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	<title>Blogstoria &#187; Silvio Berlusconi</title>
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	<description>&#34;Ogni vera storia è storia contemporanea&#34;. B. Croce, 1938.</description>
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		<title>Gli Italiani &#8220;si fanno&#8221; ancora a scuola? Riflessioni in occasione di Italia150</title>
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		<pubDate>Wed, 02 Mar 2011 11:13:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Claudia Covelli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Esperienza Italia 150]]></category>
		<category><![CDATA[Esperienza Italia150]]></category>
		<category><![CDATA[Fare gli Italiani]]></category>
		<category><![CDATA[Giovanni De Luna]]></category>
		<category><![CDATA[Giovanni Sabbatucci]]></category>
		<category><![CDATA[istruzione pubblica]]></category>
		<category><![CDATA[Italia Unita]]></category>
		<category><![CDATA[scuola statale]]></category>
		<category><![CDATA[Silvio Berlusconi]]></category>
		<category><![CDATA[Walter Barberis]]></category>

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		<description><![CDATA[Si è riacceso il dibattito attorno alla scuola pubblica. Ne hanno parlato anche gli storici. Giovanni Sabbatucci sulle pagine del "Messaggero", Giovanni De Luna e Walter Barberis hanno detto la loro nella mostra "Fare gli Italiani. 150 anni di storia nazionale"...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.blogstoria.it/wp-content/uploads/2011/03/scuolaa.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-3713" title="L'interno di una scuola" src="http://www.blogstoria.it/wp-content/uploads/2011/03/scuolaa-300x225.jpg" alt="L'interno di una scuola" width="309" height="232" /></a>L&#8217;intervento di Silvio Berlusconi al Congresso dei Cristiano democratici dello scorso 26 febbraio sulla scuola pubblica tacciata di &#8220;inculcare&#8221; «idee diverse da quelle che vengono trasmesse nelle famiglie» [fonte "Corriere della Sera", <a href="http://www.corriere.it/politica/11_febbraio_26/premier-pericolo-comunista_dc34f1e4-41a4-11e0-b406-2da238c0fa39.shtml?fr=correlati" target="_blank"><em>Berlusconi: ancora vivo il pericolo comunista</em></a>] ha riacceso ancora una volta il dibattito attorno al tema della scuola statale e in particolare riguardo al conflitto tra istruzione pubblica e istruzione privata che, stando agli interventi di molti commentatori, costituisce un ulteriore elemento di divisione all&#8217;interno del paese.</p>
<p>Anche lo storico Giovanni Sabbatucci è intervenuto sul tema firmando su &#8220;Il Messaggero&#8221; l&#8217;articolo uscito il primo marzo<strong><em> La guerra sbagliata sulla scuola</em></strong>. Scrive Sabbatucci in apertura:</p>
<blockquote><p>Nei centocinquant&#8217;anni di storia dell&#8217;Italia unita la scuola pubblica ha svolto un ruolo insostituibile nel processo di costruzione di una comunità nazionale.</p></blockquote>
<p>Un aspetto questo che non è certo sfuggito ai curatori della mostra <a href="http://www.facebook.com/FareGliItaliani" target="_blank"><strong><em>Fare gli Italiani. 150 anni di storia nazionale</em></strong></a><strong>,</strong> i cui temi &#8211; come già sapete &#8211; BlogStoria sta seguendo con attenzione in quanto <em>opinion leader</em> per la mostra. Una delle tredici isole tematiche che costituiscono il cuore dell&#8217;esposizione che sarà inaugurata a Torino il prossimo 17 marzo è infatti dedicata alla Scuola, luogo simbolico e fucina di generazioni di italiani. Hanno scritto, infatti, Giovanni De Luna e Walter Barberis, curatori scientifici dell&#8217;esposizione, nel presentare la sezione ad essa dedicata:</p>
<blockquote><p>Al momento della nascita dello Stato unitario, l&#8217;analfabetismo era fenomeno assai diffuso [...] È tuttavia luogo comune che i processi di apprendimento e di scolarizzazione si siano affermati nel corso del secondo Ottocento tramite uno sviluppo immediato e progressivo dell&#8217;accesso alla scuola elementare. [...] Verso la fine del secolo XIX e ai primi del Novecento, si diffuse la scuola primaria, fino al 1912 comunale, e successivamente statale. È in quel lasso di tempo che si impone la figura della maestra. Essa rappresenta lo Stato e la nazione; e l&#8217;aula dove esercita il suo insegnamento diventa ben presto uno dei luoghi non solo simbolici in cui gli Italiani apprendono i rudimenti della cittadinanza.</p></blockquote>
<p>Un&#8217;esperienza questa che &#8211; come tutte le isole tematiche della mostra &#8211; si sviluppa lungo il doppio binario del principio di inclusione/esclusione che costituisce la chiave di lettura della mostra. Il dibattito che rintracciamo oggi sulla scuola pubblica tra chi si sente di <em>appartenervi </em>e si vede <em>incluso </em>nei luoghi dell&#8217;educazione pubblica, e chi, invece, non riconoscendosene decide di <em>escludersi</em> dalla scuola pubblica ricorrendo al vasto panorama di opzioni dell&#8217;istruzione privata &#8211; dalla scuola confessionale, a quella internazionale, alle scelte più radicali come quelle della scuola parentale o dell&#8217;homeschooling &#8211; è un dibattito che ricorre nei centocinquant&#8217;anni della storia nazionale. Per farsene un&#8217;idea, è sufficiente ad esempio riflettere su quanto apparve trasgressivo, impositivo e autoritario l&#8217;obbligo dell&#8217;istruzione pubblica a quella parte di mondo cattolico che per secoli aveva affidato l&#8217;istruzione delle nuove generazioni ai padri gesuiti, detentori quasi esclusivi, fino a quel momento, della funzione educativa.</p>
<p><a href="http://www.blogstoria.it/wp-content/uploads/2011/03/Esperienza150.gif"><img class="alignright size-full wp-image-3716" title="Logo Esperienza150" src="http://www.blogstoria.it/wp-content/uploads/2011/03/Esperienza150.gif" alt="Logo Esperienza150" width="208" height="208" /></a>Se i curatori della mostra hanno visto proprio nella scuola la terza ineludibile tappa di quel percorso, accidentato, complesso e dinamico, del &#8220;fare gli italiani&#8221;, in quanto luogo in cui si sono confrontate posizioni divergenti spesso irriducibili, ma il cui ruolo istituzionale come organo dello Stato-nazione italiano era proprio quello di &#8220;fucina&#8221; dei nuovi cittadini, Giovanni Sabbatucci torna sull&#8217;argomento, ribadendo la necessità e la funzione pedagogica della scuola pubblica quale <em>istituzione nazionale</em>:</p>
<blockquote><p>[La scuola] Ha faticosamente cercato di fornire a tutti i ragazzi in età scolare, quali che fossero la loro provenienza geografica e la loro condizione sociale, una base comune di letture e immagini, di conoscenze e di memorie. Lo ha fatto tra mille difficoltà e in presenza di una cronica scarsità di risorse, attraverso un apparato burocratico fortemente centralizzato (che riproduceva la struttura accentrata dello Stato), ma anche e soprattutto per merito di un corpo insegnante tutt&#8217;altro che omogeneo, portatore di esperienze e di inclinazioni politiche diverse, ma complessivamente capace di trasmettere quel patrimonio comune e di supplire con una forte motivazione ideale alla povertà degli incentivi economici.</p></blockquote>
<p>Sabbatucci, De Luna, Barberis concordano dunque su un punto fondamentale: sebbene la funzione istituzionale della scuola pubblica sia stata e continui ad essere quella di trasmettere un patrimonio culturale nazionale comune a tutti i cittadini, l&#8217;esperienza della scuola pubblica italiana non può essere assimilata esclusivamente a un modello di scuola totalitaria nella quale, nemmeno in epoca fascista e neppure nei primi decenni dell&#8217;Italia repubblicana (nei quali gran parte del corpo docente si era formato sotto il Ventennio), veniva &#8220;inculcato&#8221; un messaggio unico. Seppur sia stata per lungo tempo autoritaria, tradizionalista, classista, la scuola, come ricorda lo stesso Sabbatucci, «non è mai venuta meno al suo ruolo fondamentale di agente di socializzazione primaria e di nazionalizzazione culturale».</p>

<p>L&#8217;importanza della funzione pedagogizzante non ha dunque soffocato il dinamismo dialettico, che come vediamo ancora oggi, continua ad essere vissuto all&#8217;interno del panorama scolastico. Un dinamismo che spesso non &#8220;risolve&#8221; come non ha &#8220;risolto&#8221; in passato, ma che si è posto come <em>esperienza</em> &#8211; e la scelta di utilizzare questo termine per le celebrazioni di Italia150 offre davvero un&#8217;importante chiave di lettura all&#8217;evento &#8211; dominata dal meccanismo dell&#8217;inclusione/esclusione, dell&#8217;appartenenza e del rifiuto, che si è declinata infinite volte nei milioni di italiani che l&#8217;hanno vissuta come insegnanti e come studenti.</p>
<div id="attachment_3714" class="wp-caption alignleft" style="width: 321px"><a href="http://www.blogstoria.it/wp-content/uploads/2011/03/Scuola.jpg"><img class="size-medium wp-image-3714" title="L'isola tematica dedicata alla scuola nella mostra &quot;Fare gli Italiani. 150 anni di storia nazionale&quot;" src="http://www.blogstoria.it/wp-content/uploads/2011/03/Scuola-300x225.jpg" alt="L'isola tematica dedicata alla scuola nella mostra &quot;Fare gli Italiani. 150 anni di storia nazionale&quot;" width="311" height="233" /></a><p class="wp-caption-text">L&#39;isola tematica dedicata alla scuola nella mostra &quot;Fare gli Italiani. 150 anni di storia nazionale&quot;</p></div>
<p>L&#8217;&#8221;isola tematica&#8221; dedicata alla scuola all&#8217;interno della mostra <a href="http://www.facebook.com/FareGliItaliani" target="_blank"><strong><em>Fare gli Italiani. 150 anni di storia nazionale</em></strong></a>, si propone di riprodurre questo dinamismo attraverso l&#8217;interattività con il visitatore. Come tutte le altre aree della mostra anche questa prevede una partecipazione del pubblico: nella riproduzione dell&#8217;ambiente di una vecchia aula scolastica dei primi del Novecento vengono aggiunte delle grandi lavagne interattive che il visitatore può animare ascoltando i racconti e scorrendo immagini e filmati sui 150 anni del progetto educativo nazionale. &#8220;Brandelli&#8221; di storia, flash nei quali potrà scegliere di identificarsi o di rifiutare, che incoraggeranno ricordi e memorie private, rendendo l&#8217;esperienza della mostra individuale e collettiva allo stesso tempo.</p>
<p>Il patrimonio trasmesso dalla scuola e nella scuola non è infatti necessariamente condiviso, ma costituisce il cuore di un&#8217;esperienza comune, collettiva, vissuta da milioni di italiani per generazioni. La dialettica tra identità individuali e patrimonio collettivo e/o condiviso è una delle sfide di questo 150° anniversario dell&#8217;Unità. Una sfida che si estende ai suoi luoghi, ai suoi spazi simbolici, alle loro rappresentazioni e ai loro racconti. Una sfida la quale, se ancora non se ne prevedono gli esiti, potrà costituire comunque un&#8217;<em>esperienza comune, </em>anche se non necessariamente condivisa, per gli italiani.</p>
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		<title>Berlusconi, storicamente parlando</title>
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		<pubDate>Thu, 04 Mar 2010 10:01:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ennio Passalia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[Storia contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[Storia d'Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Benito Mussolini]]></category>
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		<category><![CDATA[Silvio Berlusconi]]></category>

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		<description><![CDATA[Riportiamo l'articolo di Ida Dominijanni da "Il Manifesto" del 23 febbraio 2010...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_1132" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><a href="http://www.blogstoria.it/wp-content/uploads/2010/03/silvio-berlusconi1.jpg"><img class="size-medium wp-image-1132" title="Silvio Berlusconi" src="http://www.blogstoria.it/wp-content/uploads/2010/03/silvio-berlusconi1-300x246.jpg" alt="Silvio Berlusconi" width="300" height="246" /></a><p class="wp-caption-text">Silvio Berlusconi</p></div>
<p><em>Il manifesto 23/2/10</em><strong><em><br />
</em></strong></p>
<p>«Una corte è una corte, e i cortigiani sono vil razza dannata, lo si sa dal melodramma. Ma dietro il fumo divisivo, l’avvelenamento dell’aria, la guerra di tutti contro tutti, c’è sempre un difetto di conduzione che risale al principe. Berlusconi non va in parlamento da quando presentò alle camere il governo, e sono quasi due anni. Non fa un discorso impegnativo da mesi e mesi. Non tiene ferma la barra e non la fissa con chiarezza su una rotta di iniziative e di riforme discernibile, che sia il segno esterno chiaro del significato del suo comando, della sua leadership». Non è un giornale di quelli che il premier definisce «disfattisti» a stilare questi giudizi ma «il Foglio», per la penna dell’Elefantino Giuliano Ferrara, preoccupato del rischio di una ingloriosa decadenza della leadership del cavaliere. Dunque ci si può credere, la fine dell’era berlusconiana sta entrando nell’ordine di idee dei collaboratori più prossimi del premier, non solo nei desiderata degli avversari più lontani. Quanto però a intuire, di questa fine, le modalità possibili, o a delineare gli scenari del dopo, qui l’immaginazione politica difetta, a destra e a manca. E a destra e a manca azzarda più la previsione di un’erosione interna che quella di una spallata esterna: una corte è una corte, e in linea con la regressione dell’Italia da democrazia costituzionale a monarchia assoluta sarà utile rispolverare le reminescenze shakespeariane sul marcio, il verminaio, la decomposizione che implacabilmente maturano sotto l’apparente splendore delle corti, attaccando prima prima o poi il corpo del re e il corpo del popolo nella loro unità mistica e nella loro identificazione speculare.</p>
<p>Anche la saggistica d’opposizione la pensa così. A immaginare la fine dell’era berlusconiana si spingono due libri recenti, «Berlusconi passato alla storia. L’Italia nell’era della democrazia autoritaria» di Antonio Gibelli, appena uscito da Donzelli, e «La bolla. La pericolosa fine del sogno berluisconiano» di Curzio Maltese (Feltrinelli). Tutti e due, con maggiori cautele il primo e con maggior sicurezza il secondo, leggono i segni e i segnali del tramonto seminati dai cosiddetti «scandali» dell’ultimo anno (Maltese: «La favola nera di Silvio Berlusconi è finita con la regina che grida al re nudo»), tutti e due lo immaginano venato delle stesse tinte fosche che hanno caratterizzato l’alba e il mezzogiorno del berlusconismo, tutti e due lo affidano più a una consunzione o autoimplosione interna che a una riscossa della sinistra. Per Gibelli, «quel che si può intravedere è una maggiore scollamento della maggioranza», e «quel che si può prevedere è il declino biologico del leader», inesorabile contrappasso rispetto all’investimento da lui compito sulla propria persona e la sua vitalità: «esattamente come accadde nel caso di Mussolini, quando i segni del suo declino corporeo furono interpretati come indizi del suo tramonto politico». E come nel caso di Mussolini, «è assai probabile che gli italiani diventino in maggioranza antiberlusconiani non prima ma dopo che il leader sarà tramontato». Prospettiva deprimente, che non solo riporta a galla il carattere nazionale del conformismo, ma dice quanto profonda sia l’impronta dell’egemonia berlusconiana sul ventennio, e quanto complicato sia disfarsene: «Chi si illude che tutto si risolverà con la fine di Berlusconi, magari accelerata dagli scandali, commette – scrive Maltese – lo stesso errore di chi alla fine della prima Repubblica si illudeva che bastasse mandare in galera o a Hammamet qualche leader corrotto. Dimostra di non capire quanto e come ha agito il berlusconismo nella società. Non è stato il fascismo, ma ha svuotato la democrazia, nei palazzi delle istituzioni come nelle teste dei cittadini. Non è stato facile arrivare a tanto e non sarà semplice uscirne». Maltese ricorda del resto, e fa bene, quanta incredulità suscitasse nel ‘93-’94, fra i politici e i commentatori di sinistra, l’ipotesi della scesa in campo prima, e poi della vittoria di Berlusconi; e quando scrive che ancora oggi, per quanto possa sembrare assurdo, «Berlusconi resta un oggetto misterioso per i leader della sinistra», mette il dito sulla piaga di un’opposizione che per vent’anni, oscillando fra demonizzazione e compromesso, non ha mai saputo prendere la misura giusta del fenomeno e la mira giusta del contrattacco.</p>
<p>Vent’anni però, per quanto si possano contrarre nella memoria di noi che li abbiamo vissuti e patiti quotidianamente, dal punto di vista dell’analisi storica sono un tempo sufficiente a delineare un’epoca. Vent’anni durò il fascismo, dodici il nazismo, e in molti meno si sono decisi processi storici di pari entità. Dunque, non solo dal punto di vista politico ma anche dal punto di vista storiografico, il berlusconismo, scrive Gibelli, «è venuto il momento di prenderlo sul serio»: non meno dell’«età giolittiana», l’«Italia berlusconiana» appare ormai compiutamente definita da un insieme compatto di coordinate riconoscibili.</p>
<p>Quali? Galoppando fra la genesi (negli anni 80 di Craxi), l’esordio (il dopo-Tangentopoli), il successo, gli alleati (Lega e cattolicesimo tradizionalista in primo luogo), Gibelli le riassume in modo essenziale, con il linguaggio e la sintesi di una lezione di storia rivolta a chi verrà, o a chi nell’Italia berlusconiana è nato e cresciuto e non ne ricorda o non ne immagina un’altra. Personalizzazione e spettacolarizzazione della politica, ridimensionamento del ruolo dei partiti tradizionali a vantaggio di movimenti a leadership carismatica, affermazione di tendenze antipolitiche «più durature e tenaci» di quelle affiorate in precedenza nella storia nazionale, primato della televisione nella formazione del costume e dell’opinione pubblica: qui sta la fenomenologia di quello che può a buon diritto definirsi «la manifestazione per ora più compiuta della politica post moderna» nell’Occidente democratico. Un – triste – primato in cui l’Italia torna a rivelarsi il laboratorio sintomatico di una tendenza più ampia, occidentale appunto, alla de-formazione della democrazia liberale costituzionale. Deformazione che passa sotanzialmente per l’abbattimento della divisione dei poteri, il loro accentramento in una persona sola, il ritorno di una sovranità assoluta, cioè affrancata dal controllo dei contropoteri, la magistratura in primo luogo. E’ quello che sappiamo dalla cronaca. L’occhio dello storico è d’aiuto però su un punto cruciale, sul quale l’occhio dei politici e degli osservatori invece indigia e oscilla da anni: la congruità del termine «regime» per definire il berlusconismo, la legittimità del paragone con il fascismo, l’autoritarismo, il totalitarismo. Con precisione, scrive Gibelli che se è «improprio parlare di una dittatura in senso classico, è insostenibile la tesi che ci si muova nella normalità democratica»: trattandosi ormai piuttosto di una «democrazia illiberale». E ancora: «L’uso di termini come autoritarismo e totalitarismo viene spesso boillato come manifestazione di un allarmismo ingiustificato e controproducente. Quando non è frutto di conformismo, questo atteggiamento discende da un equivoco. E’ chiaro che i due termini possono essere applicati solo a patto di mettere l’accento sulle forti differenze di significato rispetto ai loro usi classici. Autoritarismo non può significare in questo caso uso prevalente della forza repressiva dello Stato». Ma nel discorso politico berlusconiano «è possibile cogliere una vocazione in senso lato totalitaria»: ad esempio nella fobia per il contraddittorio, o nella sostituzione del «popolo – il tutto – al partito – la parte. Così come, se è evidente che «Berlusconi non è né Hitler né Mussolini», comuni ai tre sono elementi inquetanti di uso del carisma, dell’immagine, della fascinazione personale. Quanto basta per tentare di uscire dal ventennio prima che imploda da sé.</p>
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		<title>Dicono di noi. Le Monde: “Craxi, o la memoria corta degli italiani” (di Philippe Ridet)</title>
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		<pubDate>Wed, 27 Jan 2010 21:56:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ilaria M. P. Barzaghi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Culture politiche]]></category>
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		<description><![CDATA[A 420 euro, trasporto e pernottamento in hotel compresi, i tre aerei che sono partiti, venerdì 15 gennaio, da Milano, Roma e Palermo con destinazione Hammamet (Tunisia) si sono riempiti rapidamente. A bordo, alcuni fedeli, alcuni nostalgici di Benedetto Craxi, detto “Bettino”...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_1106" class="wp-caption alignright" style="width: 310px"><a href="http://www.blogstoria.it/wp-content/uploads/2010/01/tunisia-hammamet-craxi.jpg"><img class="size-medium wp-image-1106 " title="La tomba di Bettino Craxi ad Hammamet" src="http://www.blogstoria.it/wp-content/uploads/2010/01/tunisia-hammamet-craxi-300x199.jpg" alt="La tomba di Bettino Craxi ad Hammamet" width="300" height="199" /></a><p class="wp-caption-text">La tomba di Bettino Craxi ad Hammamet</p></div>
<p>A 420 euro, trasporto e pernottamento in hotel compresi, i tre aerei che sono partiti, venerdì 15 gennaio, da Milano, Roma e Palermo con destinazione Hammamet (Tunisia) si sono riempiti rapidamente. A bordo, alcuni fedeli, alcuni nostalgici di Benedetto Craxi, detto “Bettino”. Per niente al mondo, si sarebbero persi una visita al cimitero cristiano ai piedi delle mura della medina. Qui riposa colui che è stato il Presidente del Consiglio dal 1983 al 1987, condannato a parecchi  anni di prigione per finanziamento illecito del Partito socialista italiano. Per sottrarsi alla prigione, ha scelto l’esilio in Tunisia, dove è morto, dieci anni fa, il 19 gennaio 2000.</p>
<p>Ma ai compagni che non hanno mai dubitato delle virtù di colui che ha incarnato la corruzione della classe politica alla fine degli anni ottanta e all’inizio degli anni novanta si sono aggiunti quest’anno tre ministri. Avendo mosso i loro primi passi accanto a Bettino Craxi, Franco Frattini (Affari esteri), Renato Brunetta (Pubblica amministrazione) e Maurizio Sacconi (Lavoro) hanno scelto questa  volta di ostentare la loro fedeltà alla luce del sole.</p><em><p><a href="http://www.blogstoria.it/2010/01/27/dicono-di-noi-le-monde-%e2%80%9ccraxi-o-la-memoria-corta-degli-italiani%e2%80%9d/">» Continua la lettura...  Dicono di noi. Le Monde: “Craxi, o la memoria corta degli italiani” (di Philippe Ridet)</a></p></em>]]></content:encoded>
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