Posts Tagged Libertà di ricerca storica

Libertà della ricerca storica

logo L’associazione Luca Coscioni aderisce alla petizione di Blogstoria per la libertà di ricerca storica. Invitando tutti a sottoscriverla, torniamo sull’argomento della “Commissione per il contrasto dei tentativi di falsificazione della storia a danno degli interessi della Russia” e della circolare Tiškov pubblicando il commento del prof. Alberto Masoero diffuso anche dalla mailing list della SISSCO.

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Le parole “falsificazione” e “smascheramento” utilizzate nella circolare qui allegata sono termini squisitamente sovietici. È possibile individuarne un’origine teorica abbastanza precisa nel dibattito epistemologico del marxismo russo pre-rivoluzionario (Plechanov, Bogdanov, Lenin). Qualche storico della cultura russa ricorderebbe però anche l’antinomia tra “vera” e “falsa” fede che caratterizzava le dispute teologiche dello scisma vecchio-credente nella  Chiesa ortodossa, oppure l’importanza dell’autenticità/falsità dei documenti di emancipazione dalla servitù della gleba nei moti popolari ottocenteschi. Nella prosa leniniana “smascheramento” si riferisce in genere allo svelamento dell’autentica “natura di classe”, quindi parziale e interessata, di principi o posizioni politiche apparentemente universali. È superfluo aggiungere che in epoca staliniana il termine assunse una connotazione più sinistra e poliziesca. Nella storiografia dell’epoca sovietica matura questo lessico che finì per riflettere quasi una branca istituzionalizzata del sapere storico, un genere e una specializzazione dedita alla confutazione sistematica della “scienza storica borghese”. Non senza qualche effetto tristemente comico, come la divulgazione delle opere di Braudel affidata a rassegne che, a forza di smascherare, raccontavano bene o male quel che egli aveva scritto.

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La Russia e la libertà di ricerca storica

Originale

Originale della Circolare Tiškov diffusa dalla lista SISSCO

Torniamo sulla vicenda, già trattata da Blogstoria, della libertà di ricerca storica e della “Commissione per il con­trasto ai tentativi di falsificare la sto­ria a danno degli interessi della Rus­sia” poiché al decreto del Presidente della Federazione russa del 15 maggio 2009 stanno iniziando a far seguito delle circolari attuative particolarmente inquietanti come quella tradotta e diffusa ieri dalla SISSCO, Società Italiana per lo Studio della Storia Contemporanea.

Come affermato da Jurij Cernyshov, storico e docente alla Scuo­la Superiore di Scienze po­litiche di Barnaul (regione dell’Altaj), in un’intervista rilasciata a Giovanni Bensi, “la crea­zione di questa commissio­ne è chiaramente una con­cessione agli «autoritarismi» e la stessa ideologia di que­sta iniziativa è ispirata da circoli autoritari”.

La stessa formulazione di queste questioni ricorda molto gli opuscoli propa­gandistici del periodo so­vietico dedicati alla «lotta contro i falsificatori bor­ghesi della storia». Vi erano molti insulti e pochissimi argomenti obiettivi. Simili metodi non hanno nulla da spartire con l’accertamen­to della verità storica. C’è di più: simili metodi scredita­no i regimi politici che vi fanno ricorso. I funzionari non devono indicare agli storici professionisti quali conclusioni trarre dall’ana­lisi dei fatti. In caso contra­rio non avremo scienza, ma propaganda di basso livello.

La situazione è aggravata dal fatto che nella commissione siedono pochi veri studiosi di storia e “molti burocrati, spie e gendarmi” che non giovano certo alla verità storica. Come ha dichiarato il 22 maggio scorso l’Associazione  internazionale “Memorial” in una lettera diffusa oggi dalla SISSCO:

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Revisionismo e libertà di ricerca storica

Ieri “Avvenire” ha pubblicato un bell’articolo di Giovanni Bensi sull’istituzione di una Commissione per il con­trasto ai tentativi di falsificare la sto­ria a danno degli interessi della Rus­sia che riportiamo qui di seguito. Il revisionismo di Stato russo è un’ulteriore prova dell’involuzione nazionalista e autoritaria del regime di Putin e Medvedev, ma il tema della libertà della ricerca storica non riguarda solo il nostro ingombrante vicino. Come ricordava in gennaio la rivista europea “Cafébabel” in Austria, Francia, Polonia, Germania, Belgio e Svizzera incombono, in caso di messa in discussione o negazione dell’Olocausto, pene detentive lunghe anni. Ora, se per comprendere l’origine di queste leggi si deve tenere in considerazione la storia di paesi come la Germania, queste “leggi della memoria” nel diritto penale sono tutt’altro che incontestate nelle democrazie in quanto contrarie alle libertà di pensiero e a quella accademica. In Italia, nel 2007, 150 storici, tanto di destra quanto di sinistra, hanno firmato un apppello contro “le verità storiche di Stato” che il ministro della giustizia, Clemente Mastella voleva imporre con un disegno di legge che avrebbe trasformato in reato la negazione della Shoah. Per i firmatari una soluzione basata sulla minaccia sembra particolarmente pericolosa perché si trasformano i negazionisti in paladini della libertà di espressione, si stabilisce una «verità di Stato» tipica dei regimi autoritari, si accentua l´idea dell´«unicità della Shoah», «ponendola di fatto al di fuori della storia». Le idee negazioniste sono ora considerate reato soltanto se incitano all’odio razziale.

Sotto le pressioni della presidenza di turno tedesca dell’UE, anche l’Europa si è mossa nel 2007. Una decisione quadro dell’aprile prevede un’armonizzazione minima dei provvedimenti penali per la lotta al razzismo e alla xenofobia. La decisione punisce «la pubblica approvazione, negazione o il grave svilimento di genocidi, crimini contro l’umanità e crimini di guerra, quando il crimine è indirizzato contro un gruppo di persone a causa della loro razza, colore della pelle, religione, discendenza o provenienza nazionale o etnica». Di conseguenza, tutti quelli che dicono apertamente che un genocidio – che è stato già provato come vero da una corte internazionale – non è mai accaduto, che sarebbe stato solo inventato da quel particolare gruppo etnico, per poter esigere un risarcimento danni, devono fare i conti con una punizione. Un’affermazione del genere, oltre alla negazione, stimolerebbe anche l’odio contro questo gruppo.

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