco della celebre allegoria d&#8217;Italia presentata da Francesco Hayez in <em>La Meditazione (L&#8217;Italia nel 1848; Meditazione sulla storia d&#8217;Italia)</em> del 1851, troviamo il notissimo dipinto di cronaca di Carlo Canella, <em>Porta Tosa in Milano (il 22 marzo 1848)</em>, racconto iconografico dell&#8217;ultima delle cinque giornate di Milano. Gli esempi di epica risorgimentale non mancano da <em>La Guerriera </em>di Giacomo Casa del 1866 al <em>Pietro Micca </em>di Andrea Gastaldi del 1858. Opere che nei lunghissimi sottotitoli che le accompagnano &#8211; si veda proprio di Andrea Gastaldi, il <em>Pietro Micca nel punto di dar fuoco alla mina volge a Dio e alla Patria i suoi ultimi pensieri</em> &#8211; tradiscono la loro funzione pedagogica, che rende le opere e le loro titolazioni, immagini e didascalie di una grandissima, quanto retorica, storia per immagini dell&#8217;Unità italiana.</p>
<div id="attachment_4052" class="wp-caption alignright" style="width: 310px"><a href="http://www.blogstoria.it/wp-content/uploads/2011/04/Domenico-Induno-Il-richiamo-di-Garibaldi-1854.jpg"><img class="size-medium wp-image-4052" title="Domenico Induno, Il richiamo di Garibaldi, 1854" src="http://www.blogstoria.it/wp-content/uploads/2011/04/Domenico-Induno-Il-richiamo-di-Garibaldi-1854-300x243.jpg" alt="Domenico Induno, Il richiamo di Garibaldi, 1854" width="300" height="243" /></a><p class="wp-caption-text">Domenico Induno, Il richiamo di Garibaldi, 1854</p></div>
<p>Mentre a Torino, i visitatori potranno confrontarsi con le tre declinazioni dell&#8217;arte risorgimentale italiana fino al prossimo 20 novembre, a <strong>Milano </strong>dal 20 marzo al 5 giugno presso la Sala delle Cariatidi di Palazzo Reale è in corso la mostra <a href="http://www.cultura.regione.lombardia.it/cs/Satellite?c=Evento&amp;childpagename=DG_Cultura%2FDetail&amp;cid=1213418244223&amp;packedargs=menu-to-render%3D1213277054451&amp;pagename=DG_CAIWrapper" target="_blank"><em><strong>I Giovani Ribelli del &#8217;48</strong></em></a>. A completare l&#8217;esposizione l&#8217;apertura straordinaria della <em><strong>Galleria delle Battaglie</strong></em> della Collezione Savoia che mette in mostra undici grandi tele del Risorgimento realizzate dai maggiori esponenti della pittura storica ottocentesca: Gerolamo e Domenico Induno, Antonio Olivieri, Eleuterio Pagliano, Lemmo Rossi Scotti, Vincenzo Giacomelli, Luigi Norfini e Raffaele Pontremoli. Non stupisce la lettura &#8220;locale&#8221; del Risorgimento offerta dalla città di Milano, teatro di una pagina tanto importante della storia del Risorgimento italiano. La lettura virata sull&#8217;aspetto <em>giovanile</em> del Risorgimento la accomuna invece alla quasi omonima mostra romana, rivelando la predilezione da parte di quelle mostre più palesemente orientate a svolgere la tradizionale funzione pedagogica e celebrativa per la &#8211; anch&#8217;essa paradossalmente tradizionale &#8211; retorica giovanile delle &#8220;rivoluzioni&#8221; italiane. Dal Risorgimento a Piazza San Sepolcro, dalla Resistenza al &#8217;68, l&#8217;epica celebrativa si è sempre immersa nell&#8217;eroismo dei giovani martiri, un elemento che evidentemente salta ancora più all&#8217;occhio in questo 2011 nel quale il tema dei &#8220;giovani&#8221; trova ampio spazio nella retorica &#8211; e solo nella retorica &#8211; delle forze politiche.</p>

<div id="attachment_4057" class="wp-caption alignleft" style="width: 233px"><a href="http://www.blogstoria.it/wp-content/uploads/2011/04/cristina-belgioioso.jpg"><img class="size-medium wp-image-4057 " title="Francesco Hayez, Cristina di Belgioioso" src="http://www.blogstoria.it/wp-content/uploads/2011/04/cristina-belgioioso-223x300.jpg" alt="Francesco Hayez, Cristina di Belgioioso" width="223" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Francesco Hayez, Cristina di Belgioioso</p></div>
<p>La mostra milanese, fatte salve le due annotazioni cui abbiamo accennato, interpreta meno di quanto si propone di raccontare. In questo senso svolge in pieno la tradizionale funzione pedagogica del racconto per immagini arricchito di didascalie che descrive al visitatore i momenti salienti delle cinque giornate di Milano. A svolgere il ruolo di <em>fil rouge </em>del racconto le memorie di uno dei giovani eroi del Risorgimento, Giovanni Visconti di Venosta, classe 1831. Attraverso i suoi racconti le tappe del &#8217;48, dalla sua preparazione, all&#8217;elezione a Milano del vescovo italiano Bartolomeo Romilli, dallo &#8220;sciopero del fumo&#8221; del gennaio &#8217;48 alla presa di Porta Tosa, seguono il ritorno degli Asburgo nel &#8217;50 e la seconda guerra d&#8217;indipendenza, Magenta e Solferino, Garibaldi e la nascita della Croce Rossa su iniziativa di Henri Dunant. Non manca una pagina dedicata alle &#8220;donne&#8221; del Risorgimento. Dall&#8217;immancabile Cristina di Belgioioso a Clara Maffei. La mostra si conclude con un altro classico di Hayez, quasi a chiudere il circolo aperto a Torino da <em>La Meditazione</em>, il famosissimo <em>Bacio </em>del 1859. Anche nella mostra milanese ritroviamo, ma in maniera meno avvertita, la sovrapposizione tra cronaca, epica ed allegoria. La <em>Galleria delle battaglie</em> è un esempio evidente quanto grandioso delle cronache iconografiche del Risorgimento, a cavallo tra narrazione e retorica, nelle enormi tele degli Induno e degli Scotti, ma è certamente Francesco Hayez, nella mostra dedicata a <em>I giovani ribelli</em> a costituire il narratore per eccellenza del Risorgimento dall&#8217;allegorico bacio all&#8217;epica de <em>Gli abitanti di Parga abbandonano la loro patria, </em>fino ai ritratti di Cristina di Belgioioso.</p>
<div id="attachment_4053" class="wp-caption alignright" style="width: 140px"><a href="http://www.blogstoria.it/wp-content/uploads/2011/04/Nuova-immagine.jpg"><img class="size-medium wp-image-4053 " title="Gino De Dominici - Opera Obiqua" src="http://www.blogstoria.it/wp-content/uploads/2011/04/Nuova-immagine-130x300.jpg" alt="Gino De Dominici - Opera Obiqua" width="130" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Gino De Dominici - Opera Obiqua</p></div>
<p>L&#8217;ultima tappa del nostro virtuale viaggio per le più interessanti esposizioni inaugurate a ridosso del 17 marzo, le quali tutte hanno visto la partecipazione del Presidente Giorgio Napolitano, è <strong>New York,</strong> dove domenica 27 marzo è stata inaugurata la mostra collettiva <a href="http://www.flashartonline.it/interno.php?pagina=news_det&amp;id=1638&amp;det=ok&amp;news=Italia-%E2%80%9CUN%E2%80%99ITA%E2%80%9D-a-New-York" target="_blank"><em><strong>UN&#8217;ITA</strong></em></a> che ha coinciso con l&#8217;apertura di Industria Gallery, la galleria che la ospita. La mostra, curata dalla rivista Flash Art in collaborazione con Industria Superstudio, sotto l’alto patrocinio del Consolato Italiano a New York e del Comitato Italia 150, si propone di ripercorrere la storia dell’arte contemporanea italiana dai primi anni ’60 a oggi attraverso le opere di 46 artisti italiani rappresentanti un ponte culturale tra gli Stati Uniti e l’Italia. La prospettiva su cui si riflette sull&#8217;identità italiana e sulla sua identificazione artistica è quella dinamica dell&#8217;artista &#8220;migrante&#8221;, del &#8220;pellegrino&#8221; che dalla grande metropoli americana pensa, riflette ed esprime l&#8217;identità italiana attraverso l&#8217;opera d&#8217;arte. È una prospettiva estremamente dinamica che la particolare localizzazione della mostra facilita rispetto a quello che avviene sul suolo nazionale, fornendo interessanti suggestioni sulla <em>fluidità</em> delle identità nazionali e inserendo anche questa occasione celebrativa nel contesto globalizzato del 2011 e all&#8217;interno di quel rapporto tra Italia e Stati Uniti che ci vede nello stesso anno alle prese con due importanti anniversari: lo scoppio della Guerra Civile americana, e l&#8217;Unità d&#8217;Italia.</p>
<div id="attachment_4054" class="wp-caption alignleft" style="width: 225px"><a href="http://www.blogstoria.it/wp-content/uploads/2011/04/Nuova-immagine2.jpg"><img class="size-medium wp-image-4054 " title="Mimmo Rotella, La doppia vita di Silvia, 1960" src="http://www.blogstoria.it/wp-content/uploads/2011/04/Nuova-immagine2-215x300.jpg" alt="Mimmo Rotella, La doppia vita di Silvia, 1960" width="215" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Mimmo Rotella, La doppia vita di Silvia, 1960</p></div>
<p>Sono davvero molti gli stimoli che provengono da queste tre esposizioni e pertanto concludiamo questo lungo post con una serie di domande su cui ci proponiamo di ritornare e sulle quali vi proponiamo di riflettere e di intervenire. La prima parte proprio dalla mostra newyorkese e rimanda direttamente alla visione di Italia proposta da Francesco Hayez ne <em>La Meditazione</em>: quanto la rappresentazione di Italia, quale patria unita in nome dell&#8217;arte, della lingua (aulica) e della cultura è una rappresentazione autoctona e quanto essa è invece un&#8217;immagine mitica creata all&#8217;esterno e occasionalmente interiorizzata, o sfruttata a scopo retorico? Come si connette quest&#8217;immagine con l&#8217;idea di Europa e più in generale di Occidente (il rimando è evidentemente in questo caso al modello del <em>Grand Tour</em> del XVIII, XVII secolo nel quale l&#8217;Italia costituiva una tappa essenziale)? Pur nella celebrazione di un&#8217;unità italiana sul piano della lingua e della cultura, l&#8217;Italia di oggi, ma non solo, si rivela particolarmente arretrata rispetto alle politiche di conservazione e valorizzazione dell&#8217;<em>heritage </em>artistico a disposizione, rivelando ancora una volta una fragilità istituzionale e un disinteresse degli organi ministeriali rispetto a questi temi. È solo sintomo di sciatteria da parte delle istituzioni o rivela di fatto un deficit di condivisione dell&#8217;immagine d&#8217;Italia unita in nome dell&#8217;Arte e della Cultura, che favorisce logiche locali e interessi privati? Schiacciata sotto il peso della retorica che l&#8217;ha resa per secoli veicolo privilegiato dell&#8217;identità nazionale, l&#8217;arte italiana spesso sembra vilire le sue potenzialità di dinamismo finendo sotto l&#8217;egida della monumentalizzazione: può essere il centocinquantenario una prima occasione per ripensare il difficile nodo fra Arte, Identità e Cultura italiana? E voi, italiani e non, migranti, emigrati, pellegrini o meno, che ne pensate?</p>
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		<title>Emilio Gentile: il 17 marzo? Sarà il &#8220;Miracolo dello Stellone&#8221;</title>
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		<pubDate>Tue, 15 Mar 2011 16:35:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Claudia Covelli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Esperienza Italia 150]]></category>
		<category><![CDATA[17 marzo]]></category>
		<category><![CDATA[Emilio Gentile]]></category>
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		<category><![CDATA[Giovanni De Luna]]></category>
		<category><![CDATA[Italia150]]></category>
		<category><![CDATA[Walter Barberis]]></category>

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		<description><![CDATA[La voce dello storico Emilio Gentile è tornata a farsi sentire sulle pagine dei quotidiani con una provocazione interessante: del tutto disaffezionati nei confronti dello Stato, non è che gli italiani si ritroveranno il 17 marzo più affezionati alla loro complessa, controversa, difficile identità?]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_3852" class="wp-caption alignleft" style="width: 324px"><a href="http://www.blogstoria.it/wp-content/uploads/2011/03/Busti.jpg"><img class="size-medium wp-image-3852" title="I corpi della nazione. I busti degli eroi nazionali si mescolano con i profili della gente comune all'ingresso della mostra &quot;Fare gli Italiani&quot;" src="http://www.blogstoria.it/wp-content/uploads/2011/03/Busti-300x225.jpg" alt="I corpi della nazione. I busti degli eroi nazionali si mescolano con i profili della gente comune all'ingresso della mostra &quot;Fare gli Italiani&quot;" width="314" height="236" /></a><p class="wp-caption-text">I corpi della nazione. I busti degli eroi nazionali si mescolano con i profili della gente comune all&#39;ingresso della mostra &quot;Fare gli Italiani&quot;</p></div>
<p>Festeggeranno o no gli italiani il 17 marzo? Secondo un sondaggio di Renato Mannheimer pubblicato su il &#8220;Corriere della sera&#8221; domenica 13 marzo «la stragande maggioranza degli intervistati ritiene che l&#8217;Unità sia un bene e un valore da sostenere». Non ci saremmo, però, affidati ai dati di un sondaggio pubblicato su un quotidiano che ha sostenuto con forza la campagna di questo centocinquantenario dell&#8217;Unità, se questi non fossero stati accompagnati dal commento di una voce importante (e poco avvezza al protagonismo sui giornali) come quella di Emilio Gentile, che firma l&#8217;articolo <strong><em>Lo Stato non piace, l&#8217;Unità sì. È il «miracolo dello stellone</em></strong>».</p>
<p>Sono due i punti sui quali Gentile invita a concentrare l&#8217;attenzione:</p>
<ul>
<li>la <strong>dicotomia Stato &#8211; Unità</strong>. Scrive Gentile:</li>
</ul>
<blockquote><p>Dal sondaggio emerge infatti una percezione dell&#8217;Italia che oscilla tra orgoglio e disprezzo, entusiamo e riprovazione. L&#8217;Italia del 2011 appare agli italiani bella e caotica, meravigliosa e alla deriva, grandiosa e arretrata. Il fatto che pochi tra gli intervistati associno l&#8217;Italia alla libertà, allo Stato e alla repubblica, porta a concludere che gli italiani di oggi esprimono un&#8217;altissima valutazione dell&#8217;Unità d&#8217;Italia ma una bassissima considerazione per lo Stato, in cui l&#8217;Unità si concretizza.</p></blockquote>
<ul>
<li>il <strong>rapporto con il Risorgimento</strong>. Il parziale fallimento dell&#8217;apparato statuale attuale non è attribuibile &#8211; secondo Gentile &#8211; a &#8220;vizi congeniti&#8221; del processo unitario. Secondo lo storico non ci sono dubbi: le responsabilità della sfiducia nei confronti dell&#8217;incarnazione statuale dell&#8217;Italia unita sono da attribuire a pagine più recenti della storia nazionale:</li>
</ul>
<blockquote><p>Attribuire allo Stato nato il 17 marzo 1861, con una popolazione di 22 milioni di abitanti, in massima parte contadini poveri, 40 anni di vita media e l&#8217;80 per cento di analfabeti, le responsabilità dei mali dell&#8217;Italia del 2011, con 60 milioni di abitanti, il 99 per cento di alfabetizzati, una durata media di vita di 80 anni, e il 5 per cento di addetti all&#8217;agricoltura, è un&#8217;interpretazione che scaturisce da una credenza di fede piuttosto che da una spiegazione razionale.</p></blockquote>
<p>Nell&#8217;osservare le celebrazioni previste per questo centocinquantesimo anniversario e soprattutto nel paragonarle con quelle che si svolsero nel 1961, Gentile si sofferma proprio sulla diversa percezione dello Stato che caratterizza i due anniversari e che si avverte nello slittamento dell&#8217;attenzione dalla celebrazione dello stato-nazione, alla memoria di un percorso più controverso, ma anche più autonomo rispetto a quello istituzionale, come quello dell&#8217;Unità:</p>
<blockquote><p>Cinquant&#8217;anni fa, in occasione del primo centenario dell&#8217;Unità, lo Stato italiano sembrava godere di ottima salute. Era il tempo del «miracolo economico». A soli quindici anni dalla fine della seconda guerra mondiale, che aveva ridotto l&#8217;Italia a un paese in rovina, gli italiani cominciavano a godere un benessere diffuso quale mai avevano avuto nella loro storia millenaria.</p></blockquote>
<p>Un ciclo che, come osservato da Gentile, si interrompe pochi anni dopo inaugurando un nuovo percorso che «[segnato da] periodi di progresso e di stagnazione, ha attraversato gli anni terribili del terrorismo, ha assistito alla disgregazione del sistema dei partiti di massa, e ha continuato a convivere con una lunga crisi dello Stato e della nazione».</p>

<p>Celebrare l&#8217;Unità d&#8217;Italia significa dunque non tanto celebrare un apparato statale che ha fallito molti dei suoi obiettivi, ma piuttosto una comunità nazionale che, in fondo, continua ad apparire piuttosto solida nella propria identità? In parte, questo è in linea con le scelte maturate da Walter Barberis e Giovanni De Luna che hanno deciso significativamente di concentrare la mostra sugli &#8220;italiani&#8221; e non sull&#8217;Italia. Se lo Stato fu &#8220;fatto&#8221; solo in parte, ed anzi &#8211; ancora di più oggi &#8211; appare sgretolarsi sotto pressioni trasversali che molto hanno a che fare con la storia nazionale, ma che vanno contestualizzate in un processo più ampio che non riguarda solo l&#8217;Italia ma presenta una dimensione transnazionale, quella che fino a pochi anni fa sarebbe stata definita &#8220;comunità nazionale&#8221; potrebbe rivelarsi non solo più solida del previsto &#8211; in fondo, da Nord a Sud anche i sentimenti di disaffezione più evidenti sono indirizzati nei confronti dello stato, più che delle reciproche comunità locali &#8211; ma diventare anche una nuova prospettiva per la lettura della storia nazionale.</p>
<p><a href="http://www.blogstoria.it/wp-content/uploads/2011/03/Logo.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-3853" title="Logo &quot;Fare gli Italiani&quot;" src="http://www.blogstoria.it/wp-content/uploads/2011/03/Logo-300x237.jpg" alt="Logo &quot;Fare gli Italiani&quot;" width="300" height="237" /></a>Questa visione ha influenzato profondamente, e in un certo senso è stata anticipata, dall&#8217;esposizione<strong> &#8220;</strong><a href="http://www.italia150.it/Officine-Grandi-Riparazioni/Fare-gli-Italiani" target="_blank"><strong>Fare gli italiani</strong></a><strong>&#8220;</strong> la quale, non a caso, volendo raccontare gli italiani e non lo Stato italiano, compie una scelta anche cronologicamente diversa rispetto a quella fatta in occasione del centenario del &#8217;61 che, di fatto, focalizzata sul processo di nation-building si concentrava sui prodromi del movimento unitario e terminava almeno dal punto di vista sostanziale nel 1861, ossia nel momento in cui lo stato italiano poteva dirsi realizzato, rivelando tutto l&#8217;imbarazzo per quella difficile storia novecentesca dell&#8217;Italia segnata dalla parabola fascista e da due guerre mondiali. De Luna e Barberis per &#8220;raccontare gli italiani agli italiani&#8221; partono invece proprio dal 1861 e arrivano all&#8217;oggi, suggerendo che il momento in cui lo Stato italiano fu creato formalmente segnò l&#8217;inizio della storia degli &#8220;italiani&#8221; come comunità nazionale. Il racconto che ne emerge risulta dunque un racconto profondamente diverso ricco di discontinuità, rotture, pluralismi che trovano poco spazio nella storia istituzionale di uno stato. Scrivono i curatori nel presentare l&#8217;esposizione:</p>
<blockquote><p>Raccontare i 150 anni della storia unitaria, mettere in scena i problemi che sono stati al centro della vita degli italiani, significa dunque assumere come preliminare e necessaria una pluralità di narrazioni e di linguaggi. E con questi suggerire un percorso che fornisca elementi di conoscenza storica, dia spunti di riflessione critica e sottolinei gli elementi di appartenenza alla nostra comunità nazionale. Alla base di questo percorso vi è un assunto fondamentale: che tutta la nostra storia sia segnata da processi di integrazione di spazi e realtà umane che molto spesso sono stati inizialmente non soltanto separati, ma conflittuali.</p></blockquote>
<p>Se l&#8217;articolo di Gentile si conclude con un atto di fede nei confronti del «miracolo dello stellone» &#8211; atto di fede in fondo più legittimo rispetto a quello di chi crede nella possibilità di attribuire al Risorgimento la responsabilità dell&#8217;attuale sfiducia nei confronti dell&#8217;Italia quale entità statuale &#8211; Barberis e De Luna ne fanno un progetto metodologico, scegliendo la chiave di lettura degli &#8220;italiani&#8221;, dei loro spazi di vita, degli oggetti e delle memorie che hanno caratterizzato la loro esperienza individuale e collettiva, condivisa o meno che sia, non allo scopo di celebrare &#8220;lo stellone&#8221; &#8211; il groviglio di storie degli italiani  (a differenza di quanto può accadere in una storia istituzionale dello Stato) così contraddittorio e conflittuale si presta difficilmente agli sbrodolamenti della retorica &#8211; ma con il fine di comprendere e raccontare quella storia degli italiani che, come indicato dai curatori, presenta alcune specificità rispetto alle storie di altri popoli. Il principio-guida della mostra è infatti il grado di integrazione (o viceversa di esclusione) che ogni spazio presentato ha alimentato negli italiani stessi. Ogni isola rappresenta un nodo tematico che può essere vissuto da questa prospettiva di inclusione/esclusione, lo abbiamo visto di recente a proposito del rapporto con la Chiesa cattolica. Lo scopo, infatti, non è costruire un quadro a tutto tondo dell&#8217;italianità assurta a elemento celebrativo, ma confrontarsi con la sua problematicità. Non sappiamo se questo sia un &#8220;miracolo&#8221; ma certo è un contributo scientifico importante per il lavoro degli storici e un interessante esperimento di conservazione della memoria collettiva che si fa carico anche di un&#8217;importante funzione civica.</p>
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		<title>Un&#8217;Italia da melodramma? Il Teatro d&#8217;Opera luogo dell&#8217;identità nazionale</title>
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		<pubDate>Mon, 07 Mar 2011 14:30:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Claudia Covelli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Esperienza Italia 150]]></category>
		<category><![CDATA[Risorgimento]]></category>
		<category><![CDATA[Fare gli Italiani]]></category>
		<category><![CDATA[Giorgio Napolitano]]></category>
		<category><![CDATA[Giovanni De Luna]]></category>
		<category><![CDATA[Giuseppe Verdi]]></category>
		<category><![CDATA[Italia150]]></category>
		<category><![CDATA[Walter Barberis]]></category>

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		<description><![CDATA[È il "Va' pensiero" di Giuseppe Verdi il vero inno dell'Italia unita? Probabilmente no, ma il teatro d'opera è senza dubbio uno dei luoghi dove si sono "fatti gli italiani", anche secondo la mostra in corso a Torino dal 17 marzo...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_3779" class="wp-caption alignleft" style="width: 195px"><a href="http://www.blogstoria.it/wp-content/uploads/2011/03/nabucco.jpg"><img class="size-full wp-image-3779" title="Il libretto del &quot;Nabucco&quot; di Giuseppe Verdi, anni '30" src="http://www.blogstoria.it/wp-content/uploads/2011/03/nabucco.jpg" alt="Il libretto del &quot;Nabucco&quot; di Giuseppe Verdi, anni '30" width="185" height="276" /></a><p class="wp-caption-text">Il libretto del &quot;Nabucco&quot; di Giuseppe Verdi, anni &#39;30</p></div>
<p>Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano è intervenuto domenica 6 marzo sul &#8220;Il Messaggero&#8221;, firmando l&#8217;editoriale <strong><em>Musica nella storia del Paese</em></strong> per lo speciale che il quotidiano romano ha dedicato al &#8220;Nabucco&#8221;, in scena, sotto la direzione di Riccardo Muti, al <a href="http://www.operaroma.it/" target="_blank">Teatro dell&#8217;Opera di Roma</a> dal 12 al 24 marzo, cioè nelle giornate che segnano temporalmente il cuore delle celebrazioni del 150° anniversario dell&#8217;Unità.</p>
<p>È naturale, dunque, che i quotidiani nazionali si siano dedicati con tanta attenzione al tema del legame tra teatro d&#8217;opera &#8211; Risorgimento &#8211; identità italiana, nodo che ha già suscitato diverse polemiche nei mesi passati e che potremmo simbolicamente riassumere nella contrapposizione tra la celebre <em>Va&#8217;, pensiero </em>scritta da Giuseppe Verdi proprio per il &#8220;Nabucco&#8221; &#8211; e indicato di recente dalla Lega Nord come inno &#8220;padano&#8221; &#8211; e la riscoperta dell&#8217;inno di Goffredo Mameli <em>Fratelli d&#8217;Italia</em>, recuperato anche da Roberto Benigni in occasione del Festival di Sanremo 2011.</p>
<p>Proponiamo come di consueto la formula di una breve rassegna stampa di quelli che abbiamo ritenuto gli interventi più interessanti sul tema, cercando di trarne qualche spunto di riflessione storiografica e concludendo, come stiamo facendo da un paio di settimane, con un&#8217;incursione nella mostra <a href="http://www.facebook.com/?ref=home#!/FareGliItaliani" target="_blank"><em><strong>Fare gli italiani. 150 anni di storia nazionale</strong></em></a><em> </em>che ci offre un contributo importante sulla valorizzazione del patrimonio del teatro d&#8217;opera quale pagina fondamentale della <em>storia </em>nazionale e quale elemento centrale per il processo di creazione dell&#8217;<em>identità</em> italiana.</p>
<p>E proprio la parola &#8220;storia&#8221; utilizza Giorgio Napolitano nel titolo del suo intervento pubblicato su &#8220;Il Messaggero&#8221;:</p>
<blockquote><p>Anche nel ripercorrere di recente in Quirinale, con il contributo di eminenti studiosi, il percorso della lingua italiana come fattore portante di unificazione nazionale, abbiamo sottolineato il ruolo del melodramma dell&#8217;Ottocento, quale si incarnò nei capolavori verdiani e segnatamente nel &#8220;Nabucco&#8221;. Quella musica e quei testi rimangono nobili veicoli di trasmissione degli ideali del Risorgimento. Ed è significativo e importante che si impegni a far rivivere questo messaggio un grande protagonista della vita musicale italiana come il Maestro Riccardo Muti [...]</p></blockquote>
<p>Il melodramma e il teatro d&#8217;opera come elemento di diffusione della lingua italiana, primo fattore unificante della nazione, ma anche come <em>fonte documentale </em>per la storia del Risorgimento, una fonte interessante e allo stesso tempo difficile da &#8220;maneggiare&#8221; in quanto non ha esaurito il proprio compito di mezzo di comunicazione &#8211; e anzi la sua funzione pedagogizzante è richiamata con forza ancora oggi &#8211; attraverso il quale consentire agli italiani di riconoscersi nel patrimonio storico e culturale della nazione.</p>
<p>Sotto questo profilo, è importante un passaggio dell&#8217;intervento che proprio Riccardo Muti ha firmato sempre per lo speciale de &#8220;Il Messaggero&#8221; del 6 marzo, <strong><em>Un titolo che dice Italia</em></strong>:</p>
<blockquote><p>Io penso che il <em>Nabucco</em> si identifichi, in fondo, con l&#8217;Italia. E questo senza voler fare del patriottismo per forza. Si sa che lo stesso Verdi, scrivendo l&#8217;opera, non pensava all&#8217;Italia, ma alla Bibbia. Quando però si rese conto di cosa avesse scatenato in teatro <em>Va&#8217;, pensiero</em>, compose le opere successive in chiave sicuramente patriottica.</p>
<p>Per tornare al <em>Nabucco, </em>Verdi può senz&#8217;altro avere avuto, anche inizialmente, una spinta &#8220;italiana&#8221;, ma a livello inconscio, spinta che la tradizione, la letteratura, il cinema hanno poi pensato a codificare, a rendere risorgimentale in senso palese e pieno.</p></blockquote>
<p>Riccardo Muti sintetizza quindi in pochi passaggi uno dei nodi più difficili della storia del Risorgimento: l&#8217;apporto culturale alla causa dell&#8217;unità nazionale da parte degli artisti e degli intellettuali ottocenteschi, un contributo che oscilla tra due posizioni, quella della totale e consapevole adesione al motto risorgimentale del &#8220;risveglio&#8221;  dell&#8217;identità nazionale &#8211; ad esempio l&#8217;Alessandro Manzoni dei &#8220;Promessi sposi&#8221; -, e quella &#8211; più difficile da individuare &#8211; della <em>percezione</em> e della conseguente <em>rappresentazione </em>dell&#8217;opera artistica quale strumento per la mobilitazione della &#8220;coscienza italiana&#8221;. Nel momento che l&#8217;opera esce dalla penna del suo autore e raggiunge il pubblico, questo se ne appropria, la interpreta, in un certo senso la manipola. In storiografia si parlerebbe di <em>circolo ermeneutico</em>: l&#8217;opera viene prodotta sotto le istanze del contesto storico in cui è inserita, contesto che a sua volta contribuisce a trasformare. È questo il caso del <em>Nabucco</em>, come chiarito da Muti, che torna anche sull&#8217;impossibilità di rendere il <em>Va&#8217;, pensiero</em> inno nazionale:</p>
<blockquote><p>Il <em>Va&#8217;, pensiero</em> è un canto di perdenti. Chi lo invoca ad inno non ha ascoltato bene le parole, e cade in equivoco. Il <em>Va&#8217;, pensiero</em>, dentro un contesto ispirato alla Bibbia, si riferisce a un episodio carico di dramma in cui gli ebrei piangono la loro sconfitta. Non nato per fomentare lo spirito rivoluzionario che serpeggiava nel Nord dell&#8217;Italia contro gli austriaci, infiammò i cuori dei patrioti perché quel canto accorato di un popolo esule, schiavo e perdente rispecchia il loro stato d&#8217;animo e le loro istanze di riscatto.</p></blockquote>

<p>Un &#8220;equivoco&#8221; dunque che segna quella distanza tra intenzioni dell&#8217;autore e percezione da parte del pubblico e che costituisce spesso lo scoglio per la corretta interpretazione storica dell&#8217;opera. Il 4 marzo sul &#8220;Corriere della sera&#8221; Gian Antonio Stella nel suo articolo <strong><em>Il 17 marzo ricordiamoci «Va&#8217; pensiero» è italiano </em></strong>offre un quadro di Verdi e della sua opera come ritratti a tutto tondo dello spirito risorgimentale. È evidente l&#8217;urgenza di &#8220;strappare&#8221; la figura e l&#8217;opera di Verdi alla strumentalizzazione leghista, urgenza che tradisce, però, in parte la linea interpretativa proposta da Riccardo Muti:</p>
<blockquote><p>Riprendiamoci il «Va&#8217; pensiero». È il messaggio che per primo esce dal trailer de «Le unità degli italiani», un documentario del Comitato dei garanti per i 150 anni che dovrebbe essere proiettato la notte fra il 16 e il 17 marzo in tutte le piazze d&#8217;Italia. [...] Quando lo storico Alberto Melloni [...] si è trovato a scegliere la colonna sonora dell&#8217;anteprima montata per spiegare ai sindaci il progetto di questa storia per immagini del nostro Paese, però, non ha avuto dubbi. La musica giusta, senza nulla togliere all&#8217;Inno di Mameli utilizzato da altre parti [...] era il «Va&#8217; pensiero».</p></blockquote>
<div id="attachment_3780" class="wp-caption alignright" style="width: 327px"><a href="http://www.blogstoria.it/wp-content/uploads/2011/03/LItalia_delle_Città.jpg"><img class="size-medium wp-image-3780 " title="La suggestiva installazione &quot;L'Italia delle Città&quot; della mostra &quot;Fare gli italiani. 150 anni di storia nazionale&quot; riproduce un teatro ottocentesco dove scorrono i fondali delle più importanti città italiane" src="http://www.blogstoria.it/wp-content/uploads/2011/03/LItalia_delle_Città-300x225.jpg" alt="La suggestiva installazione &quot;L'Italia delle Città&quot; della mostra &quot;Fare gli italiani. 150 anni di storia nazionale&quot; riproduce un teatro ottocentesco dove scorrono i fondali delle più importanti città italiane" width="317" height="237" /></a><p class="wp-caption-text">La suggestiva installazione &quot;L&#39;Italia delle Città&quot; della mostra &quot;Fare gli italiani. 150 anni di storia nazionale&quot; riproduce un teatro ottocentesco dove scorrono i fondali delle più importanti città italiane</p></div>
<p>La riflessione attorno a Giussepe Verdi e in generale riguardo al melodramma e al teatro dell&#8217;opera si muove dunque su due direzioni distinte che è necessario non confondere: quella dell&#8217;interpretazione filologica dell&#8217;opera e della biografia del suo autore, quella della funzione e dell&#8217;immaginario nazionale che si sono costruiti attorno alle opere liriche e ai suoi luoghi di diffusione. È questa seconda linea interpretativa che hanno seguito Walter Barberis e Giovanni De Luna, curatori della mostra <em><a href="http://www.facebook.com/?ref=home#!/FareGliItaliani" target="_blank"><strong>Fare gli Italiani. 150 anni di storia nazionale</strong></a>, </em>quando hanno identificato proprio nel teatro lo scenario ideale per l&#8217;allestimento della prima delle tredici isole che compongono la mostra, dedicata alle città italiane.</p>
<blockquote><p>In quegli anni alcuni aspetti della vita culturale travalicano l&#8217;ambito ristretto del territorio cittadino o regionale: in particolare il Teatro dell&#8217;Opera e il melodramma sono capaci di parlare a tutta la penisola e alle sue diverse realtà con un linguaggio comune e potenzialmente nazionale: a Torino, a Milano, a Roma, a Napoli, a Firenze, a Genova, Palermo e Venezia.</p>
<p>La metafora visiva e narrativa utilizzata per connotare l&#8217;isola dedicata alle città italiane durante il periodo risorgimentale è il teatro dell&#8217;opera e del melodramma. Il teatro dell&#8217;opera è in questo momento storico un elemento che unisce le diverse realtà cittadine in quanto fenomeno di natura transregionale.</p></blockquote>
<p>Per questo il visitatore sarà introdotto in un immaginario teatro ottocentesco, connotato dalla presenza di due grandi fondali originali, sul cui palcoscenico si alterneranno otto fondali dipinti, dedicati ciascuno a una città diversa, alternati da una macchina a scena a vista, che scandiranno il ritmo della narrazione.</p>
<p>Se i profili biografici e l&#8217;analisi filologica delle singole opere sfuggono alla forzata lettura risorgimentale a loro attribuita dalle esigenze della retorica celebrativa è impossibile d&#8217;altra parte negare l&#8217;importanza dei teatri d&#8217;opera cittadini quali luoghi privilegiati per l&#8217;elaborazione e la divulgazione dell&#8217;identità e dell&#8217;immaginario nazionali. Da questa lettura <em>spaziale </em>della storia d&#8217;Italia e delle sue identità emerge la funzione del teatro quale luogo simbolo del Risorgimento e tappa obbligata del processo di <em>nation-building</em> italiano.</p>
<p>Il teatro fu infatti, prima di tutto, luogo di diffusione della lingua italiana e a questo proposito chiudiamo il nostro articolo con una citazione dall&#8217;intervista di Pietro Piovani a Luca Serianni, uno dei maggiori italianisti viventi, pubblicata sempre su &#8220;Il Messaggero&#8221; del 6 marzo dal titolo <strong><em>In quei libretti surreali l&#8217;Italia trovava un&#8217;identità</em></strong>. Serianni torna sulla questione dell&#8217;intenzione dell&#8217;autore e della sua interpretazione da parte del pubblico facendo un&#8217;analisi linguistica dei testi che compongono le più importanti opere teatrali e spiega chiaramente l&#8217;artificio retorico alla base della loro stessa composizione:</p>
<blockquote><p>PIOVANI. Professor Serianni, come mai l&#8217;italiano ottocentesco dei libretti d&#8217;opera ci sembra più lontano dell&#8217;italiano trecentesco di Petrarca?</p>
<p>SERIANNI. Quei libretti condensano una serie di tratti tipici dell&#8217;italiano aulico [...] Per esempio, i librettisti amavano adottare una tecnica che potemmo definire &#8220;fuga dalla realtà&#8221; [....]</p>
<p>PIOVANI. Ma aldilà del gusto poetico quantomeno dubbio, non andrebbe riconosciuto il valore drammaturgico di certi libretti? [...]</p>
<p>SERIANNI. È quello che sosteneva lo stesso Giuseppe Verdi, quando in una lettera del 1856 scriveva la frase solo in apparenza ironica: &#8220;Io ho la debolezza di credere che il <em>Rigoletto</em> sia uno dei più bei libretti, salvo i versi, che vi siano&#8221;. In effetti è vero che questi libretti vanno valutati sulla base della funzionalità drammaturgica. La forza teatrale però è spesso, diciamo così, preterintenzionale.[...]</p>
<p>PIOVANI. E ovviamente si potrebbe fare l&#8217;esempio degli ebrei che cantano &#8220;Va&#8217; pensiero&#8221; nel Nabucco.</p>
<p>SERIANNI. Certo. Insomma le parole di quei libretti hanno la capacità di essere interpretabili secondo le intenzioni che il pubblico vi trasferisce.</p></blockquote>
<div id="attachment_3781" class="wp-caption alignleft" style="width: 200px"><a href="http://www.blogstoria.it/wp-content/uploads/2011/03/va-pensiero.jpg"><img class="size-full wp-image-3781" title="Un'edizione di &quot;Va', pensiero&quot; tratta dal Nabucco di Giuseppe Verdi" src="http://www.blogstoria.it/wp-content/uploads/2011/03/va-pensiero.jpg" alt="Un'edizione di &quot;Va', pensiero&quot; tratta dal Nabucco di Giuseppe Verdi" width="190" height="190" /></a><p class="wp-caption-text">Un&#39;edizione di &quot;Va&#39;, pensiero&quot; tratta dal Nabucco di Giuseppe Verdi</p></div>
<p>Ritorniamo dunque al nodo della &#8220;retorica&#8221; risorgimentale, sulla quale aveva tirato l&#8217;attenzione lo storico Alberto Mario Banti qualche mese fa. Un nodo che è anche e prima di tutto stilistico e linguistico: l&#8217;opera ottocentesca e il melodramma scelsero apertamente una lingua &#8220;falsa&#8221;, mistificatoria, la cui funzione principale era quella della suggestione comunicativa e dell&#8217;impatto emotivo. Una lingua basata, come dice lo stesso Serianni nel corso dell&#8217;intervista sull&#8217;«intenzione comunicativa» e che diviene a sua volta interpretabile secondo le intenzioni del pubblico.</p>
<p>Ecco perché la coordinata spaziale che rende il teatro luogo privilegiato della creazione dell&#8217;identità nazionale, diviene anche efficace chiave interpretativa del complesso fenomeno del melodramma: il teatro d&#8217;opera è lo spazio che racchiude tutte queste istanze, quelle dell&#8217;autore, delle sue intenzioni e dei suoi artifici letterari, quelle del pubblico, delle sue interpretazioni e delle sue aspettative. Una dinamica complessa e articolata come tutte quelle proprie dell&#8217;identità e della storia italiane che riflette in maniera efficace il complesso panorama di intenzioni e aspettative, artifici retorici e istanze spontanee che stanno alla base del processo di <em>nation-building </em>italiano.</p>
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		<title>L&#8217;Unità d&#8217;Italia? Questione di&#8230; cultura!</title>
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		<pubDate>Thu, 20 Jan 2011 19:32:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Claudia Covelli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Il dibattito sull'Unità d'Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Risorgimento]]></category>
		<category><![CDATA[Storia d'Italia]]></category>
		<category><![CDATA[150 anniversario]]></category>
		<category><![CDATA[Alberto Mario Banti]]></category>
		<category><![CDATA[Dibattito sull'Unità d'Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Italia150]]></category>

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		<description><![CDATA[All'uscita della collana "Romanzi d'Italia" alcune riflessioni sul rapporto tra Stato, Nazione e letteratura in Italia...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_3067" class="wp-caption alignleft" style="width: 231px"><a href="http://www.blogstoria.it/wp-content/uploads/2011/01/francesco_hayez_027_alessandro_manzoni_1841.jpg"><img class="size-full wp-image-3067 " title="Francesco Hayez, Alessandro Manzoni - 1841" src="http://www.blogstoria.it/wp-content/uploads/2011/01/francesco_hayez_027_alessandro_manzoni_1841.jpg" alt="Francesco Hayez, Alessandro Manzoni - 1841" width="221" height="165" /></a><p class="wp-caption-text">Francesco Hayez, Alessandro Manzoni - 1841</p></div>

<p>E se l&#8217;Unità di Italia imperfetta, incompleta e discussa sotto il profilo politico, fosse da celebrare dal punto di vista delle letteratura? Il 19 gennaio sono usciti i primi cinque volumi della collana &#8220;Romanzi d&#8217;Italia&#8221; curata da Paolo Mieli e pubblicata da Rizzoli che per festeggiare i 150 anni dell&#8217;Italia unita rimanda in stampa in edizione speciale dieci classici del Risorgimento, con prefazione di storici e studiosi importanti del panorama nazionale attuale. Dieci romanzi che sono serviti (e dovrebbero continuare a servire) a fare quegli italiani che la classe politica e l&#8217;amministrazione dello stato non sono ancora riusciti a fare. Si torna all&#8217;antico paradigma dell&#8217;Italia unita in nome di una cultura comune, di Dante e di Petrarca, interpretazione i cui limiti sono stati sottolineati anche di recente e dei quali abbiamo parlato nel post <a href="http://www.blogstoria.it/2010/10/13/lingua-e-nazione-tra-filologia-e-identita/" target="_self">Lingua e nazione. Tra filologia e identità</a> del 13 ottobre 2010.</p>
<p>Questa la collana completa:</p>
<ol>
<li>Ugo Foscolo, <em>Ultime lettere di Jacopo Ortis,</em> prefazione di Paolo Mieli</li>
<li>Alessandro Manzoni, <em>I Promessi Sposi</em>, prefazione di Andrea Riccardi</li>
<li>Giovanni Verga, <em>I Malavoglia</em>, prefazione di Gustavo Zagrebelskj</li>
<li>Edmondo De Amicis, <em>Cuore</em>, prefazione di Pierluigi Battista</li>
<li>Federico De Roberto, <em>I Viceré</em>, prefazione di Giovanni Sabbatucci</li>
<li>Silvio Pellico, <em>Le mie prigioni</em>, prefazione di Luciano Canfora</li>
<li>Ippolito Nievo, <em>Le confessioni di un italiano</em>, prefazione di Sergio Romano</li>
<li> Carlo Collodi, <em>Le avventure di Pinocchio</em>, prefazione di Giovanni Belardelli</li>
<li>Antonio Fogazzaro, <em>Piccolo mondo antico</em>, prefazione di Ernesto Galli della Loggia</li>
<li>Gabriele d’Annunzio, <em>Il Piacere</em>, prefazione di Angelo Panebianco</li>
</ol>
<p>Molto Romanticismo, il grande classico del verismo, la dannunziana Italia della <em>belle epoque</em>, pedagogia per gli italiani giovinetti (anagraficamente e non solo) con il capolavoro di Collodi e il sempreverde &#8220;Cuore&#8221;. Certo non si è tradita la tradizione in questo elenco che scorso di sfuggita potrebbe sembrare l&#8217;elenco delle letture per le vacanze di qualche studente delle scuole medie e superiori. Letture certo da non dimenticare e che si cerca di attualizzare con la prefazione dell&#8217;intellettuale di punta, ma il progetto così come è presentato non perde il sapore stucchevole di un&#8217;iniziativa schiacciata dall&#8217;intento celebrativo, e soprattutto sospesa nel tempo: non poteva forse essere intrapresa pari pari (fatta eccezione forse solo per il romanzo di De Roberto ritornato in voga di recente) per Italia &#8217;61? A quale target è rivolta l&#8217;iniziativa? Alle generazioni più mature? Ma sono coloro per i quali questi romanzi sono alla base della loro formazione culturale e li hanno certamente letti (magari proprio negli anni &#8217;60) a scuola. Alle nuove generazioni? Per la maggior parte dei giovanissimi &#8211; i cosiddetti &#8220;nativi di internet&#8221; -  questi romanzi fanno parte dei &#8220;mattoni&#8221; da smaltire durante la carriera scolastica: raro che ne siano legati dall&#8217;affetto che dovrebbe suscitare in loro in quanto italiani. Già la nostra generazione &#8211; quella dei nati a cavallo degli anni &#8217;70 e &#8217;80 &#8211; nel panorama luccicante dell&#8217;enterteinment anni &#8217;80 ricorda meglio il &#8220;Cuore&#8221; versione cartone animato che il romanzo di De Amicis, mentre &#8220;Pinocchio&#8221;, volenti o nolenti, è legato indissolubilmente all&#8217;immagine disneyana.</p>

<p>Antiquariato librario low-cost dunque? Sfida estrema alla tecnologia dell&#8217;ebook, per cui l&#8217;acquisto di una nuova (ennesima) versione de &#8220;I promessi sposi&#8221; dovrebbe essere giustificata dalla prefazione che tenta di attualizzarlo e soprattutto dall&#8217;occasione celebrativa? Sembra davvero che questo 150° anniversario si stia traducendo nella raccolta di reliquie, oggetti, anticaglie da affastellare su scaffali stracolmi d&#8217;oggetti come memento di un&#8217;identità che appare sempre più fragile. Operazione ricordo, nostalgia, nessuna capacità di ripensare e di rielaborare i temi del Risorgimento, immagine di un&#8217;Italia immobile non certo solo sotto il profilo politico ma anche e soprattutto sotto quello della cosiddetta &#8220;cultura di massa&#8221;.</p>
<p>E Alessandro Gnocchi nell&#8217;articolo <em><strong>I libri che avrebbero dovuto fare l&#8217;Italia</strong></em>, pubblicato su &#8220;Il Giornale&#8221; lo scorso 16 gennaio lancia una provocazione interessante:</p>
<blockquote><p>Quali sono i libri che, invece, avrebbero dovuto fare (o rifare) l&#8217;Italia ma non ci sono riusciti perché, pur raggiungendo un pubblico ampio e una certa notorietà, si sono scontrati con resistenze culturali, politiche, editoriali?</p></blockquote>
<p>E ne cita alcuni: da Sergio Ricossa a Bruno Leoni a Curzio Malaparte, la cui opera completa è andata in ristampa ad ottobre per iniziativa di Adelphi e particolare interesse di Giorgio Pinotti (<a href="http://www.amazon.it/gp/product/8845925285?ie=UTF8&amp;tag=blogstorasseg-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=3370&amp;creative=23322&amp;creativeASIN=8845925285" target="_blank">compra su Amazon.it la nuova edizione Adelphi de &#8220;La Pelle&#8221; a 14 euro</a>), oltre a Carlo Mazzantini, Prezzolini, Volpe, Romero e Roberto Vivarelli tra gli storici.</p>
<p>L&#8217;occasione, in effetti, a parte i nomi citati da Gnocchi poteva essere meglio sfruttata non allo scopo &#8220;di fare&#8221; gli italiani secondo le istanze tradite del Risorgimento, ma per &#8220;fare&#8221; quella parte di storia che ancora non è stata fatta. Il trascorrere dei decenni potrebbe diventare utile per ritrovare quei passaggi, quelle opere, quei personaggi lasciati finora in secondo piano. E la questione si sta rivelando tutt&#8217;altro che secondaria se si pensa alle dinamiche innescatesi attorno alle figure di Sciascia e di Pasolini in questi mesi. In fondo, come ha ricordato Alberto Banti in un&#8217;intervista di Pino Di Blasio &#8211; <em><strong>Famiglia, onore, martirio: ecco l&#8217;Italia</strong></em> &#8211; pubblicata su &#8220;Il Giorno&#8221; lo stesso 16 gennaio:</p>
<blockquote><p>L&#8217;identità italiana non è  una condanna, non è un dato di natura, non è il concretizzarsi di un destino manifesto. È un processo storico, articolato e complesso, una costruzione concettuale storicamente determinata.</p></blockquote>
<p>Nel suo essere processo storico dovrebbe proporre un andamento dinamico, vivace, di rielaborazione e ridiscussione e non una retorica ripetizione<em> ad infinitum</em> di contenuti noti, operazione tanto più anacronistica quanto più inserita in un contesto culturale in cui sfumano le possibilità di pedagogizzazione degli individui.</p>
<p>E il discorso vale, come sottolinea Banti, sia per chi vede nell&#8217;identità «il concretizzarsi di un destino manifesto» di cui ribadire la legittimità, sia di quanti vivano quest&#8217;identità come una «condanna».</p>
<p>Chiudiamo citando la bella critica che Errico Buonanno fa sulle pagine de &#8220;Il Riformista&#8221; nell&#8217;articolo <em><strong>Il sangue del Sud. Revisionismo antistatale</strong></em> al nuovo romanzo di Giordano Bruno Guerri edito per Mondadori:</p>
<blockquote><p>Il revisionismo di cui è sempre gran campione (perché «uno storico, come qualsiasi altro studioso, non può che essere revisionista»), non punta alla sorpresa, ma a una delle visioni più serene, equlibrate e generose attorno all&#8217;Unità d&#8217;Italia degli ultimi tempi. «Un atto fondamentale, necessario e benigno», la cui memoria è stata inficiata  solo dalla confusione di due termini opposti: «patriottico» e «patriottardo».</p>
<p>Raccontando degli eccidi, della durezza e della cecità &#8220;piemontese&#8221;, Guerri stavolta ha deciso di regalarci un libro niente affatto scandaloso, ma (sia detto senza retorica) profondamente filoitaliano. Un trattato machiavellico, o idealista, sulla Ragion di Stato, che resta giusta nonostante la sua congenita indifferenza per i singoli. Un atto d&#8217;amore per il popolo reale, inghiottito dall&#8217;immagine roboante del Popolo Italiano. E filotaliano, in ultimo, perché, pur essendo italianamente antistatale, restituisce dignità e verità a qualcosa di importante: la nazione.</p></blockquote>

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		<title>Convegno di studi &#8211; &#8220;Scienza, tecnica e industria nei 150 anni di Unità d’Italia&#8221;</title>
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		<pubDate>Thu, 20 Jan 2011 09:45:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Claudia Covelli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Eventi]]></category>
		<category><![CDATA[150 anniversario]]></category>
		<category><![CDATA[Dibattito sull'Unità d'Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Italia150]]></category>
		<category><![CDATA[storia dell'industria italiana]]></category>

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		<description><![CDATA[[ 24 gennaio 2011; ] Lunedì 24 gennaio, dalle ore 9.00 presso la Fondazione Micheletti di Brescia si terrà il convegno di studi "Scienza, tecnica e industria nei 150 anni di Unità d’Italia" organizzato da FONDAZIONE LUIGI MICHELETTI di BRESCIA, ASSTI (Associazione per la Storia della Scienza e della Tecnica in Italia) e POLITECNICO DI MILANO.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong></p>
<div id="attachment_3056" class="wp-caption alignleft" style="width: 262px"></strong><strong><a href="http://www.blogstoria.it/wp-content/uploads/2011/01/un-viaggio-nella-storia-di-sesto-san-giovannni-tra-arte-ed-industria_articleimage.jpg"><img class="size-full wp-image-3056" title="Uno stabilimento di Sesto San Giovannni" src="http://www.blogstoria.it/wp-content/uploads/2011/01/un-viaggio-nella-storia-di-sesto-san-giovannni-tra-arte-ed-industria_articleimage.jpg" alt="Uno stabilimento di Sesto San Giovannni" width="252" height="189" /></a></strong><p class="wp-caption-text">Uno stabilimento di Sesto San Giovannni</p></div>
<p><strong>Lunedì 24 gennaio, dalle ore 9.00</strong></p>
<p>presso la Fondazione Micheletti di Brescia</p>
<p>(via Cairoli 9, Brescia)</p>
<p>si terrà il convegno di studi</p>
<p><em><strong>Scienza, tecnica e industria  nei 150 anni di Unità d’Italia</strong></em></p>
<p>organizzato da FONDAZIONE LUIGI MICHELETTI di BRESCIA, ASSTI (Associazione per la Storia della Scienza e della Tecnica in Italia) e POLITECNICO DI MILANO</p>
<p>Per il programma del convegno clicca qui: <a href="http://www.blogstoria.it/wp-content/uploads/2011/01/Prog_Conv_Scienza_tecnica_industria_2011-01-10-1.doc">Programma Convegno Scienza.tecnica.industria</a></p>
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